Tucker Carlson, il coraggio di dire la verità: USA e Israele colpevoli di una spaventosa persecuzione anticristiana in Terra Santa.
Mentre l'attenzione internazionale è concentrata sul conflitto israelo-palestinese e sulla sua dimensione politico-militare, una tragedia parallela, meno mediatizzata ma profondamente simbolica, si consuma nell'indifferenza generale: il declino sistematico dei cristiani arabi in Israele e nei Territori occupati. Questa realtà inquietante è stata portata alla luce dal giornalista americano Tucker Carlson, che nel suo podcast – tra i più influenti e seguiti negli Stati Uniti – ha raccolto le testimonianze di due personalità di primo piano rappresentative delle due realtà della presenza cristiana nella regione.
Da un lato, l'arcivescovo anglicano di Gerusalemme, Hossam Naum, portavoce ufficiale e guida pastorale della comunità cristiana autoctona che vive sotto occupazione israeliana o come minoranza nel proprio Paese. Dall'altro, l'imprenditore giordano Saad Mouasher, rappresentante della borghesia cristiana integrata e prospera, testimonia che la convivenza pacifica in un Paese a maggioranza musulmana non solo è possibile, ma costituisce un modello di successo. Le loro testimonianze, convergenti nella diagnosi della crisi, delineano un quadro cupo di abbandono, in cui la fede che ha avuto origine in queste terre rischia di diventare soltanto una reliquia, schiacciata tra l'occupazione israeliana e l'ipocrisia di un Occidente che si proclama cristiano.
Un esodo silenzioso: dai numeri alla vita quotidiana
La storia recente dei cristiani palestinesi è segnata da un inesorabile declino demografico. L'arcivescovo Naum, nato a Nazareth, fornisce dati allarmanti: la popolazione cristiana si è dimezzata nel 1948 durante la Nakba, l'espulsione di massa dei palestinesi che accompagnò la nascita dello Stato di Israele. Questo fatto smentisce un mito persistente, spesso diffuso anche in Occidente: quello secondo cui i rifugiati palestinesi sarebbero stati esclusivamente musulmani. «Assolutamente no, molti erano cristiani», afferma Naum, riferendosi alle centinaia di migliaia di persone espulse.
Oggi la tendenza non si è invertita. A Betlemme, città della Natività, il numero dei cristiani è passato da circa 100.000 a meno di 30.000 nell'arco di pochi decenni. Nazareth, la città di Gesù, continua a registrare un'emigrazione costante. Non si tratta di crescita né di prosperità: è, nelle parole dell'arcivescovo, una semplice e disperata «sopravvivenza». Un declino che non è un incidente demografico, bensì la diretta conseguenza di pressioni politiche, economiche e sociali.
Queste pressioni si traducono in una quotidianità fatta di umiliazioni e paura per molti cristiani, soprattutto a Gerusalemme. L'arcivescovo Naum racconta di essere stato personalmente e ripetutamente bersaglio di sputi da parte di estremisti ebrei mentre camminava in abito talare nella Città Vecchia. Descrive gruppi radicali la cui missione dichiarata è quella di «purificare Gerusalemme dagli infedeli» – cioè dai cristiani – e che compiono atti di vandalismo contro le chiese.
La reazione delle autorità israeliane, secondo la sua testimonianza, è stata timida, se non addirittura complice: «Ci dicono che sputare addosso alle persone non è un reato», afferma con amarezza. Per i pellegrini, inoltre, l'accesso ai luoghi santi è sempre più limitato. Le celebrazioni pasquali presso il Santo Sepolcro, spiega Naum, sono sottoposte a restrizioni «senza precedenti» da parte della polizia israeliana, che riduce il numero dei partecipanti da 10.000 a 1.500 per motivi di sicurezza, una giustificazione che l'arcivescovo respinge con decisione, ricordando che da secoli non si registrano incidenti di quel tipo.
In Cisgiordania, anche la violenza dei coloni israeliani colpisce indistintamente i villaggi cristiani. Naum cita gli attacchi a Taybeh e Bir Zeit, dove agricoltori sono stati minacciati, proprietà incendiate e una donna è stata colpita alla testa con una pietra. L'arresto del figlio della donna, intervenuto per difenderla, conferma, secondo lui, un quadro di assoluta arbitrarietà. È il risultato di un'occupazione militare che, perseguendo obiettivi politici nazionalisti, non distingue tra musulmani e cristiani, erodendo il tessuto sociale di entrambe le comunità.
Il paradosso americano
La tragedia assume contorni ancora più paradossali se si considera il ruolo degli Stati Uniti e, in particolare, di una parte significativa del cristianesimo evangelico americano. L'America, nazione a maggioranza cristiana, è il principale sostenitore militare e politico di Israele. Attraverso le proprie tasse, i cristiani americani finanziano indirettamente un governo che, secondo queste testimonianze, opprime i loro fratelli e sorelle nella fede.
Ma non è tutto. Una corrente influente del cristianesimo statunitense, il sionismo cristiano, offre sostegno teologico e finanziario non solo allo Stato di Israele, ma anche agli insediamenti in Cisgiordania, spesso costruiti su terre confiscate a proprietari cristiani.
L'arcivescovo Naum non usa mezzi termini: «Le Chiese cristiane degli Stati Uniti inviano più denaro agli insediamenti ebraici della Cisgiordania che ai cristiani di Nazareth, la città natale di Gesù». È un'osservazione profondamente imbarazzante. Mentre la Basilica della Natività a Betlemme cade in rovina e le comunità locali lottano per sopravvivere, ingenti flussi di denaro provenienti dall'Occidente alimentano il sistema dell'occupazione.
L'ipocrisia raggiunge il suo culmine nell'episodio raccontato da Naum: durante un incontro con esponenti del sionismo cristiano, quando espresse la propria preoccupazione per le terre confiscate, si sentì rispondere: «A volte bisogna fare dei sacrifici per il bene comune». Il commento dell'arcivescovo è inequivocabile: «Ero con un gruppo di giovani. Vi assicuro che erano in lacrime. Come può un fratello o una sorella cristiana, in qualsiasi parte del mondo, considerarmi uno strumento, qualunque cosa mi accada?».
La politica estera americana in Medio Oriente, con i suoi interventi militari spesso avventati e destabilizzanti, ha ulteriormente aggravato la situazione. Saad Mouasher, banchiere giordano, lo spiega con chiarezza: ogni volta che un intervento militare statunitense – come quello in Iraq – crea un vuoto di potere, questo viene colmato dall'estremismo e dal caos. Le prime vittime sono sempre le minoranze, in particolare i cristiani.
Ne consegue una nuova ondata di rifugiati che Paesi come la Giordania, già fortemente sotto pressione, sono costretti ad accogliere. «Ogni volta che c'è un intervento militare americano nella regione, siamo noi a pagarne il prezzo», afferma Mouasher, sottolineando il costo umano e sociale che l'Occidente tende a dimenticare una volta spenta l'attenzione dei media. L'ossessione per le soluzioni militari, a discapito della costruzione di una pace giusta e duratura, si è rivelata un fallimento catastrofico per tutti, cristiani compresi.
Il modello giordano: una convivenza possibile
L'intervista a Saad Mouasher offre una prospettiva fondamentale, dimostrando che un destino diverso per i cristiani del Medio Oriente non solo è possibile, ma esiste già. In Giordania, Paese a maggioranza musulmana (97%), i cristiani (circa il 3%) prosperano, sono ben rappresentati nella politica, nell'economia e nella società e si sentono pienamente integrati.
«Ho mai subito discriminazioni in quanto cristiano? Assolutamente no», afferma Mouasher. La soluzione, secondo lui, poggia su tre pilastri: la tutela dei diritti costituzionali (libertà religiosa ed eguaglianza), la stabilità politica ed economica e una leadership impegnata con saggezza nel dialogo interreligioso, come quella della monarchia hashemita.
Questo modello smonta la narrazione semplicistica e islamofoba dello «scontro di civiltà». Mouasher ricorda che Gesù e Maria sono figure profondamente venerate nel Corano e che le tradizioni abramitiche condividono radici comuni. Il re di Giordania, discendente del profeta Maometto, ha finanziato personalmente il restauro del sepolcro di Cristo nella Basilica del Santo Sepolcro. Un gesto altamente simbolico che l'arcivescovo Naum elogia, sottolineando il ruolo unico del sovrano giordano quale custode dei luoghi santi cristiani e musulmani di Gerusalemme, baluardo contro la politicizzazione e l'esclusivismo nazionalista.
Un appello alla consapevolezza e al cambiamento
Le testimonianze raccolte costituiscono un duro atto d'accusa su due fronti: da un lato l'occupazione israeliana, che attraverso pratiche sistematiche sta svuotando la Terra Santa della sua originaria anima cristiana; dall'altro l'Occidente cristiano, colpevole di un duplice peccato: finanziare l'oppressore e voltare le spalle alle vittime.
L'appello finale dell'arcivescovo Naum è rivolto proprio ai cristiani occidentali: «Cari fratelli e sorelle in Cristo... non divideteci con le vostre preghiere. Pregate per tutto il popolo della Terra Santa».
La sopravvivenza dei cristiani in Palestina non è una questione confessionale secondaria. È il barometro della giustizia nell'intera questione israelo-palestinese. Se una comunità pacifica, radicata da duemila anni e spiritualmente legata all'Occidente, viene schiacciata dall'indifferenza, quale speranza può rimanere per una pace giusta e duratura?
Proteggere i cristiani della Terra Santa non significa favorire una parte a scapito dell'altra, ma difendere il principio stesso del pluralismo, della dignità umana e del diritto alla propria terra e alla propria identità. Ciò richiede alla comunità internazionale, e in particolare agli Stati Uniti e alle loro Chiese, un profondo e doloroso esame di coscienza: smettere di essere complici di un sistema militare e coloniale e diventare finalmente costruttori di quella stabilità e di quella giustizia senza le quali, come dimostra la Giordania, nessuna minoranza – e nessuna pace – può sopravvivere.
Luca Costa
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