lunedì 9 febbraio 2026

Epstein: corsi e ricorsi storici

 PASOLINI E DE SADE PER CAPIRE EPSTEIN, PER CAPIRE DOVE SIAMO

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C’è una cosa che fa quasi più schifo dello scandalo Epstein: l’indignazione selettiva di chi oggi lo usa come manganello morale. E per fare in modo che nessuno capisca NULLA di cio che accade (da secoli).
In Italia, guarda caso, sono soprattutto i media di destra a gridare allo scandalo. Libero, i
lGiornale, certi salotti RAI, stampa cattolica conservatrice.

Bene, benissimo: Epstein era un mostro, il suo sistema un incubo. Ricchi, nobili, politici, finanzieri (facciamo i nomi: Bil Gates, il principe Andrea, Trump, Clinton) che si ritrovavano su un’isola per stuprare, torturare, consumare figli e figlie dei poveri. Una macchina perfetta di violenza di classe.

Ma allora fermiamoci un attimo. Respiriamo. Cari media destroidi:

Perché Epstein sì e Berlusconi no?
Perché l’isola fa orrore e Arcore faceva ridere?
Perché lì “pedofilia sistemica” e qui “goliardia”?

Loro diranno:
«Ma Berlusconi non stuprava nessuno. Quelle ragazze andavano lì volontariamente. Speravano in una carriera, in un aiutino, una spintarella».

Perfetto. E allora diciamolo chiaramente, senza ipocrisie: la differenza non è morale, è economica.

I ragazzi e le ragazze dell’isola di Epstein si accontentavano, poracci, di quattro soldi.
Al Bunga Bunga, invece, si poteva ottenere
di più: visibilità, protezione, raccomandazioni, contratti,
Non corpi violati vs corpi liberi. Ma
corpi sottopagati vs corpi ben pagati.

Ma facciamo un’ipotesi semplice, quasi banale:
cosa sarebbero stati i bunga bunga
se non fossero avvenuti a due passi da Milano, ma in mezzo a un oceano, lontani da telecamere, magistrati, paparazzi, direttori di rete, amici di famiglia?

Il “sistema” in Italia non aveva bisogno di un’isola, perché aveva già i media.

Oggi che viene svelato (da Fabrizio Corona, con coraggio) il sistema Signorini / Maria De Filippi / Pier Silvio / Gerry Scotti / Marina Berlusconi, scopriamo che esso non è fatto di scantinati e catene – certo – ma di menzogne, ricatti, sorrisi, di carriere costruite sui divani, le camere di albergo.

E allora ecco il capolavoro dell’ipocrisia:
gli stessi media che per anni hanno difeso, minimizzato, deriso, insabbiato, oggi
attaccano Fabrizio Corona (chi se ne frega della verità) perché rompe il patto. Perché non rispetta la liturgia. Perché come De Sade parla avendo visto tutto, parla senza autorizzazione. E come De Sade finirà alla Bastiglia per aver detto cio che doveva restare segreto.

Ci sarebbe una sola riflessione da fare, e infatti non la fa nessuno (nessuno!).
Pasolini e de Sade avevano ragione. Da due punti prospettici diversi, eppure perfettamente allineati.

Quando il potere non ha più alcun argine morale, il problema non è che la società diventi consumista e materialista. Questa è una scorciatoia da oratorio o da da talk show.
Il problema vero è un altro, infinitamente più feroce,
e cioè che popolo non è più soggetto del consumo, è l’oggetto consumato.

Il popolo si crede consumatore, ma in realtà è materia di consumo.
I
nostri figli e le nostre figlie diventano il popcorn dei ricconi, da sgranocchiare e abusare al riparo dagli occhi del mondo. Non siamo cittadini, non siamo persone: siamo oggetti volti a soddisfare impulsi, appetiti, sessuali e animali dei potentissimi (i ricchissimi).

I bisogni primari dei poveri – soldi, sicurezza – diventano la leva.
I sogni delle
belle ragazze – fama, carriera, successo – diventano l’esca.
Un destino che diventa cappio, guinzaglio. Lo stesso guinzaglio che vediamo in una scena emblematica del film di Pasolini tratto dall'opera di De Sade. Esattamente lo stesso.

De Sade ci aveva già svelato tutto, dall’interno, senza ipocrisie, ne Le 120 giornate di Sodoma (1785). Non era pornografia, ma un trattato politico dell'onnipotenza del denaro, in un mondo senza cristianesimo, in un mondo che odia il cristianesimo (non dimentichiamo che quando Voltaire incitava a "écraser l'infâme!" non parlava della Chiesa, parlava di Cristo).
In quel libro il sesso
non è trasgressione, il sesso è il linguaggio dell'odio. Odio di classe, quello vero, quello di cui nessuno parla mai. L'odio dei ricchi che pensano che il popolo non sia fatto di persone, ma di oggetti, di strumenti, di corpi senz'anima.

Oggi come allora, i libertini (cioè i ricchi e atei nel lessico del XVIII secolo) nel loro delirio di potere desiderano dimostrare che tutto è disponibile, commestibile, stuprabile, che tutto può essere ridotto a oggetto, che non esiste limite che essi non possano violare. Chi non ha limiti di spesa non vuole limiti morali! Chi ha un budget illimitato vuole consumo illimitato! E cosa c'è di più squisito e prelibato da consumare di giovani corpi, belli e sani, pieni di belle e sane aspirazioni? Ottenere tutto da un giovane corpo, in cambio di quattro spiccioli? Suprema voluttà. L'Assoluto in cambio del Nulla.

Pasolini lo capì meglio di chiunque altro, ed è per questo che fa ancora così paura. Ed è per questo che venne ucciso.
Pasolini capì che l’orrore non nasceva dall’
ancien régime, non nasceva dal passato, non nasceva dalla tradizione. L'orrore era nell'Italia del Boom economico, che come quella fascista rendeva il popolo un oggetto, materia, disponibile, e a buon mercato. Per questo l'Italia del Boom gettava Dio alle ortiche, rimuoveva Cristo (ma la scena d'apertura della Dolce Vita di Fellini ve la ricordate?), perché era un ostacolo al dogma del consumo.


Il denaro che non è un mezzo, ma un principio, una forza. Ha la sua metafisica.
Il denaro non compra soltanto cose, ma fagocita tutto: corpi, desideri, linguaggi, immaginari, coscienze. Il buco nero al centro della galassia della nostra civiltà morente.
Eppure oggi Epstein scandalizza e il resto no.
Perché Epstein è ancora raccontabile come eccezione, come mostro, come deviazione.
Perché riconoscere il meccanismo significherebbe ammettere che viviamo dentro Sodoma.

La verità è più scomoda: quando il denaro diventa l’unico Dio, tutto diventa sacrificabile.
E i sacrific
ati, come sempre, siamo noi, sono e saranno i nostri figli.

Pasolini e de Sade non vanno letti per scandalizzare e scandalizzarsi.
Vanno letti per aprire gli occhi.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 7 febbraio 2026

PM: come funziona all'estero?

 La riforma impossibile: indipendenza, discrezionalità e consenso nella giustizia penale italiana

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In questi primi mesi del 2026, l’Italia è al centro di un dibattito politico-istituzionale che, se letto in chiave comparata, appare praticamente inespiclabile: la riforma della magistratura e la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. A prima vista, la questione può sembrare puramente tecnica: i pm e i giudici non saranno più intercambiabili, ma ognuno dovrà scegliere a inizio carriera quale funzione esercitare. In mezzo mondo è già cosi. Eppure, da noi, giù il diluvio di polemiche. Perché? Per alcuni la separazione delle carriere è un cambiamento necessario verso un’accusa pubblica più imparziale, per altri essa incarna il pericolo di una magistratura requirente fagocitata dall’esecutivo.

E all’estero? All’estero, questo schema di separazione netta tra magistratura giudicante e requirente è la norma. Questo è il primo punto. Vediamo :

negli ordinamenti europei continentali, come Francia, Germania, Spagna o Paesi Bassi, la separazione delle carriere è consolidata e indiscutibile. Il loro pubblico ministero non è pensato per essere neutrale o imparziale: è una parte processuale, formalmente sottoposta a gerarchia e, spesso, direttamente dipendente dal Ministero della Giustizia. Per semplificare, i pm francesi, tedeschi, spagnoli ecc. sono più dei funzionari del ministero che dei magistrati autonomi. L’indipendenza non è simmetrica a quella del giudice e, soprattutto, il pm non recita affatto la parte di un “giudice in anticipo”. Nei paesi citati il suo ruolo è dichiaratamente politico-amministrativo: agisce secondo priorità stabilite dall’esecutivo, dirige risorse e, nei limiti consentiti dalla legge, decide quali reati perseguire con maggiore attenzione. Questo modello è accettato perché trasparente nonché portatore di un elemento di consenso popolare: perché le scelte del pm sono regolamentate, motivate e soggette a un ministero di un governo che (in teoria) ha legittimità democratica. La discrezionalità esiste, ma è visibile e responsabilizzata.

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, la discrezionalità dell’azione penale è ancora più marcata. Il procuratore decide se perseguire o meno, come perseguire e con quali risorse, spesso con margini considerevoli per valutazioni di opportunità. L’elezione dei procuratori negli USA riflette proprio questa filosofia: il pm è un decisore pubblico, eletto sulla base di un programma e di risultati da ottenere, e risponde direttamente ai cittadini. È un sistema pilotato da priorità determinate da convenienza politica o pressione sociale, ma rende il potere visibile e politicamente responsabile. Le distorsioni — come il mancato perseguimento di reati di lobbisti e colossi economici (chi finanzia secondo voi le campagne elettorali dei procuratori? Non certo le massaie o gli operai) — non sono negate, ma riconosciute, studiate e (in teoria) controllate attraverso media, tribunali superiori o procure concorrenti.

L’Italia ha scelto una strada differente. Dopo il fascismo, la Costituzione ha disegnato una magistratura unica, formalmente neutrale, con pm e giudici che condividono carriera, organi di autogoverno e status costituzionale. L’obbligatorietà dell’azione penale, fissata come principio costituzionale, ha cercato di assicurare che la politica non potesse indirizzare né influenzare il lavoro dell’accusa pubblica. In teoria, quindi, il pm è indipendente e neutrale; in pratica, però, la discrezionalità esiste (eccome). I reati sono selezionati in modo tecnico, opaco e frammentato: le priorità reali emergono dalla scarsità di risorse, dalla complessità investigativa o dalla sensibilità degli uffici locali. Nessuna trasparenza, nessuna responsabilità politica diretta. Così, paradossalmente, il sistema italiano ha combinato obbligatorietà teorica e discrezionalità de facto, senza riconoscere pienamente né l’una né l’altra. Senza parlare del problema dei pm malati di protagonismo mediatico che agiscono come cani sciolti colpendo là dove si fa sensazione e notizia.

Allora la riforma? Cosa voteranno gli italiani al referendum di marzo? Si o no?

La riforma in discussione solleva inquietudini proprio perché mette a nudo questo paradosso. Separare le carriere significa riconoscere che giudicare e accusare sono funzioni incompatibili, ponendo fine all’idea del pm come “giudice in anticipo”. In prospettiva, la riforma ci avvicina a un modello simile a quello portoghese: magistratura unica nella Costituzione, ma con carriere e organi di autogoverno distinti.

La riforma non ci avvicinerà affatto a Germania, Francia o Stati Uniti: il pm italiano resterà formalmente indipendente dall’esecutivo, ma perderà una parte della centralità simbolica e istituzionale che derivava dalla carriera e dalla formazione condivise con il giudice. È questa perdita, più che la separazione in sé, che alimenta timori e resistenze. Il pm non avrà più la forma mentis di un giudice, magistratura giudicante e requirente non avranno più lo stesso universo mentale.

Il problema della discrezionalità. Tema strettamente legato all’obbligatorietà dell’azione penale, che rivela il cuore filosofico della questione dell’indipendenza del pm: all’estero, reati minori — furti piccoli, violazioni stradali, droghe leggere, infrazioni amministrative o reati d’opinione marginali — vengono regolarmente messi in secondo piano. Non perché siano “perdonati”, ma perché lo Stato decide razionalmente quali priorità perseguire, dichiarandole e motivandole. In Italia, la stessa selezione avviene, ma in modo invisibile e non dichiarato: l’equivalente dell’opportunità è coperto dall’illusione dell’obbligatorietà. È questa discrepanza tra principio e pratica che genera molte tensioni culturali: da un lato, l’ideale costituzionale, dall’altro, la realtà pragmatica. In sostanza, per il popolo è assai arduo intuire la logica del sistema.

Qui emerge un paradosso ulteriore: la giustizia in Italia è “in nome del popolo italiano”, eppure il popolo non ha voce nello stabilire le priorità dell’azione penale. Negli Stati Uniti, i procuratori eletti colmano questa lacuna, rendendo la discrezionalità un potere visibile, responsabile e, almeno formalmente, sottoposto al consenso democratico. In Italia, invece, il popolo resta spettatore e beneficiario indiretto della giustizia, senza poter influire sulle scelte che contano davvero. È una contraddizione tra forma e sostanza che la riforma attuale mette in evidenza, senza risolverla, anzi, continuando a far finta di non vederla.

Si potrebbe dunque sostenere che un modello più coerente sarebbe quello in cui i pm fossero eletti sulla base di un programma e di risultati concreti, con trasparenza sulle priorità e responsabilità diretta verso i cittadini. Questa prospettiva non è utopistica, ma un obiettivo da perseguire perché la giustizia sia davvero resa “in nome del popolo italiano”. Naturalmente questo comporterebbe rischi: populismo penale, politiche iper-punitive, pressione delle lobby e della comunicazione. Tuttavia, i sistemi occidentali che l’hanno adottata hanno dimostrato che i rischi possono essere mitigati da controlli istituzionali, pluralità di uffici e vigilanza mediatica (ma solo se i media sono un minimo liberi, cosa che in Italia non è).

In ultima analisi, il dibattito italiano sulla separazione delle carriere e sul ruolo del pm non è solo un tema tecnico di organizzazione giudiziaria, ma una questione filosofica e geopolitica del diritto: come conciliare indipendenza, discrezionalità e legittimazione democratica? Come esercitare la giustizia penale “in nome del popolo” senza tradire né l’imparzialità né la responsabilità? Non esiste soluzione perfetta: come in tutti i sistemi maturi, si tratta di bilanciare compromessi, riconoscere conflitti inevitabili e rendere visibile ciò che altrove viene lasciato implicito. La riforma non quadrerà il cerchio, ma ha il merito di portare allo scoperto tensioni che per decenni sono state gestite nel silenzio delle prassi e nel mito della neutralità dei pm.

In questo senso, il dibattito del 2026 non riguarda solo la carriera dei magistrati, ma la coerenza interna del nostro Stato di diritto, la trasparenza del potere penale e la possibilità per il popolo di avere voce nelle scelte che contano davvero. È una questione di cultura, di filosofia del diritto e di responsabilità democratica: un dibattito necessario, che ci obbliga a confrontarci con la quadratura del cerchio italiana, e con la consapevolezza che la quadratura del cerchio in questo caso non esiste.

Cosa votare allora il 22 e il 23 marzo? In assenza di quorum, l’impressione (ma è solo un’impressione) è che prevarrà il no. Non tanto per convinzione circa il merito della riforma, ma perché questi referendum finiscono spesso per diventare l’occasione di manifestare dissenso nei confronti dell’azione globale del governo (chiedetelo a Renzi). Giorgia Meloni sta deludendo gli italiani, specie i suoi elettori, che potrebbero approfittare del referendum per farsi sentire. In molti potrebbero votare no, pur non avendo capito granché di una riforma (di cui non conosciamo ancora le leggi attuative, che ad avviso di chi scrive dovrebbero essere presentate agli elettori prima del voto, in quanto anch’esse parte organica della riforma) che sembra evitare le questioni essenziali e che pare incarnare una sorta di vendetta, di punizione, di un centro destra in cerca di rivincite contro i pm.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



venerdì 30 gennaio 2026

Chi ha ucciso l'italiano?

 Giù le mani dall’italiano

C’è un rumore di fondo, costante, fastidioso, che si impone alle nostre giornate. Non è il traffico, non è il telegiornale, non è nemmeno la pubblicità: è il rantolo di una lingua che viene limata, sbucciata, umiliata fino a diventare irriconoscibile. Chi è? L’italiano che non viene più parlato: viene aggirato.

Ogni giorno i media italiani — tutti, nessuno escluso — compiono lo stesso gesto: evitano l’italiano come si evita un parente imbarazzante. Non lo uccidono di colpo, no. Lo fanno morire lentamente, a forza di parole straniere buttate lì come coriandoli nel vuoto. Startwarming. Overtourism. Closing. Briefing. Day-one. Suonano come rutti aziendali. E la cosa peggiore è che non servono a niente. Abbiamo le parole. Le abbiamo sempre avute. Sono lì, belle, precise, pronte. Ma no: meglio fingere che non esistano.

Il risultato? Una lingua trattata come il relitto di un mondo perduto. Inadatta. Superata. Troppo complessa per un presente che vuole tutto veloce, piatto, intercambiabile. L’italiano diventa un ostacolo, un intralcio, una zavorra da scaricare per salire sul carro di un futuro che parla una sola lingua, e male.

E intanto accade l’assurdo. L’italiano è studiato, amato, desiderato in mezzo mondo. C’è chi lo impara per amore, per passione, per bellezza. E quando queste persone arrivano in Italia — in Italia — cosa trovano? Neolaureati cerebrolesi che si rivolgono loro...in inglese. Musei che rinnegano la propria voce. Uffici turistici che sembrano vergognarsi della più bella lingua del mondo. A volte ti parlano in inglese perfino se rispondi in italiano. Perfino se sei italiano. È una scena da teatro dell’assurdo: un paese che si traveste da straniero per paura di essere se stesso.

Perché succede qui? Perché non succede in Francia, dove la lingua è una bandiera, non un fardello? Perché non succede in Spagna, dove nessuno si vergogna di parlare come mangia?
Perché noi sì?

Non è apertura mentale. È sudditanza.
Non è modernit
à. È insicurezza travestita da progresso.
È l’idea meschina che tutto ciò che arriva dal mondo angloamericano sia automaticamente migliore, più serio, più autorevole. Anche quando è brutto. Anche quando è inutile. Anche quando è ridicolo.

E i media sono i principali responsabili. Perché hanno il potere di scegliere le parole. E scegliere le parole significa scegliere il mondo che racconti. Invece preferiscono il linguaggio prefabbricato, senz’anima, senza storia. Perfetto per creare un popolo che non pensa, che non lotta, che non morde. Una neolingua perfetta per non disturbare, per non contestare, per abbaiare senza mordere mai.

Ma una lingua non è solo uno strumento. È un corpo vivo. Respira, sanguina, ama. Non si abita un paese, si abita una lingua. Se abbandoniamo l'italiano, abbandoniamo l'Italia, abdichiamo dal dovere morale di essere veramente italiani.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



martedì 27 gennaio 2026

Corona non perdona

 VIVA FALSISSIMO, VIVA CORONA

CORONA CONTRO SIGNORINI : non è solo gossip, è la battaglia per la libertà del giornalismo d’inchiesta

Gennaio 2026. In Italia esplode l’ennesima guerra morale a comando. Da una parte Fabrizio Corona, Braveheart che il sistema mediatico ha prima usato, poi incarcerato, poi ridicolizzato, poi riesumato come mostro utile. Dall’altra Alfonso Signorini, volto storico del potere mediatico, sacerdote di quella chiesa catodica moraleggiante che è la TV generalista italiana. In mezzo, come sempre, il coro: giornali, talk show, editorialisti, intellettuali a gettone. Tutti pronti a dire qualcosa. Tutti pronti a schierarsi. Tutti, incredibilmente, d’accordo su una cosa sola: non guardare dove fa male.

La vicenda è nota. Corona pubblica video, parla, accusa, nomina. Presenta documenti e testimoni. Fatti e fonti. Il suo canale YouTube Falsissimo macina milioni di visualizzazioni, segno che il pubblico — quello vero, non quello evocato nei salotti — ascolta. Cosa? Il sistema Signorini-Berlusconi-tv italiana. Sei carino? Sei carina? Vuoi apparire in tv? Facile. Ius primae noctis. Anzi :ius primae vesperae televisivae. Devi farti trombare. E se sei un aitante ragazzotto, devi farti trombare da Signorini.

Signorini reagisce. Contrattacco Mediaset (che deve difendere Signorini per non incappare nel Codacons che accuserebbe il codice etico di Mediaset di non essere che fuffa all’ennesima potenza, ma anche perché Signorini fa capire che se cola a picco lui altri non tarderanno a seguirlo).

E i media? Invece che scatenarsi, si irrigidiscono. Incredibile! C’è chi brandisce la privacy come un’arma contundente. Chi parla di fango. Chi invoca la censura elegante, quella con il profumo dell’etica. Chi concede una libertà d’espressione mutilata, addomesticata, resa innocua. In breve: i media prevalenti stanno TUTTI con Signorini e attaccano Corona.

Ma dentro questo frastuono morale, nessuno, nessuno pone la domanda fondamentale. Quella che dovrebbe essere l’ossessione di chi fa giornalismo.
Ma quel che afferma Corona...È vero o non è vero?

Tutti schierati, (tutti sdraiati) nessuno in piedi

Destra, sinistra, centro. Quotidiani progressisti e giornali conservatori. Programmi indignati e programmi moderati. Tutti schierati. Tutti a difendere Signorini e : la reputazione, il decoro, la forma, il “non si fa”. Nessuno a difendere la verità. Nessuno che abbia il coraggio di dire: se ciò che Corona racconta è vero, allora ha il diritto di dirlo. E sarà il pubblico, gli italiani, a decidere se è interessante, rilevante, o meno, il fatto che TUTTO in tv è farlocco e costruito su un mercato del sesso che neanche nell’Impero Ottomano del XVII Secolo...

Il giornalismo italiano, in questa storia, mostra il suo volto più bieco: quello di una professione che ha smesso di scavare e ha imparato a gestire. Gestire rapporti. Gestire carriere. Gestire silenzi. Si discute ossessivamente dei metodi di Corona, del personaggio, del passato, della sua inaffidabilità presunta. È il trucco più antico: delegittimare il messaggero per non rispondere al messaggio.

Eppure il messaggio è chiarissimo. Ed è questo che terrorizza.

La verità indicibile: la TV è finta

Corona dice — e milioni di persone ascoltano, milioni, i video sul suo canale YouTube Falsissimo fanno milioni di visualizzazioni! — che la televisione italiana è un mondo finto. Un cerchio magico. Un sistema chiuso di potere che si autoalimenta, si autoprotegge e divora sessualmente ciò che è giovane e bello, come carburante. Esistono vergognosi meccanismi di scambio, di promessa, di accesso condizionato. Dice che dietro le luci c’è il buio delle asimmetrie di potere. Che certi sogni passano attraverso letti e divani.

Questo è il punto. Non il gossip. Non lo scandalo. Il sistema.

Un sistema che tutti all'interno conoscono. Tutti.
Lo sanno i corridoi. Lo sanno le chat private. Lo san
no le mezze frasi dette “a microfoni spenti”. Ma nessuno lo scrive. Nessuno lo firma. Nessuno lo mette in prima pagina. Perché dire la verità, in Italia, non è pericoloso per chi la subisce: è pericoloso per chi vive dentro il sistema.

Spegnere l’allarme, non l’incendio

L’Italia è davvero un paese bizzarro. Non nel senso folkloristico. Nel senso patologico. Corona ha trovato la formula esatto. Perfetta. Quando qualcuno suona un allarme, chi dovrebbe controllare cosa sta succedendo corre a spegnere l'allarme, non a spegnere l'incendio.

Succede sempre. In televisione. In politica. Nell’università. Ovunque esista un potere strutturato ceh non risponde a nessuno e che macina giovani vite. L’allarme disturba. Rompe l’incantesimo. Fa paura più dell’incendio, perché l’incendio si può negare. L’allarme no.

Così oggi si chiede silenzio, moderazione, prudenza. Parole nobili usate come sonniferi. Si invoca la responsabilità per non assumersene alcuna. Si difende l’ordine delle cose, non la loro giustezza.

Solidarietà a Corona, senza se e senza ma

E allora sì. Solidarietà a Fabrizio Corona.
Non perché sia un eroe. Non perché sia puro. Non perché sia simpatico.
Ma perché — in questa storia — è l’unico che ha rimesso al centro ciò che il giornalismo italiano ha espulso da tempo:
la verità.

Se ciò che dice è falso, Signorini lo dimostri. Con trasparenza.
Se ciò che dice è vero (ed è vero) allora il problema non è Corona. Il problema è la museruola che il sistema vuole mettergli, ancora una volta, con violenza e prepotenza.

Ma il giornalismo non nasce per proteggere i potenti dai racconti scomodi. Nasce per fare domande, per mettere a nudo il potere (quando il potere la fa fuori dal vaso). Un giornalista deve dire la verità. Punto. Cercarla e svelarla.

Allora questa non è solo la difesa di un uomo.
È una difesa di un principio.
E senza quel principio, tutto il resto — tv, talk show, editoriali indignati, lezioni di morale — è solo menzogna. Aria fritta.

Viva Fabrizio Corona

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



L'equivoco liberale

 Il grande equivoco occidentale: dal liberalismo al capitalismo di connivenza

Nel dibattito pubblico occidentale si ricorre con sorprendente leggerezza a due parole divenute ormai passepartout: capitalismo e liberalismo. Le si evocano per descrivere — o per condannare — la società contemporanea dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Svizzera. Ogni distorsione del presente viene ricondotta a un indistinto “liberismo”: disuguaglianze, caro vita, precarietà, concentrazione della ricchezza.
Eppure, osservando la realtà concreta dei nostri sistemi economici, emerge una verità scomoda:
l’Occidente non è affatto liberale. E ciò che chiamiamo capitalismo ha ben poco a che fare con il capitalismo concorrenziale descritto dalla tradizione dell’economia politica.

Siamo entrati da tempo in una fase diversa, più opaca e meno confessabile: quella del capitalismo di connivenza, un sistema fondato sull’alleanza strutturale tra grandi conglomerati industriali-finanziari e Stati sempre più invadenti, lenti e affamati di risorse.

Adam Smith, padre putativo del capitalismo moderno, è spesso ridotto a una caricatura: il cantore dell’egoismo e della mano invisibile. Ma Smith era prima di tutto un filosofo morale, e diffidava profondamente dei grandi interessi organizzati. Scriveva senza ambiguità:

Le persone dello stesso mestiere raramente si riuniscono senza che la conversazione finisca in una cospirazione contro il pubblico.”

Il capitalismo, per Smith, non era il regno del più forte, ma un meccanismo per impedire le rendite e i monopoli. La concorrenza serviva a limitare il potere, non a concentrarlo. E soprattutto, una società non poteva dirsi prospera se la ricchezza di pochi si reggeva sulla miseria dei molti.

Eppure oggi, proprio nei Paesi che si proclamano campioni del libero mercato, osserviamo l’esatto contrario. Negli Stati Uniti, la forza delle lobby del petrolio, delle armi, della grande finanza e dei fondi speculativi non è un incidente del sistema, ma la sua architettura portante. Questi settori non prosperano grazie alla competizione, bensì grazie a regolazioni su misura, sussidi, protezioni politiche e salvataggi pubblici. Il mercato non decide: negozia. E negozia non con i cittadini, ma con il potere.

Friedrich Hayek aveva previsto con lucidità questo esito. Il suo timore non era l’assenza dello Stato, ma la sua cattura da parte di interessi particolari:

Il peggior intervento dello Stato non è quello che regola, ma quello che favorisce alcuni a scapito di altri.”

Quando lo Stato smette di essere arbitro e diventa socio, il mercato si deforma. Non nasce giustizia sociale, ma privilegio istituzionalizzato.

In Europa il meccanismo assume forme più discrete, ma non meno pervasive. Prendiamo il caso delle accise e della tassazione indiretta sui beni di prima necessità. I prezzi di energia, carburanti e generi alimentari aumentano anche perché così lo Stato incassa di più. Il consumatore non è più un soggetto da tutelare, ma una base imponibile da spremere. Il consumo diventa una rendita fiscale.

Alexis de Tocqueville aveva già intuito questo esito nel XIX secolo, descrivendo uno Stato che non opprime apertamente, ma avvolge:

Il potere provvede ai bisogni, regola le successioni, dirige l’industria… e riduce infine ogni cittadino a un animale timido e industrioso.”

È una forma di dominio morbido, amministrativo, che non nega la libertà in teoria, ma la svuota nella pratica.

Lo stesso schema si ripete oggi con il riarmo europeo. Il ReArm Europe non è solo una risposta geopolitica, ma un gigantesco doping pubblico per l’industria bellica e per i fondi finanziari che la controllano. Non concorrenza, ma concentrazione. Non pluralismo industriale, ma oligopolio benedetto dal potere politico.

E lo vediamo ancora più chiaramente con il Green Deal. Dietro una retorica moralmente inattaccabile, si costruisce spesso un sistema di incentivi selettivi che favorisce grandi promotori, fondi infrastrutturali, operatori capaci di navigare la burocrazia. Pale eoliche e pannelli solari diventano asset finanziari prima ancora che soluzioni energetiche. La transizione ecologica si trasforma in una transazione per pochi.

Karl Polanyi, spesso invocato contro il mercato, offre in realtà una chiave decisiva per comprendere il presente:

Il laissez-faire non è spontaneo: è il risultato di una pianificazione.”

Ma quando questa pianificazione serve a proteggere interessi consolidati, la società non reagisce con maggiore equità, bensì con corporazioni, rendite e immobilismo.

Il risultato è sotto i nostri occhi: la vera industria — familiare, territoriale, innovativa — non viene galvanizzata, ma soffocata. Schiacciata tra burocrazia, pressione fiscale e concorrenza drogata. Il consumatore non viene protetto, ma educato alla rassegnazione. Prezzi alti come normalità, scelte ridotte come destino.

Luigi Einaudi lo aveva espresso con una chiarezza che oggi suona quasi scandalosa:

Favorire è corrompere.”

Il problema dell’Occidente non è lo Stato in sé, ma lo Stato che sceglie i vincitori. Che ingrassa pochi perché pochi, nella loro opulenza, permettono allo Stato di essere a sua volta grasso, lento e inefficiente.

Il vero virus dell’Occidente è questo patto silenzioso tra potere economico e potere politico. Un virus di cui si parla poco, perché denunciarlo significherebbe mettere in discussione un equilibrio che conviene a entrambi.

Ma una società che rinuncia alla concorrenza reale, alla tutela del consumatore e al pluralismo economico non è più né liberale né dinamica. È una società amministrata, gestita, ottimizzata.
E lentamente svuotata.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



venerdì 23 gennaio 2026

Chi ha iniziato la guerra fredda?

 Chi ha davvero iniziato la Guerra Fredda? Il caso turco e la grande rimozione occidentale

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Il 12 marzo 1947 Harry Truman proclama davanti al Congresso una nuova dottrina che, accompagnata dalla narrazione edulcorante dell’aiuto a Grecia e Turchia, sancisce il diritto degli Stati Uniti di intervenire ovunque nel mondo per espandere la propria sfera di influenza. Anche ai confini con l’URSS. Con l’accordo bilaterale firmato il 12 luglio 1947 ad Ankara, Washington si impossessa della Turchia e minaccia Mosca, prima ancora della fondazione della NATO. Torniamo sull’atto politico che segna l’inizio reale della Guerra Fredda.

Da ottant’anni una narrazione ideologicamente inquinata, tanto rassicurante quanto moralmente corrotta, domina la memoria occidentale: la Guerra Fredda sarebbe nata dalla necessità di controbattere l’aggressività di Stalin. Un riflesso difensivo, quasi naturale, di un Occidente minacciato.

La storia, però, se la si studia con lucidità e lealtà, racconta tutt’altro.

Nel 1947, l’Europa è in macerie e l’Unione Sovietica ha perso 27 milioni di uomini per fermare Hitler. Stalin non ha né gli uomini, né la capacità né l’interesse di espandere militarmente la propria sfera di influenza oltre la cintura di sicurezza dell’Europa orientale, decisa a Yalta su proposta dello stesso Churchill. Il mondo vuole la pace.

Eppure, è proprio in quel 1947 che Washington compie un atto di rottura irreversibile.

Con la Dottrina Truman, annunciata dal presidente di fonte al congresso nel mese di marzo, gli Stati Uniti dichiarano apertamente che interverranno ovunque nel mondo per espandere la loro sfera di influenza, esportare democrazia e libertà e arginare l’URSS. Indipendentemente dall’imminenza o dall’effettività di un pericolo di invasione comunista. Questa dottrina, pare evidente, non è una strategia difensiva: è una proclamazione globale di onnipotenza. Grecia e Turchia diventano i primi laboratori di questa nuova spavalderia americana.

La Turchia, stato sovrano ma fragile, confinante direttamente con l’URSS, viene assorbita nella sfera americana prima ancora della creazione della NATO (che è del 1949). Aiuti militari, consulenti, basi, allineamento forzato. Corruzione a fiumi. Creazione di governi fantoccio ad Ankara che non conoscono né la parola popolo, né la parola diritti. Non per rispondere a una minaccia sovietica – che non c’è – ma per trasformare la Turchia in un avamposto strategico statunitense. Una grande piattaforma dalla quale attaccare o sparare missili in caso di bisogno. Sparare verso Mosca, ovviamente.

È qui che la Guerra Fredda comincia davvero: non a Berlino, non a Praga, ma ad Ankara.

Dal punto di vista sovietico il messaggio è chiarissimo: gli Stati Uniti vogliono portare la loro potenza militare ai confini diretti dell’URSS, in tempo di pace, senza provocazione immediata. Senza casus belli.
Quale grande potenza nella storia avrebbe
accettato una tale provocazione senza reagire?

Dopo aver preparato e piazzato basi su suolo turco nel decennio precedente (Nel 1951, prima ancora che la Turchia entri formalmente nella NATO (1952), Ankara e Washington firmano un accordo bilaterale segreto che autorizza la costruzione di basi militari statunitensi sul territorio turco. La prima fu a İncirlik, la Incirlik Air Base, 1951, vicino ad Adana, Turchia meridionale), nel 1961, Washington le arma con missili nucleari Jupiter, capaci di colpire Mosca in pochi minuti.

Oggi, questi fatti di importanza capitale, quando va bene, sono relegati a nota a piè di pagina dei manuali di storia, mentre la crisi dei missili di Cuba occupa interi capitoli, ovviamente.

Eppure la domanda è inevitabile:
cosa avrebbe fatto Washington se Stalin avesse installato missili nucleari in Messico o in Canada?

La verità scomoda è che la Guerra Fredda non nasce da un piano di conquista sovietico, ma da una scelta americana di militarizzare l’Europa e il Medio-Oriente trasformando la paura in sistema, l’alleanza in subordinazione, la sicurezza in egemonia.

La Turchia ne pagherà il prezzo per decenni: colpi di Stato militari, regimi autoritari, una democrazia geneticamente modificata per essere il bastione avanzato dell’impero a stelle e strisce. Il “collare a strozzo americano”, si sa, non è mai indolore.

Dire che Stalin non ha voluto la Guerra Fredda, affermare che Truman è il vero responsabile di questa disgrazia, significa ristabilire cronologia e causalità diretta alla genesi di un conflitto che ha segnato la storia del XX secolo. Questo aiuta a capire anche perché la Guerra Fredda, da quando la NATO ha scelto di fagocitare l’Ucraina in chiave antirussa, si ripresenta con prospettive sempre più cupe. Tra Mosca e il confine ucraino vi sono solo 500 chilometri.

Luca Costa

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