venerdì 5 giugno 2026

Santa Nicole Minetti, prega per noi

SANTA NICOLE MINETTI : la procura di Milano apre il processo di beatificazione della mistica riminese, discepola di San Silvio

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Ci sono vicende che raccontano un Paese meglio di mille saggi di scienza politica. La grazia concessa a Nicole Minetti è una di quelle. Non perché riguardi una figura particolarmente importante nella storia italiana (figuriamoci), né perché produca effetti concreti tali da cambiare la vita di milioni di persone (per quello bastano e avanzano Trump, Ursula e Netanyahu). È importante per un motivo diverso: perché in poche settimane ha concentrato dentro di sé quasi tutte le deformazioni del dibattito pubblico italiano, quasi tutte le ipocrisie del sistema mediatico e quasi tutte le contraddizioni di un centrodestra che pretende di essere creduto anche quando chiede ai cittadini di ignorare ciò che hanno davanti agli occhi. Non dite cio che vedete. E non vedete cio che vedete.

La prima cosa che colpisce è la fretta di Sergio Mattarella. Presidente della Repubblica (ma pensa un po' la vita che scherzi che fa). Una fretta quasi nervosa. Una fretta che sembra tradire l'esistenza di un problema più che risolverlo. Appena le polemiche hanno cominciato a montare, appena alcuni elementi hanno iniziato a essere contestati pubblicamente, invece di assistere a una verifica lunga, approfondita e trasparente, si è avuto l'impressione di assistere a una corsa contro il tempo. Bisognava arrivare il prima possibile a una conclusione rassicurante. Bisognava produrre un sigillo istituzionale. Bisognava chiudere la questione.

E infatti la conclusione della procura di Milano (personaggio in cerca d'autore) è arrivata puntuale: nessuna irregolarità. La grazia alla Minetti non presenta irregolarità. Fine della discussione. Sipario.

Adesso tutti zitti oppure si comincia a querelare. Ecco la chiosa finale del governo e dei suoi scagnozzi.

Domanda: ma perché mai dovrebbe essere la fine della discussione?

Per quale ragione l'opinione pubblica dovrebbe considerare automaticamente chiuso un caso che continua a sollevare interrogativi enormi sul piano politico, istituzionale e perfino morale?

E perché un centrodestra che per un quarto di secolo ha costruito la propria identità politica sulla delegittimazione delle procure ora santifica le conclusioni della procura di Milano e accusa chi alza il ditino per fare domande? Per venticinque lunghi anni, per il centrodestra non c'è stata procura che non fosse sospettata di secondi fini politici. Non c'è stata inchiesta che non fosse descritta come una manovra. Non c'è stato magistrato che non venisse guardato con diffidenza. Per anni gli italiani hanno sentito ripetere che le procure non erano arbitri imparziali ma attori politici, che le toghe influenzavano la vita democratica, che i magistrati interferivano con la volontà popolare. Non sono passati nemmeno tre mesi (tre mesi!) da un referendum che aveva il solo obiettivo di squalificare l'intera magistratura italiana...

Poi, improvvisamente, il miracolo.

La Procura di Milano smette di essere una procura e diventa la Congregazione della dottrina della (buona) fede. Le sue conclusioni non sono più opinabili. Non sono più contestabili. I suoi accertamenti diventano definitivi. Chiunque osi avanzare dubbi viene trattato come un complottista, un provocatore, un nemico delle istituzioni.

Ma noi non siamo dei pirla.

Ancora più sorprendente è il modo in cui vengono presentate le verifiche svolte. Ci viene detto che le accuse sono state smentite. Ci viene detto che non sono emerse irregolarità. Ci viene detto che il quadro generale resta invariato. Tuttavia la domanda che molti continuano a porsi non riguarda soltanto il contenuto delle verifiche, ma il loro metodo. Se una vicenda ruota attorno alla credibilità di un contesto familiare e relazionale, se esistono contestazioni pubbliche su quel contesto, se si tratta di una questione ormai diventata nazionale, è inevitabile interrogarsi sulla qualità e sull'indipendenza delle fonti ascoltate. E quando nell'opinione pubblica si diffonde la percezione che a parlare siano soprattutto persone vicine agli interessati, amici, conoscenti o soggetti appartenenti alla stessa cerchia relazionale della Minetti e del suo principe azzurro (Cipriani), non basta pronunciare la formula magica "nessuna irregolarità" per pretendere che ogni dubbio evapori.

Perché la credibilità non si decreta. La credibilità si dimostra.

Ma il punto decisivo è un altro e viene quasi sistematicamente evitato. Anche ammesso che ogni singolo accertamento fosse impeccabile. Anche ammesso che tutte le verifiche siano state svolte correttamente. Anche ammesso che non esista alcuna irregolarità sostanziale nei fatti contestati. Resterebbe comunque intatta la questione fondamentale: la grazia a Nicole Minetti.

Perché la controversia nasce lì.

Nasce da una decisione incomprensibile, inaccettabile, per il nostro Paese.

Nasce dal fatto che l'istituto della grazia è percepito come uno strumento eccezionale, destinato a situazioni eccezionali, e che nel caso Minetti moltissimi cittadini non riescono a individuare quella straordinarietà che dovrebbe giustificarne l'utilizzo.

E allora perché? Perché proprio questa persona?

Sono interrogativi che continuano a restare sospesi nell'aria.

Ed è inevitabile che, a questo punto, entri in gioco la figura di Sergio Mattarella. Non per mancanza di rispetto verso il Presidente della Repubblica, ma per il motivo opposto. Perché il Capo dello Stato non è una figura ornamentale. Non è una presenza simbolica che firma atti altrui senza responsabilità politica e istituzionale. La grazia reca la sua firma. La decisione è associata alla sua autorità. Ed è proprio per questo che il tentativo di blindare rapidamente l'intera vicenda finisce per apparire, agli occhi di molti, come un tentativo di proteggere non soltanto una scelta ma anche il prestigio di chi l'ha compiuta.

È qui che si commette forse l'errore più grave.

Si confonde la tutela dell'istituzione con la sua immunizzazione dalle critiche.

Ma le istituzioni democratiche funzionano esattamente al contrario. Diventano più forti quando accettano le domande, non quando cercano di sottrarsi ad esse. Diventano più credibili quando tollerano il dissenso, non quando tentano di archiviarlo. Diventano più autorevoli quando affrontano i dubbi, non quando li dichiarano chiusi per decreto.

In tutto questo i media di area governativa stanno offrendo uno spettacolo che meriterebbe un capitolo a parte. Giornali che per anni hanno trasformato il sospetto verso la magistratura in una professione oggi trattano la Procura di Milano come una fonte incontestabile. Opinionisti che hanno passato una vita a spiegare che le procure possono sbagliare oggi sembrano considerarle infallibili. Commentatori che vedevano manovre politiche ovunque oggi invitano a non vedere nulla da nessuna parte.

Non è un cambio di opinione. È qualcosa di peggio.

È l'idea che i principi valgano soltanto quando producono risultati graditi.

Quando il risultato è scomodo, si contestano i magistrati.

Quando il risultato è comodo, si santificano i magistrati.

Quando il risultato è utile, ogni dubbio diventa un attacco alle istituzioni.

Quando il risultato è dannoso, ogni dubbio diventa un dovere civile.

È il trionfo della convenienza elevata a filosofia pubblica.

Eppure, nonostante tutto questo sforzo, nonostante i comunicati, le verifiche, le dichiarazioni, gli editoriali compiacenti e le rassicurazioni ufficiali, la questione continua a non chiudersi. Continua a non chiudersi perché il problema non è mai stato soltanto giuridico. È politico. È morale. È simbolico. Riguarda il rapporto tra cittadini e potere. Riguarda la percezione che esista una distanza crescente tra ciò che le istituzioni ritengono accettabile e ciò che la società considera giusto.

La concessione della grazia, secondo la Corte Costituzionale (sentenza n.200 del 2006), deve essere subordinata ad un'urgenza umanitaria, equitativa e correttiva circa la pena che il detenuto sta scontando. La Minetti non stava scontando nessuna pena, e non sarebbe mai entrata in carcere (aveva accumulato meno di 4 anni, 3 anni e 11 mesi per l'esattezza).

Caro presidente Mattarella: Nicole Minetti, la regina dei bunga-bunga, apostola del verbo di Arcore: la patonza deve girare (cit. Silvio&Co.), simbolo del fallimento del sistema (im)meritocratico italiano. Consigliera regionale solo grazie a favori sessuali concessi a Silvio Berlusconi. Condannata per peculato (si intascava soldi e beni pubblici) e per induzione alla prostituzione (adescamento, anche di ragazze minorenni, per le feste di Arcore). Nicole Minetti, meritava la grazia?

E noi, italiani, meritavamo di assistere a quest'ennesima vergogna assoluta?

Luca Costa

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