«Un modello per tutti»
La lezione di apologetica cattolica di Filippo Turati davanti a Pier Giorgio Frassati
Fra le molte pagine dedicate a Pier Giorgio Frassati, poche possiedono la forza persuasiva di quella scritta dal leader del socialismo Filippo Turati all'indomani della sua morte.
Un paradosso solo apparente. A renderla così preziosa non è tanto il valore letterario, quanto l'identità del suo autore. Turati non era un cattolico, non era uomo incline alla devozione. Era il padre del socialismo riformista italiano, un protagonista della cultura laica, un uomo che proveniva da una tradizione politica nella quale il cattolicesimo era spesso considerato un interlocutore ostile, e il clericalismo un avversario.
Proprio per questo il suo articolo, pubblicato sul settimanale La Giustizia dell'8 luglio 1925, quattro giorni dopo la morte di Pier Giorgio, due giorni dopo i funerali, possiede un valore documentario straordinario. Non è il tributo di un discepolo al proprio maestro, né l'omaggio di un credente a un altro credente. È lo sguardo di chi osserva da fuori e, proprio perché osserva da fuori, non ha alcun interesse ad attribuire a Frassati qualità che non riconosca sinceramente.
Il testo colpisce anzitutto per ciò che non fa. Turati non tenta mai di separare la grandezza morale di Pier Giorgio dalla sua fede. Sarebbe stata l'operazione più semplice, e forse anche la più prevedibile: celebrare il giovane come un generoso filantropo, come un altruista, come un esempio di impegno civile, lasciando sullo sfondo la sua identità cristiana. È un meccanismo che conosciamo bene ancora oggi. Di molti santi si esaltano le opere, quasi chiedendo il permesso di apprezzarle a condizione di dimenticare ciò che le ha generate (avete presente il film Schindler's List, dove la fede cattolica di Oscar Schindler viene totalmente occultata?)
Turati, invece, compie il percorso opposto. Egli individua precisamente nella fede il principio esplicativo della vita di Frassati.
Scrive infatti:
«Pier Giorgio Frassati confessava la sua fede con aperta manifestazione di culto, concependola come una milizia, come una divisa che si indossa in faccia al mondo, senza mutarla con l'abito consueto per comodità, per opportunismo, per rispetto umano.»
In poche righe viene delineato un ritratto di straordinaria precisione. La fede di Pier Giorgio non appare come una pratica privata né come una convenzione sociale. È una forma di esistenza. Turati coglie con lucidità ciò che molti contemporanei avevano percepito vivendo accanto Pier Giorgio: quel giovane non adattava le proprie convinzioni alle circostanze, non cercava di renderle più accettabili, non le occultava quando potevano procurargli ironie o incomprensioni. La sua religione non era un ornamento della sua vita borghese, ma il criterio con cui interpretava ogni scelta.
È significativo che Turati aggiunga come Frassati «disfidava i facili scherni degli scettici, dei volgari, dei mediocri». Non è il linguaggio di chi descrive un uomo chiuso nel proprio mondo confessionale. È piuttosto il riconoscimento di una libertà interiore tutta cristiana. Frassati non appare come un militante aggressivo, ma come un uomo sufficientemente saldo da non avere bisogno dell'approvazione altrui per vivere ciò in cui credeva.
L'intuizione decisiva, tuttavia, arriva nelle righe conclusive dell'articolo, quelle che ancora oggi sorprendono per profondità:
«Quel giovane cattolico era anzitutto un credente... Questo "cristiano" che crede, e opera come crede, e parla come sente, e fa come parla, questo "intransigente" della sua religione, è pure un modello che può insegnare qualcosa a tutti.»
Sono parole di un'importanza capitale. Esse non rappresentano una conversione di Turati, e non sarebbe corretto leggerle in questa prospettiva. Il leader socialista rimase ciò che era. Ma proprio perché rimase ciò che era, il suo giudizio acquista un peso particolare. Egli riconosce che esiste una forma di umanità generata dal cristianesimo che perfino chi non ne condivide la fede è costretto a prendere sul serio. Il riconoscimento che il cristianesimo, vissuto fino in fondo, produce un tipo umano che perfino un avversario ideologico è proprio costretto ad ammirare.
In fondo, il ragionamento implicito di Turati potrebbe essere formulato così: non ho la fede ma non posso ignorare gli effetti la fede ha prodotto su questo ragazzo. Se il cristianesimo è capace di formare personalità di questa statura morale, allora esso custodisce qualcosa che riguarda ogni uomo, non soltanto i credenti.
Questa osservazione conduce a una riflessione che supera la figura stessa di Frassati. Il cristianesimo non si presenta come filosofia morale o come sistema di idee. Non è il socialismo. Certamente esso possiede una dottrina, una teologia, un patrimonio intellettuale immenso; ma la sua pretesa originaria è un'altra: quella di rendere possibile una vita trasformata dall'incontro con Cristo.
Paolo VI osservò che l'uomo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e ascolta i maestri soltanto quando sono anche testimoni. Benedetto XVI, a sua volta, definì i santi la vera apologetica del cristianesimo. Non intendeva dire che essi sostituiscono la ragione o dispensano dalla riflessione teologica. Voleva dire qualcosa di più sottile: una vita dove il Vangelo diventa esperienza vissuta possiede una forza persuasiva che nessun argomento astratto può eguagliare.
Se io non ho incontrato Cristo, nessun maestro potrebbe convincermi o convertirmi. Ma se lo incontro, nessuno potrebbe poi convincermi che Cristo non c'è. E Turati capisce che Frassati Cristo lo ha incontrato. E Turati capisce che incontrare Frassati non lascia indifferenti.
Il suo articolo non è una dimostrazione filosofica dell'esistenza di Dio, né un'adesione al cristianesimo. È il riconoscimento che una certa forma di vita esiste davvero. Una vita nella quale, come egli stesso scrive, un uomo «crede, e opera come crede». Non è una definizione della coerenza; è la descrizione di ciò che la tradizione cristiana ha sempre chiamato santità.
Naturalmente il cristianesimo distingue con chiarezza il santo da Cristo. Nessun credente identifica il discepolo con il Maestro. E tuttavia il Nuovo Testamento afferma che il cristiano è chiamato a rendere visibile Cristo nella propria esistenza. «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me», scrive san Paolo ai Galati. È un'affermazione che potrebbe apparire eccessiva, se non fosse proprio la vita dei santi come Frassati a mostrarne la concreta possibilità.
Per questo motivo la vicenda di Pier Giorgio suggerisce una considerazione che va oltre il suo tempo. Chi incontra un autentico cristiano incontra Cristo nel senso che gli si apre una possibilità, la possibilità di aprire il cuore e credere, incontra una vita che rimanda a Lui, una trasparenza della sua presenza, un riflesso della sua persona.
Io non conoscevo mio figlio! dirà il padre, Alfredo Frassati, il giorno del funerale, di fronte alla folla oceanica accorsa per l'ultimo saluto a Pier Giorgio. Ma l'aver finalmente capito chi fosse suo figlio, quale forza, Chi lo animasse, la sua fede, cambierà la sua esistenza. Frassati padre non potrà più ignorare il cristianesimo, perché ha visto il Figlio nella vita del figlio. Ora lo conosco! Ora ho capito!
È difficile non cogliere il parallelismo tra Filippo Turati e Alfredo Frassati. Da una parte il padre, dall'altra il leader socialista; due uomini lontanissimi tra loro, accomunati però da una medesima esperienza. Entrambi si trovano davanti a una vita che eccede le categorie con cui erano abituati a interpretare il mondo. Entrambi comprendono che la spiegazione di quella vita non può essere cercata soltanto nel temperamento, nell'educazione o nella sensibilità sociale di Pier Giorgio. Per entrambi, in modi diversi, si impone una domanda: quale forza è capace di generare un uomo così?
È qui, forse, che l'articolo di Turati assume un valore che va oltre la cronaca. Senza volerlo, egli offre una delle più efficaci descrizioni del rapporto tra santità e fede. Non propone una teoria; registra un fatto. Osserva che la fede di Frassati non era un elemento accessorio della sua personalità, ma il principio da cui scaturiva la sua straordinaria unità interiore. E proprio questa unità rendeva la sua vita convincente perfino agli occhi di chi non condivideva le sue convinzioni religiose.
Turati riconosce di essersi trovato davanti a un tipo umano che il proprio orizzonte culturale fatica a spiegare fino in fondo. È un'ammissione discreta, quasi involontaria, ma proprio per questo tanto più significativa.
Forse il vero significato dell'articolo apparso su La Giustizia non consiste nel fatto che un socialista abbia elogiato un cattolico. Questo, da solo, sarebbe un episodio curioso della storia italiana. La sua importanza risiede piuttosto nell'aver riconosciuto che il cristianesimo, quando è vissuto integralmente, produce una forma di umanità capace di parlare anche a chi non ne condivide la fede. In quelle righe non c'è una professione di fede, ma c'è qualcosa che le si avvicina per onestà intellettuale: il riconoscimento che una vita come quella di Pier Giorgio Frassati costituisce, di per sé, un argomento.
Ed è forse proprio questo il lascito più attuale di quelle pagine. In un tempo nel quale il cristianesimo viene spesso discusso come un sistema di idee da accettare o respingere, la vicenda di Frassati ricorda che esso chiede anzitutto di essere giudicato dai frutti che produce. Se questi frutti hanno il volto di un giovane che spende la propria esistenza per i poveri, vive con limpida coerenza ciò che professa e suscita l'ammirazione perfino dei suoi avversari ideologici, allora la domanda posta implicitamente da Turati continua a interpellare anche noi: quale forza è all'origine di una simile umanità?
Il 4 luglio è stata la prima ricorrenza della memoria liturgica dopo la canonizzazione del 7 settembre 2025, quando Pier Giorgio Frassati è stato proclamato santo da papa Leone XIV.
Luca Costa
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