sabato 10 maggio 2025

Pace possibile?

 

L’ipocrisia dell’Occidente: quando a dover dare garanzie è la Russia


10 maggio 2025 – Oggi, a Kiev, Emmanuel Macron si è presentato con fare da tribuno, accompagnato dal britannico Keir Starmer e dal tedesco Friedrich Merz, per lanciare l’ennesimo proclama di quel fronte euro-atlantico che da anni ha smesso di ascoltare, riflettere, comprendere. Con toni autoritari e solenni, hanno ribadito che “la Russia dovrà fornire garanzie di non aggressione”, come se la Federazione Russa fosse il motore e la causa prima di questa tragedia europea. Come se non fossero proprio loro, gli araldi della NATO, ad aver costruito — passo dopo passo, provocazione dopo provocazione — l’attuale stato di guerra.

Siamo al rovesciamento completo della realtà storica.

La Russia — quella vera, quella dei fatti e non quella delle caricature giornalistiche — è la nazione che, nel 1991, accettò in silenzio la fine dell’Unione Sovietica. È la nazione che smantellò unilateralmente il Patto di Varsavia, ritirò le sue truppe, le sue testate nucleari, le sue basi militari. È la nazione che riconobbe l’indipendenza di tutti i popoli dell’ex URSS senza lanciare una sola bomba. Fu Mosca, non Washington, a fare il primo passo verso la pace.

E invece, cosa è successo? Esattamente l’opposto.

Dal 1999 in poi, ogni governo russo — da Eltsin a Putin, con toni diversi ma con uguale preoccupazione — ha chiesto, chiesto e ancora chiesto che si fermasse l’espansione NATO. Ha chiesto garanzie. Ha chiesto rispetto. Ha chiesto equilibrio. Ogni volta, la risposta dell’Occidente è stata: silenzio, arroganza e nuove basi militari. Dal Baltico al Mar Nero, la NATO ha piantato le sue bandiere. L’Ucraina, con il golpe del 2014, è diventata una pedina in questo gioco pericoloso.

E ora — nel 2025 — ci troviamo davanti a una messinscena grottesca. Macron, Starmer e Merz, gli alfieri della post-democrazia euroatlantica, pretendono che sia Mosca a offrire “garanzie”. Dopo aver ignorato per trent’anni ogni appello di Mosca. Dopo aver armato l’Ucraina, circondato la Russia, imposto sanzioni e sabotaggi. Dopo aver sepolto ogni tentativo di mediazione, dai protocolli di Minsk alle trattative di Istanbul. Dopo aver fatto dell’odio anti-russo una religione mediatica.

L’unica garanzia che può esistere oggi è quella che l’Occidente non ha mai voluto riconoscere: la sicurezza indivisibile dell’Eurasia, che comprende anche — e soprattutto — la Russia. Senza un’architettura condivisa della sicurezza europea, senza la fine della logica a blocchi, senza il riconoscimento del ruolo storico e strategico di Mosca, non ci sarà mai pace. Ci sarà solo una lunga guerra per procura, combattuta sulle rovine dell’Ucraina e sulla pelle dei popoli europei.

L’unica pace possibile è quella che l’Occidente continua a rifiutare. E finché i Macron del mondo continueranno a parlare come se la Russia fosse un’anomalia da “contenere”, anziché una potenza da rispettare, non ci sarà futuro. Solo altre menzogne, altre vittime, altra ipocrisia.

È tempo di dire la verità. Ed è tempo di smettere di fingere che la colpa sia sempre degli altri.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo


giovedì 1 maggio 2025

Colonia Ucraina

 

Colonialismo 2.0 in Ucraina: come l’Occidente saccheggia le sue risorse sotto il nome di “cooperazione”

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Introduzione

Nel cuore della guerra tra Russia e Occidente si consuma un altro tipo di occupazione, meno visibile ma forse più duratura: quella economica. Il nuovo accordo tra l’Ucraina e le potenze occidentali per lo sfruttamento dei minerali critici e delle terre rare è l’ennesimo esempio di colonialismo moderno, mascherato da “partnership strategica”. I media parlano di cooperazione. I politici dicono che è un aiuto per “sviluppare l’indipendenza energetica e industriale” dell’Ucraina. Ma la realtà è diversa. Questi accordi non porteranno un solo euro reale nelle tasche dei cittadini ucraini. Servono solo a garantire alle élite occidentali l’accesso privilegiato a risorse strategiche, mentre l’Ucraina viene spogliata — ancora una volta — della sua sovranità economica.

1. L’Ucraina come miniera a cielo aperto

L’Ucraina è ricchissima di risorse naturali: litio, titanio, grafite, terre rare. Tutti materiali fondamentali per la transizione energetica, le auto elettriche, i chip, le armi moderne. Dopo il 2022, Stati Uniti e Unione Europea hanno accelerato gli accordi con Kiev per garantirsi l’accesso esclusivo a questi giacimenti. Sulla carta, si parla di 'investimenti' e 'collaborazione'. Nei fatti, sono le multinazionali occidentali ad avere in mano le concessioni per l’estrazione. Kiev firma, ma non controlla. Esporta materie prime grezze, a basso costo, senza filiera industriale nazionale. E così la vera ricchezza viene generata all’estero.

2. Controllo esterno delle risorse

Chi comanda sulle risorse ucraine oggi? Le multinazionali occidentali, spesso americane. I contratti di estrazione lasciano all’Ucraina solo percentuali minime sotto forma di royalties. In alcuni casi, i diritti vengono concessi gratuitamente in cambio di “partnership strategiche”. Il controllo reale — economico, tecnologico, politico — è in mano straniera. E come se non bastasse, molte delle aziende coinvolte sono collegate a fondi offshore, eludendo persino le tassazioni minime previste. Il risultato? Lo Stato ucraino non vede quasi nulla. La ricchezza se ne va.

3. La corruzione e le élite locali

Un altro tassello fondamentale: le élite ucraine. Alcuni oligarchi — da sempre presenti nella vita economica e politica del paese — sono parte integrante di questo sistema. In cambio del loro supporto politico e mediatico, ottengono protezione e profitti dalle stesse multinazionali straniere. Il popolo? Escluso. La corruzione endemica, seppur ridotta in parte negli ultimi anni, resta un ostacolo enorme. Gli appalti sono spesso opachi, gli investimenti promessi non arrivano mai alle comunità locali. Le miniere arricchiscono pochi, distruggono l’ambiente e lasciano solo miseria.

4. Il popolo ucraino non riceverà nulla

Il punto più drammatico: i cittadini ucraini non beneficeranno in alcun modo di questi accordi. Non ci sono politiche pubbliche per reinvestire i profitti. Non ci sono programmi per costruire industrie nazionali. Non ci sono salari dignitosi, né infrastrutture create con quei fondi. L’Ucraina diventa un serbatoio di materie prime, da cui gli altri attingono. La popolazione resta a guardare. È un sistema pensato per l’Occidente, non per il popolo ucraino.

Un colonialismo moderno, ben confezionato

Questa dinamica ha un nome preciso: colonialismo. Non con i fucili, ma con i memorandum, i trattati e le promesse vuote. L’Ucraina, in teoria libera e sovrana, viene privata del controllo sui suoi stessi tesori. Il suo destino economico viene deciso a Bruxelles, a Washington e nei consigli d’amministrazione di multinazionali minerarie. E mentre i media occidentali continuano a parlare di “cooperazione”, siamo di fronte a un esempio perfetto di quello che Napoleone chiamava la marmellata di parole — una cortina di zucchero verbale per nascondere la durezza della realtà. La guerra vera oggi non è solo quella con i carri armati: è quella delle risorse, dei contratti, dei profitti. E in questo campo, l’Ucraina è già stata conquistata.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



Giustizia mediatizzata

 

Quando la toga diventa spettacolo: contro la mediatizzazione oscena della giustizia

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C’è una linea sottile, ma invalicabile, tra il diritto alla difesa e la pornografia mediatica. Una linea che sempre più spesso viene calpestata da avvocati che non si accontentano di esercitare il proprio mestiere in tribunale, ma che vogliono anche riscrivere il racconto pubblico del crimine, sfidare l’opinione collettiva e umiliare le vittime davanti a milioni di spettatori. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Arthur Aidala, avvocato di Harvey Weinstein — l’ex potente produttore hollywoodiano condannato per stupri, violenze e abusi sistematici su decine di donne. Un predatore seriale, non un perseguitato. Eppure Aidala, da settimane, è ovunque: talk show, prime pagine, interviste-fiume persino su Le Figaro, per sostenere che il suo cliente è stato trattato ingiustamente, quasi fosse una vittima della giustizia e non il carnefice di intere esistenze.

Ma Weinstein è solo il sintomo. Il problema è molto più vasto, e non è nuovo. Basti guardare alla carriera di Eric Dupond-Moretti, icona dell’avvocatura francese e poi, incredibilmente, promosso ministro della Giustizia dal presidente Macron. Prima di indossare la cravatta istituzionale, Dupond-Moretti ha difeso alcuni dei peggiori criminali e terroristi della storia recente francese. Non si è limitato a rappresentarli in aula — cosa assolutamente legittima — ma ha costruito su quelle difese una figura pubblica arrogante, provocatoria, ossessionata dalla ribalta. Ha fatto di ogni caso un palcoscenico, di ogni clientela estrema una passerella per esibirsi. E la sua promozione a guardasigilli è stata uno schiaffo alle famiglie delle vittime, un messaggio cinico: la spettacolarizzazione della giustizia non solo è tollerata, ma può portarti in alto.

Il diritto alla difesa è un pilastro dello Stato di diritto. Ma è un diritto che serve a proteggere il cittadino dall’abuso del potere giudiziario, non a concedere a un avvocato ambizioso il diritto di riscrivere la narrazione morale del crimine davanti alle telecamere. Il processo si fa in aula, non in prima serata. E la toga non è una licenza per gettare fango su chi ha già sofferto.

In questo circo, le vittime diventano comparse. Donne violate, famiglie distrutte, comunità traumatizzate: costrette ad assistere alla riabilitazione mediatica dei loro carnefici, rappresentati da uomini in giacca e cravatta che, con tono suadente e parole scelte, raccontano il male come fosse un malinteso. Ogni passaggio TV, ogni titolo, ogni intervista è un nuovo atto di violenza simbolica. Un tradimento della giustizia. Un insulto alla common decency, al semplice rispetto umano che dovrebbe precedere ogni altro principio.

C’è qualcosa di profondamente americano — nel senso peggiore del termine — in questa giustizia da show. E il cancro ha attecchito anche in Europa. Il tribunale è diventato uno studio televisivo. L’avvocato, una figura mediatica. Il crimine, una narrazione da manipolare. Ma noi dobbiamo ribellarci a questa deriva. La giustizia non è spettacolo. Non è marketing. Non è contenuto virale.

Il diritto alla difesa, quando è autentico, si esercita in silenzio. Con rigore. Con pudore. Perché la verità e la giustizia non hanno bisogno di luci, ma di responsabilità. Difendere un criminale è legittimo. Umiliare le vittime per difenderne l’immagine pubblica non lo sarà mai.

Dobbiamo dirlo. Senza più timori reverenziali verso i nomi famosi. Senza più inchini alla toga-star. Dobbiamo riprenderci il senso della giustizia. Quella vera. Quella giusta.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



Fallimento energetico

 Blackout in Spagna: il grande fallimento dell’utopia rinnovabile

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Il blackout del 28 aprile 2025 in Spagna e Portogallo non è stato un semplice incidente tecnico. È stata la dimostrazione brutale del collasso di un sistema energetico costruito su una menzogna verde: che sole e vento possano alimentare un Paese moderno. Bastati cinque secondi. Un crollo del 60% della produzione elettrica. Rete iberica fuori servizio. Interconnessioni europee tagliate. Tutto spento.

E no, non è colpa del “clima”. È colpa di una strategia energetica delirante, fondata sull'intermittenza di fonti non programmabili e instabili.

Non solo pale eoliche: il solare è l’altra gamba marcia del sistema

Per anni la Spagna è stata indicata come “modello” per lo sviluppo del fotovoltaico. Ma dietro la retorica da Green Deal, la realtà è un’altra: enormi campi fotovoltaici a terra hanno invaso ettari di terreno fertile, distrutto habitat naturali, e consumato acqua per il raffreddamento nei climi più aridi d’Europa.

E a cosa servono? A produrre energia solo nelle ore centrali del giorno, quando la domanda è variabile e le reti sono già cariche. Poi, al tramonto: il nulla. Nessuna produzione, nessun accumulo, nessuna garanzia. Si chiama “curtailment”: in molte ore di picco la produzione va sprecata perché la rete non può assorbirla. Un’assurdità tecnica che paghiamo tutti in bolletta.

E infatti, secondo i dati di Redeia, oltre il 40% della nuova capacità installata in Spagna tra 2021 e 2024 è fotovoltaico a terra, spesso in mano a fondi speculativi internazionali più interessati ai sussidi che all’elettricità. Il risultato? Campi distrutti, produzione instabile, blackout annunciati.

Le rinnovabili sono una truffa tecnica, economica e ambientale

La retorica delle “energie pulite” crolla davanti all’evidenza:
- Non sono affidabili, perché dipendono da sole e vento.
- Non sono sostenibili, perché hanno bisogno di materie rare, cemento, vetro, acciaio, batterie, reti di backup.
- Non sono ecologiche, perché devastano paesaggi, foreste, suolo agricolo, uccidono fauna e spingono alla cementificazione selvaggia.
- Non sono economiche, perché il loro costo reale lo paghiamo noi in bolletta e in sussidi.
E quando vanno in crisi – come in Spagna – non c’è rete intelligente che tenga. Solo blackout.

L’allarme c’era. L’hanno ignorato tutti.

Redeia lo aveva scritto nero su bianco nel 2024: “Le rinnovabili senza un sistema di compensazione sono una minaccia per la stabilità della rete”. Ma si è tirato dritto, accecati dal fanatismo verde.

Oggi, il direttore di Voltalis lo conferma: “La Spagna è molto esposta alla variabilità delle rinnovabili. E mancano le soluzioni per compensare l’arresto di un parco eolico o fotovoltaico”. La rete non ha inerzia, le fonti sono volatili, la produzione è incontrollabile. E tutto salta.

Conclusione: basta ideologia, torniamo alla ragione

Siamo di fronte a un modello fallito. L’eolico e il fotovoltaico a terra non garantiscono né sicurezza, né sovranità, né risparmio. Sono strumenti per arricchire pochi, scaricando costi e danni su cittadini, ambiente e industria.

La vera transizione non è quella che ci spegne. È quella che garantisce energia continua, abbondante e programmabile. E questo, piaccia o no, oggi lo fanno solo il nucleare e le centrali convenzionali.

Non è progresso. È disastro. E la Spagna ce l’ha appena dimostrato, in diretta mondiale.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 24 aprile 2025

La maestra su OnlyFans ?

 

La maestra su OnlyFans? No, il vero scandalo è lo stipendio da fame (ma a nessuno importa)


In Italia succede spesso che ci si indigni con fervore, purché l’indignazione non scalfisca l’ordine delle cose. Prendiamo il caso di Elena Maraga, la maestra d’asilo veneta licenziata per “giusta causa” perché... orrore! aveva un profilo su OnlyFans. Apriti cielo. I benpensanti sono subito scesi in campo, armati di rosari e moralismo prêt-à-porter, per difendere i pargoli dalle influenze malefiche della pornografia a chilometro zero.

Ma nessuno—andiamo, proprio nessuno—ha sentito il bisogno di farsi una domanda banalissima: come mai una maestra, laureata, formata, con responsabilità educative cruciali, è costretta a spogliarsi su internet per mettere insieme uno stipendio decente?

Ah no, quella riflessione fa troppo rumore. Meglio il vociare indignato, meglio la condanna pubblica su TikTok e il comunicato della scuola cattolica sulla "coerenza con i valori educativi". Che poi, a essere coerente con il valore dell’educazione, forse bisognerebbe iniziare con il pagarla.

Perché vedete, in Italia la povertà va bene, purché sia silenziosa e umile. Va bene che un’insegnante guadagni 1.200 euro al mese, che si sobbarchi classi impossibili, genitori isterici, dirigenti pressanti e burocrazia kafkiana. Va bene che non riesca a pagare l’affitto o a fare una spesa decente. Quello che non va bene è che questa persona osa usare il suo corpo, la sua immagine e la sua libertà per cercare di uscire da una condizione economica umiliante.

E allora giù il linciaggio. Perché qui non ci scandalizza il fatto che un maestro guadagni meno di chi imbusta volantini, ci scandalizza che cerchi di rimediare vendendo qualcosa che non sia la sua dignità professionale in saldo.

Eppure, non sarebbe il caso di domandarci perché in Italia chi insegna è trattato peggio di un rider? Non sarebbe il momento di dire che se uno stipendio da insegnante costringe una persona a cercare introiti su OnlyFans, il problema non è OnlyFans, è lo stipendio?

Ah no, troppo complicato. Troppo sovversivo. Meglio continuare a parlare di “scandalo morale” finché le scuole cadono a pezzi, gli insegnanti emigrano, e la classe dirigente si forma su YouTube.

Nel frattempo, la prossima volta che vi indignate per una maestra su OnlyFans, provate a indignarvi anche per il fatto che in Italia l’insegnamento vale meno di un abbonamento mensile alla sua pagina.

Ma tranquilli: la coscienza collettiva è salva. Elena Maraga è stata licenziata. L’onore dell’educazione italiana è salvo. Lo stipendio no, ma quello non fa notizia.

LUCA COSTA

articoli di Luca Costa




lunedì 21 aprile 2025

Vai con Dio, Bergoglio...

 

Addio a Papa Francesco: un pontificato tra ambiguità, semplificazioni e incoerenze

La morte di Papa Francesco segna la fine di un pontificato che, più di ogni altro negli ultimi decenni, ha spaccato il mondo cattolico. E non per lo zelo riformatore o per l’audacia evangelica, ma per una persistente ambiguità che ha finito per minare la coerenza del messaggio cristiano. Jorge Mario Bergoglio, il Papa “venuto dalla fine del mondo”, ha portato con sé una visione pastorale intrisa di semplificazioni, infarcita di luoghi comuni dal retrogusto politicamente corretto, che spesso hanno oscurato la profondità dottrinale della Chiesa.

Il suo ecologismo militante ha toccato l’apice con l’enciclica Laudato Si’, un testo che sembrava scritto più per Greenpeace che per il Popolo di Dio. Tra inviti all’uso dei trasporti pubblici, riflessioni sull’inquinamento urbano, sulle pale eoliche e sui pannelli solari, si è perso completamente il senso escatologico del creato, ridotto a un giardino da custodire anziché un dono da riportare a Dio. Una deriva confermata dalla successiva Laudate Deum, in cui il Papa si è spinto ancora oltre, abbracciando senza filtri la retorica delle agende globaliste sul cambiamento climatico, con richiami a summit internazionali e appelli ossessivi al “grido della Terra”, mentre il grido dei cristiani perseguitati nel mondo restava inascoltato.

Emblematica, e al tempo stesso grottesca, l’immagine del 2015 quando sulla facciata di San Pietro vennero proiettate immagini di animali, mari inquinati e ghiacciai che si sciolgono, in uno spettacolo che sembrava più un’installazione da Biennale di Venezia che un gesto liturgico. Un’operazione di dubbio gusto, che ha trasformato la casa di Dio in uno schermo pubblicitario per la religione ecologista.

Nel frattempo, temi cruciali come l’aborto, l’identità sessuale, la famiglia e l’eucaristia sono stati affrontati con toni vaghi, sfuggenti, improntati a un lassismo pastorale che ha lasciato campo libero alle peggiori interpretazioni. Amoris Laetitia ha aperto una stagione di confusione dottrinale senza precedenti, in cui il discernimento individuale è diventato il nuovo dogma e l’eccezione ha finito per divorare la regola.

Le catechesi del mercoledì, infarcite di aneddoti banali e affermazioni ad effetto, hanno lasciato a bocca asciutta chi cercava una guida spirituale salda. L’attacco sistematico alla messa in latino, culminato nel Traditionis Custodes, ha rappresentato un atto di autolesionismo ecclesiale: colpire con durezza proprio quei fedeli più devoti, spesso giovani, spesso convertiti, che nel rito antico avevano trovato una via per ritornare alla fede in un contesto post-liturgico devastato dagli anni Settanta.

E in tutto questo, la figura di Victor Manuel “Tuco” Fernández rimane come il simbolo della vera catastrofe intellettuale e spirituale di questo pontificato. Posto alla guida del Dicastero per la Dottrina della Fede — un dicastero che dovrebbe essere il garante dell’ortodossia — questo teologo da telenovela si è distinto solo per la sua disarmante inconsistenza. Autore di testi ai limiti del ridicolo, come il famigerato Guariscimi con la tua bocca, una raccolta di riflessioni amorose travestite da teologia, è stato il complice perfetto di un pontificato che ha messo il sentimento sopra la verità. Con Fiducia Supplicans, ha firmato uno dei documenti più controversi e sconcertanti dell’intero magistero recente, benedizioni ai limiti del sacrilego per “coppie irregolari” con la scusa della pastorale, sancendo il trionfo della confusione.

La sua nomina non è stata solo un errore: è stata una dichiarazione di guerra all’intelligenza teologica della Chiesa. Un attentato alla Tradizione, un affronto al sensus fidei del popolo cattolico. Se il pontificato di Francesco verrà ricordato per la sua deriva orizzontale, Fernández ne sarà l’epitaffio intellettuale. Una sciagura vivente, il cui lascito sarà ricordato — ci si augura — come un monito e non come un modello.

Ma proprio questo stadio di deliquescenza ecclesiale deve suonare come un risveglio per i laici cattolici. È finito il tempo dell’attesa passiva, del cristiano che spera in un papa perfetto e una Chiesa perfetta che gli porti la colazione a letto. Non c’è più spazio per il disimpegno mascherato da ironia, né per il rifugio sterile nel bricolage spirituale o nel fantacalcio ideologico. Oggi più che mai, dobbiamo sperare in Cristo e accompagnare la Chiesa — anche ferita, anche claudicante — con un’azione decisa, virile, adulta.

I laici cattolici devono riprendersi il proprio posto nella battaglia culturale, spirituale e politica del nostro tempo. Con la preghiera, certo. Ma anche con l’educazione, con la formazione di élite nuove, con il lavoro concreto nei territori, nei media, nelle università, nei parlamenti. È ora di uscire dalla nicchia e tornare a essere lievito nella massa. Perché se la Chiesa è in crisi, è anche perché troppi suoi figli hanno preferito addormentarsi sulle ginocchia del mondo, anziché combattere sotto lo stendardo della Croce.

LUCA COSTA

articoli di Luca Costa





sabato 19 aprile 2025

Radici cristiane no - Integralismo islamico sì

 L’Unione Europea: Finanziatore Inconsapevole dell’Islamismo Radicale?

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Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha erogato milioni di euro a organizzazioni che, secondo alcune fonti, promuovono l'islamismo radicale. Tra queste:

ENAR (European Network Against Racism): Ha ricevuto oltre 12 milioni di euro, nonostante alcuni suoi membri siano associati ai Fratelli Musulmani.

Islamic Relief Worldwide e Islamic Relief Germany: Hanno beneficiato di circa 7,3 milioni di euro, nonostante le accuse di legami con gruppi estremisti.

FEMYSO (Forum of European Muslim Youth and Student Organisations): Ha ricevuto più di 130.000 euro, pur avendo membri legati a organizzazioni controverse.

Università nella Striscia di Gaza: Hanno ottenuto circa 2,8 milioni di euro, inclusa l'Università Islamica di Gaza, associata a figure di spicco di Hamas.

Università di Gaziantep in Turchia: Ha ricevuto oltre 340.000 euro, nonostante abbia reso omaggio a leader di Hamas.

Questi finanziamenti sollevano interrogativi sulla coerenza dell’UE nel sostenere i propri valori fondamentali.



L’Unione Europea e il paradosso delle tasche bucate

Mentre milioni di cittadini europei faticano a far quadrare i conti tra inflazione, bollette e mutui alle stelle, la Commissione Europea spalanca il portafoglio – che ovviamente non è suo, ma nostro – per elargire milioni di euro a organizzazioni in odor di islamismo politico o radicale. Con un'ingenuità che sfiora il surreale, i burocrati di Bruxelles sembrano ignorare ogni campanello d’allarme. O forse lo sentono, ma hanno le cuffie del politicamente corretto incollate alle orecchie.

E così, ENAR riceve 12 milioni di euro. Ma certo, chi non vorrebbe combattere il razzismo, no? Peccato che tra le sue fila ci siano simpatizzanti di ideologie che, se potessero, cancellerebbero i diritti fondamentali di donne, omosessuali e dissidenti con la stessa disinvoltura con cui si fa un tweet.

Islamic Relief prende circa 7,3 milioni di euro. Nonostante le accuse (anche da parte di paesi musulmani moderati) di avere contatti pericolosi con ambienti estremisti, resta una delle ONG preferite nei salotti europei.

FEMYSO incassa oltre 130.000 euro. Per cosa? Per “combattere la discriminazione” – ma, a giudicare dalle critiche ricevute, a senso unico.



Università col turbante e col portafoglio pieno

Il dramma diventa farsa quando si scopre che università di Gaza – incluso l’ateneo noto per aver dato una cattedra ad alcuni esponenti di Hamas – ricevono milioni di euro per “programmi educativi”. Evidentemente l’UE ha deciso che anche i fondamentalisti hanno diritto a una buona istruzione... finanziata da noi.

La Università di Gaziantep, in Turchia, rende omaggio al leader di Hamas? Nessun problema: arriva comunque un bel bonifico europeo da 340.000 euro.



Riflessioni amare su una classe dirigente disconnessa dalla realtà

Tutto questo non è solo uno scandalo finanziario. È un insulto alla lucidità politica. È la dimostrazione che l’establishment europeo vive in una bolla, dove l’apparenza di inclusività conta più della sostanza, dove la lotta al razzismo giustifica tutto, anche il flirt con ideologie totalitarie.

Questa “ingenuità” non è neutra: è pericolosa. Perché finanziare queste realtà significa minare i principi stessi della democrazia europea. Significa dare voce (e soldi) a chi sogna una società incompatibile con la libertà individuale, la laicità, l’uguaglianza di genere, e persino con la libertà di parola che permette a un giornale di denunciare queste derive.



L’Europa del futuro o la caricatura di se stessa?

Il contribuente europeo – quello vero, che paga le tasse, che rispetta le leggi e che crede nei valori democratici – merita una risposta. Perché non è solo una questione di soldi, ma di identità, di visione del futuro, di coraggio nel difendere i nostri ideali senza cadere nella trappola dell’auto-colpevolizzazione permanente.

Il vero scandalo, in fondo, non è che queste organizzazioni esistano. È che le stiamo finanziando noi, con un entusiasmo degno di un sonnambulo che cammina verso il burrone.

E mentre Bruxelles predica vigilanza, inclusione e sicurezza… continua a scrivere assegni a occhi chiusi.

LUCA COSTA

articoli di Luca Costa




La gioventù francese presenta il conto

  Notre jeunesse : La gioventù francese presenta il conto a Macron *** Da alcune settimane la Francia assiste a una mobilitazione studente...