venerdì 30 gennaio 2026

Chi ha ucciso l'italiano?

 Giù le mani dall’italiano

C’è un rumore di fondo, costante, fastidioso, che si impone alle nostre giornate. Non è il traffico, non è il telegiornale, non è nemmeno la pubblicità: è il rantolo di una lingua che viene limata, sbucciata, umiliata fino a diventare irriconoscibile. Chi è? L’italiano che non viene più parlato: viene aggirato.

Ogni giorno i media italiani — tutti, nessuno escluso — compiono lo stesso gesto: evitano l’italiano come si evita un parente imbarazzante. Non lo uccidono di colpo, no. Lo fanno morire lentamente, a forza di parole straniere buttate lì come coriandoli nel vuoto. Startwarming. Overtourism. Closing. Briefing. Day-one. Suonano come rutti aziendali. E la cosa peggiore è che non servono a niente. Abbiamo le parole. Le abbiamo sempre avute. Sono lì, belle, precise, pronte. Ma no: meglio fingere che non esistano.

Il risultato? Una lingua trattata come il relitto di un mondo perduto. Inadatta. Superata. Troppo complessa per un presente che vuole tutto veloce, piatto, intercambiabile. L’italiano diventa un ostacolo, un intralcio, una zavorra da scaricare per salire sul carro di un futuro che parla una sola lingua, e male.

E intanto accade l’assurdo. L’italiano è studiato, amato, desiderato in mezzo mondo. C’è chi lo impara per amore, per passione, per bellezza. E quando queste persone arrivano in Italia — in Italia — cosa trovano? Neolaureati cerebrolesi che si rivolgono loro...in inglese. Musei che rinnegano la propria voce. Uffici turistici che sembrano vergognarsi della più bella lingua del mondo. A volte ti parlano in inglese perfino se rispondi in italiano. Perfino se sei italiano. È una scena da teatro dell’assurdo: un paese che si traveste da straniero per paura di essere se stesso.

Perché succede qui? Perché non succede in Francia, dove la lingua è una bandiera, non un fardello? Perché non succede in Spagna, dove nessuno si vergogna di parlare come mangia?
Perché noi sì?

Non è apertura mentale. È sudditanza.
Non è modernit
à. È insicurezza travestita da progresso.
È l’idea meschina che tutto ciò che arriva dal mondo angloamericano sia automaticamente migliore, più serio, più autorevole. Anche quando è brutto. Anche quando è inutile. Anche quando è ridicolo.

E i media sono i principali responsabili. Perché hanno il potere di scegliere le parole. E scegliere le parole significa scegliere il mondo che racconti. Invece preferiscono il linguaggio prefabbricato, senz’anima, senza storia. Perfetto per creare un popolo che non pensa, che non lotta, che non morde. Una neolingua perfetta per non disturbare, per non contestare, per abbaiare senza mordere mai.

Ma una lingua non è solo uno strumento. È un corpo vivo. Respira, sanguina, ama. Non si abita un paese, si abita una lingua. Se abbandoniamo l'italiano, abbandoniamo l'Italia, abdichiamo dal dovere morale di essere veramente italiani.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



martedì 27 gennaio 2026

Corona non perdona

 VIVA FALSISSIMO, VIVA CORONA

CORONA CONTRO SIGNORINI : non è solo gossip, è la battaglia per la libertà del giornalismo d’inchiesta

Gennaio 2026. In Italia esplode l’ennesima guerra morale a comando. Da una parte Fabrizio Corona, Braveheart che il sistema mediatico ha prima usato, poi incarcerato, poi ridicolizzato, poi riesumato come mostro utile. Dall’altra Alfonso Signorini, volto storico del potere mediatico, sacerdote di quella chiesa catodica moraleggiante che è la TV generalista italiana. In mezzo, come sempre, il coro: giornali, talk show, editorialisti, intellettuali a gettone. Tutti pronti a dire qualcosa. Tutti pronti a schierarsi. Tutti, incredibilmente, d’accordo su una cosa sola: non guardare dove fa male.

La vicenda è nota. Corona pubblica video, parla, accusa, nomina. Presenta documenti e testimoni. Fatti e fonti. Il suo canale YouTube Falsissimo macina milioni di visualizzazioni, segno che il pubblico — quello vero, non quello evocato nei salotti — ascolta. Cosa? Il sistema Signorini-Berlusconi-tv italiana. Sei carino? Sei carina? Vuoi apparire in tv? Facile. Ius primae noctis. Anzi :ius primae vesperae televisivae. Devi farti trombare. E se sei un aitante ragazzotto, devi farti trombare da Signorini.

Signorini reagisce. Contrattacco Mediaset (che deve difendere Signorini per non incappare nel Codacons che accuserebbe il codice etico di Mediaset di non essere che fuffa all’ennesima potenza, ma anche perché Signorini fa capire che se cola a picco lui altri non tarderanno a seguirlo).

E i media? Invece che scatenarsi, si irrigidiscono. Incredibile! C’è chi brandisce la privacy come un’arma contundente. Chi parla di fango. Chi invoca la censura elegante, quella con il profumo dell’etica. Chi concede una libertà d’espressione mutilata, addomesticata, resa innocua. In breve: i media prevalenti stanno TUTTI con Signorini e attaccano Corona.

Ma dentro questo frastuono morale, nessuno, nessuno pone la domanda fondamentale. Quella che dovrebbe essere l’ossessione di chi fa giornalismo.
Ma quel che afferma Corona...È vero o non è vero?

Tutti schierati, (tutti sdraiati) nessuno in piedi

Destra, sinistra, centro. Quotidiani progressisti e giornali conservatori. Programmi indignati e programmi moderati. Tutti schierati. Tutti a difendere Signorini e : la reputazione, il decoro, la forma, il “non si fa”. Nessuno a difendere la verità. Nessuno che abbia il coraggio di dire: se ciò che Corona racconta è vero, allora ha il diritto di dirlo. E sarà il pubblico, gli italiani, a decidere se è interessante, rilevante, o meno, il fatto che TUTTO in tv è farlocco e costruito su un mercato del sesso che neanche nell’Impero Ottomano del XVII Secolo...

Il giornalismo italiano, in questa storia, mostra il suo volto più bieco: quello di una professione che ha smesso di scavare e ha imparato a gestire. Gestire rapporti. Gestire carriere. Gestire silenzi. Si discute ossessivamente dei metodi di Corona, del personaggio, del passato, della sua inaffidabilità presunta. È il trucco più antico: delegittimare il messaggero per non rispondere al messaggio.

Eppure il messaggio è chiarissimo. Ed è questo che terrorizza.

La verità indicibile: la TV è finta

Corona dice — e milioni di persone ascoltano, milioni, i video sul suo canale YouTube Falsissimo fanno milioni di visualizzazioni! — che la televisione italiana è un mondo finto. Un cerchio magico. Un sistema chiuso di potere che si autoalimenta, si autoprotegge e divora sessualmente ciò che è giovane e bello, come carburante. Esistono vergognosi meccanismi di scambio, di promessa, di accesso condizionato. Dice che dietro le luci c’è il buio delle asimmetrie di potere. Che certi sogni passano attraverso letti e divani.

Questo è il punto. Non il gossip. Non lo scandalo. Il sistema.

Un sistema che tutti all'interno conoscono. Tutti.
Lo sanno i corridoi. Lo sanno le chat private. Lo san
no le mezze frasi dette “a microfoni spenti”. Ma nessuno lo scrive. Nessuno lo firma. Nessuno lo mette in prima pagina. Perché dire la verità, in Italia, non è pericoloso per chi la subisce: è pericoloso per chi vive dentro il sistema.

Spegnere l’allarme, non l’incendio

L’Italia è davvero un paese bizzarro. Non nel senso folkloristico. Nel senso patologico. Corona ha trovato la formula esatto. Perfetta. Quando qualcuno suona un allarme, chi dovrebbe controllare cosa sta succedendo corre a spegnere l'allarme, non a spegnere l'incendio.

Succede sempre. In televisione. In politica. Nell’università. Ovunque esista un potere strutturato ceh non risponde a nessuno e che macina giovani vite. L’allarme disturba. Rompe l’incantesimo. Fa paura più dell’incendio, perché l’incendio si può negare. L’allarme no.

Così oggi si chiede silenzio, moderazione, prudenza. Parole nobili usate come sonniferi. Si invoca la responsabilità per non assumersene alcuna. Si difende l’ordine delle cose, non la loro giustezza.

Solidarietà a Corona, senza se e senza ma

E allora sì. Solidarietà a Fabrizio Corona.
Non perché sia un eroe. Non perché sia puro. Non perché sia simpatico.
Ma perché — in questa storia — è l’unico che ha rimesso al centro ciò che il giornalismo italiano ha espulso da tempo:
la verità.

Se ciò che dice è falso, Signorini lo dimostri. Con trasparenza.
Se ciò che dice è vero (ed è vero) allora il problema non è Corona. Il problema è la museruola che il sistema vuole mettergli, ancora una volta, con violenza e prepotenza.

Ma il giornalismo non nasce per proteggere i potenti dai racconti scomodi. Nasce per fare domande, per mettere a nudo il potere (quando il potere la fa fuori dal vaso). Un giornalista deve dire la verità. Punto. Cercarla e svelarla.

Allora questa non è solo la difesa di un uomo.
È una difesa di un principio.
E senza quel principio, tutto il resto — tv, talk show, editoriali indignati, lezioni di morale — è solo menzogna. Aria fritta.

Viva Fabrizio Corona

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



L'equivoco liberale

 Il grande equivoco occidentale: dal liberalismo al capitalismo di connivenza

Nel dibattito pubblico occidentale si ricorre con sorprendente leggerezza a due parole divenute ormai passepartout: capitalismo e liberalismo. Le si evocano per descrivere — o per condannare — la società contemporanea dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Svizzera. Ogni distorsione del presente viene ricondotta a un indistinto “liberismo”: disuguaglianze, caro vita, precarietà, concentrazione della ricchezza.
Eppure, osservando la realtà concreta dei nostri sistemi economici, emerge una verità scomoda:
l’Occidente non è affatto liberale. E ciò che chiamiamo capitalismo ha ben poco a che fare con il capitalismo concorrenziale descritto dalla tradizione dell’economia politica.

Siamo entrati da tempo in una fase diversa, più opaca e meno confessabile: quella del capitalismo di connivenza, un sistema fondato sull’alleanza strutturale tra grandi conglomerati industriali-finanziari e Stati sempre più invadenti, lenti e affamati di risorse.

Adam Smith, padre putativo del capitalismo moderno, è spesso ridotto a una caricatura: il cantore dell’egoismo e della mano invisibile. Ma Smith era prima di tutto un filosofo morale, e diffidava profondamente dei grandi interessi organizzati. Scriveva senza ambiguità:

Le persone dello stesso mestiere raramente si riuniscono senza che la conversazione finisca in una cospirazione contro il pubblico.”

Il capitalismo, per Smith, non era il regno del più forte, ma un meccanismo per impedire le rendite e i monopoli. La concorrenza serviva a limitare il potere, non a concentrarlo. E soprattutto, una società non poteva dirsi prospera se la ricchezza di pochi si reggeva sulla miseria dei molti.

Eppure oggi, proprio nei Paesi che si proclamano campioni del libero mercato, osserviamo l’esatto contrario. Negli Stati Uniti, la forza delle lobby del petrolio, delle armi, della grande finanza e dei fondi speculativi non è un incidente del sistema, ma la sua architettura portante. Questi settori non prosperano grazie alla competizione, bensì grazie a regolazioni su misura, sussidi, protezioni politiche e salvataggi pubblici. Il mercato non decide: negozia. E negozia non con i cittadini, ma con il potere.

Friedrich Hayek aveva previsto con lucidità questo esito. Il suo timore non era l’assenza dello Stato, ma la sua cattura da parte di interessi particolari:

Il peggior intervento dello Stato non è quello che regola, ma quello che favorisce alcuni a scapito di altri.”

Quando lo Stato smette di essere arbitro e diventa socio, il mercato si deforma. Non nasce giustizia sociale, ma privilegio istituzionalizzato.

In Europa il meccanismo assume forme più discrete, ma non meno pervasive. Prendiamo il caso delle accise e della tassazione indiretta sui beni di prima necessità. I prezzi di energia, carburanti e generi alimentari aumentano anche perché così lo Stato incassa di più. Il consumatore non è più un soggetto da tutelare, ma una base imponibile da spremere. Il consumo diventa una rendita fiscale.

Alexis de Tocqueville aveva già intuito questo esito nel XIX secolo, descrivendo uno Stato che non opprime apertamente, ma avvolge:

Il potere provvede ai bisogni, regola le successioni, dirige l’industria… e riduce infine ogni cittadino a un animale timido e industrioso.”

È una forma di dominio morbido, amministrativo, che non nega la libertà in teoria, ma la svuota nella pratica.

Lo stesso schema si ripete oggi con il riarmo europeo. Il ReArm Europe non è solo una risposta geopolitica, ma un gigantesco doping pubblico per l’industria bellica e per i fondi finanziari che la controllano. Non concorrenza, ma concentrazione. Non pluralismo industriale, ma oligopolio benedetto dal potere politico.

E lo vediamo ancora più chiaramente con il Green Deal. Dietro una retorica moralmente inattaccabile, si costruisce spesso un sistema di incentivi selettivi che favorisce grandi promotori, fondi infrastrutturali, operatori capaci di navigare la burocrazia. Pale eoliche e pannelli solari diventano asset finanziari prima ancora che soluzioni energetiche. La transizione ecologica si trasforma in una transazione per pochi.

Karl Polanyi, spesso invocato contro il mercato, offre in realtà una chiave decisiva per comprendere il presente:

Il laissez-faire non è spontaneo: è il risultato di una pianificazione.”

Ma quando questa pianificazione serve a proteggere interessi consolidati, la società non reagisce con maggiore equità, bensì con corporazioni, rendite e immobilismo.

Il risultato è sotto i nostri occhi: la vera industria — familiare, territoriale, innovativa — non viene galvanizzata, ma soffocata. Schiacciata tra burocrazia, pressione fiscale e concorrenza drogata. Il consumatore non viene protetto, ma educato alla rassegnazione. Prezzi alti come normalità, scelte ridotte come destino.

Luigi Einaudi lo aveva espresso con una chiarezza che oggi suona quasi scandalosa:

Favorire è corrompere.”

Il problema dell’Occidente non è lo Stato in sé, ma lo Stato che sceglie i vincitori. Che ingrassa pochi perché pochi, nella loro opulenza, permettono allo Stato di essere a sua volta grasso, lento e inefficiente.

Il vero virus dell’Occidente è questo patto silenzioso tra potere economico e potere politico. Un virus di cui si parla poco, perché denunciarlo significherebbe mettere in discussione un equilibrio che conviene a entrambi.

Ma una società che rinuncia alla concorrenza reale, alla tutela del consumatore e al pluralismo economico non è più né liberale né dinamica. È una società amministrata, gestita, ottimizzata.
E lentamente svuotata.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



venerdì 23 gennaio 2026

Chi ha iniziato la guerra fredda?

 Chi ha davvero iniziato la Guerra Fredda? Il caso turco e la grande rimozione occidentale

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Il 12 marzo 1947 Harry Truman proclama davanti al Congresso una nuova dottrina che, accompagnata dalla narrazione edulcorante dell’aiuto a Grecia e Turchia, sancisce il diritto degli Stati Uniti di intervenire ovunque nel mondo per espandere la propria sfera di influenza. Anche ai confini con l’URSS. Con l’accordo bilaterale firmato il 12 luglio 1947 ad Ankara, Washington si impossessa della Turchia e minaccia Mosca, prima ancora della fondazione della NATO. Torniamo sull’atto politico che segna l’inizio reale della Guerra Fredda.

Da ottant’anni una narrazione ideologicamente inquinata, tanto rassicurante quanto moralmente corrotta, domina la memoria occidentale: la Guerra Fredda sarebbe nata dalla necessità di controbattere l’aggressività di Stalin. Un riflesso difensivo, quasi naturale, di un Occidente minacciato.

La storia, però, se la si studia con lucidità e lealtà, racconta tutt’altro.

Nel 1947, l’Europa è in macerie e l’Unione Sovietica ha perso 27 milioni di uomini per fermare Hitler. Stalin non ha né gli uomini, né la capacità né l’interesse di espandere militarmente la propria sfera di influenza oltre la cintura di sicurezza dell’Europa orientale, decisa a Yalta su proposta dello stesso Churchill. Il mondo vuole la pace.

Eppure, è proprio in quel 1947 che Washington compie un atto di rottura irreversibile.

Con la Dottrina Truman, annunciata dal presidente di fonte al congresso nel mese di marzo, gli Stati Uniti dichiarano apertamente che interverranno ovunque nel mondo per espandere la loro sfera di influenza, esportare democrazia e libertà e arginare l’URSS. Indipendentemente dall’imminenza o dall’effettività di un pericolo di invasione comunista. Questa dottrina, pare evidente, non è una strategia difensiva: è una proclamazione globale di onnipotenza. Grecia e Turchia diventano i primi laboratori di questa nuova spavalderia americana.

La Turchia, stato sovrano ma fragile, confinante direttamente con l’URSS, viene assorbita nella sfera americana prima ancora della creazione della NATO (che è del 1949). Aiuti militari, consulenti, basi, allineamento forzato. Corruzione a fiumi. Creazione di governi fantoccio ad Ankara che non conoscono né la parola popolo, né la parola diritti. Non per rispondere a una minaccia sovietica – che non c’è – ma per trasformare la Turchia in un avamposto strategico statunitense. Una grande piattaforma dalla quale attaccare o sparare missili in caso di bisogno. Sparare verso Mosca, ovviamente.

È qui che la Guerra Fredda comincia davvero: non a Berlino, non a Praga, ma ad Ankara.

Dal punto di vista sovietico il messaggio è chiarissimo: gli Stati Uniti vogliono portare la loro potenza militare ai confini diretti dell’URSS, in tempo di pace, senza provocazione immediata. Senza casus belli.
Quale grande potenza nella storia avrebbe
accettato una tale provocazione senza reagire?

Dopo aver preparato e piazzato basi su suolo turco nel decennio precedente (Nel 1951, prima ancora che la Turchia entri formalmente nella NATO (1952), Ankara e Washington firmano un accordo bilaterale segreto che autorizza la costruzione di basi militari statunitensi sul territorio turco. La prima fu a İncirlik, la Incirlik Air Base, 1951, vicino ad Adana, Turchia meridionale), nel 1961, Washington le arma con missili nucleari Jupiter, capaci di colpire Mosca in pochi minuti.

Oggi, questi fatti di importanza capitale, quando va bene, sono relegati a nota a piè di pagina dei manuali di storia, mentre la crisi dei missili di Cuba occupa interi capitoli, ovviamente.

Eppure la domanda è inevitabile:
cosa avrebbe fatto Washington se Stalin avesse installato missili nucleari in Messico o in Canada?

La verità scomoda è che la Guerra Fredda non nasce da un piano di conquista sovietico, ma da una scelta americana di militarizzare l’Europa e il Medio-Oriente trasformando la paura in sistema, l’alleanza in subordinazione, la sicurezza in egemonia.

La Turchia ne pagherà il prezzo per decenni: colpi di Stato militari, regimi autoritari, una democrazia geneticamente modificata per essere il bastione avanzato dell’impero a stelle e strisce. Il “collare a strozzo americano”, si sa, non è mai indolore.

Dire che Stalin non ha voluto la Guerra Fredda, affermare che Truman è il vero responsabile di questa disgrazia, significa ristabilire cronologia e causalità diretta alla genesi di un conflitto che ha segnato la storia del XX secolo. Questo aiuta a capire anche perché la Guerra Fredda, da quando la NATO ha scelto di fagocitare l’Ucraina in chiave antirussa, si ripresenta con prospettive sempre più cupe. Tra Mosca e il confine ucraino vi sono solo 500 chilometri.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



martedì 20 gennaio 2026

Giustizia tradita

 La Giustizia Tradita: Una Riflessione Filosofica sul Fallimento delle "Riforme" Italiane

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In Italia, la parola "riforma" evoca da almeno un quarto di secolo un rituale stantio, un teatrino politico che si ripete con la puntualità di un orologio guasto. Dai tempi del governo Berlusconi II, nel lontano 2001, passando per l'orrenda e oscena riforma Cartabia – un mostro giuridico che ha ingolfato i tribunali con procedure bizantine e ha protetto i potenti sotto il velo dell’ "efficienza" – fino all'affondo finale tentato dall'attuale premier Giorgia Meloni, il discorso sulla giustizia è diventato un mantra ipocrita. Ma fermiamoci un attimo e chiediamoci, con uno sguardo filosofico al diritto: cos'è davvero la giustizia? Non è forse, come insegnava Platone nella Repubblica, l'armonia dell'anima e della polis, dove le leggi non sono mere astrazioni, ma strumenti per realizzare il bene comune? O, per dirla con Aristotele, un'abitudine virtuosa che garantisce a ciascuno ciò che gli spetta, senza favoritismi?

Eppure, queste "riforme" non hanno nulla a che fare con tale ideale. Non sono pensate per offrire agli italiani un sistema giudiziario più efficiente e trasparente. Al contrario, sono figlie di un clientelismo spudorato, cucite su misura per gli interessi del centro-destra, che da decenni agita lo spettro della "magistratura politicizzata" come alibi per smantellare l'indipendenza del potere giudiziario. Certo che la magistratura è politicizzata. Ma gli italiani davvero hanno come primo bisogno un tentativo velleitario e inutile di spoliticizzarla? No. Gli italiani non bramano la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri – un cavallo di battaglia che, in realtà, mira a creare una magistratura divisa, debole e controllabile dal potere esecutivo. No, ciò che gli italiani desiderano è una giustizia più giusta, non un ennesimo maquillage istituzionale che lascia intatti i veri problemi.

Dal punto di vista della filosofia del diritto, il cuore del problema non sta nelle strutture, ma nell'applicazione delle norme. Come sosteneva Hans Kelsen nella sua Teoria Pura del Diritto, la validità di una norma deriva dalla sua coerenza con l'ordinamento, ma la sua efficacia dipende dalla volontà di applicarla. In Italia, la giustizia non è assente perché i giudici fanno anche i pm, ma perché la magistratura – spesso complice di un sistema lassista – ha il potere di non punire i delinquenti, trasformando le pene in mere suggestioni. Il nostro codice penale e il nostro codice di procedura permettono ai giudici di non mandare in galera i criminali! Ecco il problema! La funzione retributiva della pena è stata sbriciolata a favore di un assurda funzione rieducativa che da sola non basta a fare giustizia. I delinquenti noi li "rieduchiamo" (cosi bene che poi sono tutti recidivisti) con misure alternative che si traducono in impunità sistemica. Ecco cosa sta sulle palle agli italiani!

Serve una riforma vera, non cosmetica: un intervento radicale sul codice penale e sul codice di procedura penale per strappare ai giudici quel margine discrezionale che permette di eludere la giustizia. Come? Facile! Alzare i minimi edittali delle pene, smontare tutto l'impianto della Legge Simeone e derivati (che ha aperto le porte a sconti e benefici indiscriminati), e limitare drasticamente le attenuanti e le misure alternative – queste sarebbero azioni concrete per ripristinare l'equilibrio tra colpa e castigo, nel principio kantiano della retribuzione proporzionata.

Ricordiamo le promesse di Giorgia Meloni nel 2022, durante la campagna elettorale: un pugno di ferro contro la criminalità, con pene più severe e un giro di vite sulle scappatoie. Parole che suonavano come un'eco di Beccaria, che nel Dei Delitti e delle Pene invocava proporzionalità e certezza della punizione per dissuadere il crimine. E invece? Una volta al potere, la Meloni ha optato per il fumo negli occhi: ha alzato i massimi delle pene, quei tetti teorici che nessuno – NESSUNO – si becca mai in un sistema dove le attenuanti generiche piovono come manna dal cielo, riducendo le condanne a pene simboliche. Risultato? Nulla è cambiato. I tribunali continuano a sfornare sentenze ridicole, i criminali escono con il sorriso dai tribunali, e la società italiana rimane ostaggio di un diritto che premia i carnefici e umilia le vittime.

Questa non è giustizia, è parodia. È un affronto alla filosofia del diritto, che da Locke a Rawls ci insegna che lo Stato esiste per proteggere i deboli, non per parare il culo alle canaglie. Gli italiani meritano di più: non riforme che separano carriere per far contenti imprenditori e colletti bianchi, ma leggi applicate con rigore, pene certe e proporzionate. Solo così potremo riscattare la giustizia dal pantano dell’ideologia e restituirla al popolo, come pilastro di una democrazia vera. Altrimenti, continueremo a parlare di "riforme" per altri 25 anni, mentre il paese affonda nel cinismo.

È ora di dire basta: chiediamo giustizia, non riforme.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



domenica 18 gennaio 2026

Il baratro dell'eutanasia

Eutanasia : Macron spinge la Francia verso il nichilismo più assoluto


In Francia il tema dell’eutanasia e del “diritto di morire con dignità” incendia i dibattiti politici. Diritto all'autodeterminazione, valori fondamentali e responsabilità della collettività di fronte alla sofferenza altrui. Tutto è in gioco.

Nel maggio 2025 l’Assemblée Nationale (la Camera bassa del Parlamento) ha approvato un disegno di legge che introduce condizioni precise in cui un adulto gravemente malato e sofferente potrebbe chiedere aiuto medico per porre fine alla propria vita. Superata questa prima lettura con una maggioranza significativa di voti, il testo è passato all’altro ramo del Parlamento, il Senato, che tra il 20 e il 26 gennaio 2026 lo esaminerà in aula e in commissione per discuterne i contenuti, apportare modifiche e decidere se adottarlo definitivamente.


Nel dibattito sul fine vita, i media spingono con enfasi sugli aspetti emotivi della questione e con tonnellate di retorica su alcuni emblematici casi indidividuali, facendo leva sull’idea di una sofferenza insopportabile alla quale solo la morte somministrata potrebbe porre rimedio. Si tratta però di una rappresentazione fuorviante. Compatire una persona non significa abbandonarla al dolore, né tantomeno sopprimere chi soffre: la compassione autentica consiste nel condividere la prova dell’altro e nel sostenerlo. Come? La medicina contemporanea dispone di strumenti efficaci per alleviare anche i dolori più intensi : le cure palliative. L’eutanasia non può essere presentata come l’unica risposta possibile alla sofferenza estrema.

A questa visione si lega spesso l’argomento della cosiddetta “morte nella dignità”, come se la dignità fosse qualcosa che si perde con la malattia, la dipendenza o la fragilità. In realtà, la dignità non è né una prestazione né una condizione da conquistare, ma un valore intrinseco della persona, che non viene cancellato dalla perdita di autonomia. Pensare che una persona anziana, gravemente malata o bisognosa di assistenza perda dignità, significa adottare una concezione riduttiva e profondamente ingiusta dell’essere umano. La dignità non coincide con il controllo assoluto del proprio corpo o della propria morte, ma con l’essere riconosciuti, accompagnati, amati e curati fino alla fine.

Chi sostiene la legalizzazione dell’eutanasia fa spesso riferimento alle esperienze straniere, in particolare a Belgio, Paesi Bassi e Canada, assicurando che una legge ben scritta sarebbe in grado di delimitare con precisione i casi ammessi. Tuttavia, un'osservazione di quel che accade in questi Paesi mostra una realtà assai diversa: una volta introdotta, la pratica tende ad ampliarsi progressivamente a macchia d'olio, applicandosi a situazioni ben lontane dalle necessaità ultime iniziamente previste. In Belgio, per esempio, l’eutanasia è stata estesa ben oltre i casi terminali, includendo sofferenze psichiche e persino i minori; nei Paesi Bassi sono emersi casi che coinvolgono persone affette da depressione o da forme di demenza. I criteri inizialmente presentati come rigorosi finiscono con l’allargarsi, e il controllo promesso si indebolisce nel tempo fino a eludere anche il più semplice dovere di informare i famigliari più stretti prima di procedere all'eutanasia.

Infine, l’eutanasia viene spesso giustificata in nome del diritto di disporre del proprio corpo e della propria morte. Ma la libertà individuale non è mai assoluta: è sempre inscritta in un contesto sociale e relazionale. Trasformare l’atto di dare la morte in una prestazione medica modifica radicalmente il rapporto tra medico e paziente e può esercitare una pressione silenziosa su anziani, malati e persone vulnerabili, che potrebbero sentirsi un peso per i propri cari o per la collettività. Per questo, la sola invocazione della libertà non basta a giustificare una pratica che incide in modo così profondo sul valore attribuito alla vita umana e sulle fondamenta della nostra civiltà.

Trovandosi in grande difficoltà di fronte a tutte le scadenze politiche del Paese, Emmanuel Macron persiste e firma una proposta di legge che mira puramente e semplicemente a legalizzare l’eutanasia. Tutto avviene come se, sul modello del suo predecessore, egli volesse segnare il proprio passaggio alla guida dello Stato con una riforma definita “societaria”, che avrebbe enormi conseguenze di ordine civilizzazionale. Non vi è alcun dubbio che il diritto di dare la morte, anche se incorniciato da alcune disposizioni di tutela, rappresenterebbe una rottura decisiva non solo nella legislazione, ma soprattutto nell’ordine antropologico, quello degli orientamenti filosofici del corpo sociale.


Da questo punto di vista, la Chiesa, per voce del suo magistero, afferma la sua opposizione più risoluta a questa sovversione del diritto. Essa non costituisce in alcun modo un’intrusione di un’autorità spirituale nel dominio politico. Si tratta, infatti, di un’esigenza suprema della coscienza.

A questo proposito, conviene citare l’ultima dichiarazione dei vescovi di Francia, che costituisce un utile chiarimento nella situazione attuale:

«Questo testo, tra i più permissivi al mondo, minaccerebbe i più fragili e metterebbe in discussione il rispetto dovuto a ogni vita umana».

La Chiesa cattolica in Francia, per voce dei suoi vescovi, dei laici, delle sue associazioni di solidarietà e dei suoi cappellani che operano accanto alle persone malate, non ha mai smesso di mettere in guardia dalla minaccia che grava sui più fragili e dalla messa in discussione del rispetto dovuto a ogni vita umana. Fino alla fine.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



Da Carlo a Carlo: la degenerazione degli Asburgo

Asburgo: che brutta fine.

Dal beato Carlo al benestante Carlo

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Il solenne discorso di questa settimana Karl von Habsburg-Lorena non ha suscitato particolare interesse in Italia, forse soffocato dal peso di eventi ben più importanti: come le vicende processuali della Ferragni o l’esclusione di Massimo Boldi dalle cerimonie pre-olimpiche.

All’estero invece, Austria, Francia, Germania in primis, le sue parole contro le destre sovraniste europee hanno trovato una certa eco (le Figaro ne ha fatto un corposo articolo).

Si è trattato un discorso pubblico, tenuto da Carlo d’Asburgo, in occasione del suo 65° compleanno. Figlio del Granduca Otto, già parlamentare europeo, e nipote dell’ultimo imperatore d’Asburgo, Carlo, il novello Carlo (o meglio Karl) ha parlato del futuro dell’Europa e del progetto europeo di Ursula von der Leyen, cui egli ha scelto di allinearsi senza riserve.

Il suo discorso è infatti totalmente congruente alla narrazione dominante di Bruxelles. Karl ha definito quei leader europei non totalmente allineati (Orban e Fico su tutti) come “brutali nazionalisti”, arrivando ad accusarli di essere una “quinta colonna di Mosca”. Sono finiti sul banco degli imputati tutti coloro che osano difendere la sovranità degli Stati contro l’accentramento totalitario di Ursula e soci. Un intervento perfettamente inserito nel clima ideologico attuale: russofobia totale, guerra come orizzonte permanente, integrazione come dogma, dissenso come sospetto morale.

Critiche all’Unione Europea? L’aver ripensato anche solo in minima parte di sacro Green Deal (una volta c’era il sacro romano impero) e di non andare abbastanza veloce sul riarmo.

Ed è proprio qui che emerge, stridente, il paradosso storico. Perché da Carlo a Carlo, da un secolo all’altro, la distanza non è solo politica: è etica, spirituale, quasi antropologica. Il Beato Carlo d’Asburgo, ultimo imperatore, cercò la pace quando le grandi potenze volevano la guerra o oltranza; tentò canali segreti di dialogo quando la logica dei blocchi militari divorava l’Europa; difese l’equilibrio fra i popoli dell’Impero quando l’ideologia pretendeva di ridurli a strumenti. Per questo fu punito. Per questo fu deposto. Per questo fu mandato in esilio a Madeira, dove morì giovane, consumato dalla povertà e dall’abbandono, ma senza mai rinnegare la verità che aveva servito.

Come nipote ed erede del Beato Carlo, Karl avrebbe dovuto dire l’opposto di ciò che ha detto.

Avrebbe dovuto ricordare che la pace non è mai figlia di insulti e provocazioni, che il dialogo con la Russia non è un crimine ma una necessità storica, che l’espansione della NATO a Est non ha portato stabilità ma fratture, e che l’Europa centrale non può essere ridotta a cuscinetto geopolitico di interessi altrui. Avrebbe dovuto difendere l’idea asburgica di Europa: pluralità, equilibrio, rispetto profondo delle identità cattlica e della cultura propria dei popoli che un tempo convivevano sotto la stessa corona.

Invece Karl preferisce suonare la musica dei potenti di oggi, gli stessi che ieri furono i carnefici ideologici, politici e personali di suo nonno. È molto più comodo. Molto più redditizio. Meglio avere onori, ricchezze, accesso a cariche istituzionali (non fare nulla e guadagnare moltissimo), che caricarsi il peso di una testimonianza ormai scomoda. Basta ripetere le litanie ufficiali: russofobia obbligatoria, europeismo ideologico, green deal punitivo, guerra a sovranità e identità nazionali. Nessuna parola fuori posto. Nessun rischio personale. Nessun sacrificio.

E tutti quei media liberal che un tempo digrignavano i denti alla sola parola "Asburgo", ora applaudono.

Ed è per questo che, paradossalmente, figure come Viktor Orbán e Robert Fico risultano oggi infinitamente più fedeli allo spirito del Beato Carlo d’Asburgo di quanto lo siano i suoi eredi biologici. Sono loro a proteggere i propri popoli dagli abusi di una Commissione europea che, a colpi di immigrazionismo ideologico, transizione verde coercitiva e riarmo continentale, sta cercando di affamare, uniformare e conformare la Mitteleuropa. Un progetto che non ha nulla di europeo e molto di americanizzato, pauperistico e coloniale.

E allora la conclusione è amara. Gli eredi del Beato Carlo hanno scelto. Hanno scelto di essere ricchi e privilegiati, non giusti. Hanno scelto la rispettabilità del potere. Hanno scelto la sicurezza economica, non il rischio della pace. Il loro nonno Carlo fu disposto a sacrificare tutto – il trono, la salute, il confort, la vita – pur di non tradire la verità e pur di cercare la pace. Loro, un secolo dopo, sembrano disposti a sacrificare la memoria di quell’uomo pur di restare dalla parte giusta del potere.

Ma non si puo sempre dare un colpo alla botte e uno al secchio.

O affermi la verità o affermi il tuo potere personale. Bisogna scegliere.

Luca Costa

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