domenica 15 marzo 2026

Galileo contro Aristotele

 GLI ARISTOTELICI, (E NON I CATTOLICI), ERANO CONTRO GALILEO

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La vicenda di Galileo Galilei viene spesso raccontata come uno scontro tra scienza e religione.

È una narrazione avvincente, senza dubbio, ma inutile a capire cosa successe davvero. Se si osserva con attenzione il contesto intellettuale del XVII secolo, emerge una realtà molto diversa: il vero conflitto non fu tra Galileo e il cattolicesimo (d'altronde Galileo era cattolico), ma tra due modi radicalmente diversi di concepire la ricerca scientifica : l'aristotelismo e la fisica moderna, appena fondata dallo stesso Galileo.

Da una parte vi era il nuovo metodo matematico e sperimentale che Galileo voleva affermare; dall’altra la tradizione della filosofia naturale aristotelica, all'epoca ancora dominante nelle università e nella cultura dotta europea. Le cattedre delle università del mondo cattolico, tra le principali istituzioni culturali del continente, erano inevitabilmente occupate da illustri aristotelici. Il risultato fu che il conflitto epistemologico tra questi ultimi e Galileo si trasformò, per una serie di circostanze storiche e politiche, in uno scontro tra due visioni inconciliabili della ricerca e della divulgazione scientifica e accademica.

Non è semplice per noi capire quanto fosse pesante l’eredità di Aristotele nella cultura europea. Per quasi duemila anni, la sua filosofia aveva costituito il quadro teorico di riferimento per lo studio della natura (e di praticamente tutte le cose facenti oggetto di studio). Le università medievali e rinascimentali avevano organizzato i loro programmi attorno ad Aristotele e pensatori come Tommaso d'Aquino avevano dedicato la vita all'integrazione dell'aristotelismo nella teologia cristiana, anche per sottrarlo all'egemonia del mondo arabo/musulmano (che aveva ereditato Aristotele impossessandosi dell'Impero romano d'oriente, cioè del mondo greco).

Questo non significa che il cristianesimo fosse subordinato alla filosofia di Aristotele, ma le categorie che davano accesso alla comprensione del mondo erano (e dovevano essere) aristoteliche. Criticare Aristotele non voleva dire semplicemente attaccarsi a questa o a quella teoria scientifica, voleva dire mettere in discussione le fondamenta concettuali su cui si basava gran parte dell’insegnamento universitario europeo. Voleva dire mettere in discussione l'intero mondo accademico europeo.

La fisica aristotelica era un sistema coerente se vogliamo, ma totalmente diverso dalla fisica moderna. Oggi non la chiameremmo nemmeno "fisica", bensi un misto tra speculazione filosofica e osservazione profonda del mondo e del cosmo.

Era una scienza qualitativa, non matematica. I fenomeni naturali venivano spiegati attraverso categorie come forma, materia, causa e fine, e attraverso qualità come pesantezza e leggerezza. Il movimento dei corpi era interpretato alla luce dell’idea dei “luoghi naturali”: gli oggetti pesanti tendevano verso il centro del mondo, mentre quelli leggeri tendevano verso l’alto. In questo quadro teorico si riteneva che la velocità di caduta di un corpo fosse proporzionale alla sua massa (il che è assurdo) e che il movimento avesse sempre bisogno di una causa continua che lo sostenesse. Era un modo di ragionare che privilegiava l’analisi concettuale e la coerenza filosofica più che la misurazione sperimentale e quantitativa.

All’interno di questo mondo accademico impregnato di aristotelismo, la matematica occupava una posizione ambigua. La tradizione greca aveva prodotto matematici straordinari come Euclide, Pitagora e Archimede, ma i filosofi naturali ritenevano che la matematica servisse solo a descrivere entità astratte e non la realtà fisica concreta. La fisica, secondo questa prospettiva, doveva studiare i corpi reali e le loro qualità, mentre la matematica trattava figure ideali e relazioni formali. Anche l’astronomia era spesso considerata un semplice calcolo utile per prevedere le posizioni dei pianeti, non una descrizione esatta della struttura del cosmo. Persino il grande sistema astronomico elaborato da Tolomeo veniva visto più che altro come un artificio destinato a “spiegare strani fenomeni”, e non come una vera e propria teoria fisica sulla realtà del cosmo.

Senza tenere presente tutto questo, la radicalità della rivoluzione galileiana è incomprensibile.

Quando Galileo afferma che il “libro della natura” è scritto in linguaggio matematico, non sta semplicemente proponendo una nuova teoria. Sta cambiando le regole del gioco, sta rivoluzionando la scienza alla radice, sta stravolgendo la conoscenza empirica e la conoscenza speculativa allo stesso tempo.

Per lui la matematica non è più l'astratto mondo dei calcoli, è il linguaggio stesso della fisica. E dell'universo (per la prima volta con Galileo possiamo parlare di universo, proprio in nome della matematica e di una fisica fatta di matematica: universo, uno, un solo mondo dove ovunque valgono le stesse leggi). Questa trasformazione è ben visibile nelle sue ricerche sulla dinamica. Studiando la caduta dei corpi e il moto dei proiettili, Galileo introduce una descrizione quantitativa del movimento e mostra che i fenomeni naturali possono essere espressi attraverso relazioni matematiche precise.

Ma Galileo non si limita a introdurre equazioni. Egli sviluppa anche uno strumento metodologico nuovo: l'esperienza o l’esperimento mentale.

Facciamo un esempio: egli critica l’idea aristotelica secondo cui i corpi più pesanti cadrebbero più velocemente (con una velocità che dipende proporzionalmente dalla loro massa). Galileo immagina due oggetti, uno pesante e uno leggero, e si chiede cosa accadrebbe se fossero legati insieme durante la caduta. Se la teoria aristotelica fosse corretta, il corpo leggero dovrebbe rallentare quello pesante; ma nello stesso tempo il sistema complessivo, essendo più pesante, dovrebbe cadere più velocemente del corpo pesante da solo. La teoria genera quindi una contraddizione inaccettabile. Questo tipo di ragionamento mostra un uso nuovo della logica e dell’immaginazione scientifica: la mente dello scienziato diventa un vero e proprio laboratorio dove si svolgono esperimenti e si esplorano situazioni ideali per testare la coerenza delle teorie.

Il perfezionamente del telescopio rafforzerà ulteriormente questa rivoluzione metodologica. Quando Galileo osserva le montagne lunari, le macchie solari e le lune di Giove, dimostra che il cielo non è un mondo perfetto e immutabile, come descritto dalla cosmologia aristotelica. Tuttavia bisogna ricordare che gli strumenti ottici erano allora una tecnologia nuova e imperfetta. Molti studiosi diffidavano delle immagini prodotte dalle lenti, temendo che potessero deformare la realtà. Dal loro punto di vista, non era completamente irragionevole sospettare che il telescopio potesse generare illusioni. Il problema non era semplicemente accettare o rifiutare un fatto empirico; era decidere se uno strumento artificiale potesse essere considerato un’estensione affidabile dei sensi.

Il conflitto tra Galileo e i suoi avversari si colloca su un terreno molto più profondo di una semplice disputa religiosa o astronomica. Si trattava di stabilire se la natura dovesse essere studiata attraverso categorie qualitative e argomenti filosofici, oppure attraverso misure, strumenti e modelli matematici. Gli aristotelici, che chiedevano solide dimostrazioni a Galileo, non si erano mai sentiti in obbligo di dimostrare matematicamente le tesi di Aristotele perché, nel loro quadro epistemologico, la matematica non era un criterio di verità fisica. Quando Galileo introduce la matematica come fondamento della fisica, chiede implicitamente che tutte le teorie sulla natura siano giudicate e fondate secondo un nuovo standard. Da qui nasce l’asimmetria che gli storici moderni avrebbero dovuto trovare sorprendente: gli aristotelici pretesero da Galileo dimostrazioni matematiche che non avevano mai richiesto al loro maestro.

In questo scenario la questione dell’eliocentrismo assume un significato particolare. Il sistema proposto da Copernico rappresentava una sfida alla cosmologia tradizionale, ma nel primo Seicento non esisteva ancora una prova definitiva del moto della Terra. Galileo era convinto di aver trovato tale prova nella spiegazione delle maree. Egli pensava che l’alternanza delle maree fosse causata dalla combinazione dei due movimenti terrestri: la rotazione quotidiana e la rivoluzione annuale attorno al Sole. In questa teoria, gli oceani si comportavano come l’acqua in un recipiente che viene accelerato e rallentato. La spiegazione era elegante, ma errata. Oggi sappiamo che le maree sono dovute principalmente all’attrazione gravitazionale della Luna e, in misura minore, del Sole, e che una teoria quantitativa completa sulla questione diventerà possibile solo con la dinamica di Newton. Il paradosso storico è che Galileo aveva ragione sull’eliocentrismo ma torto sulla sua prova principale, mentre Keplero aveva intuito il ruolo della Luna nelle maree.

I fatti mostrano quanto sia riduttivo considerare le dispute sull'eliocentrismo come una semplice opposizione tra scienza e religione. Molti uomini di Chiesa erano scienziati o matematici, e la Chiesa stessa non era affatto ostile né alla ricerca scientifica né alle teorie di Copernico, di Galileo o di Keplero. Il problema era che le istituzioni culturali del tempo, comprese le università e le accademie scientifiche cattoliche, erano profondamente dominate, impregnate di filosofia aristotelica. Di conseguenza il conflitto metodologico tra Galileo e gli aristotelici trovò nella struttura istituzionale della Chiesa un potente (e in parte involontario) amplificatore politico. Non fu il cattolicesimo in quanto tale a scontrarsi con Galileo, ma una cultura accademica aristotelica che all'epoca si sovrapponeva spesso con l'autorità ecclesiastica.

La storia dimostrerà quanto radicale (e geniale) fosse il cambiamento di paradigma introdotto da Galileo. Nel giro di decenni le leggi di Keplero e la teoria gravitazionale di Newton trasformeranno definitivamente la fisica in una scienza matematica. Ciò che nel primo Seicento appariva ai più come un’innovazione audace diventerà il fondamento della scienza moderna. Il vero significato della rivoluzione galileiana non sta affatto nell’aver sostenuto l’eliocentrismo, ma nell’aver inaugurato un nuovo modo di interrogare la natura: misurare, matematizzare, sperimentare e, quando necessario, immaginare esperimenti che la mente può condurre prima ancor prima che nei laboratori. L'aver compreso che vi è una corrispondenza effettiva tra le nostre esperienze mentali e le leggi dell'universo. Un miracolo stupefacente, che da solo basta a capire quanto il solo Galileo fosse ben più prossimo al cristianesimo di tutti gli aristotelici messi insieme.

Vista da questa prospettiva, la vicenda di Galileo non è più la storia di un uomo di scienza che combatte contro la religione. È la storia di un cataclisma epocale nella cultura occidentale: il momento storico dove matematica e fisica sperimentale si uniscono e diventano il linguaggio con cui l’umanità cerca di comprendere il funzionamento di quel che possiamo chiamare, finalmente: universo.

Il dramma nacque dal fatto che questa rivoluzione si produsse quando le grandi istituzioni culturali eranno ancora impregnate del vecchio paradigma aristotelico. E gli aristotelici non volevano perdere né la faccia né il lavoro. In quella tensione tra due modi di comprendere il mondo si colloca il vero cuore della vicenda del più grande scienziato di tutti i tempi. Galileo Galilei.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 5 marzo 2026

Giustizia a due velocità

 

IL CENTRODESTRA ATTACCA LA MAGISTRATURA MA SE NE SERVE QUANDO SERVE.

Due casi a confronto : Tiziana Cantone e il duo Signorini/Pier Silvio Berlusconi


Il caso di Tiziana Cantone (oggi dimenticato dai più, in un paese di pecore che vivono solo nell'effimero presente dei social) è uno degli scandali più vergognosi del secolo, un caso divenuto per la giurisprudenza una sorta di totem delle conseguenze della diffusione non consensuale di materiale intimo online. Forse il caso che per primo ha posto il problema del revenge porn (anche qui, non tradotto dall'inglese un po' per pudore puritano, per non urtare la sensibilità delle massaie e un po' per sudditanza alla lingua dei padroni).

I fatti.

Tiziana Cantone era una giovane (e bella) donna di 31 anni della provincia di Napoli. Nel 2015 alcuni video privati registrati in un contesto intimo e inizialmente condivisi con pochissime persone, furono diffusi su internet, senza il suo consenso. I filmati vennero rapidamente caricati su siti pornografici, condivisi sui social network e ripresi da migliaia di utenti, trasformandosi in breve tempo in un fenomeno virale. Alcune frasi pronunciate nel video furono isolate e trasformate in meme, battute e parodie che circolarono ovunque, amplificando l’umiliazione pubblica e rendendo il suo nome immediatamente riconoscibile online. L'inizio di un calvario.

Di fronte alla diffusione incontrollata dei video, Tiziana cercò di reagire rivolgendosi alla magistratura e avviando azioni legali per ottenere la rimozione dei contenuti dalla rete e individuare i responsabili della diffusione. Tuttavia, il sistema giudiziario si rivelò lento e inefficace nel contenere la propagazione del materiale. Anche quando alcuni siti furono costretti a rimuovere i video, questi continuavano a riapparire altrove, copiati e rilanciati da altri utenti. In un momento particolarmente controverso della vicenda giudiziaria, un tribunale stabilì che Tiziana avrebbe dovuto sostenere anche alcune spese processuali legate alle richieste di rimozione dei contenuti, una decisione che fu percepita da molti come un’ulteriore ingiustizia nei confronti della vittima.

Una vittima abbandonata, sola. Condannata.

Nel frattempo la pressione mediatica e sociale cresceva. La storia venne ripresa da giornali, programmi televisivi e discussioni online, mentre Tiziana diventava bersaglio continuo di insulti, molestie e derisioni sui social. Nonostante i tentativi di cambiare vita — arrivò anche a trasferirsi e a cercare di ricominciare altrove — il suo nome restava ormai legato ai video e continuava a essere associato alla vicenda ogni volta che veniva cercato su internet.

Il 13 settembre 2016 Tiziana Cantone fu trovata morta nella casa della zia a Mugnano, vicino Napoli. Suicidio. Una donna portata al suicidio.

Per molti osservatori, il caso ha mostrato in modo drammatico quanto il sistema giudiziario e normativo italiano fosse impreparato ad affrontare la diffusione virale di contenuti intimi online. La lentezza delle procedure, la difficoltà di rimuovere definitivamente i video e l’assenza all’epoca di una normativa specifica contro il revenge porn hanno contribuito a creare una situazione in cui la vittima si è trovata sostanzialmente sola a combattere contro la distruzione della propria persona.

Veniamo ad oggi. Se si guarda ad altre vicende mediatiche italiane, molto simili a quelle di Tiziana, pur non essendo uguali, il funzionamento della macchina giudiziaria appare sorprendentemente più rapido e incisivo, quando entrano in gioco figure potenti o interessi economici molto rilevanti. Un esempio calzante è quello che riguarda Fabrizio Corona, ex paparazzaro e personaggio televisivo noto per i suoi scontri con il mondo dello spettacolo e dell’informazione.

Negli ultimi anni Corona ha pubblicato online (Falsissimo, programma in streaming, in parte in libero accesso, in parte in abbonamento, sul canale YouTube di Fabrizio Corona), i risultati di proprie inchieste riguardanti il cosiddetto Sistema Signorini. Di cosa si parla? Di aitanti ragazzotti, aspiranti tronisti (dei programmi di Maria de Filippi) o concorrenti del Grande Fratello, che invece di passare per regolari provini e casting, venivano adescati direttamente da Alfonso Signorini, gran sacerdote della chiesa catodica berlusconiana, e dovevano pagare lo Ius Primae Noctis, per vedersi aprire le porte del successo. Ti fai trombare se vuoi far carriera. Altro che codice etico Mediaset.

Decine di milioni di visualizzazioni dei contenuti di Corona. L'impero Mediaset ha tremato, specialmente i suoi vertici, tra cui Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato del gruppo televisivo (nonché figlio dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi). Figuriamoci Signorini.

In questo contesto sono partite indagini e provvedimenti giudiziari legati a ipotesi di diffamazione e alla diffusione di materiale ritenuto lesivo della reputazione di Signorini e di Mediaset.

L'episodio più clamoroso, un mese fa, è stato l'intervento delle forze dell’ordine all’alba presso l'abitazione di Corona a Milano, con una perquisizione disposta nell’ambito dell’inchiesta. Trentacinque poliziotti mobilitati. A pochissimi giorni dalla puntata di Falsissimo. Tutto il materiale video sequestrato. Ordinanze a pioggia, giudici che agiscono e reagiscono alla velocità della luce per bloccare Corona. Provvedimenti restrittivi sulla sua attività online, rimozione e blocco di contenuti e profili sulle piattaforme digitali. Un intervento rapido e immediato, quando le accuse erano ancora nella fase delle indagini preliminari e quindi ben prima di una eventuale sentenza.

È proprio questo contrasto che molti osservatori sottolineano ricordando la vicenda di Tiziana: da una parte una donna, privata cittadina che per mesi cerca senza successo di fermare la diffusione di video intimi che la riguardano e che distruggono la sua vita; dall’altra Signorini e Pier Silvio.

Una giustizia a velocità diverse? lenta, incerta e inefficace quando a chiedere tutela è un cittadino qualunque? Pronta a intervenire quando sono in gioco interessi reputazionali o economici di personaggi influenti?

Alla luce di questi fatti, il dibattito politico sulla riforma della magistratura assume allora un significato ancora più controverso. Negli ultimi anni esponenti del centrodestra — spesso vicini o eredi politici dell’ambiente costruito da Silvio Berlusconi e oggi rappresentato da Pier Silvio Berlusconi — hanno più volte sostenuto la necessità di limitare il potere dei magistrati e riformare profondamente la giustizia italiana. Tuttavia, se si mettono a confronto vicende come quella di Tiziana Cantone con quella del duo fantasia Signorini/Pier Silvio, dove i pm sembrano attivarsi con folgorante rapidità solo perché vengono toccati interessi di personaggi potenti o strutture mediatiche influenti, la domanda è inevitabile:

Caro Pier Silvio, caro Nordio, caro Tajani, cara Giorgia : con quale credibilità si può invocare una riforma della magistratura, quando già voi vi servite di essa, per servire voi stessi ?

E non mi pare che la riforma in atto preveda qualcosa per correggere tali "anomalie" del sistema...

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



martedì 3 marzo 2026

Promesse americane

 Cari Stati Uniti, non era questo il mondo che ci avevate promesso.

Chi scrive non ci aveva mai creduto, ma...

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Non era questo il mondo che ci raccontavate alla fine della Guerra Fredda, quando il Muro cadeva e Fukuyama parlava di “fine della storia”, di trionfo della democrazia liberale, di un ordine internazionale fondato sul commercio. Non era questo il mondo che l’Europa ha sostenuto, finanziato, difeso, giustificato per decenni, accettando basi militari, missioni all’estero, sanzioni, guerre “umanitarie”, sacrifici economici e perfino restrizioni di sovranità in nome di un’alleanza che doveva garantire stabilità e prosperità condivisa.

E invece eccoci qui, nel 2026, con le pezze al culo, a commentare l’ennesima guerra in Medio Oriente, l’ennesimo brutale intervento militare contro uno Stato sovrano, l’ennesima operazione dal nome roboante e cinematografico che sembra uscita da una sceneggiatura hollywoodiana.

Purtroppo non è un film. L’Iran colpito, devastato, destabilizzato, in un’escalation che non nasce dal nulla ma da anni di tensioni alimentate, provocazioni, sabotaggi, rappresaglie. Da chi?

Da Usraele. La coppia USA/Israele. E gli Stati Uniti che, ancora una volta, si muovono a rimorchio di un Israele guidato da un immondo Benjamin Netanyahu sempre più prigioniero della propria follia imperialista, sempre più incline a trasformare la sicurezza in ossessione e l’ossessione in dottrina permanente.

Sia chiaro: qui non si tratta di difendere il regime iraniano. Nessuno può amare il sistema dei Guardiani della Rivoluzione, le limitazioni delle libertà delle donne, la durezza con cui il potere a Teheran ha schiacciato opposizioni e dissenso. Ma una cosa è ritenere auspicabile un cambiamento politico interno, un’altra è imporlo dall’esterno con bombe, missili, distruzioni sistematiche, in nome di una presunta superiorità morale. La storia recente dovrebbe averci insegnato qualcosa. Dopo gli orrori in Serbia, Cecenia, Afghanistan, Irak, Libano, Libia, Siria, Gaza, Palestina, Venezuela, ora tocca all'Iran subire l'esportazione di democrazia. E toccherà a noi pagare: interventi presentati come liberazioni e finiti in caos, terrorismo, radicalizzazione, instabilità permanente. Bollette e carburanti alle stelle.

Eppure si ricomincia. Sempre con la stessa retorica, sempre con la stessa sicurezza granitica di chi si sente investito di una missione storica. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con la sua miscela di volgarità e spavalderia, non ha mai nascosto la sua visione transazionale del mondo: alleati utili finché servono, poi sacrificabili; nemici da piegare, non da comprendere. L’idea di equilibrio, di paziente costruzione diplomatica, è sostituita da quella di forza immediata, spettacolare, dimostrativa. La politica estera diventa un reality show armato.

E Netanyahu, dall’altra parte, agisce come se il tempo storico fosse un dettaglio, come se la dimensione biblica e quella geopolitica potessero sovrapporsi senza frizioni. La narrativa del “Grande Israele”, l’evocazione costante di minacce esistenziali, la convinzione che solo l’annientamento preventivo dell’avversario garantisca sicurezza, producono una spirale in cui ogni conflitto prepara il successivo. Gaza è distrutta, la Cisgiordania ormai annessa, il Libano una polveriera, la Siria un incubo, e ora l’Iran è il bersaglio finale verso la creazione di un Grande Israele padrone assoluto del Medio Oriente.

Trump ha seguito. Gli USA hanno seguito. Quanti personaggi dell'élite americana, repubblicani o democratici che siano, sono finiti nella rete del Mossad attraverso Epstein e i suoi festini pedofili?

Meglio distruggere paesi interi che finire sputtanati. Figuriamoci se si deve andare in galera.

E l’Europa? L’Europa paga. Come sempre.

Paga in termini economici, con il prezzo del petrolio che sale, con il gas che torna a essere un’arma geopolitica, con le bollette che si gonfiano mentre gli stipendi restano inchiodati. Paga in termini politici, perché ogni crisi internazionale si traduce in instabilità interna, in tensioni sociali, in governi che arrancano tra inflazione e malcontento. Paga in termini morali, perché continua a proclamare autonomia strategica e poi si accoda come un cagnolino alle decisioni prese altrove.

E l’Italia, in questo quadro, offre uno spettacolo che definire imbarazzante è poco. Antonio Tajani, l'osceno, immondo, ministro degli Esteri, colui che dovrebbe incarnare dignità e prudenza diplomatica di un Paese fondatore dell’Unione Europea, macché! Robba passata! Tajani giustifica tutto, tutto quel che vogliono i padroni a stelle e strisce. No problem Donald. Guido Crosetto, ministro della Difesa, parla (in vacanza da Dubai) con tono grave di...(di cosa parla?), ma evita accuratamente di sollevare il tema centrale: quali sono i limiti? Qual è il confine oltre il quale l’alleanza diventa sudditanza? E Giorgia Meloni? La leader sovranista e orgogliosa della sua italianità, incapace di un solo gesto di reale autonomia, di una sola parola che suoni come un richiamo all'ordine rivolto a Washington o a Tel Aviv. E perché mai? Una volta Biden le ha dato un bacino, Trump le fa sempre una carezza sui capelli... italiani cosa volete di più? Eh...

La verità è che i politici italiani, come quelli dell’UE, sono corrotti. Corrotti. E chi è stato corrotto e incassa i benefici economici della corruzione, e non osa dire che un conto è la solidarietà atlantica, un altro è l’avallo automatico di ogni nefandezza militare. Non osa ricordare che la sicurezza non può essere costruita sulle macerie di popoli distrutti. Non osa nemmeno rivendicare il diritto di essere informata, consultata, rispettata, anziché semplicemente coinvolta a cose fatte. Si preferisce l’applauso prudente, la dichiarazione di circostanza, l’adesione senza condizioni.

Tanto finché arrivano i bonifici sui conti off-shore...ma chi me lo fa fare. No?

Pochi parlano del passato iraniano, la storia questa sconosciuta. I Pahlavi, il colpo di Stato contro Mossadeq, l’intreccio tra interessi petroliferi anglo-americani e ingegneria politica. Si parla con leggerezza di “cambio di regime”, come se fosse la prima volta che l'Iran subisce un cambiamento di regime deciso tra Londra e Washington. L’idea che l’Iran possa essere semplicemente ristrutturato a beneficio di equilibri energetici più convenienti è non solo cinica, ma miope. Ogni intervento violento genera forze imprevedibili, radicalizza identità, crea nuovi nemici.

Sul piano filosofico e morale, la questione è ancora più radicale. Trump ha il diritto di proclamarsi garante dell’ordine internazionale e allo stesso tempo riservarsi il diritto di violarlo quando lo ritiene opportuno? Può la democrazia essere esportata con morte e bombardamenti? Può la giustizia nascere da un atto unilaterale di violenza? Sono domande antiche, che attraversano il pensiero politico da Tucidide a Kant, ma che sembrano evaporare ogni volta che un conflitto viene presentato come inevitabile dai nostri media prevalenti. Corrotti anche loro. Vergogna.

Il problema non è solo geopolitico. È culturale. È l’assuefazione alla guerra come strumento normale di gestione delle crisi. È l’idea che esista sempre un nemico assoluto che giustifica ogni mezzo (avete letto in questi giorni i titoli de ilGiornale di Sallusti? Vergogna!). È la riduzione della complessità storica a slogan, la trasformazione delle tragedie in narrative rassicuranti per le opinioni pubbliche occidentali.

E allora sì, la domanda torna con forza: cari Stati Uniti, era questo il mondo che ci avevate promesso? Era questo l’ordine nuovo? Era questa la pace garantita dall’ombrello atlantico? Un mondo in cui l’Europa paga il conto energetico, sociale e politico di decisioni prese sempre e solo nel vostro interesse (e di quello di Israele, ma tanto ormai è la stessa cosa); un mondo in cui i leader italiani si affrettano a mostrarsi docili chihuahua fedeli alla sottomissione incondizionata in cambio dell'obolo? un mondo in cui la parola “democrazia” viene pronunciata con tracotanza da pazzi furiosi in preda a hybris omicida, mentre cadono missili e muoiono innocenti?

Certo, per dire tutto questo, per alzare il ditino e fare una domanda, una! servirebbero libertà, coraggio, intelligenza. Servirebbe una classe dirigente capace di guardare negli occhi l’alleato e dirgli che l’alleanza non è obbedienza cieca. Servirebbe una cultura politica meno provinciale, meno timorosa, meno ossessionata dal compiacere. Servirebbe un’opinione pubblica meno anestetizzata. Servirebbe anche una Chiesa cattolica con i riflessi pronti anche quando si tratta di bacchettare qualcosa che comunismo non è... (ma il papa non era americano?).

Invece restiamo qui, spettatori paganti (e sottolineo paganti) di una Epic Fury che non abbiamo scelto, ma che ci devasterà comunque. E mentre il Medio Oriente brucia, ancora una volta, l’Europa si scopre fragile, divisa, dipendente, ancora una volta.

E nessuno che dica: Caro Trump, non era questo il mondo che ci avevate promesso.

Preghiamo per il popolo iraniano.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 19 febbraio 2026

In nome del popolo italiano

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO :

appello per una vera riforma della giustizia in nome dei diritti del popolo italiano

Parliamo di filosofia del diritto, con la consapevolezza che essa non è un esercizio astratto, bensì il luogo in cui si chiariscono i fondamenti delle scelte normative. Ogni riflessione seria sulla giustizia deve partire da un dato elementare, quasi banale: il diritto vive attraverso gli uomini che lo applicano. La persona precede sempre la funzione. Un buon giudice può incidere quanto, e talvolta più, di una buona legge. Lo aveva compreso già Aristotele quando distingueva tra giustizia legale ed equità: la norma è generale, la vita è particolare, e serve un interprete capace di colmare la distanza tra astratto e concreto. Anche Montesquieu, parlando del giudice come “bocca della legge”, non immaginava un automa privo di discernimento, ma un garante imparziale, chiamato ad applicare la norma senza sostituirsi ad essa.

Eppure proprio qui emerge la tensione strutturale dello Stato di diritto. Se la qualità morale e intellettuale del giudice è decisiva, possiamo davvero fondare l’equilibrio dell’intero sistema sulla virtù individuale? La filosofia morale può concedersi tale lusso; un ordinamento giuridico no.

Il diritto penale, più di ogni altro settore, richiede prevedibilità e certezza, perché incide sulla libertà personale da un lato e sulla fiducia del cittadino nei confronti dello Stato. Il principio di legalità non è soltanto una formula tecnica: è un argine contro l’arbitrio e contro il degrado delle istituzioni.

Parlando dei giudici, quando si attribuisce loro troppa discrezionalità interpretativa, il rischio non è semplicemente una diversa applicazione della legge, ma una sua mutazione sostanziale agli occhi del cittadino.

Parliamo di cose concrete. E attuali. In Italia, da oltre trent’anni, l’uso sistematico delle attenuanti generiche, l’ampio ricorso ai riti alternativi con consistenti riduzioni di pena, le interpretazioni elastiche di circostanze attenuanti generiche (generiche!) finiscono per produrre, nella pratica, un impianto sanzionatorio totalmente diverso da quello formalmente previsto. Non si tratta di imputare ai giudici una responsabilità impropria: essi operano entro strumenti (assurdi) che il legislatore ha predisposto. Il responsabilie è il legislatore. Noi percepiamo i danni come fatti dai giudici (semplifico) ma i danni sono perpetrati con strumenti forniti ai giudici dalla legge. Quindi il vero responsabile è chi la legge la fa.

Ma in Italia nessuno va più in galera! Quante volte abbiamo detto o sentito questo? Parliamo allora del nodo dei minimi edittali. Nel dibattito pubblico si invoca spesso l’innalzamento dei massimi di pena (in questo senso si è mosso anche il maldestro governo Meloni), ma in un sistema nel quale quasi tutti beneficiano di attenuanti e di sconti procedurali, il massimo resta una soglia teorica, evocativa, mai applicata. Il vero baricentro del sistema è il minimo. Se il minimo è basso e su di esso si applicano ulteriori riduzioni per rito abbreviato o patteggiamento, il risultato finale è una pena che frequentemente non comporta alcuna detenzione. L’innalzamento dei minimi, dunque, sarebbe la vera urgenza sulla quale intervenire. Si può discutere politicamente se sia opportuno farlo, ci mancherebbe, ma non si può negare che sia lì, nel minimo, che si gioca la concretezza dell’esecuzione della pena.

Il tema si collega direttamente a quello della funzione della pena. Torniamo quindi alla filosofia del diritto. L’articolo 27 della Costituzione afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Tuttavia “tendere” non significa che la pena debba esaurirsi nella sola dimensione rieducativa. La tradizione della filosofia del diritto penale riconosce alla pena una pluralità di funzioni: essa ristabilisce un equilibrio violato, svolge una funzione di prevenzione generale nei confronti della collettività e mira, al contempo, alla prevenzione speciale attraverso il recupero del reo. Se la componente retributiva e quella di prevenzione generale risultano eccessivamente attenuate da un sistema di esecuzione percepito come sistematicamente indulgente, si produce uno scarto tra legalità formale e percezione sociale della giustizia. La vittima non chiede vendetta, ma esige legittimamente il riconoscimento pubblico del torto subito; la collettività non pretende crudeltà, ma certezza. Altrimenti sale la voglia di farsi giustizia da soli, quando si percepisce che lo Stato non punisce i mascalzoni. Quando la risposta statale appare sproporzionatamente lieve rispetto alla gravità del fatto, si incrina la fiducia nelle istituzioni. Fatto gravissimo.

Le attenuanti generiche e i riti alternativi non sono, in sé, strumenti patologici. Sono nati per personalizzare la pena e per garantire efficienza processuale. Il rito abbreviato e il patteggiamento hanno contribuito a ridurre il carico giudiziario e ad accelerare i tempi. Il problema sorge quando tali istituti diventano automatici e impersonali. Si è rivoltata la frittata. Se la concessione delle attenuanti è di fatto generalizzata, la discrezionalità si trasforma in prevedibilità al ribasso.

In questo (desolante) quadro, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, per quanto rilevante sotto il profilo ordinamentale (forse), non tocca il cuore sostanziale del problema. Il cittadino che subisce un reato non è interessato all’equilibrio interno tra poteri, né alla dialettica tra centrodestra e magistratura requirente. Egli chiede se la condanna sarà certa, quale pena verrà inflitta e se quella pena sarà effettiva. Il cittadino che assiste inerme all’ondata di violenza che scuote le nostre strade esige una risposta penale all’altezza della situazione concreta, e non si accontenta di retorica aulica o aria fritta buonista.

Non è irrilevante, inoltre, il dato storico. Il Codice Rocco del 1930 e il codice di procedura penale coevo nacquero in un contesto autoritario. Fascista. È vero che nel corso dei decenni essi sono stati profondamente modificati e adattati alla Costituzione repubblicana, ma la loro ossatura originaria rimane riconoscibile. Anche i simboli sono ancora riconoscibili, i nomi e i cognomi, gli anni. Una riscrittura organica consentirebbe non solo una rottura con un’eredità ingombrante, ma soprattutto una sistematizzazione coerente dei principi costituzionali, una ridefinizione equilibrata delle pene, una razionalizzazione delle misure alternative e una maggiore chiarezza nella tipizzazione delle fattispecie di reato. Un codice nuovo non è necessariamente più severo; può essere più coerente, più trasparente, più comprensibile.

Allora, altro che separazione delle carriere!!! La vera questione della giustizia in Italia è come costruire un sistema nel quale la pena sia certa, la discrezionalità del giudice limitata, la risposta proporzionata e la rieducazione efficace (e qui, ci sarebbe molto da dire).

In definitiva, la riforma della giustizia non può essere ridotta a uno scontro tra poteri dello Stato. Essa deve essere affrontata come una questione di architettura normativa. Un buon giudice resta un bene prezioso, ma uno Stato moderno non può confidare nella speranza di avere sempre uomini eccellenti. Deve invece predisporre leggi chiare, strutture coerenti e meccanismi prevedibili. La giustizia non è soltanto morale, né meramente tecnica: è equilibrio tra persona e norma, tra libertà e sicurezza, tra discrezionalità e certezza. E nel diritto penale questo equilibrio si costruisce innanzitutto nella struttura concreta della pena. E non nell’organizzazione delle carriere.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



mercoledì 18 febbraio 2026

Il giudice è già super partes

NO ALLA RIFORMA :

Il giudice è già super partes : leggete la Costituzione, studiate la storia e non dite bischerate


C’è un equivoco che attraversa il dibattito sulla riforma della giustizia come una linea carsica: l’idea che la Costituzione italiana esiga la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante perché pretende un giudice “super partes”. È un argomento suggestivo, ma storicamente e giuridicamente nullo. E per comprenderlo bisogna tornare al significato autentico delle parole costituzionali, liberandole dalle sovrastrutture polemiche che si sono stratificate nel tempo.

La Costituzione della Repubblica Italiana non parla mai di “separazione delle carriere”. Non lo fa all’articolo 104, quando definisce la magistratura “ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Non lo fa all’articolo 107, quando disciplina le garanzie dei magistrati. E non lo fa nemmeno all’articolo 111, che pure consacra il principio del “giusto processo” davanti a un giudice “terzo e imparziale”. La terzietà che la Costituzione pretende è funzionale, non corporativa; riguarda il ruolo del giudice nel processo, non l’appartenenza a un ordine o a un corpo.

Che cosa significa, allora, “super partes”? Significa che chi decide non è parte del conflitto. Che non ha un interesse nell’esito. Che non coincide con chi esercita l’azione penale. È una garanzia contro la concentrazione delle funzioni di accusa e giudizio nella stessa persona, non una prescrizione sulla struttura ordinamentale della magistratura. La distinzione richiesta è interna al processo, non esterna ad esso.

Questo dato storico è decisivo. Quando la Costituzione entra in vigore nel 1948, il sistema processuale è ancora regolato dal Codice di procedura penale fascista, espressione di un modello inquisitorio-misto. In quel contesto non esisteva un processo accusatorio fondato su due parti contrapposte davanti a un arbitro passivo. L’istruzione era affidata a un giudice istruttore, figura che conduceva l’accertamento, raccoglieva prove, interrogava, disponeva perizie. Il pubblico ministero esercitava l’azione penale, ma non era il dominus esclusivo della fase istruttoria. Eppure nessuno dubitava che il giudice fosse “terzo”. Nessuno riteneva costituzionalmente necessaria una separazione delle carriere.

Anzi, proprio l’unità della magistratura era vista come presidio di indipendenza: sottrarre sia il giudice sia il pubblico ministero all’influenza dell’esecutivo significava blindare l’esercizio della giurisdizione da ogni interferenza politica. Il pubblico ministero non era un avvocato dell’accusa dipendente dal Governo; era un magistrato soggetto soltanto alla legge. La terzietà del giudice era garantita dalla distinzione delle funzioni nel singolo procedimento, non dalla creazione di due ordini separati.

La riforma del 1988, che ha introdotto un modello più marcatamente accusatorio (il processo "all'americana"), ha trasformato il volto del processo ma non ha modificato l’architettura costituzionale. Il giudice è divenuto più un “arbitro” tra le parti; il pubblico ministero è diventato una parte processuale a tutti gli effetti. È in questo nuovo scenario che si è insinuata l’idea che l’appartenenza allo stesso ordine possa intaccare la percezione di terzietà. Ma è un problema di mera percezione (e di mala fede), non di struttura costituzionale. La Costituzione non è cambiata nel suo impianto sull’unità della magistratura. E se davvero l’unità fosse stata incompatibile con il principio del giudice terzo, l’intero sistema avrebbe dovuto essere dichiarato incostituzionale per quarant’anni.

Anche ammettendo una separazione delle carriere, il pubblico ministero resterebbe magistrato, dotato delle stesse garanzie di indipendenza. Non diverrebbe automaticamente un organo dell’esecutivo, (a meno di una riforma ben più radicale che porterebbe il nostro ordinamento sulle tracce di quello francese). Il nodo, dunque, non è tra magistrato e non magistrato, ma tra unità e distinzione interna allo stesso ordine. E allora la domanda diventa inevitabile: se il giudice già oggi non può svolgere nel medesimo processo funzioni requirenti; se accusa e decisione sono affidate a soggetti diversi; se l’indipendenza è garantita dall’ordinamento costituzionale; dove sarebbe la lesione della terzietà?

L’argomento secondo cui la Costituzione “chiederebbe” la separazione delle carriere è, in realtà, una sovrainterpretazione contemporanea di un principio nato in un contesto del tutto diverso. I Costituenti non discutevano di modelli accusatori all’americana. Discutevano di come evitare che chi giudica potesse essere organo dell’accusa o del potere politico. La loro preoccupazione era impedire la concentrazione del potere punitivo, non moltiplicare le carriere.

Il giudice “super partes” non è il giudice isolato in un corpo separato dall’accusa; è il giudice che non coincide con l’accusa. È il giudice che decide sulla base delle prove formate nel contraddittorio. È il giudice che non dipende dal potere esecutivo. Tutto questo, nell’ordinamento italiano, è già garantito.

Si può legittimamente sostenere che la separazione delle carriere sia opportuna per ragioni di politica giudiziaria, di simbolica istituzionale o di riequilibrio dei poteri. Ma non si può attribuire alla Costituzione un'ideologia che essa non contiene. Trasformare una scelta politica in una necessità costituzionale significa forzare il testo, piegare la storia e confondere il piano del dibattito politico con quello dei principi giuridici costituzionali fondamentali.

La verità, meno spettacolare ma più solida, è che la terzietà è una qualità del giudizio, non un’etichetta dell’organigramma. E finché accusa e decisione restano nelle mani di soggetti diversi, finché il giudice non è parte e non risponde al potere politico, il requisito costituzionale è rispettato. Il resto appartiene al terreno dello scontro politico, legittimo ma distinto.

Questo andrebbe spiegato agli italiani, invece di fare caciara e moralismo (se sei una brava persona voti SI, se sei Padre Pio voti NO)...

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo






lunedì 16 febbraio 2026

Riforma della giustizia: separare per illudere

 

Separare per illudere: la riforma delle carriere è ideologia non sostanza

La riforma costituzionale della magistratura, al centro di un vivo dibattito in vista del referendum del 22 e del 23 marzo, è presentata dai partigiani del SI come un intervento necessario per garantire l’indipendenza del giudice: separando le carriere tra pubblico ministero (PM) e magistratura giudicante, si dice, garantirà imparzialità e terzietà del giudice. Ma se guardiamo con attenzione alla logica politica del processo, l’impianto della riforma appare selettivo, ideologico e, soprattutto, incoerente.

1. La terzietà del PM:

Secondo i sostenitori della riforma, il PM sarebbe culturalmente e strutturalmente troppo vicino al giudice e questa vicinanza comprometterebbe la neutralità di entrambi, o di uno dei due (questo non è ben chiaro). Questo è il fulcro ideologico su cui si fonda l'agognata separazione: il PM è considerato potenzialmente “di parte” per il solo fatto di appartenere allo stesso ordine dei giudici, e i giudici non sarebbero abbastanza "terzi" perché troppo apparentati ai PM.

Ma basta osservare i fatti: quando il magistrato fa il PM, non decide il destino dell’indagato, non emette sentenze e non rinvia a giudizio. Cosa fa il PM? Dirige le indagini, formula richieste di pena e condanna, sostiene la pubblica accusa, certo, ma il potere decisorio reale e definitivo non è mai suo. La terzietà del giudice rispetto al PM è dunque già strutturata: il PM è terzo rispetto alla decisione finale, esattamente come lo sono GIP e GUP nel loro ruolo, esattamente come lo è il giudice della sentenza. L’idea che la carriera condivisa possa corrompere la terzietà di requirente e giudicante non è dimostrabile, non è osservabile: è un arbitrio ideologico che maschera un intervento puramente politico.

2. L'immenso peso decisorio del GIP e del GUP : perché loro no?

Ma se, ragionando per assurdo, volessimo seguire la logica dell'attuale riforma, allora non possiamo ignorare il ruolo di TUTTI i magistrati che realmente determinano l’avvio del processo e incidono (anche pesantemente) sulla libertà dell’indagato in fase procedurale: il GIP e il GUP.

Il GIP decide sulle misure cautelari, autorizza intercettazioni, convalida arresti; il GUP decide se rinviare a giudizio o chiudere un procedimento. Dal punto di vista dell’indagato, queste decisioni sono ben più decisive e pesanti rispetto all’attività del PM: la libertà personale, l’apertura o la chiusura del processo sono in gioco. Non è poco.

Quindi se la logica della riforma fosse sostanziale, e non formale, allora sarebbe coerente separare anche queste figure in un ordine autonomo. La riforma bipartita, invece, si limita a un confine artificiale: divide il cocomero della magistratura in due metà, e che s'è visto s'è visto.

3. Il nodo della sostanziale terzietà

Qui emerge la vera questione filosofico-politica. La riforma attuale presume che il problema principale sia l’appartenenza di carriera: il PM non dovrebbe condividere percorso e organo di autogoverno con i giudici. Ma la terzietà non è solo una questione formale: è una questione di funzione concreta e potere effettivo.

  • Il PM ha potere di iniziativa, ma non potere decisorio;

  • Il GIP e il GUP hanno potere decisorio immediato, ma non interesse di parte;

  • Il giudice del dibattimento ha potere di accertamento pieno.

La riforma ignora questa complessità, concentrandosi su un simbolo: separare l’accusa dal giudizio.

4. Antitesi: la logica della riforma

I sostenitori del SI affermano che la separazione determinerà una chiara percezione di imparzialità e ridurrà il rischio di contiguità culturali tra PM e giudice.

Tuttavia, la questione della contiguità e della parzialità sono ipotetiche, non sono osservabili. Tutti i magistrati condividono formazione, cultura professionale e percorso di carriera, e allora? Il GUP lavora quotidianamente con in mano gli atti del PM, ma deve decidere se ci sono gli elementi per andare a processo o no; il GIP valuta misure cautelari, ma lo fa a garanzia della legge e dell'indagato. La riforma assume, senza fornire dati, fatti, che la contiguità PM/giudice minacci l’indipendenza della magistratura. Ma dove sono le prove dell'effettività di tale minaccia? In quali processi abbiamo osservato parzialità, complicità? Il governo ha fornito esempi in questo senso? No. Mi pare molto grave.

5. Sintesi politica

Se vogliamo essere coerenti, dobbiamo scegliere tra due strade:

  1. Il problema della contiguità PM/giudice non esiste perché non osservabile e non osservato → la riforma è inutile e ideologica: NO al referendum.

  2. Il problema esiste → allora la logica imporrebbe di estendere la separazione delle carriere anche al GIP e al GUP, non solo al PM, perché sono loro che decidono concretamente sulle libertà dell'indagato e sull'eventuale processo.

La riforma, invece, sceglie una terza via: separare requirente e giudicante, senza intervenire su tutti gli snodi decisivi del processo. Questo compromesso appare arbitrario e parziale.

6. La lezione politica

Il referendum non è solo un voto tecnico sulle carriere: è un giudizio politico sulla magistratura. La riforma mira all’illusione di terzietà, ma senza toccare la sostanza della complessità della procedura e del processo. Se vogliamo coerenza, se vogliamo una visione politica e sostanziale della neutralità, dobbiamo riconoscere che la separazione simbolica non risolve nulla, e che la vera indipendenza la si misura nei momenti decisivi del processo, non nella formale separazione di due carriere.

Per chi ha a cuore la logica, la coerenza e la sostanza della giurisdizione, la scelta è chiara: NO alla riforma. L’indipendenza non si costruisce con illusioni simboliche: si difende riconoscendo che la magistratura applica la legge, e che una buona giustizia è determinata da una buona legge da applicare.

In Italia vanno riformati il codice penale e il codice di procedura penale. Anzi, vanno riscritti, vanno rifatti da zero.

Ma, dopo lo schifo assoluto della riforma Cartabia, tutto cio pare assai complicato per lasciarlo fare alla Meloni e alla sua coalizione di pavidi incompetenti.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



domenica 15 febbraio 2026

La resistibile ascesa del Duce

 

LA RESISTIBILE ASCESA DEL FASCISMO : QUANDO LO STATO POTEVA AGIRE, O ALMENO REAGIRE, E NON LO HA FATTO


La crisi dello Stato liberal-costituzionale del Regno d’Italia tra il 1919 e il 1922, terminata con Vittorio Emanuele III che incarica Benito Mussolini di formare un nuovo governo (fascista), non fu il prodotto di un vuoto normativo né di un’improvvisa impotenza giuridica. Al contrario, fu il risultato di una mancata volontà politica e istituzionale di applicare strumenti che esistevano già e che, se utilizzati con coerenza, avrebbero potuto colpire il fascismo sul nascere. Il punto centrale non è dunque l’assenza di mezzi legali, ma la scelta di non usarli fino in fondo.

Quando nel 1919 nacquero i Fasci italiani di combattimento, il loro carattere violento era evidente fin dall’origine. Non si trattava di un movimento politico tradizionale, ma di un’organizzazione paramilitare che praticava sistematicamente la spedizione punitiva, la devastazione delle sedi avversarie, l’intimidazione armata di sindacalisti e amministratori locali, l’aggressione contro militanti del Partito Socialista Italiano e del Partito Popolare Italiano fondato da Luigi Sturzo. Nel 1921, con la trasformazione nel Partito Nazionale Fascista, questa dimensione non venne attenuata, ma istituzionalizzata in un partito politico ai limiti della legalità.

Lo Stato disponeva del Codice penale del 1889, il cosiddetto Codice Zanardelli, che prevedeva reati come l’associazione a delinquere, la partecipazione a bande armate, la devastazione e saccheggio, la violenza privata aggravata, l’intimidazione per impedire l’esercizio dei diritti politici. Le spedizioni squadriste integravano stabilmente (diciamo pure quotidianamente) queste fattispecie. Non si trattava di episodi isolati, ma di un metodo sistematico di lotta politica fondato sulla coercizione collettiva. Il diritto positivo consentiva di perseguire non solo i singoli atti, ma la struttura organizzata che li rendeva possibili. In termini giuridici, nel 1921 vi erano (eccome) gli strumenti per qualificare le squadracce prima e il PNF poi come associazioni criminali e colpirne i dirigenti.

La questione, allora, si sposta sul piano delle responsabilità istituzionali. In un sistema fondato formalmente sulla separazione dei poteri, l’azione penale non spettava al Presidente del Consiglio (Giolitti o Facta). La magistratura aveva la titolarità dell’iniziativa. Prefetti e questori, dipendenti dal Ministero dell’Interno, avevano poteri ampi in materia di ordine pubblico: potevano vietare riunioni, sciogliere assembramenti armati, disporre arresti in flagranza, sequestrare armi. La magistratura giudicante poteva irrogare pene severe per reati contro l’ordine pubblico. Nulla, sul piano formale, impediva una repressione energica e sistematica.

Ciò che mancò non fu la norma, ma la convergenza tra apparato amministrativo, requirente e giudicante nel riconoscere nel fascismo una minaccia strutturale allo Stato. Molti prefetti e funzionari di pubblica sicurezza adottarono un atteggiamento di tolleranza, talvolta pure di simpatia o di complicità. In numerose province le forze dell’ordine non intervennero durante le spedizioni punitive contro socialisti e sindacati.

Parallelamente, una parte significativa delle élite industriali e latifondiste finanziava la violenza fascista, braccio armato della loro ricchezza.

A livello politico, l’obiettivo prioritario dello Stato divenne il contenimento del socialismo, anche a costo di tollerare metodi illegali. In questo quadro si inserisce la strategia di Giovanni Giolitti, che nel 1921 decise di includere i fascisti nel Blocco nazionale. L’idea era coerente con la tradizione trasformista del liberalismo italiano: integrare per neutralizzare, parlamentarizzare per normalizzare. Anche sotto il governo di Luigi Facta si tentò di esplorare la via dell’inclusione, ipotizzando l’ingresso dei fascisti in un governo di coalizione per evitare l’escalation verso lo scontro aperto. Uno scontro aperto temuto sia dal re che dai vertici militari, in quanto non era chiaro come avrebbe reagito l’esercito all’ordine di liquidare i fascisti con la forza.

In quella fase, Benito Mussolini non era affatto il dittatore indiscusso che sarebbe diventato dopo il 1925. Anzi, all’interno del fascismo agivano con forza e spregiudicatezza figure come Michele Bianchi, vero segretario nazionale del partito, Italo Balbo, organizzatore delle milizie squadristiche, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Roberto Farinacci, espressione dell’ala più intransigente e insurrezionale. Per costoro, accettare un ruolo subordinato in un governo liberale avrebbe significato tradire la natura rivoluzionaria (e violenta) del fascismo. Mussolini, che in altre fasi della sua carriera aveva mostrato flessibilità tattica, si trovò stretto tra l’opportunità di una legittimazione istituzionale e il rischio di essere scavalcato dai ras più radicali (e di conseguenza l’espulsione dal partito, cosa che Mussolini, dopo essere già stato espulso dai socialisti sette anni prima, non poteva permettersi). Alla fine prevalse la linea del “tutto o niente”: non un ministero, ma la Presidenza del Consiglio. Prevalse quindi la linea Bianchi, Mussolini dovette “adeguarsi” e accettare di diventare primo ministro.

Il momento decisivo fu l’ottobre 1922. Di fronte alla minaccia della Marcia su Roma, il governo Facta deliberò lo stato d’assedio. La firma del re Vittorio Emanuele III avrebbe probabilmente consentito all’esercito di reprimere l’iniziativa. Le forze armate erano superiori alle milizie fasciste. La scelta di non firmare segnò la svolta. Il re si assunse una terribile responsabilità di fronte alla storia, di fronte al popolo italiano : consegnare lo Stato ai fascisti. Consegnare l’Italia a un partito armato contro lo Stato e contro le sue leggi. Una decisione clamorosa, inaudita nella storia della modernità occidentale. Un semi-colpo di stato degno del 18 Brumaire e di Napoleone.

Perché Vittorio Emanuele III ha agito in modo cosi scellerato? Perché le élite italiane dell’epoca (finanza, industria, latifondo, aristocrazia) preferirono affidarsi al manganello fascista per “blindare” le classi abbienti contro la minaccia socialista, invece di usare gli strumenti dello Stato di diritto per spezzare il manganello e ristabilire ordine e legalità al paese. Si scelse la scorciatoia della forza privata tollerata, anziché la via più impegnativa della legalità coerentemente applicata.

Lo Stato liberale preferì suicidarsi per blindare i privilegi di quelle mani, quelle poche mani che tenevano in pugno il cuore dello Stato stesso, quelle poche mani che facevano e che faranno del popolo italiano un gregge di pecore da sfruttare, e sfruttate.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




Galileo contro Aristotele

  GLI ARISTOTELICI, (E NON I CATTOLICI), ERANO CONTRO GALILEO _**********_ La vicenda di Galileo Galilei viene spesso raccontata come un o ...