venerdì 7 agosto 2026

Georgescu: e adesso?!?

 Georgescu: E adesso?!?

Calin Georgescu non era un agente di Putin, la magistratura rumena, a quasi due anni dall'annullamento della vittoria al primo turno dell'elezione presidenziale in Romania, non ha potuto confermare le accuse congiunte di Bruxelles e della corte costituzionale di Bucarest.

C'è una domanda che, a distanza di quasi due anni da quella che fu una delle più incredibili vicende politiche dell'Europa contemporanea, continua a rimanere sospesa nell'aria, quasi che pronunciarla fosse già di per sé sconveniente: e adesso? Che cosa resta, oggi, della decisione con cui la Romania cancellò il risultato del primo turno delle proprie elezioni presidenziali? Che cosa resta delle accuse di ingerenza russa mosse a Georgescu, che furono utilizzate per giustificare una misura tanto eccezionale? E, soprattutto, che cosa resta di quei milioni di rumeni che il 24 novembre 2024 avevano votato Călin Georgescu e che si videro improvvisamente spiegare che il loro voto, anziché essere semplicemente una vittoria politica, era diventato il prodotto di una manipolazione straniera?

Il punto di partenza è un fatto semplice, e proprio per questo difficilissimo da aggirare: il 24 novembre 2024 Călin Georgescu arrivò primo al primo turno delle elezioni presidenziali rumene, con il 22,94 per cento dei voti. Non aveva vinto le elezioni, non era ancora presidente e avrebbe dovuto affrontare il secondo turno. Ma aveva ottenuto il maggior numero di voti. Quel risultato poteva piacere oppure no ma, qualunque fosse il giudizio politico che se ne volesse dare, rimaneva un risultato elettorale. Una parte enorme dell'elettorato rumeno aveva scelto.

Pochi giorni dopo, tuttavia, la questione cessò di essere soltanto politica. Furono rese pubbliche vaghe informazioni provenienti dai servizi di sicurezza rumeni relative a una presunta operazione di influenza straniera, attribuita alla Russia, che avrebbe utilizzato non si sa quale social network per favorire la candidatura di Georgescu. Il 6 dicembre 2024 la Corte costituzionale rumena, incoraggiata (costretta) dalla Commissione Europea, decise allora di annullare l'intero processo elettorale e di far ripartire da zero le elezioni presidenziali. Giubilo a Bruxelles. Ursula in estasi.

Eppure era una decisione di una gravità eccezionale, perché in una democrazia moderna non c'è atto più delicato dell'intervento delle istituzioni sul risultato di un'elezione. Si può comprendere che uno Stato debba difendersi da un'operazione clandestina di una potenza straniera; ciò che è molto più difficile da accettare è che una simile decisione possa essere presa senza che venga fornita all'opinione pubblica una ricostruzione dettagliata e verificabile delle prove che l'hanno resa necessaria.

Ed è precisamente qui che la vicenda rumena continua a porre una domanda che non dovrebbe essere considerata né filorussa né antieuropea, perché riguarda il funzionamento stesso della democrazia. Una cosa è avanzare il sospetto che esistesse una campagna coordinata sui social network; un'altra è dimostrare che tale campagna fosse effettivamente esistente e effettivamente organizzata da Mosca; e dimostrare che Georgescu ne fosse consapevole, che avesse rapporti operativi con gli organizzatori e che fosse dunque, come venne rapidamente rappresentato nel dibattito pubblico occidentale, «l'uomo di Putin» in Romania.

La domanda, dunque, non è se Călin Georgescu fosse un uomo simpatico, un buon politico, un democratico esemplare o un futuro grande presidente della Romania. Non lo sappiamo e, dopo tutto, non è questo il punto. La domanda è molto più elementare: con quali criteri una corte costituzionale, e con essa la commissione europea, decidono che un cittadino non può candidarsi alle elezioni e tantomeno vincerle?

Qui emerge una contraddizione che l'Europa dovrebbe avere il coraggio di affrontare senza rifugiarsi nelle formule rassicuranti della geopolitica. Supponiamo pure che un candidato rumeno abbia rapporti con la Russia. Supponiamo che incontri funzionari russi, che parli con loro, che abbia interlocutori politici a Mosca, che consideri necessario mantenere o ricucire rapporti con il Cremlino, che sia contrario a determinate sanzioni o che ritenga sbagliata la politica UE/NATO nei confronti della guerra in Ucraina. Nulla di tutto questo, preso in sé, può costituire una colpa democratica. Perché è il popolo, il popolo e solo il popolo, chiamato alle urne, che deve valutarne l'opportunità.

Un'altra domanda diventa allora inevitabile: perché la stessa logica non dovrebbe valere per i rapporti con gli Stati Uniti?

Un politico europeo può avere rapporti strettissimi con Washington, incontrare dirigenti americani, essere ricevuto alla Casa Bianca, avere relazioni con organizzazioni politiche americane, sostenere apertamente la linea strategica degli Stati Uniti, considerare l'America il principale punto di riferimento della propria politica estera e costruire la propria carriera politica all'interno di una cultura profondamente atlantista. Nulla di tutto ciò in UE costituisce una ragione per impedirgli di candidarsi.

Ma proprio per questo bisogna avere il coraggio di applicare lo stesso principio dall'altra parte. Se un candidato che ha rapporti con Washington non diventa per questo un agente americano, neppure un candidato che ha rapporti con Mosca diventa automaticamente un agente russo. Se invece riteniamo che i rapporti con una potenza straniera possano essere sufficienti per impedire a un uomo di presentarsi agli elettori, allora dobbiamo essere pronti ad applicare la medesima regola indipendentemente dal colore della bandiera.

Ed è qui che la questione rumena assume un significato che va ben oltre Georgescu e perfino oltre la Romania. Quando il governo russo impedisce a un candidato di partecipare alle elezioni perché questi ha incontrato funzionari americani, ha ricevuto sostegno politico da Washington o sostiene la NATO, noi consideriamo quell'esclusione una prova dell'autoritarismo russo. Ci strappiamo i capelli e urliamo ai quattro venti che i cittadini russi devono essere liberi di scegliere anche un candidato apertamente filoamericano, purché non abbia commesso un reato.

Ebbene, se questo principio è giusto quando viene applicato dalla Russia, deve essere giusto anche quando viene applicato in Europa. Altrimenti non abbiamo un vero principio democratico universale: abbiamo semplicemente una gerarchia geopolitica nella quale il rapporto con la potenza amica è considerato normale e quello con la potenza nemica viene trasformato, quasi automaticamente, in un sospetto politico.

La distinzione fondamentale dovrebbe essere un'altra. Se un candidato riceve illegalmente denaro da una potenza straniera, si indaghi. Se agisce clandestinamente come agente di quella potenza, si proceda contro di lui. Se coordina un'operazione di interferenza straniera, si dimostri e si giudichi il fatto. Se falsifica il finanziamento della propria campagna, risponda del finanziamento illecito. Se viola la legge, venga processato. Se questo si facesse, non resterebbero molti candidati nei paesi UE, dal momento che quasi tutti sono pupazzi di Washington e di Tel Aviv.

La vicenda di Georgescu dovrebbe preoccuparci, anche se non condividessimo una sola delle sue idee. Perché la libertà politica non viene mai messa in discussione quando il candidato è liberale, atlantista, europeista e filo-sionista. Viene messa alla prova quando compare un non allineato, qualcuno che mette in discussione il pensiero dominante, qualcuno che propone una politica estera diversa, qualcuno che raccoglie voti che le classi dirigenti non si aspettavano e che magari non desideravano.

Il 22,94 per cento ottenuto da Georgescu è dunque il dato che più di ogni altro dovrebbe rimanere nella memoria europea. Quasi un quarto degli elettori rumeni aveva scelto quell'uomo e non possiamo cancellare la natura politica di quel voto spiegandolo semplicemente come il prodotto di un'operazione russa. Quegli elettori avevano delle paure, delle speranze, delle frustrazioni, un'idea della Romania e dell'Europa. Avevano scelto.

Forse una parte dell'establishment europeo ha trovato più semplice spiegare il fenomeno Georgescu attraverso Mosca che interrogarsi sulle ragioni profonde per cui quasi un rumeno su quattro aveva deciso di votarlo. È sempre più facile attribuire il malessere politico a un nemico esterno che ammettere che quel malessere possa avere radici interne. È più rassicurante pensare che dietro un successo elettorale inatteso ci sia un algoritmo straniero che chiedersi perché cittadini di un Paese membro dell'Unione europea abbiano perso fiducia nei partiti tradizionali, nelle istituzioni, nelle élite economiche e nella direzione politica del proprio Paese.

Eppure è proprio questa domanda che una democrazia dovrebbe porsi. Se un quarto degli elettori sceglie un candidato che il sistema politico considera marginale o inaccettabile, non basta dire che quegli elettori sono stati manipolati. Occorre capire perché erano disponibili a essere manipolati, ammesso che lo siano stati. Occorre capire che cosa stava succedendo nella società rumena. Occorre ascoltare il malessere invece di dichiararlo semplicemente patologico.

La decisione del dicembre 2024 ha invece prodotto una conseguenza che non può essere ignorata: il risultato elettorale è stato cancellato e il candidato che lo aveva ottenuto non ha potuto sottoporsi nuovamente al giudizio degli elettori. Nel maggio 2025 Nicuşor Dan ha vinto le nuove elezioni tra gli applausi dell'Unione europea. I rumeni sono contenti? Non molto, se si ha voglia e curiosità di ascoltare quel si dice a Bucarest.

Non è questa la democrazia che l'Occidente avea promesso agli altri Paesi del mondo.

Abbiamo detto alla Russia, alla Cina e alle dittature di ogni continente che un regime democratico non può scegliere preventivamente quali candidati siano presentabili ai cittadini. Abbiamo spiegato che la libertà politica consiste anche nel diritto di votare qualcuno che non piace al potere. Abbiamo denunciato come autoritaria la pratica di eliminare un avversario prima che possa essere giudicato dagli elettori. Abbiamo sostenuto che la legittimità del voto non dipende dal fatto che il risultato sia gradito alle istituzioni.

Sono principi giusti. Ma proprio perché sono giusti non possono essere applicati a geometria variabile. Rispettateli voi che poi vediamo...

La democrazia non può essere un principio che invochiamo quando Mosca esclude un candidato filoamericano e che dimentichiamo quando un candidato europeo viene associato a Mosca. Se un candidato russo viene escluso perché intrattiene rapporti con gli Stati Uniti, consideriamo la sua esclusione antidemocratica perché riteniamo che la relazione internazionale non costituisca di per sé una colpa.

Ma non possiamo trasformare un semplice rapporto politico, diplomatico o economico con la Russia in una criterio di indegnità politica.

Perché il giorno in cui accetteremo questo principio avremo smesso di difendere la democrazia per cominciare a difendere un sistema geopolitico. In Italia è già cosi, purtroppo.

Ed è proprio questa la cosa che dovrebbe spaventarci.

Non Călin Georgescu in quanto tale. Non le sue idee. Non la Russia. Non gli Stati Uniti. Non l'Unione europea. Ciò che dovrebbe spaventarci è l'idea che la libertà politica possa dipendere dall'approvazione preventiva di istituzioni sovranazionali senza alcuna legittimità democratica, che decidono, infischiandosene dei popoli in questione, quali siano le alleanze moralmente accettabili per un candidato.

Forse Georgescu sarebbe stato un pessimo presidente. Forse avrebbe commesso errori gravissimi. Forse avrebbe condotto la Romania verso una politica estera disastrosa. Forse avrebbe perso clamorosamente il secondo turno. Forse, al contrario, avrebbe vinto e governato bene. Non lo sapremo mai. Ed è proprio questo il problema. Non sapremo mai che cosa avrebbero deciso gli elettori rumeni al secondo turno di quelle elezioni.

Sappiamo soltanto che il 24 novembre 2024 quasi un rumeno su quattro aveva scelto Călin Georgescu e che quella scelta è stata resa politicamente impossibile prima che potesse essere completato il processo elettorale. Se le istituzioni rumene avevano ragione a intervenire, allora devono ancora alla propria popolazione — e, per la parte che le riguarda, all'intera Europa — una spiegazione all'altezza della gravità dell'atto compiuto. Se invece le prove non erano sufficienti a sostenere ciò che venne politicamente raccontato, allora qualcuno dovrebbe avere il coraggio di riconoscerlo per garantire qualcosa di importante: che le regole valgano indipendentemente da chi è il candidato, da quale potenza straniera viene considerata amica o nemica e da quanto il suo successo sia gradito alle classi dirigenti.

Questo è ciò che l'Europa avrebbe dovuto chiedere. Non se Georgescu fosse simpatico. Non se fosse filorusso. Non se fosse nazionalista. Non se piacesse a Washington o a Bruxelles. Avrebbe dovuto chiedere quali fossero le prove, quali fossero le responsabilità individuali, quali fossero i limiti dell'intervento istituzionale e quale garanzia avessimo che un simile meccanismo non sarebbe stato utilizzato nuovamente contro un altro candidato, magari appartenente a un'altra area politica e sostenuto da un altro quarto dell'elettorato.

Perché la democrazia non consiste nel garantire che vincano gli uomini giusti. Consiste nel garantire che gli uomini siano scelti dagli elettori. È il rischio e il fondamento stesso della libertà politica. Il compito delle istituzioni democratiche non è quello di impedire ai cittadini di scegliere, ma di impedire che qualcuno scelga al posto loro.

Se Călin Georgescu era davvero un agente di una potenza straniera, bisognava dimostrarlo. Se aveva commesso reati, bisognava processarlo. Se la sua candidatura era giuridicamente incompatibile con la legge rumena, bisognava motivarlo con precisione. Se un'operazione russa aveva realmente falsato il processo elettorale, bisognava mostrarne le prove.

Ma se nulla di tutto questo oggi può essere dimostrato nella misura necessaria a giustificare la cancellazione di un'elezione, allora resta una domanda che non può essere archiviata con il trascorrere degli anni: chi ha deciso che quel voto non dovesse più contare, e sulla base di quali prove?

E soprattutto, adesso che la storia ha fatto il suo corso, chi avrà il coraggio di chiedere: e adesso?

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




venerdì 31 luglio 2026

6 per sempre

6 PER SEMPRE : Ciao capitano

Ci sono uomini che somigliano tanto ai grandi pioppi della pianura che li ha visti nascere: dritti, verticali, saldi, discreti, ostinati. Silenziosi. Resistono alle stagioni e al vento, alla nebbia.

Franco Baresi, all'anagrafe Franchino Baresi, Travagliato di Brescia, 8 maggio 1960, era uno di questi.

Lombardo fino al midollo, figlio di quella Bassa che insegna prima i doveri poi (forse) i diritti, orfano a 14 anni, una vita intera nella famiglia rossonera, capitano assoluto. Parlava poco, e quando il pallone cominciava a rotolare lui dominava.

Franco Baresi numero 6. Libero.

Che difensore era Franco Baresi? Domanda sciocca. Era il difensore.

L'ultimo dei grandi liberi e il primo dei difensori moderni. Non correva dietro agli eventi: anticipava. Vedeva prima, arrivava prima. E se qualche furbetto scappava verso la porta, la sua falcata, il suo scatto, erano come un uragano, inesorabili. Maradona, Romario, Baggio, Vialli, tutti i più grandi attaccanti hanno subito increduli i suoi recuperi miracolosi. Tutti hanno alzato le mani e riconosciuto la sua superiorità senza appello.

Franco Baresi. Elegante senza essere snob, cattivo senza essere violento, tecnicamente raffinato senza mai concedersi frivolezze. Veloce, resistente. Aveva tutto.

Una linea perfetta tracciata sull'erba. Il pallone era suo e l'avversario rimaneva lì, con la sensazione d'essersi perduto nella nebbia di San Siro.

Era quel Milan. Sacchi, sì. Ma sarebbe ingiusto attribuire tutto agli algoritmi dell'allenatore. Perché quello non era il calcio degli algoritmi. Quello era il calcio dei grandi campioni che si disciplinavano da soli. Fuori e dentro il campo. Era il calcio romantico dei romantici, il calcio di uomini veri, che si davano battaglia sul campo a un ritmo spaventoso. Verticalizzando appena possibile, colpendo appena possibile. Altro che tiki-taka e milioni di passaggi in orizzontale mentre tutti difendono dietro la linea della palla (ovvero l'insopportabile e soporifero calcio di oggi).

Era un grande calcio, un grande spettacolo. Non televisivo, non pubblicitario. Era un grande Milan. Che Franco Baresi dirigeva. Con uno sguardo. Con un passo avanti. Con un braccio alzato e l'attaccante smarrito: "io? Fuorigioco?". Si, tu. Palla al Milan.

Franco Baresi con il coraggio di lasciare quaranta metri di campo alle proprie spalle perché sapeva che il calcio, prima di essere corsa, è intelligenza.

Capitano della squadra che, fra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, persuase il mondo che il football potesse essere insieme scienza e poesia. Tre Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, scudetti senza contarli, notti magiche. Ma il conto dei trofei non dice nulla. Cio che conta era lui. Perché una squadra diventa immortale quando trova un capitano capace di darle un'anima. Uno spirito. Una forza. Un orgoglio. Uno stile. Una visione.

Questo era Franco Baresi. Un gigante tale che persino la sconfitta gli rese onore.

Pasadena, 17 luglio 1994. Venticinque giorni dopo un'operazione al menisco, quando la medicina avrebbe consigliato prudenza e il buon senso riposo, Franco si presentò davanti al Brasile e a Romário come se il dolore fosse un dettaglio amministrativo. Quel Romario letale, in quel momento attaccante numero uno al mondo. E Baresi cancellò dalla partita. Poi sbagliò il rigore.

Il calcio è crudele proprio perché consente agli eroi di inciampare, cadere, piangere, e diventare ancore più grandi, ancora più eroi.

Quel rigore non ha scalfito la grandezza di Franco Baresi. L'ha resa umana. E per questo ancora più alta.

Oggi il football è un'altra faccenda. Corre più veloce. Guadagna infinitamente di più. Onnipresente in tv e sui media. Un calcio pesante, noioso, invadente, capriccioso, insopportabile. Corrotto.

Si misura in dati, algoritmi, statistiche, chilometri percorsi, accelerazioni registrate, mappe di calore. Si gioca sempre, di continuo. Ok, forse era inevitabile. Ma qualcosa s'è smarrito per strada.

Lo spogliatoio. I valori. L'appartenenza a una maglia. La disciplina che nasce dall'esempio.

Franco Baresi era quel mondo. Un mondo nel quale il capitano non aveva bisogno di recitare la parte perché bastava il modo in cui si allenava, il modo in cui affrontava una partita, il modo in cui stringeva la mano all'avversario. Mai una polemica. Mai un gesto inutile. Mai una parola di troppo.

Persino quella maglia che gli usciva continuamente dai pantaloncini raccontava la sua verità. Non era civetteria. Era il segno di un mestiere operaio consumato fra scivolate, contrasti, rincorse, cadute. Certe maglie non stanno in ordine nei pantaloncini perché chi le indossa ha altro da fare. Difendere. Scivolare. Lottare. Sporcarsi le mani.

È difficile spiegare ai più giovani chi fosse Franco Baresi. Si possono mostrare i filmati. Elencare le vittorie. Raccontare i trofei. Provateci voi.

Ma resterà sempre qualcosa che sfugge. Perché alcuni uomini non abitano le statistiche.

Abitano la memoria. La memoria di un calcio che non c'è più e che non tornerà mai più.

Io so che Franco Baresi e Diego Armando Maradona ora palleggiano insieme in paradiso, si affrontano in eterni uno contro uno, ricordano vecchie sfide. I santi portano le sedie e le birre e si mettono a guardarli. Scommettono. Diego fa una finta di corpo che sembra sbilanciare Franchino e punta la porta ma un attimo dopo la palla non c'è più. Non è un miracolo, è Franco che sorride e gliela ripassa.

Dai Diego riprova, tanto qui non si passa.

Addio, Capitano. Ora 6 davvero per sempre.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



domenica 12 luglio 2026

Chi perseguita i Cristiani?

 Tucker Carlson, il coraggio di dire la verità: USA e Israele colpevoli di una spaventosa persecuzione anticristiana in Terra Santa.

Mentre l'attenzione internazionale è concentrata sul conflitto israelo-palestinese e sulla sua dimensione politico-militare, una tragedia parallela, meno mediatizzata ma profondamente simbolica, si consuma nell'indifferenza generale: il declino sistematico dei cristiani arabi in Israele e nei Territori occupati. Questa realtà inquietante è stata portata alla luce dal giornalista americano Tucker Carlson, che nel suo podcast – tra i più influenti e seguiti negli Stati Uniti – ha raccolto le testimonianze di due personalità di primo piano rappresentative delle due realtà della presenza cristiana nella regione.

Da un lato, l'arcivescovo anglicano di Gerusalemme, Hossam Naum, portavoce ufficiale e guida pastorale della comunità cristiana autoctona che vive sotto occupazione israeliana o come minoranza nel proprio Paese. Dall'altro, l'imprenditore giordano Saad Mouasher, rappresentante della borghesia cristiana integrata e prospera, testimonia che la convivenza pacifica in un Paese a maggioranza musulmana non solo è possibile, ma costituisce un modello di successo. Le loro testimonianze, convergenti nella diagnosi della crisi, delineano un quadro cupo di abbandono, in cui la fede che ha avuto origine in queste terre rischia di diventare soltanto una reliquia, schiacciata tra l'occupazione israeliana e l'ipocrisia di un Occidente che si proclama cristiano.

Un esodo silenzioso: dai numeri alla vita quotidiana

La storia recente dei cristiani palestinesi è segnata da un inesorabile declino demografico. L'arcivescovo Naum, nato a Nazareth, fornisce dati allarmanti: la popolazione cristiana si è dimezzata nel 1948 durante la Nakba, l'espulsione di massa dei palestinesi che accompagnò la nascita dello Stato di Israele. Questo fatto smentisce un mito persistente, spesso diffuso anche in Occidente: quello secondo cui i rifugiati palestinesi sarebbero stati esclusivamente musulmani. «Assolutamente no, molti erano cristiani», afferma Naum, riferendosi alle centinaia di migliaia di persone espulse.

Oggi la tendenza non si è invertita. A Betlemme, città della Natività, il numero dei cristiani è passato da circa 100.000 a meno di 30.000 nell'arco di pochi decenni. Nazareth, la città di Gesù, continua a registrare un'emigrazione costante. Non si tratta di crescita né di prosperità: è, nelle parole dell'arcivescovo, una semplice e disperata «sopravvivenza». Un declino che non è un incidente demografico, bensì la diretta conseguenza di pressioni politiche, economiche e sociali.

Queste pressioni si traducono in una quotidianità fatta di umiliazioni e paura per molti cristiani, soprattutto a Gerusalemme. L'arcivescovo Naum racconta di essere stato personalmente e ripetutamente bersaglio di sputi da parte di estremisti ebrei mentre camminava in abito talare nella Città Vecchia. Descrive gruppi radicali la cui missione dichiarata è quella di «purificare Gerusalemme dagli infedeli» – cioè dai cristiani – e che compiono atti di vandalismo contro le chiese.

La reazione delle autorità israeliane, secondo la sua testimonianza, è stata timida, se non addirittura complice: «Ci dicono che sputare addosso alle persone non è un reato», afferma con amarezza. Per i pellegrini, inoltre, l'accesso ai luoghi santi è sempre più limitato. Le celebrazioni pasquali presso il Santo Sepolcro, spiega Naum, sono sottoposte a restrizioni «senza precedenti» da parte della polizia israeliana, che riduce il numero dei partecipanti da 10.000 a 1.500 per motivi di sicurezza, una giustificazione che l'arcivescovo respinge con decisione, ricordando che da secoli non si registrano incidenti di quel tipo.

In Cisgiordania, anche la violenza dei coloni israeliani colpisce indistintamente i villaggi cristiani. Naum cita gli attacchi a Taybeh e Bir Zeit, dove agricoltori sono stati minacciati, proprietà incendiate e una donna è stata colpita alla testa con una pietra. L'arresto del figlio della donna, intervenuto per difenderla, conferma, secondo lui, un quadro di assoluta arbitrarietà. È il risultato di un'occupazione militare che, perseguendo obiettivi politici nazionalisti, non distingue tra musulmani e cristiani, erodendo il tessuto sociale di entrambe le comunità.

Il paradosso americano

La tragedia assume contorni ancora più paradossali se si considera il ruolo degli Stati Uniti e, in particolare, di una parte significativa del cristianesimo evangelico americano. L'America, nazione a maggioranza cristiana, è il principale sostenitore militare e politico di Israele. Attraverso le proprie tasse, i cristiani americani finanziano indirettamente un governo che, secondo queste testimonianze, opprime i loro fratelli e sorelle nella fede.

Ma non è tutto. Una corrente influente del cristianesimo statunitense, il sionismo cristiano, offre sostegno teologico e finanziario non solo allo Stato di Israele, ma anche agli insediamenti in Cisgiordania, spesso costruiti su terre confiscate a proprietari cristiani.

L'arcivescovo Naum non usa mezzi termini: «Le Chiese cristiane degli Stati Uniti inviano più denaro agli insediamenti ebraici della Cisgiordania che ai cristiani di Nazareth, la città natale di Gesù». È un'osservazione profondamente imbarazzante. Mentre la Basilica della Natività a Betlemme cade in rovina e le comunità locali lottano per sopravvivere, ingenti flussi di denaro provenienti dall'Occidente alimentano il sistema dell'occupazione.

L'ipocrisia raggiunge il suo culmine nell'episodio raccontato da Naum: durante un incontro con esponenti del sionismo cristiano, quando espresse la propria preoccupazione per le terre confiscate, si sentì rispondere: «A volte bisogna fare dei sacrifici per il bene comune». Il commento dell'arcivescovo è inequivocabile: «Ero con un gruppo di giovani. Vi assicuro che erano in lacrime. Come può un fratello o una sorella cristiana, in qualsiasi parte del mondo, considerarmi uno strumento, qualunque cosa mi accada?».

La politica estera americana in Medio Oriente, con i suoi interventi militari spesso avventati e destabilizzanti, ha ulteriormente aggravato la situazione. Saad Mouasher, banchiere giordano, lo spiega con chiarezza: ogni volta che un intervento militare statunitense – come quello in Iraq – crea un vuoto di potere, questo viene colmato dall'estremismo e dal caos. Le prime vittime sono sempre le minoranze, in particolare i cristiani.

Ne consegue una nuova ondata di rifugiati che Paesi come la Giordania, già fortemente sotto pressione, sono costretti ad accogliere. «Ogni volta che c'è un intervento militare americano nella regione, siamo noi a pagarne il prezzo», afferma Mouasher, sottolineando il costo umano e sociale che l'Occidente tende a dimenticare una volta spenta l'attenzione dei media. L'ossessione per le soluzioni militari, a discapito della costruzione di una pace giusta e duratura, si è rivelata un fallimento catastrofico per tutti, cristiani compresi.

Il modello giordano: una convivenza possibile

L'intervista a Saad Mouasher offre una prospettiva fondamentale, dimostrando che un destino diverso per i cristiani del Medio Oriente non solo è possibile, ma esiste già. In Giordania, Paese a maggioranza musulmana (97%), i cristiani (circa il 3%) prosperano, sono ben rappresentati nella politica, nell'economia e nella società e si sentono pienamente integrati.

«Ho mai subito discriminazioni in quanto cristiano? Assolutamente no», afferma Mouasher. La soluzione, secondo lui, poggia su tre pilastri: la tutela dei diritti costituzionali (libertà religiosa ed eguaglianza), la stabilità politica ed economica e una leadership impegnata con saggezza nel dialogo interreligioso, come quella della monarchia hashemita.

Questo modello smonta la narrazione semplicistica e islamofoba dello «scontro di civiltà». Mouasher ricorda che Gesù e Maria sono figure profondamente venerate nel Corano e che le tradizioni abramitiche condividono radici comuni. Il re di Giordania, discendente del profeta Maometto, ha finanziato personalmente il restauro del sepolcro di Cristo nella Basilica del Santo Sepolcro. Un gesto altamente simbolico che l'arcivescovo Naum elogia, sottolineando il ruolo unico del sovrano giordano quale custode dei luoghi santi cristiani e musulmani di Gerusalemme, baluardo contro la politicizzazione e l'esclusivismo nazionalista.

Un appello alla consapevolezza e al cambiamento

Le testimonianze raccolte costituiscono un duro atto d'accusa su due fronti: da un lato l'occupazione israeliana, che attraverso pratiche sistematiche sta svuotando la Terra Santa della sua originaria anima cristiana; dall'altro l'Occidente cristiano, colpevole di un duplice peccato: finanziare l'oppressore e voltare le spalle alle vittime.

L'appello finale dell'arcivescovo Naum è rivolto proprio ai cristiani occidentali: «Cari fratelli e sorelle in Cristo... non divideteci con le vostre preghiere. Pregate per tutto il popolo della Terra Santa».

La sopravvivenza dei cristiani in Palestina non è una questione confessionale secondaria. È il barometro della giustizia nell'intera questione israelo-palestinese. Se una comunità pacifica, radicata da duemila anni e spiritualmente legata all'Occidente, viene schiacciata dall'indifferenza, quale speranza può rimanere per una pace giusta e duratura?

Proteggere i cristiani della Terra Santa non significa favorire una parte a scapito dell'altra, ma difendere il principio stesso del pluralismo, della dignità umana e del diritto alla propria terra e alla propria identità. Ciò richiede alla comunità internazionale, e in particolare agli Stati Uniti e alle loro Chiese, un profondo e doloroso esame di coscienza: smettere di essere complici di un sistema militare e coloniale e diventare finalmente costruttori di quella stabilità e di quella giustizia senza le quali, come dimostra la Giordania, nessuna minoranza – e nessuna pace – può sopravvivere.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 11 luglio 2026

Il socialista e il cattolico

 «Un modello per tutti»

La lezione di apologetica cattolica di Filippo Turati davanti a Pier Giorgio Frassati

Fra le molte pagine dedicate a Pier Giorgio Frassati, poche possiedono la forza persuasiva di quella scritta dal leader del socialismo Filippo Turati all'indomani della sua morte.

Un paradosso solo apparente. A renderla così preziosa non è tanto il valore letterario, quanto l'identità del suo autore. Turati non era un cattolico, non era uomo incline alla devozione. Era il padre del socialismo riformista italiano, un protagonista della cultura laica, un uomo che proveniva da una tradizione politica nella quale il cattolicesimo era spesso considerato un interlocutore ostile, e il clericalismo un avversario.

Proprio per questo il suo articolo, pubblicato sul settimanale La Giustizia dell'8 luglio 1925, quattro giorni dopo la morte di Pier Giorgio, due giorni dopo i funerali, possiede un valore documentario straordinario. Non è il tributo di un discepolo al proprio maestro, né l'omaggio di un credente a un altro credente. È lo sguardo di chi osserva da fuori e, proprio perché osserva da fuori, non ha alcun interesse ad attribuire a Frassati qualità che non riconosca sinceramente.

Il testo colpisce anzitutto per ciò che non fa. Turati non tenta mai di separare la grandezza morale di Pier Giorgio dalla sua fede. Sarebbe stata l'operazione più semplice, e forse anche la più prevedibile: celebrare il giovane come un generoso filantropo, come un altruista, come un esempio di impegno civile, lasciando sullo sfondo la sua identità cristiana. È un meccanismo che conosciamo bene ancora oggi. Di molti santi si esaltano le opere, quasi chiedendo il permesso di apprezzarle a condizione di dimenticare ciò che le ha generate (avete presente il film Schindler's List, dove la fede cattolica di Oscar Schindler viene totalmente occultata?)

Turati, invece, compie il percorso opposto. Egli individua precisamente nella fede il principio esplicativo della vita di Frassati.

Scrive infatti:

«Pier Giorgio Frassati confessava la sua fede con aperta manifestazione di culto, concependola come una milizia, come una divisa che si indossa in faccia al mondo, senza mutarla con l'abito consueto per comodità, per opportunismo, per rispetto umano.»

In poche righe viene delineato un ritratto di straordinaria precisione. La fede di Pier Giorgio non appare come una pratica privata né come una convenzione sociale. È una forma di esistenza. Turati coglie con lucidità ciò che molti contemporanei avevano percepito vivendo accanto Pier Giorgio: quel giovane non adattava le proprie convinzioni alle circostanze, non cercava di renderle più accettabili, non le occultava quando potevano procurargli ironie o incomprensioni. La sua religione non era un ornamento della sua vita borghese, ma il criterio con cui interpretava ogni scelta.

È significativo che Turati aggiunga come Frassati «disfidava i facili scherni degli scettici, dei volgari, dei mediocri». Non è il linguaggio di chi descrive un uomo chiuso nel proprio mondo confessionale. È piuttosto il riconoscimento di una libertà interiore tutta cristiana. Frassati non appare come un militante aggressivo, ma come un uomo sufficientemente saldo da non avere bisogno dell'approvazione altrui per vivere ciò in cui credeva.

L'intuizione decisiva, tuttavia, arriva nelle righe conclusive dell'articolo, quelle che ancora oggi sorprendono per profondità:

«Quel giovane cattolico era anzitutto un credente... Questo "cristiano" che crede, e opera come crede, e parla come sente, e fa come parla, questo "intransigente" della sua religione, è pure un modello che può insegnare qualcosa a tutti

Sono parole di un'importanza capitale. Esse non rappresentano una conversione di Turati, e non sarebbe corretto leggerle in questa prospettiva. Il leader socialista rimase ciò che era. Ma proprio perché rimase ciò che era, il suo giudizio acquista un peso particolare. Egli riconosce che esiste una forma di umanità generata dal cristianesimo che perfino chi non ne condivide la fede è costretto a prendere sul serio. Il riconoscimento che il cristianesimo, vissuto fino in fondo, produce un tipo umano che perfino un avversario ideologico è proprio costretto ad ammirare.

In fondo, il ragionamento implicito di Turati potrebbe essere formulato così: non ho la fede ma non posso ignorare gli effetti la fede ha prodotto su questo ragazzo. Se il cristianesimo è capace di formare personalità di questa statura morale, allora esso custodisce qualcosa che riguarda ogni uomo, non soltanto i credenti.

Questa osservazione conduce a una riflessione che supera la figura stessa di Frassati. Il cristianesimo non si presenta come filosofia morale o come sistema di idee. Non è il socialismo. Certamente esso possiede una dottrina, una teologia, un patrimonio intellettuale immenso; ma la sua pretesa originaria è un'altra: quella di rendere possibile una vita trasformata dall'incontro con Cristo.

Paolo VI osservò che l'uomo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e ascolta i maestri soltanto quando sono anche testimoni. Benedetto XVI, a sua volta, definì i santi la vera apologetica del cristianesimo. Non intendeva dire che essi sostituiscono la ragione o dispensano dalla riflessione teologica. Voleva dire qualcosa di più sottile: una vita dove il Vangelo diventa esperienza vissuta possiede una forza persuasiva che nessun argomento astratto può eguagliare.

Se io non ho incontrato Cristo, nessun maestro potrebbe convincermi o convertirmi. Ma se lo incontro, nessuno potrebbe poi convincermi che Cristo non c'è. E Turati capisce che Frassati Cristo lo ha incontrato. E Turati capisce che incontrare Frassati non lascia indifferenti.

Il suo articolo non è una dimostrazione filosofica dell'esistenza di Dio, né un'adesione al cristianesimo. È il riconoscimento che una certa forma di vita esiste davvero. Una vita nella quale, come egli stesso scrive, un uomo «crede, e opera come crede». Non è una definizione della coerenza; è la descrizione di ciò che la tradizione cristiana ha sempre chiamato santità.

Naturalmente il cristianesimo distingue con chiarezza il santo da Cristo. Nessun credente identifica il discepolo con il Maestro. E tuttavia il Nuovo Testamento afferma che il cristiano è chiamato a rendere visibile Cristo nella propria esistenza. «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me», scrive san Paolo ai Galati. È un'affermazione che potrebbe apparire eccessiva, se non fosse proprio la vita dei santi come Frassati a mostrarne la concreta possibilità.

Per questo motivo la vicenda di Pier Giorgio suggerisce una considerazione che va oltre il suo tempo. Chi incontra un autentico cristiano incontra Cristo nel senso che gli si apre una possibilità, la possibilità di aprire il cuore e credere, incontra una vita che rimanda a Lui, una trasparenza della sua presenza, un riflesso della sua persona.

Io non conoscevo mio figlio! dirà il padre, Alfredo Frassati, il giorno del funerale, di fronte alla folla oceanica accorsa per l'ultimo saluto a Pier Giorgio. Ma l'aver finalmente capito chi fosse suo figlio, quale forza, Chi lo animasse, la sua fede, cambierà la sua esistenza. Frassati padre non potrà più ignorare il cristianesimo, perché ha visto il Figlio nella vita del figlio. Ora lo conosco! Ora ho capito!

È difficile non cogliere il parallelismo tra Filippo Turati e Alfredo Frassati. Da una parte il padre, dall'altra il leader socialista; due uomini lontanissimi tra loro, accomunati però da una medesima esperienza. Entrambi si trovano davanti a una vita che eccede le categorie con cui erano abituati a interpretare il mondo. Entrambi comprendono che la spiegazione di quella vita non può essere cercata soltanto nel temperamento, nell'educazione o nella sensibilità sociale di Pier Giorgio. Per entrambi, in modi diversi, si impone una domanda: quale forza è capace di generare un uomo così?

È qui, forse, che l'articolo di Turati assume un valore che va oltre la cronaca. Senza volerlo, egli offre una delle più efficaci descrizioni del rapporto tra santità e fede. Non propone una teoria; registra un fatto. Osserva che la fede di Frassati non era un elemento accessorio della sua personalità, ma il principio da cui scaturiva la sua straordinaria unità interiore. E proprio questa unità rendeva la sua vita convincente perfino agli occhi di chi non condivideva le sue convinzioni religiose.

Turati riconosce di essersi trovato davanti a un tipo umano che il proprio orizzonte culturale fatica a spiegare fino in fondo. È un'ammissione discreta, quasi involontaria, ma proprio per questo tanto più significativa.

Forse il vero significato dell'articolo apparso su La Giustizia non consiste nel fatto che un socialista abbia elogiato un cattolico. Questo, da solo, sarebbe un episodio curioso della storia italiana. La sua importanza risiede piuttosto nell'aver riconosciuto che il cristianesimo, quando è vissuto integralmente, produce una forma di umanità capace di parlare anche a chi non ne condivide la fede. In quelle righe non c'è una professione di fede, ma c'è qualcosa che le si avvicina per onestà intellettuale: il riconoscimento che una vita come quella di Pier Giorgio Frassati costituisce, di per sé, un argomento.

Ed è forse proprio questo il lascito più attuale di quelle pagine. In un tempo nel quale il cristianesimo viene spesso discusso come un sistema di idee da accettare o respingere, la vicenda di Frassati ricorda che esso chiede anzitutto di essere giudicato dai frutti che produce. Se questi frutti hanno il volto di un giovane che spende la propria esistenza per i poveri, vive con limpida coerenza ciò che professa e suscita l'ammirazione perfino dei suoi avversari ideologici, allora la domanda posta implicitamente da Turati continua a interpellare anche noi: quale forza è all'origine di una simile umanità?

Il 4 luglio è stata la prima ricorrenza della memoria liturgica dopo la canonizzazione del 7 settembre 2025, quando Pier Giorgio Frassati è stato proclamato santo da papa Leone XIV.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 2 luglio 2026

Rearm Europe: una rapina!

L'Europa paga, Washington incassa. E il sovranismo italiano abbassa lo sguardo di fronte alla rapina

ReArm Europe è un insieme di misure volute dall'UE per spingere gli Stati membri ad aumentare la spesa per la difesa ad oltre il 3% del PIL. Ma chi incasserà questi soldi?

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Non è facile spiegarsi il livello infimo dell'attuale dibattito pubblico europeo.

Da una parte, si ripete con una costanza metodica che non ci sono più soldi per la sanità, per la scuola, per le pensioni, per il sostegno alle famiglie, per il rilancio dell'industria e per la coesione sociale. Tutto quel che si fa viene grattato, grattugiato, raccolto come briciole che non possono essere sufficienti a garantire ai popoli europei un livello sufficiente di qualità del servizio pubblico. Dall'altra, ci viene presentata come un'urgenza assoluta il sacrificio di centinaia di miliardi destinati alla spesa militare. Miliardi improvvisamente disponibili, indiscutibili. Ineluttabili.

Allora facciamole noi le domande:

Perché nessuno dice chiaramente che Rearm Europe in realtà consiste a una rapina a mano armata di una fetta del PIL europeo per alimentare l'industria della difesa americana, leader mondiale in numerosi sistemi d'arma e già profondamente integrata nelle forze armate europee?

Perché nessuno spiega al contribuente che Rearm Europe non è altro che il trasferimento di una quota crescente della ricchezza prodotta qui in Europa verso il sistema industriale degli Stati Uniti?

Perché la questione decisiva non è se esista una minaccia internazionale. E non esiste. Chi minaccia il mondo se non la NATO, gli USA e Israele? Chi ha deciso che i popoli europei debbano essere espropriati di una parte della loro ricchezza per ingrassare un'elite finanziaria e industriale a stelle e strisce?

Ed è qui che il termine "sovranità" mostra tutta la sua fragilità.

Se un continente modifica radicalmente le proprie politiche di bilancio sotto una fortissima pressione strategica esercitata da Washington, è lecito domandarsi quanto spazio rimanga per una scelta realmente autonoma. Le decisioni sono formalmente europee. Ma la cornice entro cui vengono prese è plasmata da un equilibrio di potere che vede gli Stati Uniti in una posizione di indiscutibile superiorità.

Il caso italiano rende questa contraddizione ancora più evidente.

Da anni Giorgia Meloni costruisce la propria identità politica attorno a parole come patria, interesse nazionale e sovranità. Ha vinto le elezioni nel 2022 proprio grazie a questa retorica.

Eppure proprio nel momento in cui queste categorie dovrebbero essere messe alla prova, il linguaggio cambia. La fermezza lascia spazio all'allineamento. Le grandi dichiarazioni identitarie cedono il posto all'accettazione di un'agenda definita altrove.

È una contraddizione che meriterebbe almeno un confronto pubblico serio.

Ma qui emerge un secondo problema, forse ancora più inquietante. Il silenzio.

Non il silenzio assoluto, naturalmente, ma manca una discussione approfondita sulle conseguenze economiche e politiche di lungo periodo. Quanto costerà tutto questo? Quali capitoli di spesa pubblica rischiano di essere compressi? Quale parte della nuova spesa rafforzerà davvero la capacità industriale europea e quale finirà invece ad alimentare industrie straniere? Quali alternative sono state realmente valutate?

Sono domande legittime in una democrazia. Eppure sembrano rimanere ai margini del dibattito.

Nel frattempo, ai cittadini europei viene chiesto di accettare sacrifici sul welfare come se fossero inevitabili, mentre la crescita della spesa militare viene presentata come una necessità sottratta a qualsiasi confronto politico.

Non si tratta di negare l'importanza della sicurezza. Si tratta di rifiutare l'idea che la sicurezza possa diventare un argomento sufficiente per sospendere ogni discussione sulla destinazione delle risorse pubbliche e sugli equilibri di potere che orientano tali scelte.

Le democrazie non si indeboliscono soltanto quando manca la libertà di voto. Si indeboliscono anche quando alcune decisioni vengono trasformate in dogmi.

Ma chi ha deciso che Rearm Europe fosse l'unica strada possibile? Chi ne ricaverà il maggiore vantaggio economico? E perché chi governa in nome della sovranità nazionale sembra così poco disposto a rispondere pubblicamente a queste domande?

Rearm Europe non è una strategia di difesa del continente.

Rearm Europe è una rapina, è l'espropriazione coatta di una parte del PIL europeo che finirà nelle tasche dei soliti furbetti negli USA. Sono i nostri soldi che finiscono nelle loro tasche.

Con la complicità di chi ci governa.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 25 giugno 2026

Comprendere l'Iran

 L'Iran oltre gli stereotipi: una civiltà, uno Stato complesso, una realtà che l'Occidente non comprende

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Nel dibattito occidentale contemporaneo l'Iran viene rappresentato come una sorta di dittatura monolitica, governata da pochi religiosi fanatici e priva di qualsiasi articolazione istituzionale. È una descrizione che potrà essere utile sul piano propagandistico per gli USA e Israele, ma che sul piano dell'analisi geopolitica è totalmente fuorviante.

Comprendere l'Iran significa anzitutto liberarsi da una visione che riduce una civiltà millenaria a una caricatura. Non significa ignorarne i problemi, le contraddizioni o le limitazioni. Significa semplicemente descrivere il paese per ciò che è realmente: una repubblica islamica dotata di un sistema costituzionale originale, complesso e profondamente radicato nella storia persiana e sciita.

Un sistema politico unico nel mondo

L'errore più comune consiste nel considerare l'Iran una dittatura personale. In realtà, il sistema iraniano è costruito su diversi centri di potere che si bilanciano, talvolta in equilibrio e a volte in conflitto tra loro.

Al vertice vi è la Guida Suprema, figura prevista dalla Costituzione e fondata sul principio sciita della Velayat-e Faqih ("tutela del giurista islamico"). La Guida Suprema esercita importanti prerogative in materia di sicurezza nazionale, politica estera e forze armate. Tuttavia non governa, né amministra direttamente il paese.

Accanto alla Guida esistono:

  • il Presidente della Repubblica, eletto dal popolo;

  • il Parlamento (Majles), anch'esso eletto dal popolo;

  • il sistema giudiziario;

  • l'Assemblea degli Esperti, che ha il compito costituzionale di nominare e, teoricamente, revocare la Guida Suprema;

  • le Forze Armate regolari;

  • i Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica).

L'Iran è quindi meglio definibile come una repubblica teocratica costituzionale con elementi elettivi e religiosi intrecciati, piuttosto che come una dittatura tradizionale.

Presidenza, ayatollah e Pasdaran: chi comanda davvero?

Una delle ragioni per cui l'Iran è difficile da comprendere dall'esterno è che il potere non è concentrato in una sola persona, come farebbe invece comodo pensare.

La Presidenza dispone di competenze reali nell'amministrazione dello Stato, nell'economia, nei servizi pubblici e nella gestione quotidiana del governo. I presidenti iraniani hanno spesso rappresentato orientamenti politici differenti: conservatori, pragmatici, moderati o riformisti. Questo dimostra che all'interno del sistema esistono correnti e competizioni politiche autentiche, pur entro limiti definiti dall'ordinamento. Come in Occidente del resto.

La Guida Suprema rappresenta invece il vertice dell'indirizzo strategico dello Stato e possiede poteri che non trovano equivalenti nelle repubbliche occidentali. È garante dell'identità ideologica e religiosa del sistema.

I Pasdaran costituiscono infine un attore autonomo e decisivo. Nati per difendere la rivoluzione del 1979, nel tempo sono diventati una grande organizzazione militare, economica e politica. La loro influenza deriva non soltanto dal loro potere armato, ma anche dalla forte influenza circa settori industriali, infrastrutturali e strategici del paese. In numerose occasioni analisti occidentali hanno osservato come il peso dei Pasdaran sia cresciuto nel tempo fino a renderli uno dei principali centri di potere della Repubblica Islamica.

Il risultato è un sistema nel quale Presidenza, apparato religioso e apparato rivoluzionario convivono in un equilibrio/conflittuale. Questo non coincide con gli standard della democrazia liberale occidentale, ma è altrettanto lontano dall'immagine di un potere assolutistico nelle mani di una cricca di spostati mentali, veicolata dai media prevalenti italiani.

La questione femminile: tra realtà e propaganda

Uno degli argomenti più utilizzati contro l'Iran riguarda la condizione delle donne. È un tema serio che merita di essere affrontato con rigore.

È indubbio che in Iran esistano restrizioni che molte donne contestano e che sono state oggetto di proteste negli ultimi anni. In primis la questione del velo obbligatorio e delle preistoriche subordinazioni varie delle mogli ai propri mariti. Sarebbe scorretto negarlo.

Tuttavia è altrettanto scorretto presentare le donne iraniane come prive di ruolo sociale o escluse dalla vita pubblica.

L'Iran possiede il più elevato di istruzione femminile del Medio Oriente. Da decenni le donne iraniane rappresentano una componente fondamentale nelle università, nelle professioni tecniche, nella medicina, nell'insegnamento, nella ricerca e nell'amministrazione pubblica. In diversi settori accademici e scientifici la presenza femminile è molto elevata. Quantitaviamente e qualitativamente.

Se il confronto viene fatto con i paesi sunniti più conservatori della regione, emerge un quadro molto più articolato di quanto suggeriscano i media occidentali. La tradizione sciita iraniana ha storicamente favorito livelli di partecipazione femminile alla vita educativa e professionale superiori rispetto a quelli esistenti nelle monarchie sunnite del Golfo nel corso del XX secolo.

Ciò non significa che l'Iran rappresenti un modello di uguaglianza tra i sessi. Significa però riconoscere che la realtà è più complessa della narrazione che riduce le donne iraniane a soggetti completamente privi di diritti o di autonomia.

Una delle grandi civiltà della storia

La Persia è una delle grandi matrici della civiltà mondiale. Quando gran parte dell'Europa viveva ancora nelle strutture dell'alto medioevo, città persiane come Isfahan, Shiraz e Tabriz erano centri di commercio, filosofia, matematica, poesia e scienza assai sviluppati.

L'eredità di figure come Omar Khayyam, Ferdowsi, Hafez e Saadi di Shiraz continua ancora oggi a influenzare la cultura iraniana.

La poesia in Iran non è un fenomeno elitario: è parte dell'identità nazionale. Molti iraniani conoscono a memoria versi dei grandi poeti classici e li citano nella vita quotidiana.

Il paese del cinema e degli intellettuali

Un altro stereotipo occidentale vuole l'Iran come un deserto culturale dominato esclusivamente dalla religione. La realtà è opposta.

Il cinema iraniano è considerato da decenni uno dei più importanti del mondo. Registi come Abbas Kiarostami, Asghar Farhadi e Jafar Panahi hanno ottenuto riconoscimenti internazionali e contribuito a creare un linguaggio cinematografico originale, raffinato e universalmente apprezzato. Il cinema rappresenta in Iran anche uno spazio di riflessione sociale e culturale particolarmente vivace.

L'Iran possiede inoltre una tradizione universitaria importante, una forte produzione letteraria e una lunga storia di valorizzazione dell'arte, della calligrafia, dell'architettura e della musica.

Oltre la leggenda nera

L'Occidente ha spesso guardato all'Iran attraverso la lente dei conflitti geopolitici: la rivoluzione del 1979, la crisi degli ostaggi, il programma nucleare, le sanzioni, la guerra odierna contro gli invasori: Stati Uniti e Israele.

Questa prospettiva ha finito per oscurare la complessità della società iraniana.

L'Iran non è una democrazia liberale occidentale. Ma non è nemmeno la caricatura di una massa passiva governata da pochi fanatici religiosi. È uno Stato con istituzioni articolate, una società istruita, una forte identità nazionale, una cultura tra le più antiche del pianeta e una popolazione che discute, studia, produce arte, cinema e letteratura.

Chiunque voglia comprendere il Medio Oriente contemporaneo deve partire da un dato fondamentale: l'Iran non è soltanto un attore geopolitico. È una civiltà.

E le civiltà non si comprendono attraverso gli slogan. Si comprendono attraverso la storia, la cultura e la conoscenza.

Conclusione: capire l'Iran prima di giudicarlo

Per comprendere l'Iran contemporaneo bisogna anche ricordare la sua storia. Nessun paese può essere analizzato come se esistesse in un vuoto geopolitico.

Gli iraniani conservano una memoria storica molto viva di ciò che accadde nel 1953, quando il governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadegh fu rovesciato nell'ambito dell'operazione Ajax, organizzata dai servizi britannici e dalla CIA. Per molti iraniani quello non rappresenta soltanto un episodio del passato: rappresenta il momento in cui una possibile evoluzione autonoma e democratica del paese venne interrotta dall'intervento pirata delle grandi potenze straniere.

Da quel trauma nasce una parte essenziale della cultura politica della Repubblica Islamica: la diffidenza verso l'ingerenza esterna, la difesa della sovranità nazionale e la convinzione che l'Iran debba poter decidere il proprio destino senza pressioni straniere. Si può condividere o meno questa visione, ma è impossibile comprendere la politica iraniana senza partire da questa esperienza storica.

A ciò si aggiunge un altro elemento spesso sottovalutato nel dibattito occidentale: per decenni l'Iran ha vissuto sotto un regime di sanzioni economiche, restrizioni finanziarie e isolamento internazionale tra i più severi al mondo. Qualunque giudizio sulla sua economia, sulle sue infrastrutture o sul suo sviluppo deve tenere conto di questa realtà. Nessun paese attraversa mezzo secolo di pressioni economiche, diplomatiche e strategiche senza subirne conseguenze profonde.

Eppure l'Iran non è crollato. Ha mantenuto una propria capacità industriale, un sistema universitario esteso, una ricerca scientifica significativa in diversi settori, una produzione culturale vivace e una forte identità nazionale.

Anche nella guerra contro USA e Israele l'Iran ha mostrato una capacità di resistenza che molti osservatori non avevano previsto. Il paese continua a essere uno degli attori più influenti e autonomi del Medio Oriente, capace di difendere i propri interessi strategici in un contesto estremamente ostile.

È proprio qui che la "leggenda nera" sull'Iran mostra tutti i suoi limiti. Un paese di quasi novanta milioni di abitanti, erede di una delle più antiche civiltà del mondo, non può essere ridotto all'immagine semplicistica di una nazione arretrata, fanatica o irrazionale. Dietro gli slogan esiste una realtà molto più complessa: una società istruita, una cultura raffinata, una tradizione intellettuale millenaria e una forte coscienza nazionale.

Criticare l'Iran è legittimo. Analizzarne i limiti è necessario. Ma comprenderlo è un dovere per chiunque voglia fare geopolitica seriamente. Perché la geopolitica non consiste nel dividere il mondo tra buoni e cattivi; consiste nel comprendere le ragioni storiche, culturali e strategiche che muovono i popoli e gli Stati.

E l'Iran, piaccia o no, resta una delle grandi nazioni della storia. Una nazione che ha attraversato invasioni, imperi, rivoluzioni, sanzioni e guerre senza perdere la propria identità. Una nazione che continua a considerarsi, prima di tutto, una civiltà. E le civiltà non si cancellano con la propaganda, né si comprendono attraverso i pregiudizi: si comprendono studiandole, ascoltandole e riconoscendone la complessità.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 20 giugno 2026

Il partito che manca

 IL PARTITO CHE MANCA

Si parla spesso delle ferite originarie della Repubblica italiana e l'attenzione cade quasi sempre sul 1947, ovvero sull'estromissione dei comunisti dal governo De Gasperi. Le pressioni americane, il piano Marshall, l'inizio della Guerra Fredda. L'Italia che diviene uno dei principali fronti dello scontro tra Washington e Mosca.

È una lettura fondata. Ma incompleta.

Perché alla lettura dell'esclusione del Partito Comunista Italiano dall'area di governo andrebbe associata l'analisi della scomparsa del Partito d'Azione.

Il PCI, al netto delle patetiche diffidenze americane e delle paure delle élites occidentali, era una forza immensa, radicata nelle fabbriche, nelle campagne, nelle amministrazioni locali. Era il partito di milioni di italiani. Era il partito che aveva dato un contributo decisivo alla Resistenza. Era il partito di Palmiro Togliatti, che comprese come l'Italia non fosse la Russia e che arrivò ad accettare l'inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione.

L'esclusione del PCI non fu una necessità geopolitica. Fu un'ingiustizia. Resta comunque il fatto che il Partito Comunista sopravvisse. Crebbe. Governò città e regioni. Divenne una delle più grandi forze comuniste dell'Occidente. Il Partito d'Azione, invece, morì. E con lui morì una possibilità italiana.

Nato dall'antifascismo liberale e socialista, erede ideale di Carlo Rosselli e del movimento Giustizia e Libertà, il Partito d'Azione rappresentava qualcosa che oggi fatichiamo perfino a immaginare. Era socialista senza essere marxista. Era patriottico senza essere nazionalista. Era laico senza essere anticlericale. Era europeista nella cultura e sovranista nella concezione dello Stato. Era rivoluzionario nei fini e democratico nei metodi.

Nelle montagne del Piemonte, nelle Langhe, nelle vallate alpine, nelle brigate di Giustizia e Libertà, si scrissero alcune delle pagine più nobili della guerra di Liberazione. Uomini come Dante Livio Bianco, Nuto Revelli, Duccio Galimberti e tanti altri combatterono non per sostituire una dittatura con un'altra, ma per costruire una Repubblica fondata sulla libertà politica e sulla giustizia sociale.

Ferruccio Parri incarnò come pochi quell'ideale. Partigiano, antifascista, presidente del Consiglio nel momento più difficile della rinascita nazionale. Eppure la sua esperienza fu rapidamente archiviata.

Ma la Guerra Fredda non aveva bisogno di una terza via. Aveva bisogno di due blocchi.

Da una parte il campo "occidentale" guidato dagli Stati Uniti. Dall'altra il mondo sovietico. In mezzo non c'era spazio. Non per gli azionisti. Non per il socialismo liberale di Emilio Lussu. Non per il repubblicanesimo radicale di Ugo La Malfa. Non per una sinistra nazionale che non fosse né marxista né conservatrice.

Così, nel 1947, il Partito d'Azione si dissolse.

Una parte dei suoi dirigenti confluì nel Partito Repubblicano. Altri si avvicinarono al socialismo. Altri ancora si ritirarono dalla vita politica. Ma il progetto originario scomparve.

E con esso scomparve la possibilità di costruire una Repubblica che non fosse costretta a definirsi sempre per appartenenza: filoamericana o filosovietica, comunista o anticomunista, atlantica o neutralista.

L'Italia che uscì dal dopoguerra divenne una democrazia imperfetta e smise progressivamente di pensarsi come una nazione pienamente sovrana, rassegnandosi alla subordinazione decisa dagli Alleati alla fine della guerra (in barba alla resistenza e ai due anni di cobelligeranza dell'Italia al loro fianco). Una subordinazione che ebbe due direttrici: dipendenza energetica dalla Francia e dalle Sette sorelle, industria di subcommesse dell'industria della Germania Ovest.

La politica italiana del dopoguerra si è svolta entro confini stabiliti altrove. Prima dalla logica dei blocchi. Poi dalla globalizzazione a stelle e strisce. Poi dai vincoli delle grandi strutture sovranazionali. In breve: decide Washington. Decide Bruxelles. Decide Londra.

Allora è qui che il lascito del Partito d'Azione torna improvvisamente attuale.

Non perché si debbano riproporre formule del Novecento. Non perché il 1945 possa essere rivissuto. Ma perché gli azionisti avevano intuito una verità che oggi appare più viva che mai: una democrazia esiste davvero solo quando il popolo può decidere del proprio destino.

La nostra Costituzione non si apre con il mercato. Non si apre con la finanza. Non si apre con gli equilibri geopolitici. Ecco perché, a distanza di ottant'anni, il Partito d'Azione continua a parlarci.

Non perché rappresenti una nostalgia. Non perché la storia possa tornare indietro. Ma perché in quel piccolo partito sconfitto sopravvive un'idea di sovranità che oggi sembra scomparsa dal dibattito pubblico.

Da una parte c'è il falso sovranismo delle paure, delle frontiere trasformate in feticcio, delle identità brandite come una clava, degli slogan che promettono la grandezza nazionale e spesso producono soltanto rancore.

Dall'altra c'è il cosmopolitismo del capitale, che predica l'abbattimento di ogni confine non per liberare i popoli, ma per liberare sé stesso da ogni controllo. Un capitale che pretende di attraversare il mondo senza limiti, senza appartenenze, senza responsabilità. Un capitale che accetta la democrazia soltanto finché la democrazia non pretende di governarlo.

Il sovranismo degli azionisti era un'altra cosa.

Era la convinzione che lo Stato democratico dovesse essere abbastanza forte da difendere il lavoro, abbastanza autorevole da disciplinare il mercato, abbastanza libero da scegliere il proprio destino.

Perché la verità che il nostro tempo sembra aver dimenticato è semplice: ogni volta che uno Stato tenta di proteggere i salari, redistribuire la ricchezza, guidare lo sviluppo industriale, difendere i propri interessi strategici, il capitale globale risponde con la minaccia della fuga. Se tassate, ce ne andiamo. Se regolate, ce ne andiamo. Se governate, ce ne andiamo.

È il ricatto permanente della globalizzazione.

Ed è precisamente contro questo ricatto che la sovranità democratica diventa necessaria.

E forse la più grande ironia della storia è che l'unica autentica tradizione sovranista della Repubblica non nasce nelle nostalgie identitarie della destra, ma nelle montagne della Resistenza. Nasce tra uomini che combattevano per la libertà e per la giustizia sociale nello stesso momento. Nasce tra partigiani che volevano uno Stato più forte contro i privilegi, non più debole davanti ai potenti.

Parri, Lussu, La Malfa e i combattenti di Giustizia e Libertà avevano compreso una verità che oggi torna a bussare alle porte della storia: senza sovranità popolare la democrazia si svuota; senza giustizia sociale la libertà diventa un privilegio; senza uno Stato capace di governare l'economia, il potere passa inevitabilmente a chi possiede il denaro.

E allora forse il futuro dell'Italia non consiste nell'inventare nuove ideologie.

Forse consiste nel ritrovare quella dimenticata.

Quella che vedeva nella Repubblica non un mercato, non una piattaforma, non una provincia di imperi più grandi.

Ma una comunità di cittadini liberi, padroni del proprio destino, sovrani nella propria casa.

E responsabili davanti alla propria storia.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




Georgescu: e adesso?!?

 Georgescu: E adesso?!? Calin Georgescu non era un agente di Putin, la magistratura rumena, a quasi due anni dall'annullamento della vi...