domenica 15 marzo 2026

Galileo contro gli Aristotelici

 GLI ARISTOTELICI, (E NON I CATTOLICI), ERANO CONTRO GALILEO

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La vicenda di Galileo Galilei viene spesso raccontata come uno scontro tra scienza e religione.

È una narrazione avvincente, senza dubbio, ma inutile a capire cosa successe davvero. Se si osserva con attenzione il contesto intellettuale del XVII secolo, emerge una realtà molto diversa: il vero conflitto non fu tra Galileo e il cattolicesimo (d'altronde Galileo era cattolico), ma tra due modi radicalmente diversi di concepire la ricerca scientifica : l'aristotelismo e la fisica moderna, appena fondata dallo stesso Galileo.

Da una parte vi era il nuovo metodo matematico e sperimentale che Galileo voleva affermare; dall’altra la tradizione della filosofia naturale aristotelica, all'epoca ancora dominante nelle università e nella cultura dotta europea. Le cattedre delle università del mondo cattolico, tra le principali istituzioni culturali del continente, erano inevitabilmente occupate da illustri aristotelici. Il risultato fu che il conflitto epistemologico tra questi ultimi e Galileo si trasformò, per una serie di circostanze storiche e politiche, in uno scontro tra due visioni inconciliabili della ricerca e della divulgazione scientifica e accademica.

Non è semplice per noi capire quanto fosse pesante l’eredità di Aristotele nella cultura europea. Per quasi duemila anni, la sua filosofia aveva costituito il quadro teorico di riferimento per lo studio della natura (e di praticamente tutte le cose facenti oggetto di studio). Le università medievali e rinascimentali avevano organizzato i loro programmi attorno ad Aristotele e pensatori come Tommaso d'Aquino avevano dedicato la vita all'integrazione dell'aristotelismo nella teologia cristiana, anche per sottrarlo all'egemonia del mondo arabo/musulmano (che aveva ereditato Aristotele impossessandosi dell'Impero romano d'oriente, cioè del mondo greco).

Questo non significa che il cristianesimo fosse subordinato alla filosofia di Aristotele, ma le categorie che davano accesso alla comprensione del mondo erano (e dovevano essere) aristoteliche. Criticare Aristotele non voleva dire semplicemente attaccarsi a questa o a quella teoria scientifica, voleva dire mettere in discussione le fondamenta concettuali su cui si basava gran parte dell’insegnamento universitario europeo. Voleva dire mettere in discussione l'intero mondo accademico europeo.

La fisica aristotelica era un sistema coerente se vogliamo, ma totalmente diverso dalla fisica moderna. Oggi non la chiameremmo nemmeno "fisica", bensi un misto tra speculazione filosofica e osservazione profonda del mondo e del cosmo.

Era una scienza qualitativa, non matematica. I fenomeni naturali venivano spiegati attraverso categorie come forma, materia, causa e fine, e attraverso qualità come pesantezza e leggerezza. Il movimento dei corpi era interpretato alla luce dell’idea dei “luoghi naturali”: gli oggetti pesanti tendevano verso il centro del mondo, mentre quelli leggeri tendevano verso l’alto. In questo quadro teorico si riteneva che la velocità di caduta di un corpo fosse proporzionale alla sua massa (il che è assurdo) e che il movimento avesse sempre bisogno di una causa continua che lo sostenesse. Era un modo di ragionare che privilegiava l’analisi concettuale e la coerenza filosofica più che la misurazione sperimentale e quantitativa.

All’interno di questo mondo accademico impregnato di aristotelismo, la matematica occupava una posizione ambigua. La tradizione greca aveva prodotto matematici straordinari come Euclide, Pitagora e Archimede, ma i filosofi naturali ritenevano che la matematica servisse solo a descrivere entità astratte e non la realtà fisica concreta. La fisica, secondo questa prospettiva, doveva studiare i corpi reali e le loro qualità, mentre la matematica trattava figure ideali e relazioni formali. Anche l’astronomia era spesso considerata un semplice calcolo utile per prevedere le posizioni dei pianeti, non una descrizione esatta della struttura del cosmo. Persino il grande sistema astronomico elaborato da Tolomeo veniva visto più che altro come un artificio destinato a “spiegare strani fenomeni”, e non come una vera e propria teoria fisica sulla realtà del cosmo.

Senza tenere presente tutto questo, la radicalità della rivoluzione galileiana è incomprensibile.

Quando Galileo afferma che il “libro della natura” è scritto in linguaggio matematico, non sta semplicemente proponendo una nuova teoria. Sta cambiando le regole del gioco, sta rivoluzionando la scienza alla radice, sta stravolgendo la conoscenza empirica e la conoscenza speculativa allo stesso tempo.

Per lui la matematica non è più l'astratto mondo dei calcoli, è il linguaggio stesso della fisica. E dell'universo (per la prima volta con Galileo possiamo parlare di universo, proprio in nome della matematica e di una fisica fatta di matematica: universo, uno, un solo mondo dove ovunque valgono le stesse leggi). Questa trasformazione è ben visibile nelle sue ricerche sulla dinamica. Studiando la caduta dei corpi e il moto dei proiettili, Galileo introduce una descrizione quantitativa del movimento e mostra che i fenomeni naturali possono essere espressi attraverso relazioni matematiche precise.

Ma Galileo non si limita a introdurre equazioni. Egli sviluppa anche uno strumento metodologico nuovo: l'esperienza o l’esperimento mentale.

Facciamo un esempio: egli critica l’idea aristotelica secondo cui i corpi più pesanti cadrebbero più velocemente (con una velocità che dipende proporzionalmente dalla loro massa). Galileo immagina due oggetti, uno pesante e uno leggero, e si chiede cosa accadrebbe se fossero legati insieme durante la caduta. Se la teoria aristotelica fosse corretta, il corpo leggero dovrebbe rallentare quello pesante; ma nello stesso tempo il sistema complessivo, essendo più pesante, dovrebbe cadere più velocemente del corpo pesante da solo. La teoria genera quindi una contraddizione inaccettabile. Questo tipo di ragionamento mostra un uso nuovo della logica e dell’immaginazione scientifica: la mente dello scienziato diventa un vero e proprio laboratorio dove si svolgono esperimenti e si esplorano situazioni ideali per testare la coerenza delle teorie.

Il perfezionamente del telescopio rafforzerà ulteriormente questa rivoluzione metodologica. Quando Galileo osserva le montagne lunari, le macchie solari e le lune di Giove, dimostra che il cielo non è un mondo perfetto e immutabile, come descritto dalla cosmologia aristotelica. Tuttavia bisogna ricordare che gli strumenti ottici erano allora una tecnologia nuova e imperfetta. Molti studiosi diffidavano delle immagini prodotte dalle lenti, temendo che potessero deformare la realtà. Dal loro punto di vista, non era completamente irragionevole sospettare che il telescopio potesse generare illusioni. Il problema non era semplicemente accettare o rifiutare un fatto empirico; era decidere se uno strumento artificiale potesse essere considerato un’estensione affidabile dei sensi.

Il conflitto tra Galileo e i suoi avversari si colloca su un terreno molto più profondo di una semplice disputa religiosa o astronomica. Si trattava di stabilire se la natura dovesse essere studiata attraverso categorie qualitative e argomenti filosofici, oppure attraverso misure, strumenti e modelli matematici. Gli aristotelici, che chiedevano solide dimostrazioni a Galileo, non si erano mai sentiti in obbligo di dimostrare matematicamente le tesi di Aristotele perché, nel loro quadro epistemologico, la matematica non era un criterio di verità fisica. Quando Galileo introduce la matematica come fondamento della fisica, chiede implicitamente che tutte le teorie sulla natura siano giudicate e fondate secondo un nuovo standard. Da qui nasce l’asimmetria che gli storici moderni avrebbero dovuto trovare sorprendente: gli aristotelici pretesero da Galileo dimostrazioni matematiche che non avevano mai richiesto al loro maestro.

In questo scenario la questione dell’eliocentrismo assume un significato particolare. Il sistema proposto da Copernico rappresentava una sfida alla cosmologia tradizionale, ma nel primo Seicento non esisteva ancora una prova definitiva del moto della Terra. Galileo era convinto di aver trovato tale prova nella spiegazione delle maree. Egli pensava che l’alternanza delle maree fosse causata dalla combinazione dei due movimenti terrestri: la rotazione quotidiana e la rivoluzione annuale attorno al Sole. In questa teoria, gli oceani si comportavano come l’acqua in un recipiente che viene accelerato e rallentato. La spiegazione era elegante, ma errata. Oggi sappiamo che le maree sono dovute principalmente all’attrazione gravitazionale della Luna e, in misura minore, del Sole, e che una teoria quantitativa completa sulla questione diventerà possibile solo con la dinamica di Newton. Il paradosso storico è che Galileo aveva ragione sull’eliocentrismo ma torto sulla sua prova principale, mentre Keplero aveva intuito il ruolo della Luna nelle maree.

I fatti mostrano quanto sia riduttivo considerare le dispute sull'eliocentrismo come una semplice opposizione tra scienza e religione. Molti uomini di Chiesa erano scienziati o matematici, e la Chiesa stessa non era affatto ostile né alla ricerca scientifica né alle teorie di Copernico, di Galileo o di Keplero. Il problema era che le istituzioni culturali del tempo, comprese le università e le accademie scientifiche cattoliche, erano profondamente dominate, impregnate di filosofia aristotelica. Di conseguenza il conflitto metodologico tra Galileo e gli aristotelici trovò nella struttura istituzionale della Chiesa un potente (e in parte involontario) amplificatore politico. Non fu il cattolicesimo in quanto tale a scontrarsi con Galileo, ma una cultura accademica aristotelica che all'epoca si sovrapponeva spesso con l'autorità ecclesiastica.

La storia dimostrerà quanto radicale (e geniale) fosse il cambiamento di paradigma introdotto da Galileo. Nel giro di decenni le leggi di Keplero e la teoria gravitazionale di Newton trasformeranno definitivamente la fisica in una scienza matematica. Ciò che nel primo Seicento appariva ai più come un’innovazione audace diventerà il fondamento della scienza moderna. Il vero significato della rivoluzione galileiana non sta affatto nell’aver sostenuto l’eliocentrismo, ma nell’aver inaugurato un nuovo modo di interrogare la natura: misurare, matematizzare, sperimentare e, quando necessario, immaginare esperimenti che la mente può condurre prima ancor prima che nei laboratori. L'aver compreso che vi è una corrispondenza effettiva tra le nostre esperienze mentali e le leggi dell'universo. Un miracolo stupefacente, che da solo basta a capire quanto il solo Galileo fosse ben più prossimo al cristianesimo di tutti gli aristotelici messi insieme.

Vista da questa prospettiva, la vicenda di Galileo non è più la storia di un uomo di scienza che combatte contro la religione. È la storia di un cataclisma epocale nella cultura occidentale: il momento storico dove matematica e fisica sperimentale si uniscono e diventano il linguaggio con cui l’umanità cerca di comprendere il funzionamento di quel che possiamo chiamare, finalmente: universo.

Il dramma nacque dal fatto che questa rivoluzione si produsse quando le grandi istituzioni culturali eranno ancora impregnate del vecchio paradigma aristotelico. E gli aristotelici non volevano perdere né la faccia né il lavoro. In quella tensione tra due modi di comprendere il mondo si colloca il vero cuore della vicenda del più grande scienziato di tutti i tempi. Galileo Galilei.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 5 marzo 2026

Giustizia a due velocità

 

IL CENTRODESTRA ATTACCA LA MAGISTRATURA MA SE NE SERVE QUANDO SERVE.

Due casi a confronto : Tiziana Cantone e il duo Signorini/Pier Silvio Berlusconi


Il caso di Tiziana Cantone (oggi dimenticato dai più, in un paese di pecore che vivono solo nell'effimero presente dei social) è uno degli scandali più vergognosi del secolo, un caso divenuto per la giurisprudenza una sorta di totem delle conseguenze della diffusione non consensuale di materiale intimo online. Forse il caso che per primo ha posto il problema del revenge porn (anche qui, non tradotto dall'inglese un po' per pudore puritano, per non urtare la sensibilità delle massaie e un po' per sudditanza alla lingua dei padroni).

I fatti.

Tiziana Cantone era una giovane (e bella) donna di 31 anni della provincia di Napoli. Nel 2015 alcuni video privati registrati in un contesto intimo e inizialmente condivisi con pochissime persone, furono diffusi su internet, senza il suo consenso. I filmati vennero rapidamente caricati su siti pornografici, condivisi sui social network e ripresi da migliaia di utenti, trasformandosi in breve tempo in un fenomeno virale. Alcune frasi pronunciate nel video furono isolate e trasformate in meme, battute e parodie che circolarono ovunque, amplificando l’umiliazione pubblica e rendendo il suo nome immediatamente riconoscibile online. L'inizio di un calvario.

Di fronte alla diffusione incontrollata dei video, Tiziana cercò di reagire rivolgendosi alla magistratura e avviando azioni legali per ottenere la rimozione dei contenuti dalla rete e individuare i responsabili della diffusione. Tuttavia, il sistema giudiziario si rivelò lento e inefficace nel contenere la propagazione del materiale. Anche quando alcuni siti furono costretti a rimuovere i video, questi continuavano a riapparire altrove, copiati e rilanciati da altri utenti. In un momento particolarmente controverso della vicenda giudiziaria, un tribunale stabilì che Tiziana avrebbe dovuto sostenere anche alcune spese processuali legate alle richieste di rimozione dei contenuti, una decisione che fu percepita da molti come un’ulteriore ingiustizia nei confronti della vittima.

Una vittima abbandonata, sola. Condannata.

Nel frattempo la pressione mediatica e sociale cresceva. La storia venne ripresa da giornali, programmi televisivi e discussioni online, mentre Tiziana diventava bersaglio continuo di insulti, molestie e derisioni sui social. Nonostante i tentativi di cambiare vita — arrivò anche a trasferirsi e a cercare di ricominciare altrove — il suo nome restava ormai legato ai video e continuava a essere associato alla vicenda ogni volta che veniva cercato su internet.

Il 13 settembre 2016 Tiziana Cantone fu trovata morta nella casa della zia a Mugnano, vicino Napoli. Suicidio. Una donna portata al suicidio.

Per molti osservatori, il caso ha mostrato in modo drammatico quanto il sistema giudiziario e normativo italiano fosse impreparato ad affrontare la diffusione virale di contenuti intimi online. La lentezza delle procedure, la difficoltà di rimuovere definitivamente i video e l’assenza all’epoca di una normativa specifica contro il revenge porn hanno contribuito a creare una situazione in cui la vittima si è trovata sostanzialmente sola a combattere contro la distruzione della propria persona.

Veniamo ad oggi. Se si guarda ad altre vicende mediatiche italiane, molto simili a quelle di Tiziana, pur non essendo uguali, il funzionamento della macchina giudiziaria appare sorprendentemente più rapido e incisivo, quando entrano in gioco figure potenti o interessi economici molto rilevanti. Un esempio calzante è quello che riguarda Fabrizio Corona, ex paparazzaro e personaggio televisivo noto per i suoi scontri con il mondo dello spettacolo e dell’informazione.

Negli ultimi anni Corona ha pubblicato online (Falsissimo, programma in streaming, in parte in libero accesso, in parte in abbonamento, sul canale YouTube di Fabrizio Corona), i risultati di proprie inchieste riguardanti il cosiddetto Sistema Signorini. Di cosa si parla? Di aitanti ragazzotti, aspiranti tronisti (dei programmi di Maria de Filippi) o concorrenti del Grande Fratello, che invece di passare per regolari provini e casting, venivano adescati direttamente da Alfonso Signorini, gran sacerdote della chiesa catodica berlusconiana, e dovevano pagare lo Ius Primae Noctis, per vedersi aprire le porte del successo. Ti fai trombare se vuoi far carriera. Altro che codice etico Mediaset.

Decine di milioni di visualizzazioni dei contenuti di Corona. L'impero Mediaset ha tremato, specialmente i suoi vertici, tra cui Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato del gruppo televisivo (nonché figlio dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi). Figuriamoci Signorini.

In questo contesto sono partite indagini e provvedimenti giudiziari legati a ipotesi di diffamazione e alla diffusione di materiale ritenuto lesivo della reputazione di Signorini e di Mediaset.

L'episodio più clamoroso, un mese fa, è stato l'intervento delle forze dell’ordine all’alba presso l'abitazione di Corona a Milano, con una perquisizione disposta nell’ambito dell’inchiesta. Trentacinque poliziotti mobilitati. A pochissimi giorni dalla puntata di Falsissimo. Tutto il materiale video sequestrato. Ordinanze a pioggia, giudici che agiscono e reagiscono alla velocità della luce per bloccare Corona. Provvedimenti restrittivi sulla sua attività online, rimozione e blocco di contenuti e profili sulle piattaforme digitali. Un intervento rapido e immediato, quando le accuse erano ancora nella fase delle indagini preliminari e quindi ben prima di una eventuale sentenza.

È proprio questo contrasto che molti osservatori sottolineano ricordando la vicenda di Tiziana: da una parte una donna, privata cittadina che per mesi cerca senza successo di fermare la diffusione di video intimi che la riguardano e che distruggono la sua vita; dall’altra Signorini e Pier Silvio.

Una giustizia a velocità diverse? lenta, incerta e inefficace quando a chiedere tutela è un cittadino qualunque? Pronta a intervenire quando sono in gioco interessi reputazionali o economici di personaggi influenti?

Alla luce di questi fatti, il dibattito politico sulla riforma della magistratura assume allora un significato ancora più controverso. Negli ultimi anni esponenti del centrodestra — spesso vicini o eredi politici dell’ambiente costruito da Silvio Berlusconi e oggi rappresentato da Pier Silvio Berlusconi — hanno più volte sostenuto la necessità di limitare il potere dei magistrati e riformare profondamente la giustizia italiana. Tuttavia, se si mettono a confronto vicende come quella di Tiziana Cantone con quella del duo fantasia Signorini/Pier Silvio, dove i pm sembrano attivarsi con folgorante rapidità solo perché vengono toccati interessi di personaggi potenti o strutture mediatiche influenti, la domanda è inevitabile:

Caro Pier Silvio, caro Nordio, caro Tajani, cara Giorgia : con quale credibilità si può invocare una riforma della magistratura, quando già voi vi servite di essa, per servire voi stessi ?

E non mi pare che la riforma in atto preveda qualcosa per correggere tali "anomalie" del sistema...

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



martedì 3 marzo 2026

Promesse americane

 Cari Stati Uniti, non era questo il mondo che ci avevate promesso.

Chi scrive non ci aveva mai creduto, ma...

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Non era questo il mondo che ci raccontavate alla fine della Guerra Fredda, quando il Muro cadeva e Fukuyama parlava di “fine della storia”, di trionfo della democrazia liberale, di un ordine internazionale fondato sul commercio. Non era questo il mondo che l’Europa ha sostenuto, finanziato, difeso, giustificato per decenni, accettando basi militari, missioni all’estero, sanzioni, guerre “umanitarie”, sacrifici economici e perfino restrizioni di sovranità in nome di un’alleanza che doveva garantire stabilità e prosperità condivisa.

E invece eccoci qui, nel 2026, con le pezze al culo, a commentare l’ennesima guerra in Medio Oriente, l’ennesimo brutale intervento militare contro uno Stato sovrano, l’ennesima operazione dal nome roboante e cinematografico che sembra uscita da una sceneggiatura hollywoodiana.

Purtroppo non è un film. L’Iran colpito, devastato, destabilizzato, in un’escalation che non nasce dal nulla ma da anni di tensioni alimentate, provocazioni, sabotaggi, rappresaglie. Da chi?

Da Usraele. La coppia USA/Israele. E gli Stati Uniti che, ancora una volta, si muovono a rimorchio di un Israele guidato da un immondo Benjamin Netanyahu sempre più prigioniero della propria follia imperialista, sempre più incline a trasformare la sicurezza in ossessione e l’ossessione in dottrina permanente.

Sia chiaro: qui non si tratta di difendere il regime iraniano. Nessuno può amare il sistema dei Guardiani della Rivoluzione, le limitazioni delle libertà delle donne, la durezza con cui il potere a Teheran ha schiacciato opposizioni e dissenso. Ma una cosa è ritenere auspicabile un cambiamento politico interno, un’altra è imporlo dall’esterno con bombe, missili, distruzioni sistematiche, in nome di una presunta superiorità morale. La storia recente dovrebbe averci insegnato qualcosa. Dopo gli orrori in Serbia, Cecenia, Afghanistan, Irak, Libano, Libia, Siria, Gaza, Palestina, Venezuela, ora tocca all'Iran subire l'esportazione di democrazia. E toccherà a noi pagare: interventi presentati come liberazioni e finiti in caos, terrorismo, radicalizzazione, instabilità permanente. Bollette e carburanti alle stelle.

Eppure si ricomincia. Sempre con la stessa retorica, sempre con la stessa sicurezza granitica di chi si sente investito di una missione storica. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con la sua miscela di volgarità e spavalderia, non ha mai nascosto la sua visione transazionale del mondo: alleati utili finché servono, poi sacrificabili; nemici da piegare, non da comprendere. L’idea di equilibrio, di paziente costruzione diplomatica, è sostituita da quella di forza immediata, spettacolare, dimostrativa. La politica estera diventa un reality show armato.

E Netanyahu, dall’altra parte, agisce come se il tempo storico fosse un dettaglio, come se la dimensione biblica e quella geopolitica potessero sovrapporsi senza frizioni. La narrativa del “Grande Israele”, l’evocazione costante di minacce esistenziali, la convinzione che solo l’annientamento preventivo dell’avversario garantisca sicurezza, producono una spirale in cui ogni conflitto prepara il successivo. Gaza è distrutta, la Cisgiordania ormai annessa, il Libano una polveriera, la Siria un incubo, e ora l’Iran è il bersaglio finale verso la creazione di un Grande Israele padrone assoluto del Medio Oriente.

Trump ha seguito. Gli USA hanno seguito. Quanti personaggi dell'élite americana, repubblicani o democratici che siano, sono finiti nella rete del Mossad attraverso Epstein e i suoi festini pedofili?

Meglio distruggere paesi interi che finire sputtanati. Figuriamoci se si deve andare in galera.

E l’Europa? L’Europa paga. Come sempre.

Paga in termini economici, con il prezzo del petrolio che sale, con il gas che torna a essere un’arma geopolitica, con le bollette che si gonfiano mentre gli stipendi restano inchiodati. Paga in termini politici, perché ogni crisi internazionale si traduce in instabilità interna, in tensioni sociali, in governi che arrancano tra inflazione e malcontento. Paga in termini morali, perché continua a proclamare autonomia strategica e poi si accoda come un cagnolino alle decisioni prese altrove.

E l’Italia, in questo quadro, offre uno spettacolo che definire imbarazzante è poco. Antonio Tajani, l'osceno, immondo, ministro degli Esteri, colui che dovrebbe incarnare dignità e prudenza diplomatica di un Paese fondatore dell’Unione Europea, macché! Robba passata! Tajani giustifica tutto, tutto quel che vogliono i padroni a stelle e strisce. No problem Donald. Guido Crosetto, ministro della Difesa, parla (in vacanza da Dubai) con tono grave di...(di cosa parla?), ma evita accuratamente di sollevare il tema centrale: quali sono i limiti? Qual è il confine oltre il quale l’alleanza diventa sudditanza? E Giorgia Meloni? La leader sovranista e orgogliosa della sua italianità, incapace di un solo gesto di reale autonomia, di una sola parola che suoni come un richiamo all'ordine rivolto a Washington o a Tel Aviv. E perché mai? Una volta Biden le ha dato un bacino, Trump le fa sempre una carezza sui capelli... italiani cosa volete di più? Eh...

La verità è che i politici italiani, come quelli dell’UE, sono corrotti. Corrotti. E chi è stato corrotto e incassa i benefici economici della corruzione, e non osa dire che un conto è la solidarietà atlantica, un altro è l’avallo automatico di ogni nefandezza militare. Non osa ricordare che la sicurezza non può essere costruita sulle macerie di popoli distrutti. Non osa nemmeno rivendicare il diritto di essere informata, consultata, rispettata, anziché semplicemente coinvolta a cose fatte. Si preferisce l’applauso prudente, la dichiarazione di circostanza, l’adesione senza condizioni.

Tanto finché arrivano i bonifici sui conti off-shore...ma chi me lo fa fare. No?

Pochi parlano del passato iraniano, la storia questa sconosciuta. I Pahlavi, il colpo di Stato contro Mossadeq, l’intreccio tra interessi petroliferi anglo-americani e ingegneria politica. Si parla con leggerezza di “cambio di regime”, come se fosse la prima volta che l'Iran subisce un cambiamento di regime deciso tra Londra e Washington. L’idea che l’Iran possa essere semplicemente ristrutturato a beneficio di equilibri energetici più convenienti è non solo cinica, ma miope. Ogni intervento violento genera forze imprevedibili, radicalizza identità, crea nuovi nemici.

Sul piano filosofico e morale, la questione è ancora più radicale. Trump ha il diritto di proclamarsi garante dell’ordine internazionale e allo stesso tempo riservarsi il diritto di violarlo quando lo ritiene opportuno? Può la democrazia essere esportata con morte e bombardamenti? Può la giustizia nascere da un atto unilaterale di violenza? Sono domande antiche, che attraversano il pensiero politico da Tucidide a Kant, ma che sembrano evaporare ogni volta che un conflitto viene presentato come inevitabile dai nostri media prevalenti. Corrotti anche loro. Vergogna.

Il problema non è solo geopolitico. È culturale. È l’assuefazione alla guerra come strumento normale di gestione delle crisi. È l’idea che esista sempre un nemico assoluto che giustifica ogni mezzo (avete letto in questi giorni i titoli de ilGiornale di Sallusti? Vergogna!). È la riduzione della complessità storica a slogan, la trasformazione delle tragedie in narrative rassicuranti per le opinioni pubbliche occidentali.

E allora sì, la domanda torna con forza: cari Stati Uniti, era questo il mondo che ci avevate promesso? Era questo l’ordine nuovo? Era questa la pace garantita dall’ombrello atlantico? Un mondo in cui l’Europa paga il conto energetico, sociale e politico di decisioni prese sempre e solo nel vostro interesse (e di quello di Israele, ma tanto ormai è la stessa cosa); un mondo in cui i leader italiani si affrettano a mostrarsi docili chihuahua fedeli alla sottomissione incondizionata in cambio dell'obolo? un mondo in cui la parola “democrazia” viene pronunciata con tracotanza da pazzi furiosi in preda a hybris omicida, mentre cadono missili e muoiono innocenti?

Certo, per dire tutto questo, per alzare il ditino e fare una domanda, una! servirebbero libertà, coraggio, intelligenza. Servirebbe una classe dirigente capace di guardare negli occhi l’alleato e dirgli che l’alleanza non è obbedienza cieca. Servirebbe una cultura politica meno provinciale, meno timorosa, meno ossessionata dal compiacere. Servirebbe un’opinione pubblica meno anestetizzata. Servirebbe anche una Chiesa cattolica con i riflessi pronti anche quando si tratta di bacchettare qualcosa che comunismo non è... (ma il papa non era americano?).

Invece restiamo qui, spettatori paganti (e sottolineo paganti) di una Epic Fury che non abbiamo scelto, ma che ci devasterà comunque. E mentre il Medio Oriente brucia, ancora una volta, l’Europa si scopre fragile, divisa, dipendente, ancora una volta.

E nessuno che dica: Caro Trump, non era questo il mondo che ci avevate promesso.

Preghiamo per il popolo iraniano.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



A tutta corruzione!

A tutta corruzione A un anno dalle elezioni politiche. Non vogliamo primarie, né coalizioni, vogliamo democrazia: via le lobby dalla polit...