lunedì 2 novembre 2026

La spirale Matteotti

 LA SPIRALE

Come il delitto Matteotti cambiò il volto del fascismo (e forse della storia europea)

1. Una domanda diversa per raccontare la nascita della dittatura

La storia del fascismo italiano viene spesso raccontata attraverso una successione di eventi che, almeno a posteriori, sembrano condurre inevitabilmente alla dittatura: la crisi dello Stato liberale, il Biennio Rosso, la violenza squadrista, la marcia su Roma, l'assassinio di Giacomo Matteotti, la secessione dell'Aventino e, infine, il discorso pronunciato da Benito Mussolini alla Camera il 3 gennaio 1925. In questa ricostruzione, la crisi Matteotti rappresenta il momento in cui il fascismo, fino ad allora ancora parzialmente compatibile con le istituzioni liberali, rivela apertamente la propria natura dittatoriale.

È una ricostruzione che tuttavia non basta a spiegare la dinamica politica che condusse alla trasformazione del regime. Si insiste infatti, comprensibilmente, sulla debolezza delle opposizioni, sulla loro divisione e sulla scelta della scellerata secessione aventiniana di abbandonare il Parlamento, ma si dedica meno attenzione a una questione altrettanto importante: quanto erano realmente solide le forze (industria, finanza, latifondo) che avevano portato al potere Mussolini e, soprattutto, potevano (in quel fatidico istante) fare a meno di lui?

La domanda potrebbe essere formulata in termini ancora più provocatori: Mussolini rimase al potere soltanto perché i suoi avversari non riuscirono a mandarlo via, oppure anche perché i suoi sponsor, che avrebbero potuto determinare la sua uscita di scena, non disponevano di un'alternativa politica credibile?

Questa seconda prospettiva permette di osservare la crisi del 1924 da un'angolazione diversa. Non soltanto come il momento della sconfitta delle opposizioni democratiche, ma anche come la crisi di una coalizione di potere che, pur avendo contribuito all'ascesa del fascismo, non aveva mai elaborato un progetto politico sufficientemente autonomo da poter sopravvivere a un'eventuale caduta del governo Mussolini.

Per comprendere questa dinamica occorre tornare indietro, al momento in cui il fascismo si affermò come risposta alla crisi sociale e politica dell'Italia del primo dopoguerra.


2. Il fascismo come strumento di restaurazione sociale

Tra il 1919 e il 1920 l'Italia attraversò una fase di conflittualità sociale senza precedenti nella sua storia unitaria. Il Biennio Rosso fu caratterizzato da scioperi, occupazioni delle fabbriche, mobilitazioni contadine, agitazioni nelle campagne, crescita delle organizzazioni sindacali e affermazione politica del Partito socialista e del Partito Popolare. Le elezioni del novembre 1919 avevano inoltre mostrato quanto fosse cambiato il panorama politico nazionale: il Partito socialista ottenne 156 deputati, mentre il Partito popolare ne conquistò circa cento, segnando l'ingresso definitivo delle grandi organizzazioni di massa nella vita parlamentare.

Per una parte delle classi dirigenti, degli industriali e dei proprietari terrieri, la situazione appariva come una minaccia all'ordine economico e sociale esistente. Le occupazioni delle fabbriche del settembre 1920, le rivendicazioni operaie, la forza delle leghe contadine e il radicamento delle amministrazioni socialiste in numerosi comuni sembravano mettere in discussione non soltanto i rapporti di lavoro, ma anche l'autorità tradizionale dei proprietari e la capacità dello Stato liberale di garantire la stabilità.

È importante precisare che non si trattava necessariamente di una rivoluzione bolscevica imminente, organizzata e dotata di una concreta possibilità di conquistare il potere nazionale. Il Partito socialista era attraversato da profonde divisioni, il movimento operaio non disponeva di una direzione politica unitaria e il Partito popolare, pur rappresentando una grande forza di massa, non era affatto assimilabile al socialismo rivoluzionario. Tuttavia, la percezione di una trasformazione radicale dei rapporti sociali era sufficientemente diffusa da produrre una reazione altrettanto radicale (sull'argomento, leggere Marcia su Roma e dintorni, di Emilio Lussu).

Il fascismo trovò in questa situazione il proprio spazio di affermazione. Le squadracce fasciste offrirono a proprietari terrieri e settori dell'industria uno strumento di intervento diretto contro le organizzazioni sindacali, le leghe contadine, le cooperative, le amministrazioni socialiste e i militanti che animavano le mobilitazioni popolari. La violenza non fu dunque soltanto un elemento ideologico o una manifestazione di fanatismo politico: divenne anche uno strumento concreto di trasformazione dei rapporti di forza economici e sociali.

La ricerca di Daron Acemoglu, Giuseppe De Feo, Giacomo De Luca e Gianluca Russo, pubblicata nel 2022 nel Quarterly Journal of Economics con il titolo War, Socialism, and the Rise of Fascism: An Empirical Exploration, ha contribuito a documentare empiricamente il legame tra la forza del socialismo locale e la successiva affermazione del fascismo, mostrando anche il ruolo delle associazioni dei proprietari terrieri e delle élite locali nel favorire la mobilitazione fascista.

Questo elemento è fondamentale, perché consente di interpretare l'ascesa del fascismo anche come una forma di controrivoluzione preventiva: non necessariamente la risposta a una rivoluzione già organizzata e pronta a conquistare il potere, quanto piuttosto il tentativo di impedire che il movimento operaio e contadino consolidasse ulteriormente la propria forza e modificasse stabilmente l'equilibrio sociale del Paese.

In questo contesto, una parte delle élite economiche non aveva bisogno di immaginare un nuovo modello di Stato. Non occorreva che industriali, banchieri, grandi proprietari terrieri, agrari della pianura padana e settori della finanza elaborassero insieme una concezione filosofica del totalitarismo. Le loro posizioni erano diverse, i loro interessi non coincidevano e non esisteva necessariamente una visione comune del futuro politico dell'Italia.

Era sufficiente una convergenza su alcuni obiettivi immediati: la riduzione del conflitto sociale, la fine delle occupazioni, l'indebolimento dei sindacati, la restaurazione della disciplina nelle fabbriche e nelle campagne, la difesa della proprietà privata e il ripristino di condizioni favorevoli alla produzione e agli investimenti.

Il fascismo appariva in grado di garantire tutto questo con un'efficacia che il vecchio Stato liberale sembrava ormai incapace di assicurare.


3. Il liberismo autoritario: poco Stato nell'economia, molto Stato nella repressione

La formula che forse meglio descrive questa prima convergenza è quella di un liberismo autoritario: un orientamento economico favorevole all'iniziativa privata, alla riduzione di alcuni oneri fiscali, al contenimento della spesa pubblica e alla libertà d'impresa, accompagnato da una concezione estremamente repressiva dell'ordine pubblico e del conflitto sociale.

Certo, il fascismo era fin dall'inizio profondamente ostile al pluralismo democratico e alla piena libertà delle organizzazioni politiche. Si trattava piuttosto di una combinazione nella quale la libertà economica dei proprietari e degli imprenditori poteva convivere con la negazione delle libertà politiche e sindacali di coloro che contestavano i rapporti di proprietà e di lavoro.

Il primo Mussolini, soprattutto nel discorso parlamentare del 21 giugno 1921 (il suo primo discorso da deputato) e nella fase che precedette la marcia su Roma, non presentava ancora il progetto dello Stato totalitario che sarebbe stato sistematizzato negli anni successivi. La sua retorica economica è polemica nei confronti dello statalismo, della burocrazia e dell'intervento pubblico, mentre il suo movimento raccoglieva consensi proprio fra quei settori che desideravano ridurre il peso delle organizzazioni operaie e ristabilire condizioni di maggiore libertà per l'iniziativa privata.

Questa impostazione trovò una corrispondenza concreta nel primo governo Mussolini. Con Alberto De' Stefani al Ministero delle Finanze, dal 1922 al 1925, venne perseguita una politica di risanamento del bilancio, contenimento della spesa e incentivazione dell'accumulazione privata. Furono ridotte alcune imposte sui profitti societari e vennero realizzate importanti privatizzazioni, mentre il governo cercava di favorire il risparmio e gli investimenti. Non si trattò di una semplice abolizione delle imposte, né di un disimpegno assoluto dello Stato: la politica fiscale comprese anche un ampliamento della base imponibile e un incremento delle entrate. Tuttavia, l'indirizzo generale fu favorevole alla produzione privata e alla riduzione di alcuni vincoli ereditati dall'economia di guerra.

Il fascismo dei primi anni Venti poteva quindi apparire a una parte del mondo economico come un governo capace di garantire contemporaneamente ordine sociale, disciplina del lavoro, riduzione di alcuni oneri pubblici e maggiore libertà d'azione per le imprese.

La violenza squadrista aveva già preparato il terreno. Il governo fascista sembrava ora in grado di tradurre sul piano istituzionale quella restaurazione dei rapporti di forza che le squadre avevano perseguito nelle campagne e nelle città.

Ma proprio qui emerge una distinzione che sarà decisiva per comprendere la crisi successiva: sostenere Mussolini come garante dell'ordine economico e sociale non significava necessariamente aderire a un progetto totalitario, né desiderare la distruzione definitiva dello Stato liberale.

Franklin Hugh Adler, nel suo importante studio Italian Industrialists from Liberalism to Fascism: The Political Development of the Industrial Bourgeoisie, 1906–1934, pubblicato nel 1995, ha ricostruito proprio questa convergenza fra liberalismo economico, interessi industriali e fascismo. La sua interpretazione mette in guardia dalle spiegazioni che riducono il fascismo a un semplice strumento di classe degli industriali, ma documenta anche come Confindustria avesse mantenuto una propria identità liberale, sostenendo Mussolini in modo condizionato e contingente come presidente del Consiglio, non necessariamente come Duce né come espressione di un nuovo ordine totalitario.

La distinzione è essenziale: le forze che contribuirono all'ascesa di Mussolini non erano necessariamente le stesse che avrebbero desiderato governare attraverso un partito unico, subordinare ogni organizzazione economica allo Stato e trasformare integralmente la società italiana.


4. Il delitto Matteotti: la frattura del compromesso

Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti pronunciò alla Camera il suo ultimo grande discorso pubblico. Contestò la legittimità delle elezioni del 6 aprile, denunciando le violenze, le intimidazioni e le irregolarità che avevano accompagnato la campagna elettorale fascista. Chiese l'invalidazione dei risultati, mentre dai banchi della maggioranza si levavano proteste e interruzioni.

Pochi giorni dopo, il 10 giugno, Matteotti venne rapito e assassinato da un gruppo di fascisti legati alla struttura clandestina della violenza politica del regime. Il suo corpo sarebbe stato ritrovato soltanto il 16 agosto, nelle campagne di Riano.

L'omicidio provocò una crisi di legittimità senza precedenti per il governo Mussolini. L'indignazione attraversò ambienti politici, giornalistici e sociali molto diversi, raggiungendo anche settori che fino ad allora avevano guardato con favore al fascismo. Il problema non era più soltanto la violenza esercitata contro socialisti, sindacalisti e oppositori nelle province italiane: era diventato impossibile ignorare che un deputato, eletto e protetto dalle prerogative parlamentari, era stato rapito e ucciso da uomini appartenenti all'apparato fascista.

La secessione dell'Aventino, con il ritiro delle opposizioni dal Parlamento, rappresentò una delle peggiori risposte possibili alla crisi. La scelta si sarebbe rivelata politicamente inefficace, perché lasciò al governo e alla maggioranza fascista il controllo dell'aula parlamentare. Ma spiegare la sopravvivenza di Mussolini soltanto attraverso la debolezza dell'Aventino rischia di lasciare in ombra un altro elemento: la crisi investì anche la coalizione che aveva sostenuto il suo governo.

Il delitto Matteotti aveva infatti reso impossibile mantenere insieme due obiettivi che fino ad allora erano apparsi compatibili: utilizzare il fascismo per ristabilire l'ordine sociale e conservare, almeno formalmente, la continuità dello Stato liberale e delle sue istituzioni.

Una parte dei sostenitori di Mussolini desiderava la normalizzazione. Voleva un governo capace di garantire la disciplina sociale e la stabilità economica, ma non necessariamente un regime fondato sulla soppressione definitiva del pluralismo politico. Il fascismo, in questa prospettiva, avrebbe dovuto restare uno strumento di restaurazione, non diventare un potere autonomo e incontrollabile.

È proprio questa contraddizione che la crisi del 1924 portò alla luce.


5. Gli industriali prendono le distanze: il caso Ettore Conti

Fra i documenti più significativi per comprendere il comportamento delle élite economiche vi è la ricostruzione che Enrico Decleva dedicò a Ettore Conti nel Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani.

Conti non era un personaggio marginale. Imprenditore dell'industria elettrica, era stato presidente della Confederazione generale dell'industria e vicepresidente della Banca Commerciale Italiana. Rappresentava dunque una figura di primo piano del mondo industriale e finanziario italiano.

La sua vicenda permette di osservare con particolare chiarezza le oscillazioni di una parte della borghesia economica durante la crisi Matteotti.

Il 9 settembre 1924 Conti partecipò, insieme a Olivetti, Benni e Pirelli, a una delegazione della Confindustria ricevuta da Mussolini. Gli industriali presentarono al presidente del Consiglio un memoriale dai toni fermi e critici, nel quale ricordavano le ragioni del loro precedente consenso al governo: la necessità di assicurare alla produzione e all'industria un ambiente più favorevole.

Ma il documento conteneva un'affermazione particolarmente significativa. Le classi industriali consideravano essenziale il rispetto delle leggi, proprio a tutela della libertà d'industria.

Queste parole impongono una precisazione: il mondo industriale non era un blocco omogeneo e non tutti gli imprenditori desideravano una repressione indiscriminata del movimento operaio. Una parte degli industriali temeva ormai che la violenza fascista, invece di garantire la stabilità, potesse compromettere la libertà d'impresa e la stessa normalità dei rapporti economici. Il memoriale chiedeva uno Stato capace di garantire l'ordine attraverso la legge, non un governo ostaggio delle squadre che rapiscono e ammazzano deputati.

Il 7 ottobre Conti comunicò al ministro liberale Alessandro Casati il parere degli ambienti industriali milanesi, fra i quali figuravano Pirelli e Gallavresi: i ministri liberali avrebbero dovuto rimanere al loro posto, eventualmente dopo un chiarimento con Mussolini. Era ancora un tentativo di condizionare il governo dall'interno, conservando una componente liberale e impedendo che il fascismo si allontanasse definitivamente dalla normalizzazione istituzionale.

Ma il passaggio più significativo si verificò il 3 dicembre 1924, quando Conti prese la parola in Senato dichiarando di rappresentare il pensiero di moltissimi produttori. Riconobbe che il fascismo aveva ottenuto risultati sul terreno della «restaurazione materiale», ma osservò che a questi non era corrisposta una necessaria «restaurazione morale». Aggiunse che, nell'attesa che si formasse una nuova classe dirigente, era inevitabile ricorrere alla competenza della vecchia classe politica.

Il suo intervento conteneva un invito piuttosto trasparente alle dimissioni di Mussolini.

È difficile immaginare una testimonianza più significativa della distanza che poteva ormai separare una parte del mondo industriale dal presidente del Consiglio che aveva contribuito a sostenere. Conti non stava rinnegando la restaurazione sociale perseguita dal fascismo, né manifestava improvvisamente una conversione democratica. Cercava piuttosto una soluzione politica che salvaguardasse i risultati economici e sociali ottenuti, senza lasciare che la crisi del governo compromettesse ulteriormente la stabilità del Paese.

La vicenda di Conti mostra dunque che la convergenza fra industriali e fascismo non era un'adesione ideologica incondizionata. Era un rapporto fondato su interessi, aspettative e condizioni che potevano mutare.


6. Il problema del piano B: chi avrebbe potuto sostituire Mussolini?

A questo punto si apre la questione centrale della nostra interpretazione.

Se una parte delle élite economiche e politiche era ormai insoddisfatta della gestione mussoliniana della crisi, perché il presidente del Consiglio non venne sostituito?

La spiegazione tradizionale insiste sulla divisione delle opposizioni, sulla scelta aventiniana, sulla debolezza dei partiti democratici e sull'atteggiamento della monarchia. Tutti elementi importanti, ma forse non sufficienti.

Occorre chiedersi se esistesse davvero un'alternativa politica capace di raccogliere il consenso dei settori liberali, conservatori, monarchici e industriali che avevano contribuito alla formazione del governo Mussolini.

I nomi non mancavano. Giovanni Giolitti conservava un'autorevolezza storica, Antonio Salandra rappresentava una figura di riferimento della destra liberale, Vittorio Emanuele Orlando disponeva di un prestigio istituzionale considerevole e Luigi Federzoni poteva rappresentare un punto di raccordo fra nazionalismo, monarchia e fascismo.

Ma l'esistenza di nomi autorevoli non equivaleva alla disponibilità di una maggioranza politica.

Durante la crisi Matteotti, Federzoni emerse come possibile figura di successione. La sua posizione era particolarmente delicata: nazionalista, ministro dell'Interno dal giugno 1924, interlocutore della monarchia e uomo che aveva svolto un ruolo importante nella mediazione fra il fascismo e le istituzioni tradizionali.

La biografia di Federzoni pubblicata da Albertina Vittoria nella Treccani riferisce che, secondo testimonianze contemporanee, si era diffusa l'impressione che egli potesse aspirare a succedere a Mussolini. La stessa ricostruzione riporta però un episodio decisivo: il 30 dicembre 1924, quando i ministri liberali Giuseppe Casati e Giovanni Sarrocchi avanzarono l'ipotesi delle dimissioni di Mussolini, Federzoni, che Sarrocchi aveva indicato imprudentemente come possibile successore, si oppose vivacemente, insieme ai ministri militari Alberto Di Giorgio e Paolo Thaon di Revel.

Il 30 dicembre costituisce uno dei momenti più significativi dell'intera crisi. Le dimissioni di Mussolini vennero effettivamente discusse all'interno del Consiglio dei ministri, ma non si produsse una soluzione condivisa. La possibilità di un cambiamento politico rimase priva di una maggioranza sufficientemente determinata a sostenerla.

Giolitti e Orlando erano ormai collocati su posizioni di opposizione al governo, Salandra aveva attraversato una fase di sostegno e di successivo distanziamento, mentre Federzoni, pur essendo stato considerato un possibile successore, non volle assumere quel ruolo nel momento decisivo. Non è dunque corretto affermare che esistesse una candidatura alternativa già pronta e formalmente concordata; è però altrettanto difficile sostenere che nessuno avesse mai pensato a una soluzione diversa da Mussolini.

Il problema sembra essere stato proprio l'incapacità di trasformare le diverse ipotesi in un progetto politico comune.

La monarchia avrebbe potuto revocare l'incarico al presidente del Consiglio. Il re Vittorio Emanuele III disponeva di una prerogativa costituzionale decisiva e la sua scelta di non intervenire fu una delle condizioni fondamentali della sopravvivenza di Mussolini. Ma anche la Corona si trovava di fronte al problema di una successione incerta, alla presenza di uno squadrismo ancora attivo e alla possibilità che la caduta del governo aprisse una nuova fase di conflitto.

La debolezza delle opposizioni antifasciste, quindi, non esaurisce la spiegazione. Bisogna considerare anche la debolezza di una classe dirigente che aveva contribuito a rendere Mussolini indispensabile, senza riuscire a costruire un'alternativa capace di sostituirlo.

Franklin Hugh Adler ha sottolineato proprio l'incapacità della borghesia e della classe dirigente liberale di ricostituire un regime legittimo e politicamente funzionante sulla base delle tradizionali strutture del liberalismo italiano. L'ascesa di Mussolini, nella sua interpretazione, non dimostrava soltanto la forza del fascismo, ma anche la crisi di capacità politica delle élite che avevano dominato l'Italia liberale.


7. Mussolini comprende di non essere più soltanto uno strumento

Qui la ricostruzione assume una dimensione ulteriore.

Mussolini era arrivato al governo grazie a una convergenza di interessi diversi: agrari, industriali, nazionalisti, conservatori, monarchici, settori della classe media e componenti del vecchio establishment liberale. Ognuno di questi gruppi poteva immaginare di utilizzare il fascismo per raggiungere obiettivi propri. Ma nessuno di essi disponeva di un controllo autonomo sull'intero movimento.

La crisi Matteotti rese evidente questa dipendenza reciproca, ma anche la sua crescente asimmetria.

Una parte dei sostenitori avrebbe desiderato un ritorno alla normalità istituzionale, mentre gli intransigenti fascisti rifiutavano ogni compromesso e consideravano la normalizzazione un tradimento della rivoluzione fascista. Il presidente del Consiglio si trovava quindi davanti a una scelta: tentare di ricostruire il rapporto con i liberali e i fiancheggiatori, oppure affidarsi sempre più alla componente intransigente del proprio movimento.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini scelse la seconda strada. Nel suo discorso alla Camera dichiarò di assumersi la responsabilità politica, morale e storica di quanto era accaduto e sfidò apertamente le opposizioni a procedere contro di lui.

La sua posizione non era più quella di un presidente del Consiglio che cercava di mediare fra le diverse componenti della maggioranza. Era quella di un capo politico che rivendicava la propria centralità e che, di fronte alla crisi, sceglieva di trasformarla in un'occasione per consolidare il proprio potere.

È possibile leggere questo passaggio anche attraverso un'ipotesi interpretativa: Mussolini comprese progressivamente che i gruppi che avevano contribuito alla sua ascesa avevano bisogno di lui più di quanto lui avesse bisogno della loro approvazione politica. Non si tratta di una certezza psicologica dimostrabile, ma di una lettura dei rapporti di forza che aiuta a spiegare la scelta del gennaio 1925.

Il presidente del Consiglio poteva ancora essere abbandonato da alcuni settori industriali, criticato dai liberali e contestato da una parte dei conservatori; ma nessuno di questi gruppi sembrava disposto ad assumersi fino in fondo il rischio di sostituirlo.

Il fascismo, da strumento di restaurazione sociale, cominciava così a diventare un soggetto politico sempre più autonomo.


8. Dal liberismo autoritario allo Stato totalitario: una trasformazione, non una conversione improvvisa

La trasformazione del fascismo in dittatura non avvenne tutta il 3 gennaio 1925. Il discorso di Mussolini rappresentò una svolta politica fondamentale, ma la costruzione del regime si sviluppò attraverso una successione di provvedimenti e di trasformazioni istituzionali.

Tra il 1925 e il 1926 vennero approvate le cosiddette leggi fascistissime, che ridussero progressivamente le libertà politiche, rafforzarono il potere del capo del governo, abolirono la libertà di organizzazione politica e sindacale, modificarono l'amministrazione locale e prepararono la soppressione definitiva del pluralismo. Nel novembre 1926 i partiti di opposizione vennero messi fuori legge e il regime completò la trasformazione dello Stato liberale in un sistema a partito unico.

La successiva evoluzione economica e istituzionale avrebbe ulteriormente modificato il rapporto fra Stato e società. La crisi del 1929, la fondazione dell'IRI nel 1933, l'autarchia, il crescente intervento pubblico e la preparazione militare avrebbero portato il regime molto lontano dall'indirizzo economico liberista dei primi anni Venti.

Non si trattò però di un semplice ritorno al socialismo. Il fascismo non recuperò il programma marxista, la lotta di classe o la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Conservò la proprietà privata, ma subordinò progressivamente le organizzazioni economiche e sociali agli obiettivi politici del regime. La corporazione, nella sua concezione ufficiale, avrebbe dovuto superare il conflitto fra capitale e lavoro attraverso la loro integrazione nello Stato fascista, negando l'autonomia delle organizzazioni sindacali e la possibilità di una libera contrattazione politica e sociale.

È qui che torna utile considerare la formazione socialista di Mussolini. Prima della guerra egli era stato un importante dirigente del Partito socialista, direttore dell'«Avanti!» e protagonista della corrente rivoluzionaria. Il suo allontanamento dal socialismo internazionalista non cancellò però ogni elemento della sua precedente cultura politica: rimasero una concezione volontaristica della politica, il culto dell'azione, la mobilitazione delle masse e l'idea che la società potesse essere trasformata attraverso una volontà politica organizzata.

Non si può parlare di un semplice ritorno al socialismo, ma neppure immaginare che il fascismo fosse diventato soltanto un movimento conservatore e liberista. In esso convivevano nazionalismo, rivoluzionarismo, autoritarismo, mobilitazione di massa e aspirazione a una nuova organizzazione della società.

A fornire una sistemazione filosofica a questa concezione avrebbe contribuito Giovanni Gentile, attraverso il proprio attualismo e la dottrina dello Stato etico. La celebre formulazione secondo cui «tutto è nello Stato» e nulla di umano o spirituale esiste al di fuori di esso comparve nella Dottrina del fascismo del 1932, pubblicata nell'Enciclopedia Italiana e redatta con il contributo di Gentile e Mussolini.

È importante non proiettare retroattivamente questa formulazione sul Mussolini del 1921. Nel 1921 non esisteva ancora una dottrina totalitaria compiutamente sistematizzata, né è possibile dimostrare che gli industriali e i proprietari terrieri che finanziavano le squadre fasciste avessero in mente un simile modello di Stato.

La distanza fra i due momenti è precisamente ciò che rende significativa la trasformazione del 1924-25.

Il fascismo non si limitò a garantire la restaurazione dei rapporti sociali precedenti: sviluppò progressivamente una propria rivoluzione politica, istituzionale e culturale, nella quale lo Stato pretendeva di organizzare e dirigere l'intera vita nazionale.

Il paradosso è evidente. Le forze economiche che avevano contribuito all'ascesa del fascismo per ridurre il conflitto sociale e difendere la propria autonomia finirono per trovarsi inserite in un sistema che subordinava anche loro alla volontà politica del regime.


9. Una spirale che supera i confini italiani?

La questione non riguarda soltanto la storia italiana. La trasformazione del fascismo dopo la crisi Matteotti ebbe un significato europeo, anche se occorre evitare di attribuirle conseguenze automatiche o di costruire rapporti di causa-effetto troppo semplici.

La marcia su Roma del 1922 aveva già rappresentato un precedente importante per i movimenti nazionalisti e autoritari europei. Adolf Hitler guardò all'esperienza italiana e al successo di Mussolini come a un modello di conquista del potere. Il tentativo del putsch di Monaco del novembre 1923, tuttavia, precedette il delitto Matteotti: non è quindi possibile sostenere che la successiva trasformazione totalitaria del fascismo abbia ispirato l'iniziale strategia hitleriana.

È più corretto chiedersi quale influenza avrebbe potuto esercitare un fascismo italiano diverso, se Mussolini fosse stato costretto a lasciare il governo nel 1924 o se fosse riuscito a mantenere una formula autoritaria ma ancora inserita in un sistema istituzionale pluralistico.

Un'Italia nella quale il fascismo fosse rimasto un movimento di governo autoritario, sostenuto da una coalizione conservatrice e liberale, avrebbe probabilmente rappresentato un modello differente per i movimenti europei. Non necessariamente meno violento o meno antidemocratico, ma diverso nella concezione del rapporto fra partito, Stato, società ed economia.

Anche il caso spagnolo richiede cautela. Il regime di Francisco Franco, nato dalla guerra civile del 1936-1939 e consolidato grazie anche al sostegno militare italiano e tedesco, non fu una semplice riproduzione del modello mussoliniano. La sua struttura fu fortemente militare, conservatrice e cattolica, mentre la componente falangista venne progressivamente subordinata al potere del Caudillo. Il franchismo conobbe elementi di fascistizzazione, ma non realizzò nella stessa misura il progetto di mobilitazione totalitaria della società perseguito dal fascismo italiano e dal nazismo.

Il confronto europeo serve dunque non a sostenere che il delitto Matteotti abbia determinato direttamente la storia di Hitler o Franco, ma a riconoscere che la trasformazione del fascismo italiano contribuì a definire uno dei modelli politici più influenti dell'Europa fra le due guerre.

La crisi del 1924 fu un passaggio importante proprio perché rese visibile la possibilità che un movimento nato e sostenuto anche per restaurare l'ordine sociale potesse trasformarsi in un progetto autonomo di rifondazione dello Stato.


10. La responsabilità di chi aveva costruito lo strumento

Rimane, infine, una questione che riguarda direttamente le responsabilità storiche delle classi dirigenti italiane.

La monarchia e le élite economiche che avevano favorito l'ascesa del fascismo non erano necessariamente unite da una concezione totalitaria dello Stato. Molte di esse avevano sostenuto Mussolini perché ritenevano che il suo movimento fosse in grado di ristabilire l'ordine, spezzare la forza delle organizzazioni operaie e contadine, difendere la proprietà e garantire condizioni favorevoli alla produzione.

Quando il delitto Matteotti rese evidente il costo politico di quella convergenza, una parte degli industriali e dei liberali cercò di prendere le distanze dal governo. Il caso di Ettore Conti dimostra che non tutti avevano accettato senza riserve la trasformazione del fascismo in dittatura e che alcuni avevano persino auspicato le dimissioni di Mussolini.

Ma la presa di distanza non si tradusse in una capacità effettiva di sostituzione. Le alternative furono discusse, i nomi circolarono, alcuni uomini politici vennero indicati come possibili successori, ma non si costruì una soluzione condivisa e sufficientemente forte da imporsi al presidente del Consiglio e alla monarchia.

Il fascismo aveva dunque raggiunto una posizione paradossale: coloro che lo avevano sostenuto per i propri interessi non riuscivano più a controllarlo, mentre coloro che avrebbero potuto opporsi alla sua trasformazione non erano in grado di ricostituire un'autorità politica alternativa.

La responsabilità di queste élite non consiste soltanto nell'avere finanziato o tollerato la violenza squadrista, ma anche nell'avere contribuito a distruggere le condizioni politiche e istituzionali che avrebbero potuto consentire una soluzione diversa.

Avevano cercato nel fascismo uno strumento di restaurazione e avevano contribuito a renderlo indispensabile. Quando quello strumento divenne un potere autonomo, non furono più capaci di liberarsene.


Conclusione. Il momento in cui la spirale si chiude

Il delitto Matteotti non inventò il fascismo totalitario, né cancellò improvvisamente un precedente movimento liberale e democratico. Il fascismo era già un movimento violento, antidemocratico, nazionalista e profondamente ostile al pluralismo. La sua ambizione di trasformare la società era presente, in forme diverse, fin dalle origini.

Tuttavia, la crisi del 1924 rappresentò un momento di svolta perché mise in discussione il compromesso politico che aveva permesso a Mussolini di governare. La violenza fascista, fino ad allora tollerata o sostenuta da una parte delle classi dirigenti come strumento di restaurazione sociale, divenne un problema che minacciava la stessa stabilità del governo e la credibilità delle istituzioni.

Una parte degli industriali e dei liberali avrebbe voluto una normalizzazione. Alcuni cercarono di recuperare una soluzione istituzionale, altri pensarono a possibili sostituti, altri ancora avrebbero preferito un ritorno a una formula di governo più vicina al vecchio liberalismo conservatore. Ma nessuno riuscì a trasformare queste aspirazioni in un'alternativa politica concreta.

Mussolini sopravvisse non soltanto perché le opposizioni erano divise e incapaci di imporre una soluzione, ma anche perché i gruppi che avrebbero potuto sostituirlo erano privi di un progetto comune e non disponevano di uno strumento politico autonomo. La monarchia non intervenne, i ministri liberali non riuscirono a imporre le dimissioni del presidente del Consiglio, gli industriali non vollero assumersi il rischio di una rottura definitiva e il fascismo intransigente continuò a rappresentare una forza organizzata e minacciosa.

La crisi Matteotti rivelò così una fragilità che non apparteneva soltanto alle opposizioni, ma anche al sistema di potere che aveva sostenuto Mussolini.

Da quel momento, il rapporto fra il fascismo e i suoi sostenitori cambiò progressivamente natura. Mussolini non era più soltanto l'uomo chiamato a garantire la restaurazione dell'ordine sociale: diventava il protagonista di una trasformazione dello Stato che avrebbe progressivamente subordinato anche gli interessi economici e politici dei gruppi che ne avevano favorito l'ascesa.

È questa la spirale che dà il titolo a questa ricostruzione. Le élite sostengono il fascismo per difendere il proprio mondo; il fascismo, una volta al potere, acquisisce una propria autonomia; la crisi che avrebbe potuto interrompere il processo non produce una successione politica; Mussolini supera la crisi e utilizza la debolezza dei suoi stessi sostenitori per consolidare un potere sempre più personale e totalizzante.

Il paradosso storico è che coloro che avevano contribuito a liberare l'Italia dalla minaccia di una trasformazione rivoluzionaria dei rapporti sociali finirono per favorire una rivoluzione politica e istituzionale di segno opposto, ma non per questo meno radicale nella sua pretesa di trasformare la società.

Forse, dunque, il delitto Matteotti non cambiò soltanto il volto del fascismo. Cambiò il rapporto fra il fascismo e le forze che lo avevano portato al governo, aprendo una strada che avrebbe contribuito a modificare profondamente la storia politica europea del Novecento.

Luca Costa

LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



martedì 27 ottobre 2026

Israele: il silenzio assordante dell'Occidente

HEBRON, IL DIRITTO CALPESTATO E LA COMPLICITÀ DELL'OCCIDENTE

Netanyahu occupa, espelle e punisce. L'Europa fa finta di non vedere.

Duemiladuecento palestinesi costretti ad abbandonare le proprie case. Bambini, donne incinte, anziani e malati espulsi dai loro quartieri. Abitazioni e attività commerciali demolite. Una città sottoposta a restrizioni militari. Case sequestrate sulle quali vengono issate bandiere israeliane.

Una conquista, un’invasione, un’occupazione. Questo fa Israele, oggi, in Cisgiordania.

Di fronte a fatti di questa gravità, a interrogarci non sono solo gli orrori commessi da Benjamin Netanyahu e dai suoi scagnozzi. La domanda è quale idea di diritto internazionale, quale concezione della giustizia e quale credibilità morale possano ancora rivendicare i governi occidentali che assistono a quanto accade in Cisgiordania senza alzare un dito. Senza dire o fare qualcosa.

Ok, Israele afferma che il raid su Hebron è giustificato dall’uccisione avvenuta qualche giorno fa di due soldati israeliani, presenti sul luogo.

Ma perché erano presenti sul luogo? Con quale diritto?

Perché c'è una questione che il dibattito pubblico insiste sistematicamente a eludere: con quale diritto dei soldati israeliani si trovano a esercitare funzioni militari in Cisgiordania, territorio palestinese secondo l’ONU?

È una domanda scomoda. Ed è proprio per questo che occorre porla.


L'OCCUPAZIONE NON È UN DIRITTO

La Cisgiordania è sotto occupazione israeliana dal 1967. La Cisgiordania non è israeliana e non è una provincia di Israele. Non è territorio sul quale Israele abbia acquisito una sovranità legittima e internazionalmente riconosciuta. È un territorio palestinese, occupato, invaso e sottoposto a un controllo militare israeliano illegale e illegittimo che dura da quasi sessant'anni. E che da tre anni a questa parte si aggrava senza sosta. Nel silenzio assordante dell’Occidente, complice di Netanyahu.

Il 19 luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha concluso che la presenza di Israele in Cisgiordania è illegale e che Israele è tenuto a porvi fine il più rapidamente possibile.

La Corte ha inoltre chiarito che le esigenze di sicurezza israeliane non possono giustificare l'acquisizione di sovranità sul territorio palestinese né cancellare il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione.

Non stiamo parlando di uno slogan politico. Stiamo parlando delle conclusioni formulate dalla massima giurisdizione internazionale delle Nazioni Unite in materia di controversie fra Stati. Questo è il diritto internazionale di cui tanto parliamo in Occidente. Allora perché non lo facciamo applicare quando si tratta di Israele?

E allora com'è possibile continuare a raccontare ciò che accade in Cisgiordania esclusivamente attraverso la prospettiva della sicurezza israeliana, come se si trattasse di un normale problema di ordine pubblico all'interno dei confini di uno Stato sovrano?

Non lo è. Quei due soldati uccisi erano soldati di un esercito di occupazione illegale, punto.

Israele esercita un potere militare su un territorio che non gli appartiene. La sua presenza continuativa è stata dichiarata illegale dalla Corte internazionale di giustizia. Eppure, nella rappresentazione mediatica occidentale, questa realtà viene taciuta, mentre ogni violenza viene presentata come se tutto cominciasse nel momento in cui un soldato israeliano viene ucciso.

È una distorsione intollerabile dei fatti e della realtà.

La storia dell'occupazione non comincia con la morte di due soldati a un posto di blocco. L'occupazione esisteva prima di quell'episodio. Il controllo militare esisteva prima di quell'episodio. Le restrizioni imposte alla popolazione palestinese esistevano prima di quell'episodio.

La morte dei due militari è una tragedia umana. I responsabili dell'uccisione devono essere identificati e perseguiti secondo il diritto legittimamente applicabile in quel territorio. E non è il diritto israeliano.


NETANYAHU NON PUÒ TRASFORMARE LA SICUREZZA IN LICENZA DI PUNIRE

Il governo Netanyahu presenta l'operazione di invasione e occupazione di Hebron come un'iniziativa antiterrorismo diretta contro Hamas e altri gruppi armati. La lotta contro il terrorismo è una responsabilità legittima degli Stati, ma non costituisce una deroga generale al diritto internazionale.

E la punizione collettiva dei civili è vietata dal diritto internazionale umanitario. Figuriamoci da punizione dei civili a casa loro, da parte di uno stato invasore e occupante.

L'articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra vieta le punizioni collettive. La protezione della popolazione civile non è una concessione che una potenza occupante può accordare o ritirare a propria discrezione.

Se due uomini hanno ucciso due soldati, devono essere ricercati e, se catturati, sottoposti alle procedure previste dal diritto applicabile.

Ma quale principio consente di invadere una città, occuparla e costringere migliaia di persone ad abbandonare le proprie case per fatti che non hanno commesso? Quale principio permette di demolire le loro case senza una decisione conforme al diritto? E sulla base di quale norma si può annunciare che il ritorno nei propri quartieri resterà vietato fino a quando il governo israeliano non lo deciderà in maniera totalmente arbitraria ?

Le evacuazioni in un territorio occupato sono sottoposte a condizioni rigorose. I trasferimenti forzati sono vietati. Anche quando un'evacuazione temporanea è giustificata dalla sicurezza della popolazione o da imperative ragioni militari, devono essere rispettate le garanzie previste dalla legge, compreso il ritorno degli sfollati una volta cessate le ragioni dell'evacuazione.

Non basta dunque dichiarare che si sta “combattendo il terrorismo”.

E quando migliaia di persone vengono allontanate, le case vengono demolite e il ministro della Difesa israeliano annuncia che gli abitanti non potranno tornare fino a una decisione delle autorità israeliane, la questione non può essere liquidata con un comunicato militare.

La sicurezza non autorizza uno Stato occupante a trattare un'intera popolazione come ostaggio delle proprie decisioni militari.

C'è poi un particolare che rende questa vicenda ancora più inquietante: secondo l'articolo, alcune abitazioni requisite per scopi militari sono state contrassegnate dall'esposizione di bandiere israeliane.

Un'immagine che impone una domanda: si tratta soltanto di un'operazione militare temporanea oppure siamo di fronte a un'ulteriore trasformazione delle condizioni di vita e della presenza palestinese sul territorio?


IL VERO SCANDALO È LA SELETTIVITÀ DEL DIRITTO

E adesso veniamo all'Occidente.

L'Unione europea, la Francia, la Germania, l'Italia, il Regno Unito e gli Stati Uniti amano presentarsi come difensori dell'ordine internazionale fondato sulle regole. Condannano le violazioni della sovranità, denunciano le occupazioni illegali, invocano la protezione dei civili e ricordano agli altri governi che il diritto internazionale deve essere rispettato.

Ma che cosa accade quando quelle stesse regole chiamano in causa un “alleato” (virgolette obbligatorie) strategico?

Improvvisamente il linguaggio diventa il silenzio. Le responsabilità si dissolvono in formule diplomatiche.

E il diritto diventa uno strumento a geometria variabile.

Quando si tratta della illegale presenza israeliana nei territori palestinesi occupati, la cui continuazione la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale, perché la reazione politica occidentale non si traduce in una pressione altrettanto coerente per ottenere il rispetto del diritto?

Il divieto di acquisire territorio con la forza, il diritto all'autodeterminazione dei popoli e la protezione della popolazione civile non sono norme valide soltanto quando il loro rispetto coincide con gli interessi strategici delle potenze occidentali?

Se il diritto internazionale vincola i nemici ma non produce conseguenze quando a violarlo è un alleato, non siamo davanti a un ordinamento universale: siamo davanti a un sistema di privilegi geopolitici.

Ed è precisamente questa contraddizione a distruggere la credibilità morale dell'Occidente.


L'EUROPA: TANTA RETORICA, POCHE CONSEGUENZE

Dove sono le istituzioni europee quando a Hebron migliaia di persone vengono allontanate dalle proprie case?

Dove sono i governi che chiedono il rispetto dello Stato di diritto in ogni vertice internazionale?

Dove sono le dichiarazioni inequivocabili, le richieste pubbliche di garanzie sul ritorno degli sfollati, le iniziative diplomatiche coordinate per verificare la legalità delle operazioni e ottenere la cessazione delle misure incompatibili con il diritto internazionale?

Non basta esprimere preoccupazione. Non basta invitare genericamente tutte le parti alla moderazione. Non basta ripetere che la soluzione dei due Stati resta l'obiettivo della politica europea mentre, sul terreno, le condizioni necessarie alla sua realizzazione continuano a essere compromesse.

Una politica estera credibile deve produrre conseguenze.

L'Unione europea dispone di strumenti diplomatici, commerciali e politici. I singoli Stati possono chiedere verifiche indipendenti, pretendere garanzie verificabili, sostenere i meccanismi internazionali di accertamento delle responsabilità e subordinare le proprie decisioni al rispetto degli obblighi giuridici applicabili.

Se le autorità israeliane impediscono arbitrariamente il ritorno degli sfollati, se emergono prove di trasferimenti forzati illeciti o di punizioni collettive, quali conseguenze intendono trarre i governi europei?

Questa è la domanda alla quale devono rispondere.

E se i governi europei ritengono che la loro pressione non sarebbe efficace, devono spiegare quali alternative concrete intendano perseguire. La difficoltà di ottenere un risultato non costituisce una ragione sufficiente per rinunciare a ogni iniziativa.

L'Europa non può pretendere di essere una potenza normativa se, davanti a una questione fondamentale come l'occupazione di un territorio e i diritti della sua popolazione, si limita a recitare i propri principi senza assumersi il costo politico della loro applicazione.


NETANYAHU DEVE RISPONDERE DELLE PROPRIE DECISIONI

Il governo Netanyahu non può essere considerato immune da critiche soltanto perché Israele è una democrazia e perché il Paese ha subito attacchi terroristici.

Democrazia non è un’etichetta autoreferenziale di giustizia, non è nemmeno una patente di esenzione dal diritto internazionale. Non lo è per Israele, non lo è per gli Stati Uniti, non lo è per nessun altro Paese.

Le responsabilità di un governo devono essere valutate sulla base delle sue decisioni, delle sue azioni e degli obblighi giuridici che gli competono.

Nel caso di Hebron, la questione è grave e urgente.

Quali obiettivi militari giustificano l’invasione della città? Quali sono le ragioni specifiche delle demolizioni? Quali garanzie sono state adottate per proteggere bambini, donne incinte, anziani e malati? Qual è il fondamento giuridico dell'allontanamento dei residenti? In quali condizioni e con quali tempi potranno tornare nelle proprie abitazioni?

E soprattutto: come si concilia l'annunciato divieto di ritorno con gli obblighi di protezione della popolazione civile nei territori occupati?

Netanyahu deve fornire risposte verificabili. Non slogan. Non dichiarazioni elettorali. Non accuse generiche contro Hamas (da lui finanziata sottobanco per anni con milioni di dollari).


IL SILENZIO NON È NEUTRALE QUANDO SI RIFIUTA DI AGIRE

Occorre essere precisi: il silenzio diplomatico non equivale automaticamente a una complicità giuridica. La responsabilità internazionale di uno Stato dipende da obblighi specifici e da circostanze concrete, non dalla semplice assenza di una dichiarazione pubblica.

Ma politicamente e moralmente la questione è diversa.

Quando un governo conosce una situazione potenzialmente incompatibile con il diritto internazionale, dispone di strumenti per intervenire e sceglie di non esercitare alcuna pressione significativa, la sua inerzia può contribuire a creare le condizioni nelle quali quelle pratiche continuano senza conseguenze.

Non è necessario immaginare accordi segreti o attribuire intenzioni che non possiamo dimostrare. È sufficiente guardare alla relazione tra potere, responsabilità e conseguenze.

Un governo che non subisce costi diplomatici rilevanti ha meno incentivi a modificare le proprie decisioni rispetto a un governo sottoposto a una pressione internazionale coerente.

Per questo il comportamento degli alleati di Israele non è un elemento secondario della vicenda. È parte del problema politico.

Se l'Occidente ritiene che l'occupazione debba terminare, deve agire coerentemente con questa posizione. Se considera inaccettabili i trasferimenti forzati e le punizioni collettive, deve chiedere che cessino e che le eventuali violazioni siano accertate. Se sostiene il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione, deve opporsi alle misure che ne compromettono concretamente la realizzazione.

Altrimenti le sue dichiarazioni diventano un esercizio di autoconservazione retorica: servono a preservare l'immagine morale delle democrazie occidentali senza obbligarle a modificare le proprie scelte.

È questo il significato più profondo della doppia misura: non necessariamente un'identica risposta a situazioni differenti, ma l'applicazione di criteri diversi a seconda dell'identità dell'autore della violazione e della convenienza politica di intervenire.

E questa selettività ha un prezzo. Indebolisce la credibilità delle istituzioni internazionali, alimenta la sfiducia verso le democrazie occidentali e rende più difficile pretendere il rispetto delle stesse regole altrove.

Chi difende davvero il diritto internazionale dovrebbe essere il primo a comprenderlo.


IL DIRITTO O È UNIVERSALE O DIVENTA UN PRIVILEGIO

A Hebron non è in discussione soltanto un'operazione militare. È in discussione il significato concreto dell'universalità dei diritti.

Un bambino palestinese non ha meno diritto alla sicurezza di un bambino israeliano. Una famiglia palestinese non ha meno diritto alla propria casa di una famiglia europea. Un anziano palestinese non perde la propria dignità perché vive in un territorio occupato o perché il governo che controlla quel territorio dichiara di combattere il terrorismo.

Questi diritti non dipendono dalla nazionalità, dalla religione, dall'appartenenza politica o dalla convenienza strategica dei governi.

Se (come diceva giustamente Benedetto Croce) noi italiani non possiamo non dirci cristiani, allora non possiamo ammettere che si pongano gerarchie tra esseri umani in base alla loro etnia, religione, cittadinanza quando si tratta di diritti fondamentali. Questo lo fanno Netanyahu e suoi complici. Non noi.

Quel che i palestinesi (che siano essi musulmani, atei o cristiani non importa) subiscono a Hebron e in tutta la Cisgiordania non è accettabile. Non possiamo accettarlo.

La questione palestinese in Cisgiordania mette l'Occidente davanti a una scelta che non può essere elusa indefinitamente.

Nessuno Stato può essere al di sopra del diritto. Nemmeno Israele.

La legalità internazionale non è un privilegio concesso ad honorem dalle grandi potenze ai loro amichetti.

A Hebron, oggi, migliaia di persone attendono di sapere se potranno tornare nelle proprie case. Non hanno bisogno di nuove dichiarazioni solenni. Hanno bisogno che i loro diritti siano tutelati, che le misure adottate contro di loro siano sottoposte a un controllo indipendente e che le autorità responsabili siano chiamate a rispondere delle proprie decisioni.

Il governo Netanyahu deve essere giudicato sulla base delle sue azioni. I governi occidentali devono essere giudicati sulla base della coerenza tra i principi che proclamano e le scelte che compiono.

È questa la prova dello Stato di diritto.

Se il diritto internazionale vale soltanto quando non disturba gli interessi strategici delle grandi potenze, allora non è più il diritto a limitare la forza: è la forza a decidere quando il diritto debba essere rispettato.

E se l'Europa non vuole riconoscere questa contraddizione, dovrebbe almeno smettere di presentarsi come la custode disinteressata dei valori universali.

Perché la credibilità non si misura nelle dichiarazioni dei vertici internazionali. Si misura nella capacità di difendere quei principi quando farlo è difficile, scomodo e politicamente costoso.

A Hebron, come a Gaza, la questione non è solamente ciò che Netanyahu fa. Il problema è ciò che l'Occidente è disposto a lasciargli fare.

Luca Costa

LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



lunedì 19 ottobre 2026

Cecco Angiolieri e le violenze di strada

 Il materialismo dispettoso

Cecco Angiolieri e i saccheggiatori del malcontento

Se il mondo mi nega ciò che voglio, che bruci il mondo.

C'è un poeta medievale che se potesse affacciarsi oggi sulle strade di Milano, Parigi o Marsiglia, forse riconoscerebbe con fierezza qualcosa di familiare nella rabbia di chi spacca le vetrine e saccheggia i negozi. Non perché condividerebbe le loro ragioni, ma perché saprebbe riconoscere quella insopprimibile disposizione dell'animo umano da lui celebrata: il desiderio insoddisfatto, il risentimento contro il mondo, la pretesa che la realtà debba piegarsi ai nostri appetiti. Quel poeta si chiama Cecco Angiolieri, è vissuto nella ricchissima e godereccia Siena della fine del Duecento. Una delle voci più irriverenti della nostra letteratura.

Oggi ho voluto dare un nome alla sua (anti)filosofia: il materialismo dispettoso.

Per capirlo, basti leggere il suo celebre: Tre cose solamente mi so' 'n grado:

Tre cose solamente mi so' 'n grado,
le quali posso non ben fornir mai:
ciò è la donna, la taverna e 'l dado.

La donna, la taverna, il dado: il sesso, la buona tavola e il vino, il gioco d’azzardo. Una felicità terrena, concreta, fatta di corpi, bevute e soldi da mettere sul tavolo. Nessuna aspirazione alla gloria eterna, nessuna elevazione spirituale: Cecco sa che cosa vuole dalla vita e non sente il bisogno di moralità, etica, spiritualità. Godere. Ecco cosa vuole.

Il problema è che non sempre può permetterselo. I piaceri costano, il denaro a volte manca. E qui comincia il divertimento: Cecco non sembra disposto a mettere in discussione i propri desideri. Non pensa di dover diventare più saggio, più moderato, più virtuoso. Se non può godere quanto vorrebbe, la colpa deve essere del mondo, che non gli concede abbastanza in termini di fortuna.

Non vuole correggere i propri appetiti: vorrebbe che fosse la realtà a smettere di ostacolarli.

È una disposizione dell'animo che ritroviamo, in una forma infinitamente più prosaica e meno letteraria, in chi approfitta delle manifestazioni contro il caro vita per sfondare vetrine, rubare merci e incendiare edifici. Le cronache di questi giorni, in Francia e in Italia, hanno raccontato episodi di devastazione accanto a proteste nate da sacrosante rivendicazioni economiche e sociali. Rivendicazioni legittime, e che non devono essere confuse con le azioni di chi trasforma la rabbia in un'occasione per arraffare tutto ciò che riesce a portare via.

Naturalmente, non sappiamo che cosa pensi ogni singolo saccheggiatore, né sarebbe corretto attribuire a tutti le stesse motivazioni. Ma il gesto, nella sua immediatezza, presenta una logica che Cecco Angiolieri ci aiuta a mettere a fuoco: voglio qualcosa, posso prenderla, dunque la prendo. Il limite non viene riconosciuto come una regola da rispettare o una condizione da discutere: diventa un ostacolo da abbattere.

Ed è proprio qui che il nostro poeta ci offre il suo capolavoro.

Nel sonetto S'i' fosse foco, Cecco immagina di possedere un potere smisurato:

S'i' fosse foco, arderei 'l mondo;
s'i' fosse vento, lo tempestarei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo.

Fuoco, vento, acqua, Dio: niente meno che le forze della natura e la potenza divina. Cecco immagina di poter distruggere il mondo intero, di rovesciare ogni ordine, di annientare tutto ciò che esiste. Ma alla fine la sua furia cosmica si restringe a un desiderio molto più personale:

S'i' fosse Cecco, com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre.

Ecco la grandezza comica del poeta: io vorrei un grande potere, ma non per fare un mondo migliore, più giusto, ma per farmi le belle donne, mangiare e bere le cose più buone, poter sperperare a piacere nelle bische clandestine.

Il mondo intero viene convocato sul banco degli imputati non perché iniquo, ma perché non offre abbastanza soddisfazioni a un singolo uomo.

Certo, non si deve trasformare Cecco in un teorico della guerriglia urbana. La sua è una maschera poetica, costruita sull'esagerazione, sulla provocazione e sul rovesciamento delle convenzioni morali. Ma proprio per questo ci permette di riconoscere un tratto umano che attraversa i secoli: quando i propri desideri diventano l'unica misura del bene, ogni limite può apparire un'ingiustizia e ogni ostacolo un nemico da distruggere.

Il saccheggiatore che spacca una vetrina per impossessarsi di una merce non è Cecco Angiolieri reincarnato. E ci mancherebbe, figuriamoci. Ma possiamo riconoscere, nel gesto, una versione moderna e priva della distanza ironica del sonetto: il desiderio che non accetta il limite e che, invece di cercare una soluzione, si concede il diritto di imporre agli altri il prezzo della propria soddisfazione.

Il paradosso è evidente. Una protesta contro le ingiustizie economiche può essere legittima; il saccheggio, invece, rischia di colpire proprio persone che non hanno alcuna responsabilità dimostrata per quelle ingiustizie. Il piccolo commerciante, il lavoratore, il cittadino che paga le conseguenze della devastazione non sono necessariamente i responsabili del sistema contro cui si protesta.

Così, una rivendicazione collettiva può essere svuotata di significato da chi la usa come copertura per un interesse immediato e individuale. La rabbia contro un sistema impersonale si abbatte su persone concrete. E il desiderio di giustizia finisce confuso con la possibilità di prendere ciò che si vuole.

È questo il punto sul quale Cecco ci costringe a riflettere. Non è il piacere materiale in sé a essere condannabile: desiderare il benessere, godere delle cose belle sono aspirazioni umane del tutto legittime. Il problema comincia quando il desiderio diventa una pretesa assoluta, quando la frustrazione viene scambiata per un diritto e quando la libertà viene confusa con la possibilità di fare ciò che si vuole, a spese degli altri.

Cecco, nella sua maschera comica, non vuole rinunciare a nulla. Vuole la donna, la taverna, il dado; e se il denaro non basta, se la fortuna gli è avversa, se il mondo non si piega ai suoi appetiti, allora che bruci tutto.

Nella poesia, questa sproporzione ci fa sorridere. Ecco perché il materialismo dispettoso è una formula che parla anche al nostro tempo. Non descrive semplicemente chi desidera beni materiali, ma chi sembra riconoscere come unico criterio di valore la soddisfazione dei propri desideri.

La politica dovrebbe saper distinguere le ragioni della protesta dalla violenza di chi se ne appropria. Dovrebbe ascoltare chi fatica ad arrivare alla fine del mese e, nello stesso tempo, proteggere chi subisce devastazioni e saccheggi. Perché affrontare le ingiustizie economiche è necessario; trasformarle in una licenza di distruggere non le risolve, e spesso ne produce di nuove.

Cecco Angiolieri non ci offre una morale edificante. Ci consegna qualcosa di più scomodo: il ritratto comico di un uomo che vorrebbe piegare il mondo ai propri appetiti e che, non potendolo fare, fantastica di distruggerlo.

Il problema non è desiderare qualcosa. È credere che il fatto di desiderarla basti a darci il diritto di prenderla.

E allora il poeta senese, con sette secoli di anticipo, ci lascia una domanda che è anche politica: che cosa accade a una società quando ciascuno considera la propria frustrazione una giustificazione sufficiente per calpestare i limiti e i diritti degli altri?

La risposta, purtroppo, non è più soltanto letteraria.

Cecco poteva permettersi di bruciare il mondo con la fantasia. Noi dovremmo almeno evitare di prendere la sua battuta per un programma d'azione.

Siamo ormai posseduti dall’incubo di macchine pensanti, di intelligenze artificiali che distruggono l’umanità. Ma la vera minaccia per l’umanità è la disumanizzazione di giovani che diventano macchine di consumo, che si battono solo per la soddisfazione di piaceri immediati.

Perché una società dove tutti pretendono la taverna, il dado e la donna, dove nessuno riconosce limiti al proprio desiderio, rischia di diventare rapidamente un mondo che brucia per davvero.

Cecco Angiolieri, poeta senese vissuto tra la seconda metà del Duecento e l'inizio del Trecento, è una delle voci più irriverenti della poesia medievale italiana, capace di rovesciare con ironia e provocazione i valori e le convenzioni del suo tempo. Nei sonetti Tre cose solamente mi so' 'n grado e S'i' fosse foco, mette in scena una voce poetica che rivendica i piaceri terreni e fantastica di distruggere il mondo quando la realtà non soddisfa i suoi desideri. A oltre sette secoli di distanza, questi versi ci offrono una lente sorprendentemente attuale per interrogare il rapporto fra desiderio individuale, frustrazione e disprezzo dei limiti che rendono possibile la convivenza civile.

Luca Costa

LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



mercoledì 7 ottobre 2026

La gioventù francese presenta il conto

 Notre jeunesse: La gioventù francese presenta il conto a Macron

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Da alcune settimane la Francia assiste a una mobilitazione studentesca che sta crescendo rapidamente e che ha ormai superato la dimensione delle proteste locali. Licei e università sono interessati da blocchi, assemblee e cortei, mentre migliaia di studenti sono scesi nelle strade per denunciare le condizioni della scuola pubblica, la mancanza di insegnanti e di personale, il degrado degli istituti, la riforma del liceo e del baccalauréat e, più in generale, l'incertezza che pesa sul loro futuro. La mobilitazione del 6 ottobre ha segnato un ulteriore salto di scala, con centinaia di migliaia di manifestanti.

Come accade ormai quasi sistematicamente nelle grandi mobilitazioni francesi, alle manifestazioni si sono aggiunti episodi di violenza e di saccheggio provocati da gruppi di teppisti estranei alle rivendicazioni degli studenti. Scuole danneggiate, incendi, aggressioni e scontri con la polizia non possono essere giustificati in nome della protesta. Ma altrettanto grave sarebbe confondere questi gruppi con la maggioranza dei giovani che manifestano pacificamente, o considerare normale che una mobilitazione di liceali venga affrontata con dispositivi antisommossa. Gli episodi di violenza commessi dalle forze dell'ordine, alcuni dei quali sono oggetto di indagine, e soprattutto il grave ferimento di un quindicenne durante una manifestazione hanno imposto persino al governo di sospendere l'impiego di alcune granate. Una Repubblica dovrebbe sapere distinguere tra il mantenimento dell'ordine e la trasformazione della propria gioventù in un problema di ordine pubblico.

Ma il significato di queste proteste è molto più profondo delle rivendicazioni immediate. Questi ragazzi stanno portando in piazza, forse senza averne ancora pienamente coscienza, il fallimento di una delle più grandi promesse della Repubblica francese: quella di fare della scuola pubblica lo strumento dell'uguaglianza e dell'ascesa sociale.

Per generazioni, l'école républicaine è stata uno dei grandi strumenti attraverso cui la Francia ha cercato di trasformare l'uguaglianza giuridica in una possibilità concreta di emancipazione. La scuola doveva consentire al figlio dell'operaio e a quello del professionista di incontrarsi davanti allo stesso sapere, con gli stessi professori e secondo le stesse regole. Il suo compito non era semplicemente distribuire diplomi, ma trasmettere conoscenze, formare l'intelligenza e permettere a ciascuno di conquistare, attraverso lo studio, una posizione nella società diversa da quella determinata dalla nascita. È anche per questo che il modello scolastico repubblicano francese ha esercitato un'influenza enorme ben oltre i confini della Francia.

Questa missione è stata progressivamente tradita. La democratizzazione dell'accesso alla scuola è stata confusa con la democratizzazione del sapere e l'uguaglianza delle opportunità con l'uguaglianza statistica dei risultati. Il liceo si è trasformato sempre più in una macchina destinata a portare masse crescenti di adolescenti fino al baccalauréat, mentre le esigenze culturali e intellettuali venivano progressivamente ridimensionate per rendere compatibile il sistema con la sua stessa massificazione. Si è innalzata l'età della scolarità obbligatoria, si è generalizzato l'accesso al liceo, si è moltiplicato il numero dei diplomati, ma troppo spesso senza chiedersi che cosa dovesse realmente sapere un giovane di diciotto anni alla fine del percorso.

Il risultato è una delle contraddizioni più crudeli dell'educazione contemporanea: una scuola che proclama di essere diventata più democratica mentre lascia una parte crescente dei giovani impreparata ad affrontare l'università e il lavoro. Il diploma non garantisce più necessariamente una formazione solida e l'università diventa spesso il luogo in cui si scopre brutalmente ciò che il liceo non ha avuto il coraggio di dire. Nel frattempo la Francia, che ha progressivamente smantellato una parte considerevole della propria base industriale e produttiva, offre a molti di questi giovani un mercato del lavoro nel quale il titolo di studio non si traduce affatto in qualificazione, autonomia e mobilità sociale.

L'errore non appartiene a una sola maggioranza politica. È il prodotto di decenni nei quali, soprattutto dopo il 1968, una certa concezione dell'uguaglianza ha finito per considerare l'esigenza scolastica come sospetta, la selezione come necessariamente ingiusta e la trasmissione di un sapere esigente come una forma di autoritarismo. Ma l'uguaglianza autentica non consiste nel dare a tutti lo stesso diploma; consiste nel dare a tutti gli strumenti intellettuali che permettano loro di costruire la propria vita. E quando la scuola rinuncia all'esigenza, sono soprattutto i figli delle famiglie che non possiedono capitale culturale e risorse economiche sufficienti a pagare il prezzo dell'illusione.

C'è infine un'altra responsabilità dello Stato, forse ancora più profonda. Per anni la scuola francese è stata caricata di una quantità crescente di missioni ideologiche e sociali, dalle grandi campagne di sensibilizzazione alle infinite educazioni trasversali, mentre la sua funzione fondamentale veniva lentamente oscurata. L'istituzione scolastica non deve essere il laboratorio nel quale il potere insegna ai ragazzi quale causa debbano abbracciare; deve fornire loro abbastanza conoscenze, cultura e capacità critica da permettere loro di scegliere autonomamente le proprie idee. Il bene comune non è né l'ecologia, né il wokismo, né l'antirazzismo, né una qualsiasi altra ideologia particolare. Il bene comune di una Repubblica sono loro, i giovani, i ragazzi. E questo è stato dimenticato. Per ragioni ideologiche.

È per questo che Macron sbaglia profondamente se pensa di poter rispondere a questa crisi attraverso la sola logica dell'ordine pubblico. La polizia deve certamente impedire le violenze e proteggere le persone e gli edifici, ma un governo che vede nei propri liceali soprattutto una folla da manganellare ha già perso la propria autorità morale. Non si può pretendere di preparare una nazione al futuro picchiando la generazione che dovrà incarnarlo.

Questi studenti non hanno elaborato una teoria politica coerente della crisi della scuola francese, e sarebbe ridicolo attribuire loro una coscienza che non possiedono ancora. Ma la loro protesta dice qualcosa che la classe dirigente dovrebbe ascoltare: una generazione alla quale è stato promesso che l'istruzione avrebbe garantito emancipazione, dignità e mobilità sociale ora capisce che quella promessa era fasulla. Aria fritta.

La domanda che questi ragazzi pongono alla Repubblica è dunque molto più seria di quella contenuta nei loro slogan. È la domanda sulla quale si giudicherà la Francia dei prossimi decenni: la scuola della repubblica, la più francese delle istituzioni repubblicane, la più sacra, la più importante, ha ancora un senso?

Se la risposta da dare a questi ragazzi, a notre jeunesse come diceva Péguy continuerà a essere una successione di riforme amministrative, diplomi sempre più svalutati, ideologie pedagogiche e manganelli, allora non saranno gli studenti ad aver tradito la scuola repubblicana. Sarà la Repubblica ad avere tradito loro.

Luca Costa

LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




martedì 22 settembre 2026

Guerra e pace

 Ma chi ce lo fa fare?

Dunque, ricapitoliamo. L’Italia non è in guerra. Lo ha detto il ministro degli Esteri. Lo ha ripetuto il ministro della Difesa. Lo rassicurano, presumibilmente, anche le note ufficiali, le formule diplomatiche e tutto quel rassicurante vocabolario da comunicato ministeriale nel quale le guerre diventano «crisi», i combattimenti diventano «operazioni» e i soldati diventano «assetti».

Benissimo.

Peccato che, nel frattempo, ci siano italiani in Arabia Saudita con quattro Eurofighter, un aereo per l’allerta precoce e l’intelligence, radar, sistemi antiaerei e capacità anti-drone. La stessa Difesa italiana descrive la Task Force Air–Arabia come un dispositivo destinato alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo dei Paesi partner del Golfo. È attiva dalla seconda metà di marzo.

Uno potrebbe allora domandarsi, con una certa ingenuità: se non siamo in guerra, che cosa ci fanno i caccia italiani in Arabia Saudita?

Domanda mal posta, evidentemente.

I caccia non sono lì per fare la guerra. Sono lì per difendere. E difendere, si sa, è tutta un’altra cosa. Anche quando dall’altra parte arrivano missili e droni. Anche quando uno dei nostri Eurofighter viene danneggiato durante un attacco alla base di Ta’if. Anche quando quella base si trova a circa settanta chilometri dalla Mecca e ospita gli aerei sauditi impegnati nel conflitto contro gli Houthi.

Non siamo in guerra, insomma. Siamo soltanto abbastanza vicini alla guerra da farci colpire un aereo.

Il 18 settembre il ministro Crosetto ha confermato che un F-2000 italiano era stato colpito nell’attacco alla base saudita di Ta’if, precisando che nessun militare italiano era rimasto coinvolto. Una buona notizia, naturalmente. Ma anche una di quelle notizie che suggeriscono una domanda assai meno rassicurante: quanto bisogna essere dentro una guerra prima di poter ammettere di esserci entrati?

Forse fino a quando non ci muore nessuno.

Poi c’è il Mar Rosso.

Qui la faccenda diventa ancora più curiosa. La fregata Carlo Bergamini è impegnata nell’operazione europea Aspides e ha già scortato mercantili italiani nel passaggio di Bab el-Mandeb. La Marina italiana presenta la missione per quello che è: protezione del traffico mercantile e sicurezza della navigazione in un’area ad alta complessità.

E fin qui, nulla di strano: proteggere le navi italiane è una funzione perfettamente comprensibile di uno Stato.

Il problema nasce quando si mette tutto insieme.

Da una parte abbiamo la nave italiana che protegge i mercantili nel Mar Rosso. Dall’altra abbiamo gli aerei italiani schierati in Arabia Saudita, nello stesso contesto regionale, mentre gli Houthi combattono contro Riad. Nel mezzo abbiamo una regione attraversata da una guerra che coinvolge Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti, Israele e milizie alleate di Teheran.

E noi?

Noi, naturalmente, non siamo in guerra.

Siamo semplicemente presenti con gli aerei.

Con i radar.

Con i missili terra-aria.

Con i sistemi anti-drone.

Con una fregata.

Con circa centinaia di militari.

E con un Eurofighter già danneggiato.

Ma in guerra, no.

Per carità.

Ed è proprio qui che viene fuori la questione più seria sollevata dall’analisi di Gianandrea Gaiani: la trasparenza politica della missione. La Difesa sostiene che il trasferimento di personale e mezzi all’interno della stessa area operativa possa essere effettuato senza una nuova autorizzazione parlamentare; ma il punto controverso è se quello che è stato realizzato in Arabia Saudita costituisca davvero una semplice redislocazione di forze oppure qualcosa di sostanzialmente nuovo. La stessa Difesa descrive infatti la Task Force Air–Arabia come un dispositivo specificamente costituito, a seguito della crisi nel Golfo, per concorrere alla difesa dello spazio aereo di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein.

E qui arriva la domanda che dovrebbe interessare più di tutte le altre: chi ha deciso esattamente che cosa stiamo facendo laggiù?

Perché un conto è evacuare militari italiani da una base diventata pericolosa.

Un altro è prendere quei militari, trasferirli altrove e costruire attorno a loro un dispositivo militare destinato a proteggere lo spazio aereo di Paesi alle prese con un conflitto regionale.

Sono due cose diverse.

E se sono due cose diverse, sarebbe piuttosto bello che il Parlamento e gli italiani potessero discuterne apertamente.

Non perché ogni soldato italiano all'estero debba essere considerato automaticamente un problema. Anzi. Le nostre Forze Armate svolgono missioni internazionali da decenni e la protezione delle rotte commerciali può rispondere a un interesse nazionale evidente.

Ma proprio perché si parla di uomini e donne mandati a migliaia di chilometri da casa, la chiarezza dovrebbe essere la regola, non il lusso.

Perché il problema non è soltanto quello che noi definiamo la missione.

È anche quello che la definiscono gli altri.

E gli Houthi, infatti, hanno posto una domanda piuttosto semplice: se l’Italia non è loro nemica, che cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita, accanto alle forze saudite che combattono contro di loro?

Possiamo rispondere che siamo lì per difenderci.

Possiamo rispondere che siamo lì per difendere i nostri partner.

Possiamo rispondere che siamo lì per proteggere la navigazione.

Possiamo rispondere che è tutto perfettamente legittimo e conforme alle regole d’ingaggio.

Tutte risposte che possono avere una loro ragione.

Ma c’è una domanda ancora più elementare:

era proprio necessario metterci lì?

Perché questa è la cosa che sfugge nel linguaggio geometrico delle cancellerie, dove ogni problema sembra risolversi spostando una pedina sulla carta geografica.

Un aereo italiano in Arabia Saudita non è una pedina.

È un aereo italiano.

Dentro ci sono italiani.

E se quell’aereo viene colpito, come è già accaduto, improvvisamente la differenza fra «missione difensiva» e «coinvolgimento in una guerra» diventa molto meno interessante per chi si trova dall’altra parte del missile.

Il punto, allora, non è gridare che l’Italia è in guerra. Non lo è, almeno secondo la definizione politica e giuridica che il governo continua a rivendicare.

Il punto è chiedersi quanto sia saggio avvicinarsi progressivamente a una guerra senza volerne assumere il nome, i rischi e soprattutto il dibattito pubblico che dovrebbe accompagnarla.

Perché questa è l’eterna specialità italiana: entrare in una situazione complicata spiegando che non siamo realmente entrati, prendere posizione spiegando che non abbiamo preso posizione, mandare militari spiegando che non stiamo combattendo e poi stupirci quando qualcuno, dall’altra parte, ci considera parte del problema.

E allora, davvero: ma chi ce lo fa fare?

Non è una domanda pacifista.

Non è una domanda filo-saudita, filo-iraniana, filo-americana o filo-Houthi.

È una domanda molto più banale.

È la domanda che dovrebbe farsi qualunque governo prima di mandare uomini e mezzi militari dentro una zona di guerra:

qual è il nostro interesse nazionale concreto, quali sono i nostri obiettivi, quali sono i nostri rischi e, soprattutto, fino a dove siamo disposti ad arrivare se la situazione peggiora?

Perché il vero pericolo non è soltanto entrare in guerra.

È entrare in una guerra senza essersi accorti di esserci entrati.

Luca Costa

LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




sabato 12 settembre 2026

Tu chiamale, se vuoi... elezioni

 Tu chiamale, se vuoi… elezioni

Dividendi elettorali, la nuova moda dalla più grande democrazia del mondo

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«Tu chiamale, se vuoi, emozioni», cantava Lucio Battisti. Ma erano altri tempi. Oggi, negli Stati Uniti d’America, potremmo più prosaicamente chiamarle elezioni. Oppure, se preferiamo attenerci al nuovo vocabolario della democrazia occidentale, potremmo chiamarle promozioni commerciali.

Donald Trump, infatti, ha appena inventato una formula elettorale di rara semplicità: votate per noi (Repubblicani) e avrete 5.000 dollari (se vinciamo). Non metaforicamente. Non sotto forma di riforma fiscale, investimento pubblico, abbassamento delle tasse o miracolosa crescita del PIL. Cinquemila dollari. Un assegno. Un dividendo. Il «Trump dividend», come lo ha battezzato lui stesso (e chi se no?).

La condizione è altrettanto semplice: i repubblicani devono conservare il controllo della Camera e del Senato. «Se i repubblicani vincono, voi vincete con noi e ricevete 5.000 dollari», ha spiegato il presidente.

È difficile immaginare una definizione più limpida del concetto di democrazia come programma fedeltà.

Avete presente quelle carte del supermercato? Fate la spesa, accumulate punti e, dopo un certo numero di acquisti, ricevete un premio. Ecco: la democrazia americana entra definitivamente nella sua fase supermercato. Non più «We the People», ma «Buy one Congress, get $5,000».

Naturalmente qualcuno potrebbe osservare che manca un piccolo dettaglio: i soldi. Trump non ha spiegato precisamente da dove dovrebbero arrivare. Il conto, secondo le prime stime, potrebbe superare i mille miliardi di dollari.

Ma è un dettaglio. In fondo, che importanza può avere l'origine del denaro quando si dispone della stampante della valuta di riserva mondiale e soprattutto di una fantasia politica sufficientemente grande?

E poi, sia chiaro, non si tratta di comprare voti. Assolutamente no. Si tratta di un «dividendo». Una parola molto più elegante. Il cittadino non è più un elettore che esercita liberamente la propria sovranità: è un azionista. E il presidente non è più semplicemente il capo dell'esecutivo: è il CEO che annuncia agli azionisti la distribuzione degli utili, possibilmente qualche settimana prima dell'assemblea.

Del resto, perché fermarsi ai 5.000 dollari?

Si potrebbe promettere una Tesla a chi vota repubblicano. Un buono benzina. Due settimane di assicurazione sanitaria. Un biglietto per Disneyland. Un barbecue. Oppure, per i più patriottici, una confezione famiglia di hot dog con bandierina americana inclusa.

La logica è perfetta: più grande è la promessa, più grande sarà la libertà.

E qui si arriva al punto veramente interessante.

Perché gli Stati Uniti non sono semplicemente un paese fra gli altri. Sono il paese che da decenni ama presentarsi come il custode della democrazia liberale, il difensore dell'Occidente, il garante dell'ordine internazionale, il faro della libertà politica. Sono gli alleati che noi europei siamo invitati a seguire quando il mondo diventa pericoloso, quelli che ci ricordano continuamente quanto siano fragili le nostre democrazie e quanto sia necessario difenderle.

E allora sorge spontanea una domanda, forse ingenua: è davvero questa la più grande democrazia del mondo?

Una democrazia nella quale il presidente promette pubblicamente un assegno di 5.000 dollari se il suo partito conserverà il potere nel Congresso?

La politica diventa una televendita permanente. Il programma politico diventa una lista di promesse. Il candidato diventa il prodotto. L'elettore diventa il consumatore. E la scheda elettorale, alla fine, assomiglia terribilmente al coupon dello sconto.

Naturalmente, ci sarà sempre qualcuno per spiegarci che non bisogna essere «anti-americani». Ma non è questione di essere anti-americani. È semplicemente voglia di porsi degli interrogativi, di farsi e di fare domande: è davvero questa la civiltà alla quale vogliamo assomigliare? Sono davvero questi i nostri valori? Il nostro destino?

Perché se il destino dell'Occidente consiste nel convincere i propri cittadini che la libertà vale 5.000 dollari, allora forse il problema non è più soltanto Donald Trump.

Forse il problema è che abbiamo cominciato a confondere la democrazia con gli altri beni di consumo. Allora presto saranno guai...

E, per una volta, Battisti ci perdonerà se correggiamo il ritornello.

Capire tu non puoi. Tu chiamale, se vuoi… elezioni.

Luca Costa

LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



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