martedì 18 agosto 2026

Giusto salario...

 Parliamoci chiaro

La grande vergogna: Il «giusto salario» senza salario minimo: centrodestra, centrosinistra, media, movimenti atei e cattolici, tutti d'accordo contro la dignità del lavoro

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C’è qualcosa di profondamente irritante nella formula scelta dal Governo: «decreto sul giusto salario». Non perché il salario giusto sia un obiettivo sbagliato, naturalmente, ma perché quando uno Stato annuncia una legge sul «giusto salario» la domanda più elementare da porre è una sola: quanto deve guadagnare, come minimo, un lavoratore? E invece la risposta della legge 25 giugno 2026, n. 112, che ha convertito il decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, non è una cifra, non è una soglia, non è un pavimento salariale immediatamente esigibile da ogni lavoratore italiano. La legge sceglie invece di affidarsi alla contrattazione collettiva e al trattamento economico complessivo dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. È scritto nella legge, ed è questo il cuore della questione.

Parliamoci chiaro: se il governo Meloni annuncia una legge sul “giusto salario” e alla fine non stabilisce quale sia il salario minimo che ogni lavoratore ha diritto di ricevere, allora c'è qualcosa che non va.

No, cari media di destra e di sinistra, cattolici tradizionalisti o atei progressisti. No, il punto non è ideologico. È geometrico. Una legge sul salario giusto è per forza una legge sul salario minimo, stabilito per legge, per tutti e per tutte le categorie, sotto il quale nessun datore di lavoro puo scendere. Altrimenti è una presa per i fondelli.

Solo se la legge stabilisce che nessun lavoratore può essere pagato meno di una determinata cifra oraria, quella cifra costituisce un vero criterio di giustizia. Poi, sopra quella soglia possono avvenire tutte le contrattazioni del mondo, ci mancherebbe. Ma quella soglia non puo essere lasciata in mano alla contrattazione tra impresa e sindacati, perché il mondo dell'impresa è forte e i sindacati sono deboli. E i lavoratori, specie quando cercano un lavoro, sono ancora più deboli.

Parliamoci chiaro. Un CCNL può fissare dodici euro, un altro tredici, un'impresa particolarmente generosa può pagarne quindici, un lavoratore molto qualificato può negoziarne diciotto, un dirigente può guadagnarne cento. Nessuno sta proponendo un salario massimo, nessuno vuole abolire la contrattazione, nessuno vuole impedire alle imprese di premiare competenza, produttività, esperienza e responsabilità. Si tratterebbe, semplicemente, di stabilire quanto vale, per legge, il minimo sotto il quale il lavoro umano non può essere comprato.

Ma questo in Italia nessuno lo vuole fare. Perché?

Leggiamo la Costituzione, invece di perderci nella palude delle formule burocratiche. L'articolo 36 dice che il lavoratore ha diritto a una retribuzione «proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» e «in ogni caso sufficiente» ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. Non dice che il lavoratore ha diritto alla retribuzione che un determinato sindacato riuscirà eventualmente a negoziare. E niente di più. Non dice che la dignità dipende dal settore merceologico nel quale il lavoratore ha avuto la fortuna o la sfortuna di essere assunto. Dice che il lavoratore ha diritto a una retribuzione sufficiente per vivere dignitosamente. A voi giudicare se il dettato costituzionale sia rispettato o meno.

E allora la domanda viene spontanea: se la Costituzione proclama un diritto individuale alla sufficienza della retribuzione, perché lo Stato rinuncia da 80 anni a definire una soglia minima oggettiva e immediatamente applicabile?

La risposta che ci viene data è: perché quella soglia deve essere determinata dalla contrattazione collettiva. Menzogna, vigliacca, corrotta e incompetente menzogna. Che gli italiani si bevono.

La contrattazione collettiva è certamente uno strumento fondamentale di tutela del lavoro, ma non è e non puo essere un sostituto della legge quando si tratta di stabilire il minimo universale di dignità economica. Perché il solo vero rappresentante dei diritti fondamentali del lavoratore è il Parlamento eletto dal popolo. Quindi la legge.

Il sindacato è forse una forza quando rappresenta una massa di lavoratori organizzata, quando dispone di rappresentanti in tutte le aziende, quando può proclamare uno sciopero, quando può trattare con una controparte datoriale strutturata. Ma il ragazzo di ventidue anni che entra per la prima volta in un ristorante, la donna che cerca un lavoro part-time perché deve conciliare lavoro e figli, il disoccupato di cinquantacinque anni che accetta qualsiasi cosa pur di rientrare nel mercato del lavoro, il lavoratore di una microimpresa, il precario, il lavoratore straniero che non conosce nemmeno perfettamente il proprio contratto: con chi contratta, esattamente? Chi li rappresenta?

Parliamoci chiaro. Non c'è nessuna simmetria tra il proprietario dell'impresa che dice «questo è lo stipendio» e il disoccupato che ha davanti una scelta semplicissima: accettare oppure restare disoccupato. Possiamo chiamarla contrattazione quanto vogliamo, ma in molti casi si tratta di una contrattazione soltanto nominale. Il diritto del lavoro nasce precisamente perché il mercato del lavoro non è un mercato perfettamente simmetrico. Il lavoratore vende una cosa che non può conservare per dopo: tempo, capacità fisica e intellettuale, una parte della propria vita. L'imprenditore compra quella forza-lavoro e, normalmente, dispone di un potere economico assai superiore. È per questo che la libertà contrattuale assoluta nel rapporto di lavoro è stata storicamente considerata insufficiente.

La grande intuizione del movimento operaio fu allora quella di trasformare il rapporto individuale in un rapporto collettivo. Un lavoratore solo è debole; mille lavoratori organizzati sono forti. È questa la ragione storica del sindacato e della contrattazione collettiva. E infatti l'articolo 39 della Costituzione proclama che «l'organizzazione sindacale è libera» e immagina persino un sistema nel quale i sindacati registrati, organizzati democraticamente, possano stipulare contratti collettivi con efficacia generale. Ma quella parte dell'articolo 39 non è mai stata attuata compiutamente.

Ed è qui che il sistema italiano mostra tutta la sua oscena natura irrisolta. Abbiamo la contrattazione collettiva, ma non abbiamo mai completato il meccanismo costituzionale che avrebbe dovuto darle efficacia generale. Abbiamo una quantità enorme di contratti collettivi, ma non un unico salario minimo nazionale. Abbiamo il principio costituzionale della retribuzione sufficiente, ma lasciamo che sia il giudice, a posteriori e nei rari casi in cui viene chiamato a decidere, a stabilire se una singola e determinata retribuzione fosse sufficientemente dignitosa.

Questa è una costruzione che può essere molto elegante per un professore di diritto del lavoro ma molto meno rassicurante per un disoccupato che deve pagare l'affitto alla fine del mese.

Perché il problema dell'enforcement è gigantesco. Dire a un lavoratore sottopagato «puoi sempre rivolgerti al giudice invocando l'articolo 36» è formalmente corretto, ma socialmente significa spesso dire a una persona economicamente vulnerabile: «Se ritieni che il tuo salario sia indegno, anticipa il costo, trova un avvocato, affronta una controversia, sopporta il rischio di un conflitto con il tuo datore di lavoro e aspetta che un giudice stabilisca, magari anni dopo, quanto avresti dovuto guadagnare.» È una tutela? Mah.

La stessa giurisprudenza ha chiarito che la contrattazione collettiva non è una sorta di lasciapassare costituzionale per qualsiasi salario. Una documentazione parlamentare relativa alla giurisprudenza di Cassazione richiama proprio il principio secondo cui la contrattazione collettiva non può diventare uno strumento di compressione del giusto livello salariale e di dumping, e che il parametro dell'articolo 36 può prevalere sul semplice dato contrattuale quando la retribuzione risulti inadeguata. Ma anche qui il problema rimane: stiamo parlando di una tutela che interviene quando la controversia è già nata, non di un pavimento salariale che impedisce preventivamente l'abuso.

Parliamoci chiaro. E arriviamo al grande elefante nella stanza: la condizione attuale del sindacato italiano.

Perché per affidare la dignità salariale di milioni di persone alla contrattazione collettiva bisogna avere il coraggio di chiedersi chi siano oggi i soggetti chiamati a contrattare. Quanto rappresentano realmente? Qual è la loro capacità di mobilitazione? Quanto sono presenti nei settori più precarizzati? Quanto riescono a rappresentare i giovani? Quanto rappresentano il lavoratore che non è ancora entrato nel mercato del lavoro? Quanto rappresentano il lavoratore della microimpresa? Quanto riescono a intervenire nella giungla dei rapporti di lavoro frammentati?

E soprattutto: quanto è ancora forte la loro capacità di imporre aumenti salariali reali in un Paese nel quale il potere d'acquisto dei salari è stato eroso per anni?

Non serve insultare CGIL, CISL e UIL per riconoscere una realtà evidente: le grandi confederazioni continuano ad avere molti iscritti, una struttura territoriale enorme e un ruolo istituzionale importantissimo, ma la loro forza non coincide automaticamente con l'urgenza contrattuale di ogni singolo lavoratore italiano. Il problema è particolarmente evidente nei segmenti più deboli del mercato del lavoro. E il fatto stesso che lo Stato stia cercando di misurare in maniera sempre più sistematica la rappresentatività dei CCNL attraverso dati e archivi pubblici dimostra che il problema della rappresentanza non è una fantasia polemica. Il CNEL ha censito un numero enorme di contratti collettivi, ma la distribuzione è estremamente concentrata: una minoranza di contratti copre la stragrande maggioranza dei lavoratori, mentre centinaia di contratti hanno una diffusione marginalissima. È precisamente questa frammentazione che rende necessaria la selezione dei contratti realmente rappresentativi. Ma chi lo fa? Chi lo farà?

E poi c'è il tema dei cosiddetti contratti pirata, che non può essere liquidato con una scrollata di spalle. Se in un settore esistono più contratti collettivi e uno consente condizioni economiche sensibilmente peggiori di un altro, l'impresa che applica quello più conveniente può ottenere un vantaggio competitivo sul costo del lavoro. Se quel contratto è formalmente valido e il lavoratore ha bisogno di quel posto, il rischio è evidente: la contrattazione collettiva, nata per impedire la concorrenza al ribasso tra lavoratori, finisce con il diventare essa stessa lo strumento della concorrenza al ribasso.

È una contraddizione mostruosa. Il CCNL dovrebbe impedire all'imprenditore di dire «io pago meno degli altri perché il mio lavoratore accetta». Ma se proliferano contratti collettivi con condizioni differenti, l'imprenditore può dire: «Io applico questo contratto, non quello.» E il lavoratore può rispondere: «Io preferirei quello migliore», sentendosi replicare: «Le faremo sapere». Questa non è la contrattazione paritaria che ci viene raccontata dal governo e dai media che suonano la sua musica. È il mercato del lavoro nella sua forma più cruda.

Ed è qui che la retorica del «giusto salario» della Meloni diventa particolarmente fastidiosa. Perché una vera legge sul giusto salario avrebbe potuto dire una cosa semplicissima e terribilmente concreta: da oggi nessun lavoratore italiano può essere pagato meno di X euro lordi per ogni ora effettivamente lavorata. Non importa quale CCNL applichi l'impresa. Non importa se il contratto è metalmeccanico, turistico, alimentare, agricolo, logistico o commerciale. Il CCNL può prevedere di più, non di meno. L'anzianità può portare di più, non di meno. La professionalità può portare di più, non di meno. La produttività può portare di più, non di meno. Ma sotto quel livello non si scende.

Questa sarebbe stata una rivoluzione molto più semplice da capire di qualsiasi architettura normativa. Un numero scritto sulla legge. Un numero conosciuto dal lavoratore. Un numero conosciuto dall'imprenditore. Un numero controllabile dall'Ispettorato. Un numero verificabile in busta paga.

Un numero che ci avrebbe fatto entrare nel club dei paesi civili, dove il salario giusto è stabilito per legge dai rappresentanti del popolo: Francia, Germania, Olanda, Irlanda, Spagna, Belgio, Lussembugo. Ecc.

E non sarebbe nemmeno stato necessario distruggere la contrattazione collettiva. Al contrario, sarebbe stato possibile restituirle una funzione più limpida. La legge stabilisce il minimo; il sindacato combatte per proporre di meglio. La legge stabilisce la soglia della dignità; il CCNL stabilisce il prezzo professionale del lavoro. La legge impedisce lo sfruttamento; la contrattazione conquista condizioni migliori.

Questo è il punto che sembra sfuggire continuamente al dibattito italiano: il salario minimo non è il salario massimo. Non è neppure il salario medio. È semplicemente il limite inferiore della libertà contrattuale. È la dichiarazione della collettività secondo cui esiste una soglia oltre la quale la libertà dell'impresa di acquistare lavoro deve arrestarsi perché comincia la dignità della persona.

E se il salario minimo è il parlamento che lo stabilisce, è anche il parlamento che lo aumenta quando l'inflazione colpisce carburanti, affitti, mutui, bollette, carrello della spesa...

Parliamoci chiaro: c'è un punto che il dibattito sul salario minimo tende a nascondere. Un salario che rimane fermo mentre tutto il resto aumenta non è veramente stabile: diminuisce. Se il prezzo del pane aumenta, se aumenta la benzina con cui il lavoratore va al lavoro, se aumenta il costo dell'energia con cui scalda casa, se aumenta l'affitto, se aumenta il costo dei beni essenziali, dire che lo stipendio nominale è rimasto uguale significa soltanto mascherare una diminuzione del salario reale.

Un vero sistema del giusto salario dovrebbe quindi prevedere un facile meccanismo di adeguamento periodico. E cosa c'è di più facile e più agile della legge? Della legge approvata per garantire a tutti un principio costituzionale che dovrebbe essere indiscutibile: la soglia minima di dignità economica non può essere lasciata marcire per cinque o dieci anni mentre il costo della vita corre.



E qui torniamo ancora una volta all'articolo 36 della Costituzione. «Esistenza libera e dignitosa» non significa semplicemente «non morire di fame». La parola importante è dignitosa. Significa poter pagare una casa decente, mangiare decentemente, riscaldarsi, spostarsi, mantenere una famiglia, affrontare una spesa imprevista, mandare un figlio a fare sport, comprare un libro, andare una volta al cinema, mettere qualcosa da parte. Significa che il lavoro deve consentire una forma concreta di autonomia personale. Altrimenti la promessa costituzionale rimane una frase nobile scritta su un documento che il lavoratore non può spendere al supermercato.

E qui arriviamo al punto politico. Il Governo Meloni aveva davanti una scelta. Avrebbe potuto introdurre un salario minimo legale universale, lasciando ai CCNL il compito di stabilire condizioni migliori. Avrebbe potuto costruire un sistema di scatti di anzianità minimi, lasciando ai contratti la possibilità di migliorarli. Avrebbe potuto prevedere un meccanismo trasparente di rivalutazione legato all'inflazione e al costo effettivo della vita.

Ha scelto un'altra strada. La legge 112 del 2026 sul "giusto salario" voluta dal governo ha invece costruito la propria risposta attorno al concetto di contrattazione collettiva e al riferimento ai CCNL delle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Una legge che non introduce nessun salario giusto, che non risolve in nessun modo il problema più urgente e scottante dell'Italia odierna: i salari sono troppo bassi in Italia. Punto.

La cosa paradossale è che persino la storia della nostra Costituzione dimostra che il problema era perfettamente conosciuto dai padri costituenti. Nei lavori preparatori dell'articolo 36 emerse esplicitamente anche la proposta di un principio di salario minimo. La Costituzione scelse poi una formulazione più ampia, fondata sulla proporzionalità e sulla sufficienza della retribuzione. Ma quella scelta non può essere interpretata come un divieto per il legislatore di trasformare oggi il principio costituzionale in una soglia concreta. Al contrario, la legge potrebbe benissimo dire: questo è il minimo necessario per rendere effettivo quel diritto costituzionale.

E allora basta con la favola secondo cui stabilire un minimo legale significherebbe «uccidere la contrattazione». È esattamente il contrario. Una contrattazione sana non ha bisogno che qualcuno venga pagato miseramente per poter funzionare. Se un contratto collettivo metalmeccanico vuole portare il salario minimo a sedici euro l'ora, benissimo. Se quello alimentare vuole portarlo a quattordici, benissimo. Se nel turismo si decide che una determinata qualifica merita quindici, benissimo. La concorrenza tra settori e tra imprese può continuare. Ciò che viene eliminato è soltanto la concorrenza basata sulla domanda più miserabile possibile: «Quanto poco posso pagare qualcuno prima che sia costretto ad accettare?»

Quello non è libero mercato. È semplicemente potere contrattuale esercitato sulla necessità altrui.

E qui c'è anche una questione filosofica che il dibattito economico tende accuratamente a evitare. Il lavoro non è una merce come una tonnellata di acciaio o un barile di petrolio. Il mercato del lavoro è fatto di persone. Quando una persona vende dieci ore della propria giornata per poter vivere, il prezzo che riceve non è soltanto una variabile economica: determina quanto tempo avrà per i figli, quale casa potrà permettersi, quale alimentazione potrà acquistare, quale salute potrà preservare, quale autonomia potrà esercitare, quale futuro potrà costruire. Il salario è una delle principali forme concrete attraverso cui una società distribuisce dignità, libertà e possibilità di vita.

E se prendiamo sul serio la filosofia sociale della nostra Costituzione, non possiamo accontentarci di dire al lavoratore: «Se il salario non ti basta, prova a contrattare meglio.» È una risposta che ignora il rapporto di forza dal quale il contratto nasce. Lo Stato esiste anche per stabilire i limiti entro i quali quella contrattazione può svolgersi.

Un'impresa ha il diritto di fare profitto. Ha il diritto di fallire, di rischiare, di innovare, di licenziare quando la legge lo consente, di organizzare il lavoro e di scegliere i propri investimenti. Ma non ha un diritto naturale a comprare un'ora di vita umana a qualsiasi prezzo il mercato gli consenta di ottenere. Il capitalismo stesso ha bisogno di una cornice giuridica che stabilisca quali sono le condizioni della concorrenza accettabile.

Il salario minimo è una di queste condizioni.



Perché una legge sul giusto salario, se vuole meritare davvero questo nome, dovrebbe dire al lavoratore italiano una cosa comprensibile senza consulenti del lavoro, sindacalisti, avvocati e tabelle del CNEL: «Se lavori, nessuno può pagarti meno di questa cifra.»

Questa sarebbe una vera legge sul giusto salario. Il resto può essere utile, può essere sofisticato, può essere tecnicamente elaborato, può riempire cento pagine di Gazzetta Ufficiale e può essere accompagnato da cento conferenze stampa. Ma se alla fine un giovane disoccupato che entra domani in un bar, in un albergo, in un magazzino o in una piccola officina non sa quale sia il minimo sotto il quale il suo lavoro non può essere legalmente pagato, allora la grande promessa del “giusto salario” rimane, nella sostanza, una promessa senza numero.

E una promessa senza numero, quando si parla di stipendio, ha un nome molto meno nobile, un nome che riassumerà alla perfezione questi cinque anni di governo Meloni: aria fritta.

Luca Costa

LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



mercoledì 12 agosto 2026

Ranucci, Lavitola e le domande scomode

 Lavitola, Ranucci e l’eolico: in democrazia anche le domande scomode meritano una risposta

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C'è una parola che in questa storia rischia di diventare rapidamente impronunciabile: eolico.

Eppure è proprio lì che sarebbe interessante cominciare a fare qualche domanda. Non perché esista già una risposta, e nemmeno perché si possa affermare che dietro il settore delle energie rinnovabili si nasconda chissà quale complotto. Ma perché in una democrazia le domande non hanno bisogno di essere già dimostrate per poter essere poste. Hanno bisogno, semmai, di essere poste con precisione e di essere seguite da fatti verificabili.

La vicenda che porta a queste domande è quella, inquietante, che coinvolge Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola.

Il 16 ottobre 2025 una bomba esplose davanti alla casa di Ranucci, conduttore di Report. Dopo mesi di indagini, alla fine di giugno 2026 quattro persone sono state arrestate con l'accusa di aver materialmente predisposto e fatto esplodere l'ordigno. Poi l'inchiesta ha imboccato una direzione ancora più sorprendente: Valter Lavitola è stato indicato dagli investigatori come presunto mandante dell'attentato. Il 10 agosto è stato arrestato. Lavitola respinge le accuse e sostiene di non sapere nulla dell'attentato.

Chi è Lavitola?

Non è un personaggio qualsiasi. È un ex giornalista ed editore, un uomo che per anni ha frequentato politica, affari e palazzi del potere, costruendo rapporti con personaggi di primo piano. È stato condannato in via definitiva per tentata estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi e ha subito una condanna per la vicenda dei finanziamenti pubblici percepiti indebitamente dal quotidiano L'Avanti!. La sua biografia giudiziaria racconta dunque di un uomo abituato a muoversi in quella zona grigia nella quale giornalismo, politica, denaro e relazioni personali possono incontrarsi.

E poi c'è il rapporto con Ranucci.

I due erano amici. Un'amicizia che, secondo lo stesso Lavitola, era diventata quasi fraterna: famiglie che si frequentavano, cene insieme, incontri frequenti. Ma gli investigatori vogliono capire qualcosa di più. Stanno analizzando i dispositivi sequestrati a Lavitola e stanno cercando di stabilire anche quante volte egli sia stato fisicamente presente nella redazione di Report e per quale ragione.

Ed è qui che compare l'eolico.

Secondo quanto emerso nel dibattito politico e giornalistico seguito alla vicenda, a Lavitola vengono attribuiti interessi nel settore delle energie rinnovabili, in particolare nell'eolico nel Lazio. Fratelli d'Italia ha annunciato un esposto alla Procura proprio per chiedere di verificare i rapporti tra Lavitola e Ranucci e l'eventuale influenza del primo sulle inchieste di Report.

Ranucci ha risposto nel modo più netto possibile: nessuna inchiesta di Report, compresa quella sull'eolico, sarebbe mai stata condizionata da Lavitola. E questo, naturalmente, è un elemento che deve essere preso sul serio. Non esiste oggi alcuna prova che permetta di affermare il contrario.

Ma proprio per questo bisogna lasciare che siano le verifiche a parlare.

Perché la domanda democratica non è: «Lavitola comandava le inchieste di Ranucci?»

La domanda è: «Quali rapporti esistevano realmente tra Lavitola, gli interessi economici nel settore delle rinnovabili e il mondo di Report?»

Sono due cose molto diverse. La prima contiene già una conclusione.

La seconda è una domanda. E una domanda, in democrazia, non è un reato, nemmeno un'anomalia.

Anzi, sarebbe piuttosto singolare che proprio un programma nato per fare domande scomode diventasse improvvisamente un territorio nel quale le domande non possono essere fatte.

L'ipotesi che alcuni operatori del settore delle rinnovabili possano avere interessi economici enormi non è una teoria del complotto. È semplicemente la constatazione che lo sviluppo di grandi impianti energetici comporta denaro, autorizzazioni, concessioni, valorizzazione dei terreni, investimenti finanziari e decisioni amministrative.

Questo vale per l'eolico, per il fotovoltaico, per le grandi infrastrutture, per l'edilizia, per le autostrade e per qualsiasi altro settore nel quale una decisione pubblica possa produrre grandi profitti privati. Chi guadagna con l'eolico?

Chi presenta i progetti? Chi possiede i terreni? Chi finanzia le società? Chi ottiene le autorizzazioni? Chi fa da intermediario? Chi ha rapporti con amministratori e decisori politici?

Chi svolge attività di lobbying? Chi finanzia studi, associazioni, campagne di comunicazione o attività di pressione sull'opinione pubblica?

E soprattutto: esistono soggetti che compaiono contemporaneamente in più di questi livelli?

L'interesse economico è enorme

Qui arriviamo alla parte più delicata dell'interrogativo.

Se dietro un singolo progetto eolico ci sono investimenti nell'ordine di decine di milioni di euro e prospettive di ricavi per decenni, è davvero irragionevole chiedersi quanto siano disposti a fare i soggetti che hanno interesse alla sua realizzazione?

Potrebbero essere disposti a fare semplicemente attività di lobbying perfettamente legale.

Potrebbero finanziare studi e campagne di comunicazione.

Potrebbero cercare di convincere amministratori e cittadini della bontà del progetto.

Dove passa il confine tra legittima difesa di un investimento economico e capacità di condizionare il processo decisionale pubblico?

È una domanda che riguarda qualsiasi grande interesse privato. E riguarda quindi anche l'energia.

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Luca Costa

LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




venerdì 7 agosto 2026

Georgescu: e adesso?!?

 Georgescu: E adesso?!?

Calin Georgescu non era un agente di Putin, la magistratura rumena, a quasi due anni dall'annullamento della vittoria al primo turno dell'elezione presidenziale in Romania, non ha potuto confermare le accuse congiunte di Bruxelles e della corte costituzionale di Bucarest.

C'è una domanda che, a distanza di quasi due anni da quella che fu una delle più incredibili vicende politiche dell'Europa contemporanea, continua a rimanere sospesa nell'aria, quasi che pronunciarla fosse già di per sé sconveniente: e adesso? Che cosa resta, oggi, della decisione con cui la Romania cancellò il risultato del primo turno delle proprie elezioni presidenziali? Che cosa resta delle accuse di ingerenza russa mosse a Georgescu, che furono utilizzate per giustificare una misura tanto eccezionale? E, soprattutto, che cosa resta di quei milioni di rumeni che il 24 novembre 2024 avevano votato Călin Georgescu e che si videro improvvisamente spiegare che il loro voto, anziché essere semplicemente una vittoria politica, era diventato il prodotto di una manipolazione straniera?

Il punto di partenza è un fatto semplice, e proprio per questo difficilissimo da aggirare: il 24 novembre 2024 Călin Georgescu arrivò primo al primo turno delle elezioni presidenziali rumene, con il 22,94 per cento dei voti. Non aveva vinto le elezioni, non era ancora presidente e avrebbe dovuto affrontare il secondo turno. Ma aveva ottenuto il maggior numero di voti. Quel risultato poteva piacere oppure no ma, qualunque fosse il giudizio politico che se ne volesse dare, rimaneva un risultato elettorale. Una parte enorme dell'elettorato rumeno aveva scelto.

Pochi giorni dopo, tuttavia, la questione cessò di essere soltanto politica. Furono rese pubbliche vaghe informazioni provenienti dai servizi di sicurezza rumeni relative a una presunta operazione di influenza straniera, attribuita alla Russia, che avrebbe utilizzato non si sa quale social network per favorire la candidatura di Georgescu. Il 6 dicembre 2024 la Corte costituzionale rumena, incoraggiata (costretta) dalla Commissione Europea, decise allora di annullare l'intero processo elettorale e di far ripartire da zero le elezioni presidenziali. Giubilo a Bruxelles. Ursula in estasi.

Eppure era una decisione di una gravità eccezionale, perché in una democrazia moderna non c'è atto più delicato dell'intervento delle istituzioni sul risultato di un'elezione. Si può comprendere che uno Stato debba difendersi da un'operazione clandestina di una potenza straniera; ciò che è molto più difficile da accettare è che una simile decisione possa essere presa senza che venga fornita all'opinione pubblica una ricostruzione dettagliata e verificabile delle prove che l'hanno resa necessaria.

Ed è precisamente qui che la vicenda rumena continua a porre una domanda che non dovrebbe essere considerata né filorussa né antieuropea, perché riguarda il funzionamento stesso della democrazia. Una cosa è avanzare il sospetto che esistesse una campagna coordinata sui social network; un'altra è dimostrare che tale campagna fosse effettivamente esistente e effettivamente organizzata da Mosca; e dimostrare che Georgescu ne fosse consapevole, che avesse rapporti operativi con gli organizzatori e che fosse dunque, come venne rapidamente rappresentato nel dibattito pubblico occidentale, «l'uomo di Putin» in Romania.

La domanda, dunque, non è se Călin Georgescu fosse un uomo simpatico, un buon politico, un democratico esemplare o un futuro grande presidente della Romania. Non lo sappiamo e, dopo tutto, non è questo il punto. La domanda è molto più elementare: con quali criteri una corte costituzionale, e con essa la commissione europea, decidono che un cittadino non può candidarsi alle elezioni e tantomeno vincerle?

Qui emerge una contraddizione che l'Europa dovrebbe avere il coraggio di affrontare senza rifugiarsi nelle formule rassicuranti della geopolitica. Supponiamo pure che un candidato rumeno abbia rapporti con la Russia. Supponiamo che incontri funzionari russi, che parli con loro, che abbia interlocutori politici a Mosca, che consideri necessario mantenere o ricucire rapporti con il Cremlino, che sia contrario a determinate sanzioni o che ritenga sbagliata la politica UE/NATO nei confronti della guerra in Ucraina. Nulla di tutto questo, preso in sé, può costituire una colpa democratica. Perché è il popolo, il popolo e solo il popolo, chiamato alle urne, che deve valutarne l'opportunità.

Un'altra domanda diventa allora inevitabile: perché la stessa logica non dovrebbe valere per i rapporti con gli Stati Uniti?

Un politico europeo può avere rapporti strettissimi con Washington, incontrare dirigenti americani, essere ricevuto alla Casa Bianca, avere relazioni con organizzazioni politiche americane, sostenere apertamente la linea strategica degli Stati Uniti, considerare l'America il principale punto di riferimento della propria politica estera e costruire la propria carriera politica all'interno di una cultura profondamente atlantista. Nulla di tutto ciò in UE costituisce una ragione per impedirgli di candidarsi.

Ma proprio per questo bisogna avere il coraggio di applicare lo stesso principio dall'altra parte. Se un candidato che ha rapporti con Washington non diventa per questo un agente americano, neppure un candidato che ha rapporti con Mosca diventa automaticamente un agente russo. Se invece riteniamo che i rapporti con una potenza straniera possano essere sufficienti per impedire a un uomo di presentarsi agli elettori, allora dobbiamo essere pronti ad applicare la medesima regola indipendentemente dal colore della bandiera.

Ed è qui che la questione rumena assume un significato che va ben oltre Georgescu e perfino oltre la Romania. Quando il governo russo impedisce a un candidato di partecipare alle elezioni perché questi ha incontrato funzionari americani, ha ricevuto sostegno politico da Washington o sostiene la NATO, noi consideriamo quell'esclusione una prova dell'autoritarismo russo. Ci strappiamo i capelli e urliamo ai quattro venti che i cittadini russi devono essere liberi di scegliere anche un candidato apertamente filoamericano, purché non abbia commesso un reato.

Ebbene, se questo principio è giusto quando viene applicato dalla Russia, deve essere giusto anche quando viene applicato in Europa. Altrimenti non abbiamo un vero principio democratico universale: abbiamo semplicemente una gerarchia geopolitica nella quale il rapporto con la potenza amica è considerato normale e quello con la potenza nemica viene trasformato, quasi automaticamente, in un sospetto politico.

La distinzione fondamentale dovrebbe essere un'altra. Se un candidato riceve illegalmente denaro da una potenza straniera, si indaghi. Se agisce clandestinamente come agente di quella potenza, si proceda contro di lui. Se coordina un'operazione di interferenza straniera, si dimostri e si giudichi il fatto. Se falsifica il finanziamento della propria campagna, risponda del finanziamento illecito. Se viola la legge, venga processato. Se questo si facesse, non resterebbero molti candidati nei paesi UE, dal momento che quasi tutti sono pupazzi di Washington e di Tel Aviv.

La vicenda di Georgescu dovrebbe preoccuparci, anche se non condividessimo una sola delle sue idee. Perché la libertà politica non viene mai messa in discussione quando il candidato è liberale, atlantista, europeista e filo-sionista. Viene messa alla prova quando compare un non allineato, qualcuno che mette in discussione il pensiero dominante, qualcuno che propone una politica estera diversa, qualcuno che raccoglie voti che le classi dirigenti non si aspettavano e che magari non desideravano.

Il 22,94 per cento ottenuto da Georgescu è dunque il dato che più di ogni altro dovrebbe rimanere nella memoria europea. Quasi un quarto degli elettori rumeni aveva scelto quell'uomo e non possiamo cancellare la natura politica di quel voto spiegandolo semplicemente come il prodotto di un'operazione russa. Quegli elettori avevano delle paure, delle speranze, delle frustrazioni, un'idea della Romania e dell'Europa. Avevano scelto.

Forse una parte dell'establishment europeo ha trovato più semplice spiegare il fenomeno Georgescu attraverso Mosca che interrogarsi sulle ragioni profonde per cui quasi un rumeno su quattro aveva deciso di votarlo. È sempre più facile attribuire il malessere politico a un nemico esterno che ammettere che quel malessere possa avere radici interne. È più rassicurante pensare che dietro un successo elettorale inatteso ci sia un algoritmo straniero che chiedersi perché cittadini di un Paese membro dell'Unione europea abbiano perso fiducia nei partiti tradizionali, nelle istituzioni, nelle élite economiche e nella direzione politica del proprio Paese.

Eppure è proprio questa domanda che una democrazia dovrebbe porsi. Se un quarto degli elettori sceglie un candidato che il sistema politico considera marginale o inaccettabile, non basta dire che quegli elettori sono stati manipolati. Occorre capire perché erano disponibili a essere manipolati, ammesso che lo siano stati. Occorre capire che cosa stava succedendo nella società rumena. Occorre ascoltare il malessere invece di dichiararlo semplicemente patologico.

La decisione del dicembre 2024 ha invece prodotto una conseguenza che non può essere ignorata: il risultato elettorale è stato cancellato e il candidato che lo aveva ottenuto non ha potuto sottoporsi nuovamente al giudizio degli elettori. Nel maggio 2025 Nicuşor Dan ha vinto le nuove elezioni tra gli applausi dell'Unione europea. I rumeni sono contenti? Non molto, se si ha voglia e curiosità di ascoltare quel si dice a Bucarest.

Non è questa la democrazia che l'Occidente avea promesso agli altri Paesi del mondo.

Abbiamo detto alla Russia, alla Cina e alle dittature di ogni continente che un regime democratico non può scegliere preventivamente quali candidati siano presentabili ai cittadini. Abbiamo spiegato che la libertà politica consiste anche nel diritto di votare qualcuno che non piace al potere. Abbiamo denunciato come autoritaria la pratica di eliminare un avversario prima che possa essere giudicato dagli elettori. Abbiamo sostenuto che la legittimità del voto non dipende dal fatto che il risultato sia gradito alle istituzioni.

Sono principi giusti. Ma proprio perché sono giusti non possono essere applicati a geometria variabile. Rispettateli voi che poi vediamo...

La democrazia non può essere un principio che invochiamo quando Mosca esclude un candidato filoamericano e che dimentichiamo quando un candidato europeo viene associato a Mosca. Se un candidato russo viene escluso perché intrattiene rapporti con gli Stati Uniti, consideriamo la sua esclusione antidemocratica perché riteniamo che la relazione internazionale non costituisca di per sé una colpa.

Ma non possiamo trasformare un semplice rapporto politico, diplomatico o economico con la Russia in una criterio di indegnità politica.

Perché il giorno in cui accetteremo questo principio avremo smesso di difendere la democrazia per cominciare a difendere un sistema geopolitico. In Italia è già cosi, purtroppo.

Ed è proprio questa la cosa che dovrebbe spaventarci.

Non Călin Georgescu in quanto tale. Non le sue idee. Non la Russia. Non gli Stati Uniti. Non l'Unione europea. Ciò che dovrebbe spaventarci è l'idea che la libertà politica possa dipendere dall'approvazione preventiva di istituzioni sovranazionali senza alcuna legittimità democratica, che decidono, infischiandosene dei popoli in questione, quali siano le alleanze moralmente accettabili per un candidato.

Forse Georgescu sarebbe stato un pessimo presidente. Forse avrebbe commesso errori gravissimi. Forse avrebbe condotto la Romania verso una politica estera disastrosa. Forse avrebbe perso clamorosamente il secondo turno. Forse, al contrario, avrebbe vinto e governato bene. Non lo sapremo mai. Ed è proprio questo il problema. Non sapremo mai che cosa avrebbero deciso gli elettori rumeni al secondo turno di quelle elezioni.

Sappiamo soltanto che il 24 novembre 2024 quasi un rumeno su quattro aveva scelto Călin Georgescu e che quella scelta è stata resa politicamente impossibile prima che potesse essere completato il processo elettorale. Se le istituzioni rumene avevano ragione a intervenire, allora devono ancora alla propria popolazione — e, per la parte che le riguarda, all'intera Europa — una spiegazione all'altezza della gravità dell'atto compiuto. Se invece le prove non erano sufficienti a sostenere ciò che venne politicamente raccontato, allora qualcuno dovrebbe avere il coraggio di riconoscerlo per garantire qualcosa di importante: che le regole valgano indipendentemente da chi è il candidato, da quale potenza straniera viene considerata amica o nemica e da quanto il suo successo sia gradito alle classi dirigenti.

Questo è ciò che l'Europa avrebbe dovuto chiedere. Non se Georgescu fosse simpatico. Non se fosse filorusso. Non se fosse nazionalista. Non se piacesse a Washington o a Bruxelles. Avrebbe dovuto chiedere quali fossero le prove, quali fossero le responsabilità individuali, quali fossero i limiti dell'intervento istituzionale e quale garanzia avessimo che un simile meccanismo non sarebbe stato utilizzato nuovamente contro un altro candidato, magari appartenente a un'altra area politica e sostenuto da un altro quarto dell'elettorato.

Perché la democrazia non consiste nel garantire che vincano gli uomini giusti. Consiste nel garantire che gli uomini siano scelti dagli elettori. È il rischio e il fondamento stesso della libertà politica. Il compito delle istituzioni democratiche non è quello di impedire ai cittadini di scegliere, ma di impedire che qualcuno scelga al posto loro.

Se Călin Georgescu era davvero un agente di una potenza straniera, bisognava dimostrarlo. Se aveva commesso reati, bisognava processarlo. Se la sua candidatura era giuridicamente incompatibile con la legge rumena, bisognava motivarlo con precisione. Se un'operazione russa aveva realmente falsato il processo elettorale, bisognava mostrarne le prove.

Ma se nulla di tutto questo oggi può essere dimostrato nella misura necessaria a giustificare la cancellazione di un'elezione, allora resta una domanda che non può essere archiviata con il trascorrere degli anni: chi ha deciso che quel voto non dovesse più contare, e sulla base di quali prove?

E soprattutto, adesso che la storia ha fatto il suo corso, chi avrà il coraggio di chiedere: e adesso?

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




venerdì 31 luglio 2026

6 per sempre

6 PER SEMPRE : Ciao capitano

Ci sono uomini che somigliano tanto ai grandi pioppi della pianura che li ha visti nascere: dritti, verticali, saldi, discreti, ostinati. Silenziosi. Resistono alle stagioni e al vento, alla nebbia.

Franco Baresi, all'anagrafe Franchino Baresi, Travagliato di Brescia, 8 maggio 1960, era uno di questi.

Lombardo fino al midollo, figlio di quella Bassa che insegna prima i doveri poi (forse) i diritti, orfano a 14 anni, una vita intera nella famiglia rossonera, capitano assoluto. Parlava poco, e quando il pallone cominciava a rotolare lui dominava.

Franco Baresi numero 6. Libero.

Che difensore era Franco Baresi? Domanda sciocca. Era il difensore.

L'ultimo dei grandi liberi e il primo dei difensori moderni. Non correva dietro agli eventi: anticipava. Vedeva prima, arrivava prima. E se qualche furbetto scappava verso la porta, la sua falcata, il suo scatto, erano come un uragano, inesorabili. Maradona, Romario, Baggio, Vialli, tutti i più grandi attaccanti hanno subito increduli i suoi recuperi miracolosi. Tutti hanno alzato le mani e riconosciuto la sua superiorità senza appello.

Franco Baresi. Elegante senza essere snob, cattivo senza essere violento, tecnicamente raffinato senza mai concedersi frivolezze. Veloce, resistente. Aveva tutto.

Una linea perfetta tracciata sull'erba. Il pallone era suo e l'avversario rimaneva lì, con la sensazione d'essersi perduto nella nebbia di San Siro.

Era quel Milan. Sacchi, sì. Ma sarebbe ingiusto attribuire tutto agli algoritmi dell'allenatore. Perché quello non era il calcio degli algoritmi. Quello era il calcio dei grandi campioni che si disciplinavano da soli. Fuori e dentro il campo. Era il calcio romantico dei romantici, il calcio di uomini veri, che si davano battaglia sul campo a un ritmo spaventoso. Verticalizzando appena possibile, colpendo appena possibile. Altro che tiki-taka e milioni di passaggi in orizzontale mentre tutti difendono dietro la linea della palla (ovvero l'insopportabile e soporifero calcio di oggi).

Era un grande calcio, un grande spettacolo. Non televisivo, non pubblicitario. Era un grande Milan. Che Franco Baresi dirigeva. Con uno sguardo. Con un passo avanti. Con un braccio alzato e l'attaccante smarrito: "io? Fuorigioco?". Si, tu. Palla al Milan.

Franco Baresi con il coraggio di lasciare quaranta metri di campo alle proprie spalle perché sapeva che il calcio, prima di essere corsa, è intelligenza.

Capitano della squadra che, fra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, persuase il mondo che il football potesse essere insieme scienza e poesia. Tre Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, scudetti senza contarli, notti magiche. Ma il conto dei trofei non dice nulla. Cio che conta era lui. Perché una squadra diventa immortale quando trova un capitano capace di darle un'anima. Uno spirito. Una forza. Un orgoglio. Uno stile. Una visione.

Questo era Franco Baresi. Un gigante tale che persino la sconfitta gli rese onore.

Pasadena, 17 luglio 1994. Venticinque giorni dopo un'operazione al menisco, quando la medicina avrebbe consigliato prudenza e il buon senso riposo, Franco si presentò davanti al Brasile e a Romário come se il dolore fosse un dettaglio amministrativo. Quel Romario letale, in quel momento attaccante numero uno al mondo. E Baresi cancellò dalla partita. Poi sbagliò il rigore.

Il calcio è crudele proprio perché consente agli eroi di inciampare, cadere, piangere, e diventare ancore più grandi, ancora più eroi.

Quel rigore non ha scalfito la grandezza di Franco Baresi. L'ha resa umana. E per questo ancora più alta.

Oggi il football è un'altra faccenda. Corre più veloce. Guadagna infinitamente di più. Onnipresente in tv e sui media. Un calcio pesante, noioso, invadente, capriccioso, insopportabile. Corrotto.

Si misura in dati, algoritmi, statistiche, chilometri percorsi, accelerazioni registrate, mappe di calore. Si gioca sempre, di continuo. Ok, forse era inevitabile. Ma qualcosa s'è smarrito per strada.

Lo spogliatoio. I valori. L'appartenenza a una maglia. La disciplina che nasce dall'esempio.

Franco Baresi era quel mondo. Un mondo nel quale il capitano non aveva bisogno di recitare la parte perché bastava il modo in cui si allenava, il modo in cui affrontava una partita, il modo in cui stringeva la mano all'avversario. Mai una polemica. Mai un gesto inutile. Mai una parola di troppo.

Persino quella maglia che gli usciva continuamente dai pantaloncini raccontava la sua verità. Non era civetteria. Era il segno di un mestiere operaio consumato fra scivolate, contrasti, rincorse, cadute. Certe maglie non stanno in ordine nei pantaloncini perché chi le indossa ha altro da fare. Difendere. Scivolare. Lottare. Sporcarsi le mani.

È difficile spiegare ai più giovani chi fosse Franco Baresi. Si possono mostrare i filmati. Elencare le vittorie. Raccontare i trofei. Provateci voi.

Ma resterà sempre qualcosa che sfugge. Perché alcuni uomini non abitano le statistiche.

Abitano la memoria. La memoria di un calcio che non c'è più e che non tornerà mai più.

Io so che Franco Baresi e Diego Armando Maradona ora palleggiano insieme in paradiso, si affrontano in eterni uno contro uno, ricordano vecchie sfide. I santi portano le sedie e le birre e si mettono a guardarli. Scommettono. Diego fa una finta di corpo che sembra sbilanciare Franchino e punta la porta ma un attimo dopo la palla non c'è più. Non è un miracolo, è Franco che sorride e gliela ripassa.

Dai Diego riprova, tanto qui non si passa.

Addio, Capitano. Ora 6 davvero per sempre.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



domenica 12 luglio 2026

Chi perseguita i Cristiani?

 Tucker Carlson, il coraggio di dire la verità: USA e Israele colpevoli di una spaventosa persecuzione anticristiana in Terra Santa.

Mentre l'attenzione internazionale è concentrata sul conflitto israelo-palestinese e sulla sua dimensione politico-militare, una tragedia parallela, meno mediatizzata ma profondamente simbolica, si consuma nell'indifferenza generale: il declino sistematico dei cristiani arabi in Israele e nei Territori occupati. Questa realtà inquietante è stata portata alla luce dal giornalista americano Tucker Carlson, che nel suo podcast – tra i più influenti e seguiti negli Stati Uniti – ha raccolto le testimonianze di due personalità di primo piano rappresentative delle due realtà della presenza cristiana nella regione.

Da un lato, l'arcivescovo anglicano di Gerusalemme, Hossam Naum, portavoce ufficiale e guida pastorale della comunità cristiana autoctona che vive sotto occupazione israeliana o come minoranza nel proprio Paese. Dall'altro, l'imprenditore giordano Saad Mouasher, rappresentante della borghesia cristiana integrata e prospera, testimonia che la convivenza pacifica in un Paese a maggioranza musulmana non solo è possibile, ma costituisce un modello di successo. Le loro testimonianze, convergenti nella diagnosi della crisi, delineano un quadro cupo di abbandono, in cui la fede che ha avuto origine in queste terre rischia di diventare soltanto una reliquia, schiacciata tra l'occupazione israeliana e l'ipocrisia di un Occidente che si proclama cristiano.

Un esodo silenzioso: dai numeri alla vita quotidiana

La storia recente dei cristiani palestinesi è segnata da un inesorabile declino demografico. L'arcivescovo Naum, nato a Nazareth, fornisce dati allarmanti: la popolazione cristiana si è dimezzata nel 1948 durante la Nakba, l'espulsione di massa dei palestinesi che accompagnò la nascita dello Stato di Israele. Questo fatto smentisce un mito persistente, spesso diffuso anche in Occidente: quello secondo cui i rifugiati palestinesi sarebbero stati esclusivamente musulmani. «Assolutamente no, molti erano cristiani», afferma Naum, riferendosi alle centinaia di migliaia di persone espulse.

Oggi la tendenza non si è invertita. A Betlemme, città della Natività, il numero dei cristiani è passato da circa 100.000 a meno di 30.000 nell'arco di pochi decenni. Nazareth, la città di Gesù, continua a registrare un'emigrazione costante. Non si tratta di crescita né di prosperità: è, nelle parole dell'arcivescovo, una semplice e disperata «sopravvivenza». Un declino che non è un incidente demografico, bensì la diretta conseguenza di pressioni politiche, economiche e sociali.

Queste pressioni si traducono in una quotidianità fatta di umiliazioni e paura per molti cristiani, soprattutto a Gerusalemme. L'arcivescovo Naum racconta di essere stato personalmente e ripetutamente bersaglio di sputi da parte di estremisti ebrei mentre camminava in abito talare nella Città Vecchia. Descrive gruppi radicali la cui missione dichiarata è quella di «purificare Gerusalemme dagli infedeli» – cioè dai cristiani – e che compiono atti di vandalismo contro le chiese.

La reazione delle autorità israeliane, secondo la sua testimonianza, è stata timida, se non addirittura complice: «Ci dicono che sputare addosso alle persone non è un reato», afferma con amarezza. Per i pellegrini, inoltre, l'accesso ai luoghi santi è sempre più limitato. Le celebrazioni pasquali presso il Santo Sepolcro, spiega Naum, sono sottoposte a restrizioni «senza precedenti» da parte della polizia israeliana, che riduce il numero dei partecipanti da 10.000 a 1.500 per motivi di sicurezza, una giustificazione che l'arcivescovo respinge con decisione, ricordando che da secoli non si registrano incidenti di quel tipo.

In Cisgiordania, anche la violenza dei coloni israeliani colpisce indistintamente i villaggi cristiani. Naum cita gli attacchi a Taybeh e Bir Zeit, dove agricoltori sono stati minacciati, proprietà incendiate e una donna è stata colpita alla testa con una pietra. L'arresto del figlio della donna, intervenuto per difenderla, conferma, secondo lui, un quadro di assoluta arbitrarietà. È il risultato di un'occupazione militare che, perseguendo obiettivi politici nazionalisti, non distingue tra musulmani e cristiani, erodendo il tessuto sociale di entrambe le comunità.

Il paradosso americano

La tragedia assume contorni ancora più paradossali se si considera il ruolo degli Stati Uniti e, in particolare, di una parte significativa del cristianesimo evangelico americano. L'America, nazione a maggioranza cristiana, è il principale sostenitore militare e politico di Israele. Attraverso le proprie tasse, i cristiani americani finanziano indirettamente un governo che, secondo queste testimonianze, opprime i loro fratelli e sorelle nella fede.

Ma non è tutto. Una corrente influente del cristianesimo statunitense, il sionismo cristiano, offre sostegno teologico e finanziario non solo allo Stato di Israele, ma anche agli insediamenti in Cisgiordania, spesso costruiti su terre confiscate a proprietari cristiani.

L'arcivescovo Naum non usa mezzi termini: «Le Chiese cristiane degli Stati Uniti inviano più denaro agli insediamenti ebraici della Cisgiordania che ai cristiani di Nazareth, la città natale di Gesù». È un'osservazione profondamente imbarazzante. Mentre la Basilica della Natività a Betlemme cade in rovina e le comunità locali lottano per sopravvivere, ingenti flussi di denaro provenienti dall'Occidente alimentano il sistema dell'occupazione.

L'ipocrisia raggiunge il suo culmine nell'episodio raccontato da Naum: durante un incontro con esponenti del sionismo cristiano, quando espresse la propria preoccupazione per le terre confiscate, si sentì rispondere: «A volte bisogna fare dei sacrifici per il bene comune». Il commento dell'arcivescovo è inequivocabile: «Ero con un gruppo di giovani. Vi assicuro che erano in lacrime. Come può un fratello o una sorella cristiana, in qualsiasi parte del mondo, considerarmi uno strumento, qualunque cosa mi accada?».

La politica estera americana in Medio Oriente, con i suoi interventi militari spesso avventati e destabilizzanti, ha ulteriormente aggravato la situazione. Saad Mouasher, banchiere giordano, lo spiega con chiarezza: ogni volta che un intervento militare statunitense – come quello in Iraq – crea un vuoto di potere, questo viene colmato dall'estremismo e dal caos. Le prime vittime sono sempre le minoranze, in particolare i cristiani.

Ne consegue una nuova ondata di rifugiati che Paesi come la Giordania, già fortemente sotto pressione, sono costretti ad accogliere. «Ogni volta che c'è un intervento militare americano nella regione, siamo noi a pagarne il prezzo», afferma Mouasher, sottolineando il costo umano e sociale che l'Occidente tende a dimenticare una volta spenta l'attenzione dei media. L'ossessione per le soluzioni militari, a discapito della costruzione di una pace giusta e duratura, si è rivelata un fallimento catastrofico per tutti, cristiani compresi.

Il modello giordano: una convivenza possibile

L'intervista a Saad Mouasher offre una prospettiva fondamentale, dimostrando che un destino diverso per i cristiani del Medio Oriente non solo è possibile, ma esiste già. In Giordania, Paese a maggioranza musulmana (97%), i cristiani (circa il 3%) prosperano, sono ben rappresentati nella politica, nell'economia e nella società e si sentono pienamente integrati.

«Ho mai subito discriminazioni in quanto cristiano? Assolutamente no», afferma Mouasher. La soluzione, secondo lui, poggia su tre pilastri: la tutela dei diritti costituzionali (libertà religiosa ed eguaglianza), la stabilità politica ed economica e una leadership impegnata con saggezza nel dialogo interreligioso, come quella della monarchia hashemita.

Questo modello smonta la narrazione semplicistica e islamofoba dello «scontro di civiltà». Mouasher ricorda che Gesù e Maria sono figure profondamente venerate nel Corano e che le tradizioni abramitiche condividono radici comuni. Il re di Giordania, discendente del profeta Maometto, ha finanziato personalmente il restauro del sepolcro di Cristo nella Basilica del Santo Sepolcro. Un gesto altamente simbolico che l'arcivescovo Naum elogia, sottolineando il ruolo unico del sovrano giordano quale custode dei luoghi santi cristiani e musulmani di Gerusalemme, baluardo contro la politicizzazione e l'esclusivismo nazionalista.

Un appello alla consapevolezza e al cambiamento

Le testimonianze raccolte costituiscono un duro atto d'accusa su due fronti: da un lato l'occupazione israeliana, che attraverso pratiche sistematiche sta svuotando la Terra Santa della sua originaria anima cristiana; dall'altro l'Occidente cristiano, colpevole di un duplice peccato: finanziare l'oppressore e voltare le spalle alle vittime.

L'appello finale dell'arcivescovo Naum è rivolto proprio ai cristiani occidentali: «Cari fratelli e sorelle in Cristo... non divideteci con le vostre preghiere. Pregate per tutto il popolo della Terra Santa».

La sopravvivenza dei cristiani in Palestina non è una questione confessionale secondaria. È il barometro della giustizia nell'intera questione israelo-palestinese. Se una comunità pacifica, radicata da duemila anni e spiritualmente legata all'Occidente, viene schiacciata dall'indifferenza, quale speranza può rimanere per una pace giusta e duratura?

Proteggere i cristiani della Terra Santa non significa favorire una parte a scapito dell'altra, ma difendere il principio stesso del pluralismo, della dignità umana e del diritto alla propria terra e alla propria identità. Ciò richiede alla comunità internazionale, e in particolare agli Stati Uniti e alle loro Chiese, un profondo e doloroso esame di coscienza: smettere di essere complici di un sistema militare e coloniale e diventare finalmente costruttori di quella stabilità e di quella giustizia senza le quali, come dimostra la Giordania, nessuna minoranza – e nessuna pace – può sopravvivere.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 11 luglio 2026

Il socialista e il cattolico

 «Un modello per tutti»

La lezione di apologetica cattolica di Filippo Turati davanti a Pier Giorgio Frassati

Fra le molte pagine dedicate a Pier Giorgio Frassati, poche possiedono la forza persuasiva di quella scritta dal leader del socialismo Filippo Turati all'indomani della sua morte.

Un paradosso solo apparente. A renderla così preziosa non è tanto il valore letterario, quanto l'identità del suo autore. Turati non era un cattolico, non era uomo incline alla devozione. Era il padre del socialismo riformista italiano, un protagonista della cultura laica, un uomo che proveniva da una tradizione politica nella quale il cattolicesimo era spesso considerato un interlocutore ostile, e il clericalismo un avversario.

Proprio per questo il suo articolo, pubblicato sul settimanale La Giustizia dell'8 luglio 1925, quattro giorni dopo la morte di Pier Giorgio, due giorni dopo i funerali, possiede un valore documentario straordinario. Non è il tributo di un discepolo al proprio maestro, né l'omaggio di un credente a un altro credente. È lo sguardo di chi osserva da fuori e, proprio perché osserva da fuori, non ha alcun interesse ad attribuire a Frassati qualità che non riconosca sinceramente.

Il testo colpisce anzitutto per ciò che non fa. Turati non tenta mai di separare la grandezza morale di Pier Giorgio dalla sua fede. Sarebbe stata l'operazione più semplice, e forse anche la più prevedibile: celebrare il giovane come un generoso filantropo, come un altruista, come un esempio di impegno civile, lasciando sullo sfondo la sua identità cristiana. È un meccanismo che conosciamo bene ancora oggi. Di molti santi si esaltano le opere, quasi chiedendo il permesso di apprezzarle a condizione di dimenticare ciò che le ha generate (avete presente il film Schindler's List, dove la fede cattolica di Oscar Schindler viene totalmente occultata?)

Turati, invece, compie il percorso opposto. Egli individua precisamente nella fede il principio esplicativo della vita di Frassati.

Scrive infatti:

«Pier Giorgio Frassati confessava la sua fede con aperta manifestazione di culto, concependola come una milizia, come una divisa che si indossa in faccia al mondo, senza mutarla con l'abito consueto per comodità, per opportunismo, per rispetto umano.»

In poche righe viene delineato un ritratto di straordinaria precisione. La fede di Pier Giorgio non appare come una pratica privata né come una convenzione sociale. È una forma di esistenza. Turati coglie con lucidità ciò che molti contemporanei avevano percepito vivendo accanto Pier Giorgio: quel giovane non adattava le proprie convinzioni alle circostanze, non cercava di renderle più accettabili, non le occultava quando potevano procurargli ironie o incomprensioni. La sua religione non era un ornamento della sua vita borghese, ma il criterio con cui interpretava ogni scelta.

È significativo che Turati aggiunga come Frassati «disfidava i facili scherni degli scettici, dei volgari, dei mediocri». Non è il linguaggio di chi descrive un uomo chiuso nel proprio mondo confessionale. È piuttosto il riconoscimento di una libertà interiore tutta cristiana. Frassati non appare come un militante aggressivo, ma come un uomo sufficientemente saldo da non avere bisogno dell'approvazione altrui per vivere ciò in cui credeva.

L'intuizione decisiva, tuttavia, arriva nelle righe conclusive dell'articolo, quelle che ancora oggi sorprendono per profondità:

«Quel giovane cattolico era anzitutto un credente... Questo "cristiano" che crede, e opera come crede, e parla come sente, e fa come parla, questo "intransigente" della sua religione, è pure un modello che può insegnare qualcosa a tutti

Sono parole di un'importanza capitale. Esse non rappresentano una conversione di Turati, e non sarebbe corretto leggerle in questa prospettiva. Il leader socialista rimase ciò che era. Ma proprio perché rimase ciò che era, il suo giudizio acquista un peso particolare. Egli riconosce che esiste una forma di umanità generata dal cristianesimo che perfino chi non ne condivide la fede è costretto a prendere sul serio. Il riconoscimento che il cristianesimo, vissuto fino in fondo, produce un tipo umano che perfino un avversario ideologico è proprio costretto ad ammirare.

In fondo, il ragionamento implicito di Turati potrebbe essere formulato così: non ho la fede ma non posso ignorare gli effetti la fede ha prodotto su questo ragazzo. Se il cristianesimo è capace di formare personalità di questa statura morale, allora esso custodisce qualcosa che riguarda ogni uomo, non soltanto i credenti.

Questa osservazione conduce a una riflessione che supera la figura stessa di Frassati. Il cristianesimo non si presenta come filosofia morale o come sistema di idee. Non è il socialismo. Certamente esso possiede una dottrina, una teologia, un patrimonio intellettuale immenso; ma la sua pretesa originaria è un'altra: quella di rendere possibile una vita trasformata dall'incontro con Cristo.

Paolo VI osservò che l'uomo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e ascolta i maestri soltanto quando sono anche testimoni. Benedetto XVI, a sua volta, definì i santi la vera apologetica del cristianesimo. Non intendeva dire che essi sostituiscono la ragione o dispensano dalla riflessione teologica. Voleva dire qualcosa di più sottile: una vita dove il Vangelo diventa esperienza vissuta possiede una forza persuasiva che nessun argomento astratto può eguagliare.

Se io non ho incontrato Cristo, nessun maestro potrebbe convincermi o convertirmi. Ma se lo incontro, nessuno potrebbe poi convincermi che Cristo non c'è. E Turati capisce che Frassati Cristo lo ha incontrato. E Turati capisce che incontrare Frassati non lascia indifferenti.

Il suo articolo non è una dimostrazione filosofica dell'esistenza di Dio, né un'adesione al cristianesimo. È il riconoscimento che una certa forma di vita esiste davvero. Una vita nella quale, come egli stesso scrive, un uomo «crede, e opera come crede». Non è una definizione della coerenza; è la descrizione di ciò che la tradizione cristiana ha sempre chiamato santità.

Naturalmente il cristianesimo distingue con chiarezza il santo da Cristo. Nessun credente identifica il discepolo con il Maestro. E tuttavia il Nuovo Testamento afferma che il cristiano è chiamato a rendere visibile Cristo nella propria esistenza. «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me», scrive san Paolo ai Galati. È un'affermazione che potrebbe apparire eccessiva, se non fosse proprio la vita dei santi come Frassati a mostrarne la concreta possibilità.

Per questo motivo la vicenda di Pier Giorgio suggerisce una considerazione che va oltre il suo tempo. Chi incontra un autentico cristiano incontra Cristo nel senso che gli si apre una possibilità, la possibilità di aprire il cuore e credere, incontra una vita che rimanda a Lui, una trasparenza della sua presenza, un riflesso della sua persona.

Io non conoscevo mio figlio! dirà il padre, Alfredo Frassati, il giorno del funerale, di fronte alla folla oceanica accorsa per l'ultimo saluto a Pier Giorgio. Ma l'aver finalmente capito chi fosse suo figlio, quale forza, Chi lo animasse, la sua fede, cambierà la sua esistenza. Frassati padre non potrà più ignorare il cristianesimo, perché ha visto il Figlio nella vita del figlio. Ora lo conosco! Ora ho capito!

È difficile non cogliere il parallelismo tra Filippo Turati e Alfredo Frassati. Da una parte il padre, dall'altra il leader socialista; due uomini lontanissimi tra loro, accomunati però da una medesima esperienza. Entrambi si trovano davanti a una vita che eccede le categorie con cui erano abituati a interpretare il mondo. Entrambi comprendono che la spiegazione di quella vita non può essere cercata soltanto nel temperamento, nell'educazione o nella sensibilità sociale di Pier Giorgio. Per entrambi, in modi diversi, si impone una domanda: quale forza è capace di generare un uomo così?

È qui, forse, che l'articolo di Turati assume un valore che va oltre la cronaca. Senza volerlo, egli offre una delle più efficaci descrizioni del rapporto tra santità e fede. Non propone una teoria; registra un fatto. Osserva che la fede di Frassati non era un elemento accessorio della sua personalità, ma il principio da cui scaturiva la sua straordinaria unità interiore. E proprio questa unità rendeva la sua vita convincente perfino agli occhi di chi non condivideva le sue convinzioni religiose.

Turati riconosce di essersi trovato davanti a un tipo umano che il proprio orizzonte culturale fatica a spiegare fino in fondo. È un'ammissione discreta, quasi involontaria, ma proprio per questo tanto più significativa.

Forse il vero significato dell'articolo apparso su La Giustizia non consiste nel fatto che un socialista abbia elogiato un cattolico. Questo, da solo, sarebbe un episodio curioso della storia italiana. La sua importanza risiede piuttosto nell'aver riconosciuto che il cristianesimo, quando è vissuto integralmente, produce una forma di umanità capace di parlare anche a chi non ne condivide la fede. In quelle righe non c'è una professione di fede, ma c'è qualcosa che le si avvicina per onestà intellettuale: il riconoscimento che una vita come quella di Pier Giorgio Frassati costituisce, di per sé, un argomento.

Ed è forse proprio questo il lascito più attuale di quelle pagine. In un tempo nel quale il cristianesimo viene spesso discusso come un sistema di idee da accettare o respingere, la vicenda di Frassati ricorda che esso chiede anzitutto di essere giudicato dai frutti che produce. Se questi frutti hanno il volto di un giovane che spende la propria esistenza per i poveri, vive con limpida coerenza ciò che professa e suscita l'ammirazione perfino dei suoi avversari ideologici, allora la domanda posta implicitamente da Turati continua a interpellare anche noi: quale forza è all'origine di una simile umanità?

Il 4 luglio è stata la prima ricorrenza della memoria liturgica dopo la canonizzazione del 7 settembre 2025, quando Pier Giorgio Frassati è stato proclamato santo da papa Leone XIV.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 2 luglio 2026

Rearm Europe: una rapina!

L'Europa paga, Washington incassa. E il sovranismo italiano abbassa lo sguardo di fronte alla rapina

ReArm Europe è un insieme di misure volute dall'UE per spingere gli Stati membri ad aumentare la spesa per la difesa ad oltre il 3% del PIL. Ma chi incasserà questi soldi?

***

Non è facile spiegarsi il livello infimo dell'attuale dibattito pubblico europeo.

Da una parte, si ripete con una costanza metodica che non ci sono più soldi per la sanità, per la scuola, per le pensioni, per il sostegno alle famiglie, per il rilancio dell'industria e per la coesione sociale. Tutto quel che si fa viene grattato, grattugiato, raccolto come briciole che non possono essere sufficienti a garantire ai popoli europei un livello sufficiente di qualità del servizio pubblico. Dall'altra, ci viene presentata come un'urgenza assoluta il sacrificio di centinaia di miliardi destinati alla spesa militare. Miliardi improvvisamente disponibili, indiscutibili. Ineluttabili.

Allora facciamole noi le domande:

Perché nessuno dice chiaramente che Rearm Europe in realtà consiste a una rapina a mano armata di una fetta del PIL europeo per alimentare l'industria della difesa americana, leader mondiale in numerosi sistemi d'arma e già profondamente integrata nelle forze armate europee?

Perché nessuno spiega al contribuente che Rearm Europe non è altro che il trasferimento di una quota crescente della ricchezza prodotta qui in Europa verso il sistema industriale degli Stati Uniti?

Perché la questione decisiva non è se esista una minaccia internazionale. E non esiste. Chi minaccia il mondo se non la NATO, gli USA e Israele? Chi ha deciso che i popoli europei debbano essere espropriati di una parte della loro ricchezza per ingrassare un'elite finanziaria e industriale a stelle e strisce?

Ed è qui che il termine "sovranità" mostra tutta la sua fragilità.

Se un continente modifica radicalmente le proprie politiche di bilancio sotto una fortissima pressione strategica esercitata da Washington, è lecito domandarsi quanto spazio rimanga per una scelta realmente autonoma. Le decisioni sono formalmente europee. Ma la cornice entro cui vengono prese è plasmata da un equilibrio di potere che vede gli Stati Uniti in una posizione di indiscutibile superiorità.

Il caso italiano rende questa contraddizione ancora più evidente.

Da anni Giorgia Meloni costruisce la propria identità politica attorno a parole come patria, interesse nazionale e sovranità. Ha vinto le elezioni nel 2022 proprio grazie a questa retorica.

Eppure proprio nel momento in cui queste categorie dovrebbero essere messe alla prova, il linguaggio cambia. La fermezza lascia spazio all'allineamento. Le grandi dichiarazioni identitarie cedono il posto all'accettazione di un'agenda definita altrove.

È una contraddizione che meriterebbe almeno un confronto pubblico serio.

Ma qui emerge un secondo problema, forse ancora più inquietante. Il silenzio.

Non il silenzio assoluto, naturalmente, ma manca una discussione approfondita sulle conseguenze economiche e politiche di lungo periodo. Quanto costerà tutto questo? Quali capitoli di spesa pubblica rischiano di essere compressi? Quale parte della nuova spesa rafforzerà davvero la capacità industriale europea e quale finirà invece ad alimentare industrie straniere? Quali alternative sono state realmente valutate?

Sono domande legittime in una democrazia. Eppure sembrano rimanere ai margini del dibattito.

Nel frattempo, ai cittadini europei viene chiesto di accettare sacrifici sul welfare come se fossero inevitabili, mentre la crescita della spesa militare viene presentata come una necessità sottratta a qualsiasi confronto politico.

Non si tratta di negare l'importanza della sicurezza. Si tratta di rifiutare l'idea che la sicurezza possa diventare un argomento sufficiente per sospendere ogni discussione sulla destinazione delle risorse pubbliche e sugli equilibri di potere che orientano tali scelte.

Le democrazie non si indeboliscono soltanto quando manca la libertà di voto. Si indeboliscono anche quando alcune decisioni vengono trasformate in dogmi.

Ma chi ha deciso che Rearm Europe fosse l'unica strada possibile? Chi ne ricaverà il maggiore vantaggio economico? E perché chi governa in nome della sovranità nazionale sembra così poco disposto a rispondere pubblicamente a queste domande?

Rearm Europe non è una strategia di difesa del continente.

Rearm Europe è una rapina, è l'espropriazione coatta di una parte del PIL europeo che finirà nelle tasche dei soliti furbetti negli USA. Sono i nostri soldi che finiscono nelle loro tasche.

Con la complicità di chi ci governa.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



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