IL MARTIRIO DEL LIBANO NEL SILENZIO DELL’UCCIDENTE
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Se esiste una misura dell'ipocrisia dell'Occidente contemporaneo, nonché della sua sudditanza al binomio Israele-USA, essa si trova oggi in Libano.
Mentre Benjamin Netanyahu ordina un'invasione militare che, secondo i dati riportati dal Ministero libanese della Salute Pubblica, ha già provocato 3.433 morti e 10.395 feriti dal 2 marzo, il mondo occidentale tace e guarda altrove. Tra le vittime vi sono centinaia di bambini: almeno 217 secondo Reliefweb tra il 2 marzo e il 25 maggio, prima ancora dell'ultima intensificazione delle operazioni israeliane.
I fatti descritti sono impressionanti. L'IDF ha oltrepassato la cosiddetta "Zona di difesa avanzata" istituita unilateralmente da Israele nel sud del Libano, occupando l'area a nord del fiume Zaharani. L'aviazione israeliana ha esteso i bombardamenti a gran parte del Paese. Centinaia di migliaia di persone stanno abbandonando Beirut e la Dahyie, andando ad aggiungersi a un milione e trecentomila sfollati interni. Netanyahu e il ministro della Difesa Katz hanno persino evocato nuovi attacchi contro la capitale libanese, sostenendo che Beirut non avrà pace "finché non regnerà la calma nel nord di Israele". Formula vuota che non vuol dire assolutamente nulla.
Questa è la realtà. Eppure ciò che colpisce quasi quanto le bombe è il silenzio.
Dov'è l'indignazione permanente che abbiamo visto mobilitarsi per altre guerre? Dove sono le prime pagine quotidiane? Dove sono le manifestazioni delle cancellerie occidentali? Dove sono le sanzioni, le minacce diplomatiche, le convocazioni degli ambasciatori, gli ultimatum morali che l'Occidente ama impartire al resto del mondo?
Persino durante un cessate il fuoco formalmente in vigore dal 17 aprile sono continuati bombardamenti, avanzate militari e uccisioni di civili da parte di Israele. Eppure le grandi capitali europee hanno reagito con un "prudente riserbo". Un'espressione elegante per descrivere una colossale abdicazione politica e morale.
Particolarmente assordante è il silenzio di molti leader europei che amano presentarsi come difensori delle radici cristiane del continente. In Italia, il governo di Giorgia Meloni (che ha costruito gran parte della propria identità politica attorno ai valori della famiglia, della tradizione, della sovranità e della difesa delle comunità cristiane perseguitate nel mondo) davanti alla distruzione che colpisce una delle più antiche e importanti comunità cristiane del Medio Oriente, tace. Silenzio. Circolare, non c'è nulla da vedere.
Ancora più inquietanti sono le parole provenienti da esponenti del governo israeliano. Quando il ministro delle Finanze Smotrich dichiara che verranno distrutti cento edifici di Beirut per ogni soldato israeliano ferito da un drone di Hezbollah, siamo di fronte a logiche degne dei peggiori rastrellamenti nazisti: uno dei nostri mille dei vostri. Una vergogna nauseabonda. Ma nelle cancellerie occidentali ci si tappa il naso e si deglutisce con elegante discrezione.
Nel frattempo, mentre i civili fuggono, muoiono, e le città vengono bombardate, i villaggi e i conventi distrutti, l'IDF conquista il castello di Beaufort, vi issa la bandiera israeliana e Netanyahu celebra l'operazione come uno "scatto decisivo della politica" israeliana. È un'immagine destinata a rimanere: una bandiera che sventola sulle rovine di un Paese sempre più umiliato, mentre il mondo discute pacchetti di sanzioni a una Russia che potrebbe invece aiutarci a uscire indenni dalla crisi energetica provocata e voluta da Trump e Netanyahu.
Solo quando la situazione sembra avvicinarsi a un punto di rottura. Emmanuel Macron afferma che nulla giustifica l'escalation in corso e che le armi devono tacere. Parole condivisibili. Ma timide, e in ritardo, arrivano dopo settimane di devastazione e migliaia di morti.
Il vero scandalo, tuttavia, non riguarda soltanto Netanyahu. Riguarda l'intero Occidente che osserva l'ennesima agonia del Libano senza muovere un dito. Riguarda governi che si proclamano custodi del diritto internazionale ma sembrano applicarlo a geometria variabile. Riguarda una classe dirigente che pretende di impartire lezioni morali al pianeta e che oggi appare incapace persino di pronunciare parole proporzionate alla tragedia che si sta consumando in Libano.
Il martirio del Libano non è soltanto una tragedia mediorientale. È uno specchio. E in quello specchio l'Occidente vede riflessa la propria miseria spirituale.
Luca Costa
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