Giù le mani dall’italiano
C’è un rumore di fondo, costante, fastidioso, che si impone alle nostre giornate. Non è il traffico, non è il telegiornale, non è nemmeno la pubblicità: è il rantolo di una lingua che viene limata, sbucciata, umiliata fino a diventare irriconoscibile. Chi è? L’italiano che non viene più parlato: viene aggirato.
Ogni giorno i media italiani — tutti, nessuno escluso — compiono lo stesso gesto: evitano l’italiano come si evita un parente imbarazzante. Non lo uccidono di colpo, no. Lo fanno morire lentamente, a forza di parole straniere buttate lì come coriandoli nel vuoto. Startwarming. Overtourism. Closing. Briefing. Day-one. Suonano come rutti aziendali. E la cosa peggiore è che non servono a niente. Abbiamo le parole. Le abbiamo sempre avute. Sono lì, belle, precise, pronte. Ma no: meglio fingere che non esistano.
Il risultato? Una lingua trattata come il relitto di un mondo perduto. Inadatta. Superata. Troppo complessa per un presente che vuole tutto veloce, piatto, intercambiabile. L’italiano diventa un ostacolo, un intralcio, una zavorra da scaricare per salire sul carro di un futuro che parla una sola lingua, e male.
E intanto accade l’assurdo. L’italiano è studiato, amato, desiderato in mezzo mondo. C’è chi lo impara per amore, per passione, per bellezza. E quando queste persone arrivano in Italia — in Italia — cosa trovano? Neolaureati cerebrolesi che si rivolgono loro...in inglese. Musei che rinnegano la propria voce. Uffici turistici che sembrano vergognarsi della più bella lingua del mondo. A volte ti parlano in inglese perfino se rispondi in italiano. Perfino se sei italiano. È una scena da teatro dell’assurdo: un paese che si traveste da straniero per paura di essere se stesso.
Perché succede qui? Perché non succede
in Francia, dove la lingua è una bandiera, non un fardello? Perché
non succede in Spagna, dove nessuno si vergogna di parlare come
mangia?
Perché noi sì?
Non è apertura mentale.
È sudditanza.
Non
è modernità.
È insicurezza
travestita da progresso.
È
l’idea meschina che tutto ciò che arriva dal mondo angloamericano
sia automaticamente migliore, più serio, più autorevole. Anche
quando è brutto. Anche quando è inutile. Anche quando è ridicolo.
E i media sono i principali responsabili. Perché hanno il potere di scegliere le parole. E scegliere le parole significa scegliere il mondo che racconti. Invece preferiscono il linguaggio prefabbricato, senz’anima, senza storia. Perfetto per creare un popolo che non pensa, che non lotta, che non morde. Una neolingua perfetta per non disturbare, per non contestare, per abbaiare senza mordere mai.
Ma una lingua non è solo uno strumento. È un corpo vivo. Respira, sanguina, ama. Non si abita un paese, si abita una lingua. Se abbandoniamo l'italiano, abbandoniamo l'Italia, abdichiamo dal dovere morale di essere veramente italiani.
Luca Costa
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