TRUMP ATTACCA IL PAPA
USA e Israele: DIO È CON
NOI
ANALISI DI UNA RETORICA INACCETTABILE
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C’è uno slogan oscuro che attraversa la storia
politica dell’Occidente: Dio è con noi.
Dallo slogan Gott mit
uns, inciso sulle fibbie dei soldati del Reich prussiano fino alla
retorica contemporanea di Donald Trump e dei suoi sostenitori, l’idea
è sempre la stessa: Dio come legittimazione di ogni nefandezza, come
scudo morale, come marchio di superiorità.
È il triste spettacolo cui assistiamo attualmente,
di fronte a una presidenza USA che attacca il Papa e invoca Dio per
giustificare l’ingiustificabile aggressione ai danni dell’Iran;
di fronte a Israele che si serve della Torah per distruggere tutto
ciò che ostacola i suoi deliri di potere.
Trump e i suoi collaboratori più stretti, come JD
Vance o Marco Rubio, o tanti altri, si dichiarano cristiani. Trump
non esita a mostrarsi in preghiera, anche nello Studio Ovale. La
retorica MAGA non ha mai lesinato riferimenti al Cristianesimo.
Tuttavia, quando leader politici si proclamano
“cristiani” e nello stesso tempo promuovono logiche di dominio,
esclusione o violenza, non siamo di fronte a una semplice incoerenza:
siamo davanti a una manipolazione consapevole.
Il Cristianesimo – e in modo ancora più netto il
cattolicesimo – non è mai stato un’ideologia di potere. È, al
contrario, una religione che nasce dal martirio, dalla sofferenza,
dalla croce. Pretendere di piegarlo a strumento geopolitico
imperialista significa tradirne l’essenza.
In questo contesto, gli attacchi recenti rivolti al
papa da parte dell’amministrazione Trump si inseriscono in una
dinamica ben precisa: delegittimare ogni voce che richiami alla pace,
alla giustizia, alla responsabilità morale nei conflitti
internazionali. In particolare, nel quadro delle tensioni in Medio
Oriente, dove la spaventosa sofferenza di paesi come Iran e Libano si
intreccia con gli interessi economici dei soliti furbetti, la
retorica religiosa diventa un’arma narrativa potentissima per
giustificare guerre ingiustificabili.
Ma è un’arma che si ritorce contro chi la usa. E
contro gli USA...
Perché dire “Dio è con noi” non è un atto di
fede: è un atto di potere. Significa arrogarsi il diritto di
stabilire chi è nel giusto e chi è nel torto, chi merita protezione
e chi può essere sacrificato. È una formula che elimina il dubbio,
cancella la complessità, giustifica l’ingiustificabile. La storia
lo dimostra: ogni volta che Dio è stato arruolato in una guerra, la
fede ne è uscita ferita, e l’umanità umiliata.
La prospettiva cristiana autentica è radicalmente
opposta. Non è Dio che deve essere “con noi”; siamo noi che
dobbiamo essere con Dio. E questa non è una questione retorica, ma
di etica. Essere “con Dio” significa stare dalla parte della pace
quando i prepotenti vogliono la guerra, stare dalla parte della
giustizia quando è scomoda e difficile ma necessaria, difendere la
dignità umana anche quando contraddice interessi geopolitici o
ideologie alla moda.
Significa, soprattutto, rifiutare l’idea che la
prepotenza sia una prova di verità.
Il problema della retorica di Trump e di chi la
sostiene non è solo politico. È spirituale. Trasforma il
Cristianesimo in un’identità tribale pagana, in un marchio di
appartenenza, svuotandolo della sua dimensione universale.
E allora la nostra risposta di cristiani non può
essere timida. Bisogna dirlo chiaramente: usare Dio per giustificare
l’imperialismo più bieco è una forma di idolatria. Non è fede, è
propaganda. Non è religione, è strumentalizzazione.
Il Cristianesimo non è uno slogan né un hashtag
elettorale. È una chiamata esigente, scomoda, incompatibile con ogni
progetto di dominio. Chi lo dimentica – ieri come oggi – non sta
difendendo la fede. Sta semplicemente pronunciando il nome di Dio
invano.
C’è un passaggio ulteriore, ancora più delicato,
che va affrontato senza ambiguità: il legame tra religione e potere
politico cambia profondamente a seconda delle tradizioni, e non tutte
hanno gli stessi anticorpi contro la tentazione del “Dio con noi”.
Nel mondo protestante, soprattutto a partire dalla
Riforma, si è affermato un modello preciso: la nascita di chiese
nazionali strettamente intrecciate allo Stato. L’esempio più noto
è la Chiesa d'Inghilterra, in cui il sovrano è formalmente il capo
della Chiesa. Ma non è un’eccezione isolata: lo stesso schema si
ritrova nei paesi scandinavi, dove per secoli le chiese riformate
sono state istituzioni statali, strumenti di coesione nazionale oltre
che religiosa. In questo contesto, lo slittamento è quasi
inevitabile: la fede rischia di diventare identità politica, e Dio
finisce per coincidere con la nazione.
È in questo terreno che attecchisce facilmente una
formula come Gott mit uns. Non più un Dio universale, ma un Dio
“nostro”, legato a un popolo, a un esercito, a un progetto
storico. Il passo successivo è breve: se Dio è con noi, allora ciò
che facciamo – anche la guerra, anche la conquista – può essere
sempre giustificato a prescindere.
Questa dinamica richiama anche un’altra tradizione:
quella dell’identità religiosa nazionale di Israele, specie con
Netanyahu al potere. È innegabile in Israele stia emergendo una
dimensione teologico-politica che richiama l’elezione biblica e il
rapporto privilegiato con la terra promessa.
Nella lettura più radicale dell’Antico Testamento,
emerge un popolo che agisce nella convinzione di essere guidato e
legittimato da Dio, anche quando le azioni descritte – guerre,
distruzioni, annientamenti – risultano moralmente problematiche. È
una narrazione teologica, non un manuale politico; eppure, quando
essa viene traslata senza mediazioni nella contemporaneità può
alimentare visioni assolutistiche: la terra promessa, il Grande
Israele come diritto incondizionato, i confini come qualcosa di
aperto, espandibile, mai definitivamente dichiarato.
Qui si entra in un territorio scivoloso, dove la
religione rischia di essere utilizzata per rafforzare rivendicazioni
geopolitiche. E quando questo accade, il linguaggio torna a essere
quello già visto: Dio come garante, come alleato, come
giustificazione ultima.
Per noi cattolici, però, questa impostazione è
totalmente e radicalmente inaccettabile.
Il cattolicesimo, nella sua struttura universale, ha
sempre cercato – pur tra mille contraddizioni storiche – di
separare il piano della fede da quello del potere politico. Non
esiste una “nazione cattolica” che possa rivendicare Dio come
proprietà. Non esiste un popolo che possa dire, senza tradire il
Vangelo, “Dio è dalla nostra parte” contro altri. Esiste,
semmai, una responsabilità personale e collettiva: cercare di essere
dalla parte di Dio.
È il messaggio di San Paolo. Se siamo cristiani
siamo uno in Cristo. Non esistono più i “noi” e i “loro”.
Non ci si definisce cristiani in opposizione a un altro gruppo umano
(gli infedeli, i goim, gli eretici, i papisti, ecc.) ma in amore con
Cristo, amore per la Chiesa e in amore per il prossimo. Punto.
Ed essere dalla parte di Dio, nella prospettiva
cristiana, significa una cosa molto concreta: rifiutare la prepotenza
come strumento di affermazione, rifiutare la guerra come destino
inevitabile, rifiutare l’idea che il fine giustifichi i mezzi.
È esattamente questo il richiamo che papa Leone XIV
ha riportato al centro nei suoi recenti interventi: non una fede
identitaria, ma una fede esigente, che giudica il potere politico
invece di servirlo incondizionatamente come invece vorrebbe Trump.
Ed è qui che emerge un’altra contraddizione, più
contemporanea e politicamente rilevante. Figure come JD Vance e Marco
Rubio (ma anche Giorgia Meloni e Tajani in Italia) hanno
costantemente costruito il loro consenso sull’elettorato cattolico
presentandosi come interpreti di valori religiosi nella sfera
pubblica. Ma questo comporta una responsabilità!
Non si tratta di pretendere dimissioni o gesti
eclatanti ogni volta che un leader politico – come Donald Trump –
attacca il papa (anche se…), ma almeno ci si poteva aspettare una
misura forte, un richiamo aperto e netto al rispetto istituzionale e
spirituale: sarebbe stato il minimo. Perché il silenzio, o peggio
l’allineamento retorico, rischia di trasformarsi in complicità.
Quando si rivendica un’identità cattolica nello
spazio pubblico, non lo si può fare a intermittenza. Non si può
evocare la fede per mobilitare consenso e poi dimenticarla quando
essa chiede coerenza, quando invita alla moderazione, quando mette in
discussione la logica dello scontro.
Il punto, in fondo, resta sempre lo stesso: Dio non è
un alleato geopolitico. Non è una bandiera. Non è uno slogan.
Chi lo trasforma in questo, che si tratti di imperi
del passato, stati moderni o leader contemporanei come Donald Trump,
non sta difendendo la religione. Sta semplicemente piegandola al
potere. E questa, più che una deviazione politica, è una frattura
spirituale profonda. E forse insanabile.
Luca Costa
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