venerdì 29 maggio 2026

Non è un paese per giovani

 L’ITALIA NON È UN PAESE PER GIOVANI (ITALIANI)

Per la prima volta dall’Unità d’Italia, il numero di cittadini italiani residenti all’estero supera quello degli stranieri regolarmente presenti nel Paese. Questo fenomeno strutturale solleva forti preoccupazioni sul futuro di una nazione che esporta senza farsi problemi ciò che dovrebbe trattenere con più forza : i suoi giovani.

Per la prima volta dall’Unità d’Italia (1861), l’Italia conta più cittadini all’estero (6,4 milioni) che stranieri regolarmente residenti sul proprio territorio. Questo sorpasso, avvenuto a fine 2025, non è il risultato di una congiuntura temporanea né della crisi migratoria: è il segnale dell’esaurimento demografico di una nazione che esporta esattamente ciò che dovrebbe trattenere.

Il vecchio paradigma “povertà/emigrazione” è stato definitivamente sostituito da una dinamica più profonda e strutturale: il binomio “capitale umano altamente qualificato/opportunità di lavoro”. Questo storico cambiamento non è una semplice statistica: coloro che lasciano l’Italia appartengono spesso alla fascia d’età in cui si formano le famiglie. L’esodo non svuota soltanto le casse dello Stato, ma erode il suo futuro demografico e produttivo, mentre il fenomeno continua a essere percepito come temporaneo e banale, nonostante il suo carattere strutturale.

Tra il 2011 e il 2024, mezzo milione di giovani italiani qualificati sotto i 34 anni sono emigrati verso le principali economie avanzate — Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera, USA, Canada — contro appena 55.000 giovani stranieri qualificati entrati in Italia: un rapporto di 9 a 1.

Una quota crescente di questi emigrati è composta da laureati e profili altamente qualificati. Il Paese non perde semplicemente dei giovani: trasferisce all’estero la propria futura classe dirigente. Ogni laureato che parte rappresenta un investimento senza ritorno per l’economia nazionale. L’Italia forma talenti grazie alle tasse dei contribuenti per poi cederne la produttività e il gettito fiscale ad altri Paesi.

Il rapporto del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) quantifica questa emorragia: 159,5 miliardi di euro di capitale umano usciti dall’Italia tra il 2011 e il 2024, pari al 7,5% del PIL cumulato nello stesso periodo.

Questo squilibrio migratorio colloca l’Italia in una posizione unica in Europa, caratterizzata da una doppia asimmetria che minaccia la qualità stessa del suo capitale produttivo.

La prima asimmetria riguarda il divario rispetto ai partner europei. Mentre la Germania attrae ogni anno 300.000 lavoratori qualificati e la Francia ne accoglie 180.000, l’Italia ne riceve appena 4.200 all’anno.

Ma il vero divario non è quantitativo: è qualitativo. I Paesi dell’Europa settentrionale attraggono talenti da tutto il mondo trattenendo al tempo stesso i propri. L’Italia subisce una doppia emorragia: perde i propri laureati e non riesce ad attirare equivalenti stranieri. Il saldo netto è devastante: per ogni ingegnere, medico o ricercatore che arriva, nove se ne vanno.

Questa asimmetria non riflette solo un deficit di competitività salariale bensì una mancanza di fiducia nel futuro del Paese.

La seconda asimmetria è quella della sostituzione produttiva regressiva. L’Italia non si limita a perdere talenti senza rimpiazzarli: opera una sostituzione qualitativa inversa. Il sistema economico italiano perde strutturalmente profili altamente qualificati, mentre viene alimentato da flussi migratori generalmente meno istruiti e concentrati in settori a bassa o media qualificazione.

Ne deriva un deterioramento continuo della qualità del capitale produttivo: gli ingegneri partiti per Monaco di Baviera, Parigi o Londra vengono sostituiti da manodopera non qualificata impiegata nell’agricoltura, nella logistica o nei servizi.

Questa analisi non implica alcun giudizio sul valore delle persone, ma costituisce una constatazione economica difficilmente contestabile: l’Italia scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano non qualificato, indebolendo la propria capacità di generare innovazione, brevetti e crescita nel medio periodo.

Queste due asimmetrie si rafforzano reciprocamente. Esse segnalano non una crisi passeggera, ma una trasformazione strutturale del posizionamento economico italiano: uno slittamento progressivo verso un’economia basata su servizi elementari e subfornitura industriale, mentre i vicini europei consolidano il proprio vantaggio tecnologico grazie ai talenti che l’Italia ha formato ma non è stata capace di trattenere.

L’Italia non sa valorizzare i propri giovani. Il nuovo esodo italiano non è solo una fuga dalla precarietà, ma una scelta di vita pienamente consapevole. Le nuove generazioni si muovono con pragmatismo verso contesti globalizzati, dove la crescita non è più una promessa ma un’opportunità concreta che il loro Paese non riesce a offrire.

L’Italia soffre di un cortocircuito generazionale: la sua classe dirigente, con un’età media di 67 anni, ostacola di fatto il ricambio delle élite. In questo contesto, l’emigrazione diventa una risposta razionale: i giovani rifiutano di sprecare gli anni più preziosi della loro vita aspettando un’opportunità che non arriva mai, all’interno di un sistema che seleziona senza meritocrazia e che protegge attraverso l’appartenenza a caste chiuse che si autoriproducono.

Questo squilibrio si riflette in un mercato del lavoro dominato da piccole imprese con scarsa capacità di crescita dimensionale e bassa intensità innovativa, associato a una cultura imprenditoriale ancora fortemente familiare e patriarcale, che limita la mobilità sociale e riduce le prospettive di avanzamento professionale.

Le conseguenze non riguardano soltanto chi parte, ma anche chi resta. La precarietà occupazionale, i salari insufficienti e l’assenza di prospettive rendono la formazione di una famiglia un progetto spesso rinviato a tempo indeterminato.

Un indicatore particolarmente significativo riguarda la componente femminile: negli ultimi vent’anni la presenza delle donne italiane all’estero è aumentata del 116%, a un ritmo superiore rispetto a quella maschile. Le donne italiane emigrano sempre più spesso da sole, altamente qualificate, e costruiscono all’estero i propri percorsi familiari e professionali.

Ogni bambino nato a Londra, Berlino o Parigi da una madre italiana rappresenta un capitale umano formato in Italia e perduto per il Paese: un investimento demografico senza ritorno.

A ciò si aggiunge il fallimento delle politiche di rientro: mentre il Paese lancia allarmi sull’emergenza, recenti decisioni politiche — come la riduzione degli incentivi fiscali per il rientro dei talenti — vanno nella direzione opposta, trasformando il “ritorno a casa” in un privilegio riservato a una minoranza benestante.

Circa 600.000 giovani partiti negli ultimi quindici anni — laureati, dirigenti e imprenditori che hanno maturato esperienza in centri di grande prestigio come la Silicon Valley, New York, Londra o Hong Kong — rappresentano una riserva di competenze che l’Italia non è ancora riuscita a mobilitare.

Le stime convergono: un loro ritorno su larga scala genererebbe incrementi di produttività dal 20 al 30% per le imprese che li accogliessero e un potenziale aumento del PIL dell’1,5% annuo grazie a nuovi brevetti, start-up e reti internazionali.

Ma questi benefici si concretizzeranno soltanto a una condizione: che l’Italia si doti di politiche serie — alleggerimenti fiscali strutturali, fondi di venture capital dedicati, riforma della governance aziendale — e sia disposta a mettere in discussione proprio quelle strutture di potere che hanno spinto questi talenti ad andarsene.

Senza questa svolta, gli scenari ottimistici resteranno ciò che sono: semplici proiezioni prive di un reale ancoraggio alla realtà perché ciò che manca non è la conoscenza del problema, ma la volontà politica di affrontarlo.

Il vero colpevole, è necessario dirlo con chiarezza, è la classe dirigente italiana degli ultimi trentacinque anni: corrotta, avida e incompetente, vecchia, con un’età media superiore ai 65 anni, e che azzera ogni speranza di incentivi al rientro dei talenti. Una classe politica che invia un messaggio inequivocabile alla meglio gioventù italiana:

andatevene pure, qui non c’è bisogno di voi.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



mercoledì 13 maggio 2026

Sanzioni farlocche

UE vergognosa: sanzioni ai singoli coloni ma non a Israele per l’occupazione della Cisgiordania e le violenze indiscriminate contro palestinesi indifesi


Ursula e Kaja sprofondano l’occidente nella vergogna più totale


L’Europa ha scoperto l’arte della politica contemporanea: trasformare l’orrore in procedura amministrativa. Davanti alle violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania — case incendiate, villaggi devastati, aggressioni sistematiche, umiliazioni quotidiane consumate sotto gli occhi del mondo — Bruxelles risponde con il linguaggio anestetico delle “sanzioni individuali”. Individuali. Come se il problema fosse una scheggia impazzita e non un incendio politico alimentato da anni di impunità. Israele e Netanyhau vengono assolti. E l'UE crede si fare lo stesso per sé.

È un capolavoro di codardia istituzionale: condannare senza colpire, deplorare senza interrompere, indignarsi senza rischiare. La diplomazia ridotta a deodorante. L’Unione Europea sembra un gigantesco ministero delle frasi vuote, una cattedrale di vetro dove ogni parola viene sterilizzata fino a diventare aria fritta. Liturgia dell’ipocrisia più solenne.

Quando Stati non allineati escono dalla retta via, l’Europa scopre il vocabolario della fermezza: embarghi, congelamenti, isolamento, dichiarazioni solenni. Pacchetti di sanzioni in serie. Ma quando si tratta dei padroni, USA e Israele, la fermezza diventa più elastica, relativa. La violenza brutale, inumana, dei coloni (armati da chi? Spinti da chi?) avanza in Cisgiordania schiacciando vite, diritti, e legalità, e Ursula e Kaja cosa fanno? Cosa predicano? prudenza, cautela, equilibrismo semantico. Si pesa ogni verbo come se la giustizia fosse una questione di galateo diplomatico. Non si devono certo disturbare Netanyahu e suoi scagnozzi mentre stritolano un intero popolo inerme.

Le “sanzioni individuali” sono la foglia di fico di un continente terrorizzato dall’idea di dire una parola contro Israele. È la politica del cerotto applicato sopra la più grande ferita del nostro tempo. Si colpisce il dito per non nominare il braccio. Si biasima il colono violento ma si evita accuratamente di sanzionare il governo che rende quella violenza possibile, tollerata, voluta.

E così l’Europa, che ama recitarsi allo specchio come “faro dei diritti umani”, finisce per assomigliare a un notaio della tragedia: registra, verbalizza, archivia. Sempre troppo tardi. Sempre troppo poco. Con quella tipica arroganza burocratica che confonde la moderazione con la moralità. Ma non c’è nulla di morale nel far finta di non vedere, di non capire. La neutralità, in certi momenti storici, non è saggezza: è complicità.

La verità è che i corrotti dirigenti (o dirigibili) UE sono paralizzati da un doppio terrore: perdere i dollari USA a fine mese e perdere la poltrona. Così restano sospesi in un pantano di comunicati ufficiali, mentre in Cisgiordania Israele continua a fagocitare tutto. È una tragedia resa ancora più insopportabile dal contrasto tra la grandiosità morale con cui l’Europa ama definirsi e la piccolezza concreta delle sue azioni.

E allora sì, c’è qualcosa di profondamente umiliante in tutto questo, per chi europeo lo è davvero. Perché vedere il proprio continente ridurre il diritto internazionale a astrolabio per una morale a geometria variabile significa assistere alla decomposizione della sua credibilità. Ogni “profonda preoccupazione” pronunciata senza conseguenze reali erode un pezzo dell’autorità morale europea. Ogni esitazione manda al mondo un messaggio devastante: i princìpi valgono, ma solo quando non disturbano i potenti.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



lunedì 11 maggio 2026

Un film già visto: tassare il ceto medio

IMPOSTA SULLA FORTUNA O IMPOSTE INDIRETTE?

Far pagare la classe media : la ricetta dell'Occidente ultra-liberale

Le democrazie ultraliberali contemporanee hanno sviluppato, negli ultimi quarant’anni, una singolare forma di codardia fiscale: preferiscono tassare ciò che tutti devono consumare piuttosto che colpire ciò che pochi accumulano. È una trasformazione silenziosa ma gigantesca della politica economica moderna. Non la si vede nei proclami elettorali, perché nessun governo direbbe apertamente: “lasceremo intatti i grandi patrimoni e recupereremo il gettito spremendo carburanti, bollette, IVA e inflazione”. Eppure è esattamente ciò che avviene.

La grande mutazione fiscale dell’Occidente non consiste tanto nell’aumento delle tasse in sé, quanto nello spostamento del peso fiscale dal capitale alla vita quotidiana.

Nel Novecento industriale — soprattutto tra il dopoguerra e gli anni Settanta — le economie occidentali avevano costruito un compromesso storico preciso: il capitalismo poteva prosperare, ma in cambio i grandi profitti e le grandi rendite contribuivano al finanziamento dello Stato sociale. Le aliquote marginali sui redditi più alti negli Stati Uniti del secondo dopoguerra superavano persino il 70-80%; in Europa esistevano imposte patrimoniali aggressive, forte progressività e un controllo politico assai più duro sui monopoli energetici, bancari e industriali.

Non era socialismo. Era capitalismo disciplinato.

Poi arrivò la rivoluzione neoliberale. Margaret Thatcher e Ronald Reagan cambiarono il paradigma culturale ancora prima di quello economico: la ricchezza privata smise di essere considerata una questione politica e divenne quasi una manifestazione morale di efficienza. Tassare i grandi capitali venne dipinto come un attentato alla crescita. Regolare i mercati come una forma di arretratezza. Lo Stato, da arbitro dell’economia, divenne progressivamente garante della redditività del capitale finanziario.

Da quel momento accadde qualcosa di fondamentale: poiché gli Stati avevano comunque bisogno di entrate, ma non volevano più confliggere con i grandi detentori di capitale — ormai globalizzati, mobili e politicamente potentissimi — iniziarono a preferire forme di tassazione invisibile, diffuse e psicologicamente sopportabili.

La tassazione indiretta è perfetta per questo scopo.

L’IVA colpisce tutti. Le accise sui carburanti colpiscono tutti. Gli aumenti energetici scaricati in bolletta colpiscono tutti. L’inflazione monetaria colpisce soprattutto salari e risparmi. Sono strumenti fiscalmente efficienti perché frammentano il dolore sociale: nessuno riceve una lettera con scritto “oggi ti abbiamo prelevato 3.000 euro per salvaguardare gli extraprofitti del sistema”. Il cittadino vede solo il pieno più caro, la spesa più cara, la rata più cara.

È una forma di prelievo politicamente anestetizzata.

Il carburante, in particolare, è diventato il simbolo perfetto di questa trasformazione. La benzina è il bene ideale da tassare in una società automobilistica: quasi nessuno può evitarla, e il prezzo finale è abbastanza opaco da confondere costi industriali, speculazione finanziaria, fiscalità e margini commerciali.

In Europa, e specialmente in Italia, il prezzo del carburante è ormai un mosaico di accise storiche, IVA applicata persino sulle accise stesse, oscillazioni speculative del greggio e rendite oligopolistiche. La cosa più impressionante è che ogni crisi geopolitica viene immediatamente trasformata in una giustificazione narrativa per aumenti che spesso non hanno alcuna proporzione reale con i costi industriali.

Qui entra in gioco il tema dell’Iran.

Ogni tensione in Medio Oriente produce ormai una reazione quasi automatica nei mercati energetici e nei media: “sale il petrolio”. Ma il legame reale tra guerra e prezzo alla pompa è spesso enormemente esagerato. Il prezzo finale della benzina non riflette semplicemente il costo del greggio. Riflette aspettative speculative, futures finanziari, margini di raffinazione, logistica, tassazione e soprattutto la possibilità politica di scaricare aumenti sui consumatori senza grandi rivolte.

Il punto decisivo è questo: il petrolio oggi è tanto una materia finanziaria quanto energetica.

I mercati non prezzano solo il barile reale; prezzano il panico, la previsione, l’emotività geopolitica. E quando il sistema economico è dominato dalla finanza, la speculazione diventa una tassa privata imposta ai cittadini. In pratica, milioni di persone pagano anticipatamente scenari che forse non si verificheranno mai.

E i governi? Formalmente si lamentano. Ma raramente intervengono davvero.

Perché?

Perché gli Stati contemporanei sono intrappolati in una contraddizione strutturale: hanno bisogno della crescita dei mercati finanziari per sostenere debito pubblico, investimenti, stabilità bancaria e consenso internazionale. Colpire duramente gli extraprofitti energetici o finanziari significherebbe entrare in conflitto con attori che oggi possiedono una potenza economica paragonabile — talvolta superiore — a quella di molti Stati nazionali.

Così nasce il capitalismo di connivenza.

Non il libero mercato autentico immaginato dai teorici classici, ma un sistema in cui il rischio viene socializzato e il profitto privatizzato. Quando arrivano crisi finanziarie, pandemie o shock energetici, lo Stato interviene per salvare banche, grandi imprese strategiche e colossi industriali. Ma quando arrivano i profitti eccezionali, essi restano in larga misura privati.

La formula implicita sembra essere:
“Metà superprofitti per voi, metà costo scaricato sulla collettività.”

Negli ultimi anni ciò è apparso in modo quasi caricaturale. Le grandi compagnie energetiche hanno registrato utili giganteschi durante le crisi globali. Le banche hanno beneficiato dell’aumento dei tassi. I fondi finanziari hanno speculato sulla volatilità energetica e alimentare. Eppure il dibattito pubblico dominante non si è concentrato sulla redistribuzione di queste rendite straordinarie, ma sull’educare i cittadini a “consumare meno”, “abbassare il termostato”, “fare sacrifici”.

È un linguaggio moralizzatore molto utile politicamente: trasforma problemi strutturali di distribuzione della ricchezza in questioni di comportamento individuale.

Nel frattempo, l’inflazione svolge un ruolo ancora più sofisticato. L’inflazione moderna non è solo un fenomeno monetario; è anche una gigantesca redistribuzione implicita. Chi possiede asset finanziari, immobili o partecipazioni industriali spesso riesce a proteggersi o persino ad arricchirsi. Chi vive di stipendio perde potere d’acquisto in tempo reale.

L’inflazione agisce quindi come una tassa regressiva invisibile.

E qui emerge il grande paradosso delle democrazie ultraliberali: si definiscono società della libertà individuale, ma costruiscono sistemi fiscali sempre meno progressivi e sempre più inevitabili. Non tassano ciò che puoi scegliere di accumulare; tassano ciò che devi usare per vivere.

Energia.
Trasporti.
Consumi.
Casa.
Cibo.

È molto più facile politicamente aumentare pochi centesimi sul carburante che imporre una patrimoniale seria sui grandi patrimoni transnazionali. Molto più semplice lasciare che l’inflazione eroda i salari piuttosto che affrontare il potere delle multinazionali energetiche o dei grandi fondi.

Eppure questo modello sta producendo conseguenze pericolose.

Perché le classi medie occidentali stanno lentamente comprendendo di essere diventate il principale ammortizzatore del sistema. Non abbastanza ricche da proteggersi attraverso il capitale; non abbastanza povere da ricevere piena protezione sociale. Sono loro a sostenere il peso delle tasse indirette, dell’erosione monetaria e dei costi energetici.

Quando il cittadino vede la benzina salire in modo apparentemente assurdo mentre legge dei record di utili delle compagnie energetiche, percepisce — magari confusamente — una frattura morale prima ancora che economica. Sente che il mercato non sta più distribuendo rischio e sacrificio in modo credibile.

Ed è qui che il problema diventa politico.

Perché nessuna democrazia regge indefinitamente se la maggioranza della popolazione inizia a convincersi che le regole siano scritte per proteggere le rendite e socializzare i costi. Storicamente, quando il capitalismo perde la percezione di equità, emergono sempre spinte populiste, radicali o autoritarie.

La storia economica insegna che i sistemi liberali sopravvivono non grazie alla purezza ideologica del mercato, ma grazie alla loro capacità di mantenere una legittimità sociale diffusa. Quando il cittadino accetta di pagare le tasse, lo fa perché presume che il sacrificio sia relativamente condiviso. Quando invece vede extraprofitti intoccabili e contemporaneamente carburanti, bollette e beni essenziali fuori controllo, quel patto implicito si deteriora.

Il problema della benzina, allora, non è soltanto economico. È simbolico.

È il punto in cui milioni di persone toccano quotidianamente con mano il sospetto che il sistema fiscale contemporaneo non colpisca più il privilegio, ma la necessità.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



domenica 10 maggio 2026

Fuori dall'Euro c'è vita!

Vivere senza UE è possibile


Londra: dieci anni dopo il Brexit, niente invasione di cavallette né crollo dell'economia: la realtà britannica smonta le narrazioni europeiste

I successi elettorali ottenuti questa settimana da Nigel Farage nelle amministrative inglesi confermano che il vento politico della Brexit è tutt’altro che esaurito.


Londra: amministrative 2026. Reform UK, il partito del celebre antieuropeista Nigel Farage, ha conquistato centinaia di seggi locali e strappato consigli storicamente controllati da laburisti e conservatori, imponendosi soprattutto nelle aree operaie e periferiche che erano già state decisive nel referendum del 2016. Farage ha parlato di una “svolta storica” nella politica britannica, segno che temi come sovranità nazionale, immigrazione e critica all’establishment continuano a mobilitare una parte ampia dell’elettorato inglese. Altro che nostalgia del passato: i protagonisti della Brexit sono ancora centrali nel dibattito pubblico e sembrano anzi vivere una nuova stagione di consenso.


Eppure, in Europa, in Italia, ovunque, per dieci anni ci è stato ripetuto che la Brexit avrebbe rappresentato una catastrofe storica. Non una semplice difficoltà economica, non una fase di transizione complicata: una vera implosione nazionale. File interminabili ai supermercati, collasso finanziario, fuga delle imprese, isolamento diplomatico, persino la dissoluzione del Regno Unito. Il linguaggio usato da gran parte del dibattito pubblico europeo tra il 2016 e il 2020 non lasciava spazio alle sfumature: fuori dall’Unione Europea ci sarebbe stato il baratro.

Dieci anni dopo, vale la pena fare una domanda semplice: dov’è questo collasso?

Il Regno Unito non è imploso. Londra non è diventata una periferia del mondo. La City non è sparita. Le multinazionali non sono fuggite in massa. Gli aerei continuano a decollare, le università britanniche restano tra le più prestigiose del pianeta, il mercato del lavoro continua ad attrarre lavoratori qualificati e il paese mantiene un peso geopolitico e militare largamente superiore a quello degli Stati membri dell’UE.

Certo, alcuni settori hanno sofferto, il commercio con l’Europa è diventato più burocratico e la crescita britannica non ha vissuto il boom promesso dai sostenitori più entusiasti del Leave. Ma una democrazia adulta dovrebbe distinguere tra “non aver realizzato tutte le promesse” e “essere sprofondata nell’apocalisse annunciata”.

Ed è qui che emerge il vero problema: l’enorme quantità di terrorismo mediatico che ha accompagnato la Brexit.

Chiunque osasse mettere in dubbio le profezie catastrofiche veniva trattato come un populista irresponsabile. Eppure molte delle previsioni più estreme si sono rivelate semplicemente false. Non sbagliate nei dettagli: false nell’impianto. Si raccontava che il Regno Unito sarebbe stato punito dai mercati e marginalizzato dal mondo. Invece ha continuato a firmare accordi commerciali, a crescere in alcuni comparti strategici e a mantenere una posizione centrale nella finanza globale.

La lezione politica è interessante perché va oltre la Brexit. Negli ultimi anni il dibattito pubblico occidentale ha sviluppato una tendenza tossica: trasformare ogni scelta politica non allineata nel preludio della catastrofe definitiva. Se un paese esce da un trattato internazionale, “crolla”. Se cambia politica migratoria, “muore economicamente”. Se mette in discussione un assetto sovranazionale, “si isola dal mondo”. È una retorica costruita più sulla paura che sull’analisi.

Nel caso britannico, la realtà ha mostrato qualcosa di molto più banale e molto più umano: i paesi si adattano. Le economie si riconfigurano. Le società assorbono gli shock. Le decisioni politiche hanno costi e benefici, non maledizioni bibliche.

Paradossalmente, proprio l’insistenza ossessiva sul disastro imminente ha finito per indebolire la credibilità di una certa élite politica e mediatica europea. Quando annunci per anni un’apocalisse e poi la vita continua, il pubblico inizia inevitabilmente a chiedersi quanto fossero fondate anche le altre narrazioni emergenziali.

La Brexit ha dimostrato che molte delle “verità inevitabili” raccontate durante quella stagione erano in realtà slogan politici travestiti da analisi tecniche.

E forse è questo il punto più difficile da ammettere per chi aveva costruito l’intero racconto sul disastro inevitabile: il Regno Unito non è imploso. Semplicemente, ha continuato a essere un paese normale, con problemi, opportunità, errori e capacità di adattamento. Esattamente come tutte le altre nazioni del mondo.

E alla fine, i numeri aiutano a riportare il dibattito sulla terra. Esempi: negli ultimi anni il PIL pro capite britannico è rimasto ben superiore a quello italiano; i salari medi nel Regno Unito continuano a crescere con maggior vigore rispetto a quelli italiani; l'industria britannica ha mostrato una capacità di recupero post-pandemia più rapida; e nonostante tutte le difficoltà commerciali legate alla Brexit, le esportazioni britanniche di servizi — soprattutto finanza, tecnologia, consulenza e ricerca — restano tra le più forti del pianeta. Nel frattempo, l’Italia, pur essendo rimasta pienamente dentro l’UE, continua a convivere con stagnazione salariale, crescita zero e produttività industriale ferma da decenni.

Questo non prova che la Brexit sia stata una scelta perfetta. Prova però che la narrazione dell’“inevitabile rovina” era largamente esagerata. Perché se dopo dieci anni il paese che doveva implodere mantiene stipendi più alti, una maggiore attrattività economica e una capacità competitiva superiore a quella di uno dei principali paesi fondatori dell’Unione Europea, allora forse i veri produttori di fake news non erano quelli che dubitavano delle profezie catastrofiste, ma quelli che le vendevano come certezze assolute.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



lunedì 20 aprile 2026

Trump vs Leone

TRUMP ATTACCA IL PAPA

USA e Israele: DIO È CON NOI
ANALISI DI UNA RETORICA INACCETTABILE

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C’è uno slogan oscuro che attraversa la storia politica dell’Occidente: Dio è con noi.
Dallo slogan Gott mit uns, inciso sulle fibbie dei soldati del Reich prussiano fino alla retorica contemporanea di Donald Trump e dei suoi sostenitori, l’idea è sempre la stessa: Dio come legittimazione di ogni nefandezza, come scudo morale, come marchio di superiorità.

È il triste spettacolo cui assistiamo attualmente, di fronte a una presidenza USA che attacca il Papa e invoca Dio per giustificare l’ingiustificabile aggressione ai danni dell’Iran; di fronte a Israele che si serve della Torah per distruggere tutto ciò che ostacola i suoi deliri di potere.

Trump e i suoi collaboratori più stretti, come JD Vance o Marco Rubio, o tanti altri, si dichiarano cristiani. Trump non esita a mostrarsi in preghiera, anche nello Studio Ovale. La retorica MAGA non ha mai lesinato riferimenti al Cristianesimo.

Tuttavia, quando leader politici si proclamano “cristiani” e nello stesso tempo promuovono logiche di dominio, esclusione o violenza, non siamo di fronte a una semplice incoerenza: siamo davanti a una manipolazione consapevole.

Il Cristianesimo – e in modo ancora più netto il cattolicesimo – non è mai stato un’ideologia di potere. È, al contrario, una religione che nasce dal martirio, dalla sofferenza, dalla croce. Pretendere di piegarlo a strumento geopolitico imperialista significa tradirne l’essenza.

In questo contesto, gli attacchi recenti rivolti al papa da parte dell’amministrazione Trump si inseriscono in una dinamica ben precisa: delegittimare ogni voce che richiami alla pace, alla giustizia, alla responsabilità morale nei conflitti internazionali. In particolare, nel quadro delle tensioni in Medio Oriente, dove la spaventosa sofferenza di paesi come Iran e Libano si intreccia con gli interessi economici dei soliti furbetti, la retorica religiosa diventa un’arma narrativa potentissima per giustificare guerre ingiustificabili.

Ma è un’arma che si ritorce contro chi la usa. E contro gli USA...

Perché dire “Dio è con noi” non è un atto di fede: è un atto di potere. Significa arrogarsi il diritto di stabilire chi è nel giusto e chi è nel torto, chi merita protezione e chi può essere sacrificato. È una formula che elimina il dubbio, cancella la complessità, giustifica l’ingiustificabile. La storia lo dimostra: ogni volta che Dio è stato arruolato in una guerra, la fede ne è uscita ferita, e l’umanità umiliata.

La prospettiva cristiana autentica è radicalmente opposta. Non è Dio che deve essere “con noi”; siamo noi che dobbiamo essere con Dio. E questa non è una questione retorica, ma di etica. Essere “con Dio” significa stare dalla parte della pace quando i prepotenti vogliono la guerra, stare dalla parte della giustizia quando è scomoda e difficile ma necessaria, difendere la dignità umana anche quando contraddice interessi geopolitici o ideologie alla moda.

Significa, soprattutto, rifiutare l’idea che la prepotenza sia una prova di verità.

Il problema della retorica di Trump e di chi la sostiene non è solo politico. È spirituale. Trasforma il Cristianesimo in un’identità tribale pagana, in un marchio di appartenenza, svuotandolo della sua dimensione universale.

E allora la nostra risposta di cristiani non può essere timida. Bisogna dirlo chiaramente: usare Dio per giustificare l’imperialismo più bieco è una forma di idolatria. Non è fede, è propaganda. Non è religione, è strumentalizzazione.

Il Cristianesimo non è uno slogan né un hashtag elettorale. È una chiamata esigente, scomoda, incompatibile con ogni progetto di dominio. Chi lo dimentica – ieri come oggi – non sta difendendo la fede. Sta semplicemente pronunciando il nome di Dio invano.


C’è un passaggio ulteriore, ancora più delicato, che va affrontato senza ambiguità: il legame tra religione e potere politico cambia profondamente a seconda delle tradizioni, e non tutte hanno gli stessi anticorpi contro la tentazione del “Dio con noi”.

Nel mondo protestante, soprattutto a partire dalla Riforma, si è affermato un modello preciso: la nascita di chiese nazionali strettamente intrecciate allo Stato. L’esempio più noto è la Chiesa d'Inghilterra, in cui il sovrano è formalmente il capo della Chiesa. Ma non è un’eccezione isolata: lo stesso schema si ritrova nei paesi scandinavi, dove per secoli le chiese riformate sono state istituzioni statali, strumenti di coesione nazionale oltre che religiosa. In questo contesto, lo slittamento è quasi inevitabile: la fede rischia di diventare identità politica, e Dio finisce per coincidere con la nazione.

È in questo terreno che attecchisce facilmente una formula come Gott mit uns. Non più un Dio universale, ma un Dio “nostro”, legato a un popolo, a un esercito, a un progetto storico. Il passo successivo è breve: se Dio è con noi, allora ciò che facciamo – anche la guerra, anche la conquista – può essere sempre giustificato a prescindere.

Questa dinamica richiama anche un’altra tradizione: quella dell’identità religiosa nazionale di Israele, specie con Netanyahu al potere. È innegabile in Israele stia emergendo una dimensione teologico-politica che richiama l’elezione biblica e il rapporto privilegiato con la terra promessa.

Nella lettura più radicale dell’Antico Testamento, emerge un popolo che agisce nella convinzione di essere guidato e legittimato da Dio, anche quando le azioni descritte – guerre, distruzioni, annientamenti – risultano moralmente problematiche. È una narrazione teologica, non un manuale politico; eppure, quando essa viene traslata senza mediazioni nella contemporaneità può alimentare visioni assolutistiche: la terra promessa, il Grande Israele come diritto incondizionato, i confini come qualcosa di aperto, espandibile, mai definitivamente dichiarato.

Qui si entra in un territorio scivoloso, dove la religione rischia di essere utilizzata per rafforzare rivendicazioni geopolitiche. E quando questo accade, il linguaggio torna a essere quello già visto: Dio come garante, come alleato, come giustificazione ultima.

Per noi cattolici, però, questa impostazione è totalmente e radicalmente inaccettabile.

Il cattolicesimo, nella sua struttura universale, ha sempre cercato – pur tra mille contraddizioni storiche – di separare il piano della fede da quello del potere politico. Non esiste una “nazione cattolica” che possa rivendicare Dio come proprietà. Non esiste un popolo che possa dire, senza tradire il Vangelo, “Dio è dalla nostra parte” contro altri. Esiste, semmai, una responsabilità personale e collettiva: cercare di essere dalla parte di Dio.

È il messaggio di San Paolo. Se siamo cristiani siamo uno in Cristo. Non esistono più i “noi” e i “loro”. Non ci si definisce cristiani in opposizione a un altro gruppo umano (gli infedeli, i goim, gli eretici, i papisti, ecc.) ma in amore con Cristo, amore per la Chiesa e in amore per il prossimo. Punto.

Ed essere dalla parte di Dio, nella prospettiva cristiana, significa una cosa molto concreta: rifiutare la prepotenza come strumento di affermazione, rifiutare la guerra come destino inevitabile, rifiutare l’idea che il fine giustifichi i mezzi.

È esattamente questo il richiamo che papa Leone XIV ha riportato al centro nei suoi recenti interventi: non una fede identitaria, ma una fede esigente, che giudica il potere politico invece di servirlo incondizionatamente come invece vorrebbe Trump.

Ed è qui che emerge un’altra contraddizione, più contemporanea e politicamente rilevante. Figure come JD Vance e Marco Rubio (ma anche Giorgia Meloni e Tajani in Italia) hanno costantemente costruito il loro consenso sull’elettorato cattolico presentandosi come interpreti di valori religiosi nella sfera pubblica. Ma questo comporta una responsabilità!

Non si tratta di pretendere dimissioni o gesti eclatanti ogni volta che un leader politico – come Donald Trump – attacca il papa (anche se…), ma almeno ci si poteva aspettare una misura forte, un richiamo aperto e netto al rispetto istituzionale e spirituale: sarebbe stato il minimo. Perché il silenzio, o peggio l’allineamento retorico, rischia di trasformarsi in complicità.

Quando si rivendica un’identità cattolica nello spazio pubblico, non lo si può fare a intermittenza. Non si può evocare la fede per mobilitare consenso e poi dimenticarla quando essa chiede coerenza, quando invita alla moderazione, quando mette in discussione la logica dello scontro.

Il punto, in fondo, resta sempre lo stesso: Dio non è un alleato geopolitico. Non è una bandiera. Non è uno slogan.

Chi lo trasforma in questo, che si tratti di imperi del passato, stati moderni o leader contemporanei come Donald Trump, non sta difendendo la religione. Sta semplicemente piegandola al potere. E questa, più che una deviazione politica, è una frattura spirituale profonda. E forse insanabile.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo





mercoledì 8 aprile 2026

A tutta corruzione!

A tutta corruzione

A un anno dalle elezioni politiche. Non vogliamo primarie, né coalizioni, vogliamo democrazia: via le lobby dalla politica italiana.

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Non più tardi del dicembre 2027. Al massimo un anno e mezzo alle prossime elezioni politiche. Troppo? Parliamo chiaramente, la campagna elettorale è già cominciata.

Comincia il toto condidati in seno ai partiti. E già si parla di coalizioni, specialmente a sinistra, dove PD e 5 Stelle devono fare i conti (da un lato) con un disprezzo reciproco ormai evidente, e (dall'altro) con l'impossibilità di vincere senza mettersi insieme. E si metteranno insieme. Ovvio che lo faranno.

Ma chi sarà il presidente del consiglio in caso di vittoria di questo centro-sinistra (di questo nulla assoluto sarebbe meglio dire)? Conte? Schlein?


Non abbiamo risposte, e dopotutto la sola vera risposta è: chissenefrega.

C’è solo un punto sul quale è necessario fare chiarezza: se non cambierà nulla il partito che vincerà le prossime elezioni sarà l'astensione. Si, l’astensione.


Perché gli italiani saranno anche impantanati e smarriti tra un fantacalcio, un mondiale mancato e una pizza in compagnia, ma ormai hanno capito perfettamente che la questione circa il futuro politico del nostro paese è una e una soltanto: la corruzione delle nostre élites.


Avete capito bene. Gli italiani sanno che i loro politici non sono che personaggi della commedia dell'arte della corruzione. Sanno che i partiti non sono che specchietti per allodole per creare l'illusione di una dialettica politica (destra/sinistra) che in realtà non esiste. Perché in realtà sono TUTTI corrotti. Da chi? Dalle lobby. La lobby USA, la lobby israeliana, le lobby dei promotori di pale eoliche, auto elettriche, pannelli solari, green, immigrazionismo, ultraliberalismo e LGBT in generale, dall'UE e da chi la manovra (e la corrompe).


Dalla caduta della prima repubblica, trentacinque anni fa, non abbiamo visto una sola legge, una sola riforma, un decreto, approvati in nome del popolo italiano, nell'interesse del popolo italiano. Zero. Chi scrive ha compiuto 18 anni nel 2001. Segue la politica da sempre, e dal diploma di maturità (2002) non ha conosciuto che crisi, recessione, sbriciolamento di diritti e libertà: in nome dell'austerity, della spendig review. L’Europa lo esige! Prostriamoci! E allora meno ospedali, meno insegnanti, meno maestri, meno scuole, meno medici, meno polizia, meno infrastrutture, meno lavoro, costi dell’energia alle stelle, meno sicurezza... tutto qui.

Dopo trentacinque anni di orrore, vergogna, menzogne (Romano Prodi, presidente della Commissione Europea, nel 1999: con l'UE lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più ; Mario Monti: con il mercato libero avremo migliori servizi a un prezzo più basso) le cose devono essere chiare, e limpide: vogliamo una politica libera dalle lobby. Basta corrotti!


Basta politici corrotti, basta corruzione. Solo cosi, l'Italia sarà nuovamente degna dell'articolo 1 della sua Costituzione:


L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”


Ma perché l’Italia torni a essere libera, sovrana e democratica, abbiamo bisogno di nuovi partiti, di una nuova generazione di politici, con una visione per il futuro del nostro paese che sia costruita sul bene comune. Lavoro, sviluppo, scuola, sicurezza, infrastrutture, sovranità energetica, multilateralismo. Senza una proposta chiara e lucida in questo senso le prossime elezioni del 2027 non avranno nessun senso. Nessuno.


Conte, Schlein, Meloni, Salvini, Vannacci, Tajani (o Marina Berlusconi?), queste sono persone già corrotte, già ricattabili e ricattate. Se i nomi saranno questi allora la a vincere sarà l’astensione. E la grande sconfitta sarà, ancora, la nostra democrazia.


Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



domenica 15 marzo 2026

Galileo contro gli Aristotelici

 GLI ARISTOTELICI, (E NON I CATTOLICI), ERANO CONTRO GALILEO

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La vicenda di Galileo Galilei viene spesso raccontata come uno scontro tra scienza e religione.

È una narrazione avvincente, senza dubbio, ma inutile a capire cosa successe davvero. Se si osserva con attenzione il contesto intellettuale del XVII secolo, emerge una realtà molto diversa: il vero conflitto non fu tra Galileo e il cattolicesimo (d'altronde Galileo era cattolico), ma tra due modi radicalmente diversi di concepire la ricerca scientifica : l'aristotelismo e la fisica moderna, appena fondata dallo stesso Galileo.

Da una parte vi era il nuovo metodo matematico e sperimentale che Galileo voleva affermare; dall’altra la tradizione della filosofia naturale aristotelica, all'epoca ancora dominante nelle università e nella cultura dotta europea. Le cattedre delle università del mondo cattolico, tra le principali istituzioni culturali del continente, erano inevitabilmente occupate da illustri aristotelici. Il risultato fu che il conflitto epistemologico tra questi ultimi e Galileo si trasformò, per una serie di circostanze storiche e politiche, in uno scontro tra due visioni inconciliabili della ricerca e della divulgazione scientifica e accademica.

Non è semplice per noi capire quanto fosse pesante l’eredità di Aristotele nella cultura europea. Per quasi duemila anni, la sua filosofia aveva costituito il quadro teorico di riferimento per lo studio della natura (e di praticamente tutte le cose facenti oggetto di studio). Le università medievali e rinascimentali avevano organizzato i loro programmi attorno ad Aristotele e pensatori come Tommaso d'Aquino avevano dedicato la vita all'integrazione dell'aristotelismo nella teologia cristiana, anche per sottrarlo all'egemonia del mondo arabo/musulmano (che aveva ereditato Aristotele impossessandosi dell'Impero romano d'oriente, cioè del mondo greco).

Questo non significa che il cristianesimo fosse subordinato alla filosofia di Aristotele, ma le categorie che davano accesso alla comprensione del mondo erano (e dovevano essere) aristoteliche. Criticare Aristotele non voleva dire semplicemente attaccarsi a questa o a quella teoria scientifica, voleva dire mettere in discussione le fondamenta concettuali su cui si basava gran parte dell’insegnamento universitario europeo. Voleva dire mettere in discussione l'intero mondo accademico europeo.

La fisica aristotelica era un sistema coerente se vogliamo, ma totalmente diverso dalla fisica moderna. Oggi non la chiameremmo nemmeno "fisica", bensi un misto tra speculazione filosofica e osservazione profonda del mondo e del cosmo.

Era una scienza qualitativa, non matematica. I fenomeni naturali venivano spiegati attraverso categorie come forma, materia, causa e fine, e attraverso qualità come pesantezza e leggerezza. Il movimento dei corpi era interpretato alla luce dell’idea dei “luoghi naturali”: gli oggetti pesanti tendevano verso il centro del mondo, mentre quelli leggeri tendevano verso l’alto. In questo quadro teorico si riteneva che la velocità di caduta di un corpo fosse proporzionale alla sua massa (il che è assurdo) e che il movimento avesse sempre bisogno di una causa continua che lo sostenesse. Era un modo di ragionare che privilegiava l’analisi concettuale e la coerenza filosofica più che la misurazione sperimentale e quantitativa.

All’interno di questo mondo accademico impregnato di aristotelismo, la matematica occupava una posizione ambigua. La tradizione greca aveva prodotto matematici straordinari come Euclide, Pitagora e Archimede, ma i filosofi naturali ritenevano che la matematica servisse solo a descrivere entità astratte e non la realtà fisica concreta. La fisica, secondo questa prospettiva, doveva studiare i corpi reali e le loro qualità, mentre la matematica trattava figure ideali e relazioni formali. Anche l’astronomia era spesso considerata un semplice calcolo utile per prevedere le posizioni dei pianeti, non una descrizione esatta della struttura del cosmo. Persino il grande sistema astronomico elaborato da Tolomeo veniva visto più che altro come un artificio destinato a “spiegare strani fenomeni”, e non come una vera e propria teoria fisica sulla realtà del cosmo.

Senza tenere presente tutto questo, la radicalità della rivoluzione galileiana è incomprensibile.

Quando Galileo afferma che il “libro della natura” è scritto in linguaggio matematico, non sta semplicemente proponendo una nuova teoria. Sta cambiando le regole del gioco, sta rivoluzionando la scienza alla radice, sta stravolgendo la conoscenza empirica e la conoscenza speculativa allo stesso tempo.

Per lui la matematica non è più l'astratto mondo dei calcoli, è il linguaggio stesso della fisica. E dell'universo (per la prima volta con Galileo possiamo parlare di universo, proprio in nome della matematica e di una fisica fatta di matematica: universo, uno, un solo mondo dove ovunque valgono le stesse leggi). Questa trasformazione è ben visibile nelle sue ricerche sulla dinamica. Studiando la caduta dei corpi e il moto dei proiettili, Galileo introduce una descrizione quantitativa del movimento e mostra che i fenomeni naturali possono essere espressi attraverso relazioni matematiche precise.

Ma Galileo non si limita a introdurre equazioni. Egli sviluppa anche uno strumento metodologico nuovo: l'esperienza o l’esperimento mentale.

Facciamo un esempio: egli critica l’idea aristotelica secondo cui i corpi più pesanti cadrebbero più velocemente (con una velocità che dipende proporzionalmente dalla loro massa). Galileo immagina due oggetti, uno pesante e uno leggero, e si chiede cosa accadrebbe se fossero legati insieme durante la caduta. Se la teoria aristotelica fosse corretta, il corpo leggero dovrebbe rallentare quello pesante; ma nello stesso tempo il sistema complessivo, essendo più pesante, dovrebbe cadere più velocemente del corpo pesante da solo. La teoria genera quindi una contraddizione inaccettabile. Questo tipo di ragionamento mostra un uso nuovo della logica e dell’immaginazione scientifica: la mente dello scienziato diventa un vero e proprio laboratorio dove si svolgono esperimenti e si esplorano situazioni ideali per testare la coerenza delle teorie.

Il perfezionamente del telescopio rafforzerà ulteriormente questa rivoluzione metodologica. Quando Galileo osserva le montagne lunari, le macchie solari e le lune di Giove, dimostra che il cielo non è un mondo perfetto e immutabile, come descritto dalla cosmologia aristotelica. Tuttavia bisogna ricordare che gli strumenti ottici erano allora una tecnologia nuova e imperfetta. Molti studiosi diffidavano delle immagini prodotte dalle lenti, temendo che potessero deformare la realtà. Dal loro punto di vista, non era completamente irragionevole sospettare che il telescopio potesse generare illusioni. Il problema non era semplicemente accettare o rifiutare un fatto empirico; era decidere se uno strumento artificiale potesse essere considerato un’estensione affidabile dei sensi.

Il conflitto tra Galileo e i suoi avversari si colloca su un terreno molto più profondo di una semplice disputa religiosa o astronomica. Si trattava di stabilire se la natura dovesse essere studiata attraverso categorie qualitative e argomenti filosofici, oppure attraverso misure, strumenti e modelli matematici. Gli aristotelici, che chiedevano solide dimostrazioni a Galileo, non si erano mai sentiti in obbligo di dimostrare matematicamente le tesi di Aristotele perché, nel loro quadro epistemologico, la matematica non era un criterio di verità fisica. Quando Galileo introduce la matematica come fondamento della fisica, chiede implicitamente che tutte le teorie sulla natura siano giudicate e fondate secondo un nuovo standard. Da qui nasce l’asimmetria che gli storici moderni avrebbero dovuto trovare sorprendente: gli aristotelici pretesero da Galileo dimostrazioni matematiche che non avevano mai richiesto al loro maestro.

In questo scenario la questione dell’eliocentrismo assume un significato particolare. Il sistema proposto da Copernico rappresentava una sfida alla cosmologia tradizionale, ma nel primo Seicento non esisteva ancora una prova definitiva del moto della Terra. Galileo era convinto di aver trovato tale prova nella spiegazione delle maree. Egli pensava che l’alternanza delle maree fosse causata dalla combinazione dei due movimenti terrestri: la rotazione quotidiana e la rivoluzione annuale attorno al Sole. In questa teoria, gli oceani si comportavano come l’acqua in un recipiente che viene accelerato e rallentato. La spiegazione era elegante, ma errata. Oggi sappiamo che le maree sono dovute principalmente all’attrazione gravitazionale della Luna e, in misura minore, del Sole, e che una teoria quantitativa completa sulla questione diventerà possibile solo con la dinamica di Newton. Il paradosso storico è che Galileo aveva ragione sull’eliocentrismo ma torto sulla sua prova principale, mentre Keplero aveva intuito il ruolo della Luna nelle maree.

I fatti mostrano quanto sia riduttivo considerare le dispute sull'eliocentrismo come una semplice opposizione tra scienza e religione. Molti uomini di Chiesa erano scienziati o matematici, e la Chiesa stessa non era affatto ostile né alla ricerca scientifica né alle teorie di Copernico, di Galileo o di Keplero. Il problema era che le istituzioni culturali del tempo, comprese le università e le accademie scientifiche cattoliche, erano profondamente dominate, impregnate di filosofia aristotelica. Di conseguenza il conflitto metodologico tra Galileo e gli aristotelici trovò nella struttura istituzionale della Chiesa un potente (e in parte involontario) amplificatore politico. Non fu il cattolicesimo in quanto tale a scontrarsi con Galileo, ma una cultura accademica aristotelica che all'epoca si sovrapponeva spesso con l'autorità ecclesiastica.

La storia dimostrerà quanto radicale (e geniale) fosse il cambiamento di paradigma introdotto da Galileo. Nel giro di decenni le leggi di Keplero e la teoria gravitazionale di Newton trasformeranno definitivamente la fisica in una scienza matematica. Ciò che nel primo Seicento appariva ai più come un’innovazione audace diventerà il fondamento della scienza moderna. Il vero significato della rivoluzione galileiana non sta affatto nell’aver sostenuto l’eliocentrismo, ma nell’aver inaugurato un nuovo modo di interrogare la natura: misurare, matematizzare, sperimentare e, quando necessario, immaginare esperimenti che la mente può condurre prima ancor prima che nei laboratori. L'aver compreso che vi è una corrispondenza effettiva tra le nostre esperienze mentali e le leggi dell'universo. Un miracolo stupefacente, che da solo basta a capire quanto il solo Galileo fosse ben più prossimo al cristianesimo di tutti gli aristotelici messi insieme.

Vista da questa prospettiva, la vicenda di Galileo non è più la storia di un uomo di scienza che combatte contro la religione. È la storia di un cataclisma epocale nella cultura occidentale: il momento storico dove matematica e fisica sperimentale si uniscono e diventano il linguaggio con cui l’umanità cerca di comprendere il funzionamento di quel che possiamo chiamare, finalmente: universo.

Il dramma nacque dal fatto che questa rivoluzione si produsse quando le grandi istituzioni culturali eranno ancora impregnate del vecchio paradigma aristotelico. E gli aristotelici non volevano perdere né la faccia né il lavoro. In quella tensione tra due modi di comprendere il mondo si colloca il vero cuore della vicenda del più grande scienziato di tutti i tempi. Galileo Galilei.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



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