LA SPIRALE
Come il delitto Matteotti cambiò il
volto del fascismo (e forse della storia europea)
1. Una domanda diversa per raccontare
la nascita della dittatura
La storia del fascismo italiano viene spesso raccontata
attraverso una successione di eventi che, almeno a posteriori,
sembrano condurre inevitabilmente alla dittatura: la crisi dello
Stato liberale, il Biennio Rosso, la violenza squadrista, la marcia
su Roma, l'assassinio di Giacomo Matteotti, la secessione
dell'Aventino e, infine, il discorso pronunciato da Benito Mussolini
alla Camera il 3 gennaio 1925. In questa ricostruzione, la crisi
Matteotti rappresenta il momento in cui il fascismo, fino ad allora
ancora parzialmente compatibile con le istituzioni liberali,
rivela apertamente la propria natura dittatoriale.
È una ricostruzione che tuttavia non basta a spiegare
la dinamica politica che condusse alla trasformazione del regime. Si
insiste infatti, comprensibilmente, sulla debolezza delle
opposizioni, sulla loro divisione e sulla scelta della scellerata
secessione aventiniana di abbandonare il Parlamento, ma si dedica
meno attenzione a una questione altrettanto importante: quanto
erano realmente solide le forze (industria, finanza,
latifondo) che avevano portato al potere
Mussolini e, soprattutto, potevano (in quel
fatidico istante) fare a meno di lui?
La domanda potrebbe essere formulata in termini ancora
più provocatori: Mussolini rimase al potere soltanto perché i suoi
avversari non riuscirono a mandarlo via, oppure anche perché i suoi
sponsor, che avrebbero potuto determinare la sua uscita di scena, non
disponevano di un'alternativa politica credibile?
Questa seconda prospettiva permette di osservare la
crisi del 1924 da un'angolazione diversa. Non soltanto come il
momento della sconfitta delle opposizioni democratiche, ma anche come
la crisi di una coalizione di potere che, pur avendo contribuito
all'ascesa del fascismo, non aveva mai elaborato un progetto politico
sufficientemente autonomo da poter sopravvivere a un'eventuale caduta
del governo Mussolini.
Per comprendere questa dinamica occorre tornare
indietro, al momento in cui il fascismo si affermò come risposta
alla crisi sociale e politica dell'Italia del primo dopoguerra.
2. Il fascismo come strumento di
restaurazione sociale
Tra il 1919 e il 1920 l'Italia attraversò una fase di
conflittualità sociale senza precedenti nella sua storia unitaria.
Il Biennio Rosso fu caratterizzato da scioperi, occupazioni delle
fabbriche, mobilitazioni contadine, agitazioni nelle campagne,
crescita delle organizzazioni sindacali e affermazione politica del
Partito socialista e del Partito Popolare. Le elezioni del novembre
1919 avevano inoltre mostrato quanto fosse cambiato il panorama
politico nazionale: il Partito socialista ottenne 156 deputati,
mentre il Partito popolare ne conquistò circa cento, segnando
l'ingresso definitivo delle grandi organizzazioni di massa nella vita
parlamentare.
Per una parte delle classi dirigenti, degli industriali
e dei proprietari terrieri, la situazione appariva come una minaccia
all'ordine economico e sociale esistente. Le occupazioni delle
fabbriche del settembre 1920, le rivendicazioni operaie, la forza
delle leghe contadine e il radicamento delle amministrazioni
socialiste in numerosi comuni sembravano mettere in discussione non
soltanto i rapporti di lavoro, ma anche l'autorità tradizionale dei
proprietari e la capacità dello Stato liberale di garantire la
stabilità.
È importante precisare che non si trattava
necessariamente di una rivoluzione bolscevica imminente, organizzata
e dotata di una concreta possibilità di conquistare il potere
nazionale. Il Partito socialista era attraversato da profonde
divisioni, il movimento operaio non disponeva di una direzione
politica unitaria e il Partito popolare, pur rappresentando una
grande forza di massa, non era affatto assimilabile al socialismo
rivoluzionario. Tuttavia, la percezione di una trasformazione
radicale dei rapporti sociali era sufficientemente diffusa da
produrre una reazione altrettanto radicale (sull'argomento, leggere
Marcia su Roma e dintorni, di Emilio Lussu).
Il fascismo trovò in questa situazione il proprio
spazio di affermazione. Le squadracce fasciste
offrirono a proprietari terrieri e settori dell'industria uno
strumento di intervento diretto contro le organizzazioni sindacali,
le leghe contadine, le cooperative, le amministrazioni socialiste e i
militanti che animavano le mobilitazioni popolari. La violenza non fu
dunque soltanto un elemento ideologico o una manifestazione di
fanatismo politico: divenne anche uno strumento concreto di
trasformazione dei rapporti di forza economici e sociali.
La ricerca di Daron Acemoglu, Giuseppe De Feo,
Giacomo De Luca e Gianluca Russo, pubblicata nel 2022 nel Quarterly
Journal of Economics con il titolo War,
Socialism, and the Rise of Fascism: An Empirical Exploration,
ha contribuito a documentare empiricamente il legame tra la forza del
socialismo locale e la successiva affermazione del fascismo,
mostrando anche il ruolo delle associazioni dei proprietari terrieri
e delle élite locali nel favorire la mobilitazione fascista.
Questo elemento è fondamentale, perché consente di
interpretare l'ascesa del fascismo anche come una forma di
controrivoluzione preventiva: non necessariamente la risposta a una
rivoluzione già organizzata e pronta a conquistare il potere, quanto
piuttosto il tentativo di impedire che il movimento operaio e
contadino consolidasse ulteriormente la propria forza e modificasse
stabilmente l'equilibrio sociale del Paese.
In questo contesto, una parte delle élite economiche
non aveva bisogno di immaginare un nuovo modello di Stato. Non
occorreva che industriali, banchieri, grandi proprietari terrieri,
agrari della pianura padana e settori della finanza elaborassero
insieme una concezione filosofica del totalitarismo. Le loro
posizioni erano diverse, i loro interessi non coincidevano e non
esisteva necessariamente una visione comune del futuro politico
dell'Italia.
Era sufficiente una convergenza su alcuni obiettivi
immediati: la riduzione del conflitto sociale, la fine delle
occupazioni, l'indebolimento dei sindacati, la restaurazione della
disciplina nelle fabbriche e nelle campagne, la difesa della
proprietà privata e il ripristino di condizioni favorevoli alla
produzione e agli investimenti.
Il fascismo appariva in grado di garantire tutto questo
con un'efficacia che il vecchio Stato liberale sembrava ormai
incapace di assicurare.
3. Il liberismo autoritario: poco
Stato nell'economia, molto Stato nella repressione
La formula che forse meglio descrive questa prima
convergenza è quella di un liberismo autoritario: un
orientamento economico favorevole all'iniziativa privata, alla
riduzione di alcuni oneri fiscali, al contenimento della spesa
pubblica e alla libertà d'impresa, accompagnato da una concezione
estremamente repressiva dell'ordine pubblico e del conflitto sociale.
Certo, il fascismo era fin dall'inizio profondamente
ostile al pluralismo democratico e alla piena libertà delle
organizzazioni politiche. Si trattava piuttosto di una combinazione
nella quale la libertà economica dei proprietari e degli
imprenditori poteva convivere con la negazione delle libertà
politiche e sindacali di coloro che contestavano i rapporti di
proprietà e di lavoro.
Il primo Mussolini, soprattutto nel discorso
parlamentare del 21 giugno 1921 (il suo primo discorso da deputato) e
nella fase che precedette la marcia su Roma, non presentava ancora il
progetto dello Stato totalitario che sarebbe stato sistematizzato
negli anni successivi. La sua retorica economica è polemica nei
confronti dello statalismo, della burocrazia e dell'intervento
pubblico, mentre il suo movimento raccoglieva consensi proprio fra
quei settori che desideravano ridurre il peso delle organizzazioni
operaie e ristabilire condizioni di maggiore libertà per
l'iniziativa privata.
Questa impostazione trovò una corrispondenza concreta
nel primo governo Mussolini. Con Alberto De' Stefani al Ministero
delle Finanze, dal 1922 al 1925, venne perseguita una politica di
risanamento del bilancio, contenimento della spesa e incentivazione
dell'accumulazione privata. Furono ridotte alcune imposte sui
profitti societari e vennero realizzate importanti privatizzazioni,
mentre il governo cercava di favorire il risparmio e gli
investimenti. Non si trattò di una semplice abolizione delle
imposte, né di un disimpegno assoluto dello Stato: la politica
fiscale comprese anche un ampliamento della base imponibile e un
incremento delle entrate. Tuttavia, l'indirizzo generale fu
favorevole alla produzione privata e alla riduzione di alcuni vincoli
ereditati dall'economia di guerra.
Il fascismo dei primi anni Venti poteva quindi apparire
a una parte del mondo economico come un governo capace di garantire
contemporaneamente ordine sociale, disciplina del lavoro, riduzione
di alcuni oneri pubblici e maggiore libertà d'azione per le imprese.
La violenza squadrista aveva già preparato il terreno.
Il governo fascista sembrava ora in grado di tradurre sul piano
istituzionale quella restaurazione dei rapporti di forza che le
squadre avevano perseguito nelle campagne e nelle città.
Ma proprio qui emerge una distinzione che sarà
decisiva per comprendere la crisi successiva: sostenere Mussolini
come garante dell'ordine economico e sociale non significava
necessariamente aderire a un progetto totalitario, né desiderare la
distruzione definitiva dello Stato liberale.
Franklin Hugh Adler, nel suo importante studio
Italian Industrialists from Liberalism to
Fascism: The Political Development of the Industrial Bourgeoisie,
1906–1934, pubblicato nel 1995, ha
ricostruito proprio questa convergenza fra liberalismo economico,
interessi industriali e fascismo. La sua interpretazione mette in
guardia dalle spiegazioni che riducono il fascismo a un semplice
strumento di classe degli industriali, ma documenta anche come
Confindustria avesse mantenuto una propria identità liberale,
sostenendo Mussolini in modo condizionato e contingente come
presidente del Consiglio, non necessariamente come Duce né come
espressione di un nuovo ordine totalitario.
La distinzione è essenziale: le forze che
contribuirono all'ascesa di Mussolini non erano necessariamente le
stesse che avrebbero desiderato governare attraverso un partito
unico, subordinare ogni organizzazione economica allo Stato e
trasformare integralmente la società italiana.
4. Il delitto Matteotti: la frattura
del compromesso
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti pronunciò alla
Camera il suo ultimo grande discorso pubblico. Contestò la
legittimità delle elezioni del 6 aprile, denunciando le violenze, le
intimidazioni e le irregolarità che avevano accompagnato la campagna
elettorale fascista. Chiese l'invalidazione dei risultati, mentre dai
banchi della maggioranza si levavano proteste e interruzioni.
Pochi giorni dopo, il 10 giugno, Matteotti venne rapito
e assassinato da un gruppo di fascisti legati alla struttura
clandestina della violenza politica del regime. Il suo corpo sarebbe
stato ritrovato soltanto il 16 agosto, nelle campagne di Riano.
L'omicidio provocò una crisi di legittimità senza
precedenti per il governo Mussolini. L'indignazione attraversò
ambienti politici, giornalistici e sociali molto diversi,
raggiungendo anche settori che fino ad allora avevano guardato con
favore al fascismo. Il problema non era più soltanto la violenza
esercitata contro socialisti, sindacalisti e oppositori nelle
province italiane: era diventato impossibile ignorare che un
deputato, eletto e protetto dalle prerogative parlamentari, era stato
rapito e ucciso da uomini appartenenti all'apparato fascista.
La secessione dell'Aventino, con il ritiro delle
opposizioni dal Parlamento, rappresentò una delle peggiori risposte
possibili alla crisi. La scelta si sarebbe rivelata politicamente
inefficace, perché lasciò al governo e alla maggioranza fascista il
controllo dell'aula parlamentare. Ma spiegare la sopravvivenza di
Mussolini soltanto attraverso la debolezza dell'Aventino rischia di
lasciare in ombra un altro elemento: la crisi investì anche la
coalizione che aveva sostenuto il suo governo.
Il delitto Matteotti aveva infatti reso impossibile
mantenere insieme due obiettivi che fino ad allora erano apparsi
compatibili: utilizzare il fascismo per ristabilire l'ordine sociale
e conservare, almeno formalmente, la continuità dello Stato liberale
e delle sue istituzioni.
Una parte dei sostenitori di Mussolini desiderava la
normalizzazione. Voleva un governo capace di garantire la disciplina
sociale e la stabilità economica, ma non necessariamente un regime
fondato sulla soppressione definitiva del pluralismo politico. Il
fascismo, in questa prospettiva, avrebbe dovuto restare uno strumento
di restaurazione, non diventare un potere autonomo e incontrollabile.
È proprio questa contraddizione che la crisi del 1924
portò alla luce.
5. Gli industriali prendono le
distanze: il caso Ettore Conti
Fra i documenti più significativi per
comprendere il comportamento delle élite economiche vi è la
ricostruzione che Enrico Decleva dedicò a Ettore Conti nel
Dizionario Biografico degli Italiani
della Treccani.
Conti non era un personaggio marginale. Imprenditore
dell'industria elettrica, era stato presidente della Confederazione
generale dell'industria e vicepresidente della Banca Commerciale
Italiana. Rappresentava dunque una figura di primo piano del mondo
industriale e finanziario italiano.
La sua vicenda permette di osservare con particolare
chiarezza le oscillazioni di una parte della borghesia economica
durante la crisi Matteotti.
Il 9 settembre 1924 Conti partecipò, insieme a
Olivetti, Benni e Pirelli, a una delegazione della Confindustria
ricevuta da Mussolini. Gli industriali presentarono al presidente del
Consiglio un memoriale dai toni fermi e critici, nel quale
ricordavano le ragioni del loro precedente consenso al governo: la
necessità di assicurare alla produzione e all'industria un ambiente
più favorevole.
Ma il documento conteneva un'affermazione
particolarmente significativa. Le classi industriali consideravano
essenziale il rispetto delle leggi, proprio a tutela della libertà
d'industria.
Queste parole impongono una precisazione: il mondo
industriale non era un blocco omogeneo e non tutti gli imprenditori
desideravano una repressione indiscriminata del movimento operaio.
Una parte degli industriali temeva ormai che la violenza fascista,
invece di garantire la stabilità, potesse compromettere la libertà
d'impresa e la stessa normalità dei rapporti economici. Il memoriale
chiedeva uno Stato capace di garantire l'ordine attraverso la legge,
non un governo ostaggio delle squadre che rapiscono e ammazzano
deputati.
Il 7 ottobre Conti comunicò al ministro liberale
Alessandro Casati il parere degli ambienti industriali milanesi, fra
i quali figuravano Pirelli e Gallavresi: i ministri liberali
avrebbero dovuto rimanere al loro posto, eventualmente dopo un
chiarimento con Mussolini. Era ancora un tentativo di condizionare il
governo dall'interno, conservando una componente liberale e impedendo
che il fascismo si allontanasse definitivamente dalla normalizzazione
istituzionale.
Ma il passaggio più significativo si verificò il 3
dicembre 1924, quando Conti prese la parola in Senato dichiarando di
rappresentare il pensiero di moltissimi produttori. Riconobbe che il
fascismo aveva ottenuto risultati sul terreno della «restaurazione
materiale», ma osservò che a questi non era corrisposta una
necessaria «restaurazione morale». Aggiunse che, nell'attesa che si
formasse una nuova classe dirigente, era inevitabile ricorrere alla
competenza della vecchia classe politica.
Il suo intervento conteneva un invito piuttosto
trasparente alle dimissioni di Mussolini.
È difficile immaginare una testimonianza più
significativa della distanza che poteva ormai separare una parte del
mondo industriale dal presidente del Consiglio che aveva contribuito
a sostenere. Conti non stava rinnegando la restaurazione sociale
perseguita dal fascismo, né manifestava improvvisamente una
conversione democratica. Cercava piuttosto una soluzione politica che
salvaguardasse i risultati economici e sociali ottenuti, senza
lasciare che la crisi del governo compromettesse ulteriormente la
stabilità del Paese.
La vicenda di Conti mostra dunque che la convergenza
fra industriali e fascismo non era un'adesione ideologica
incondizionata. Era un rapporto fondato su interessi, aspettative e
condizioni che potevano mutare.
6. Il problema del piano B: chi
avrebbe potuto sostituire Mussolini?
A questo punto si apre la questione centrale della
nostra interpretazione.
Se una parte delle élite economiche e politiche era
ormai insoddisfatta della gestione mussoliniana della crisi, perché
il presidente del Consiglio non venne sostituito?
La spiegazione tradizionale insiste sulla divisione
delle opposizioni, sulla scelta aventiniana, sulla debolezza dei
partiti democratici e sull'atteggiamento della monarchia. Tutti
elementi importanti, ma forse non sufficienti.
Occorre chiedersi se esistesse davvero un'alternativa
politica capace di raccogliere il consenso dei settori liberali,
conservatori, monarchici e industriali che avevano contribuito alla
formazione del governo Mussolini.
I nomi non mancavano. Giovanni Giolitti conservava
un'autorevolezza storica, Antonio Salandra rappresentava una figura
di riferimento della destra liberale, Vittorio Emanuele Orlando
disponeva di un prestigio istituzionale considerevole e Luigi
Federzoni poteva rappresentare un punto di raccordo fra nazionalismo,
monarchia e fascismo.
Ma l'esistenza di nomi autorevoli non equivaleva alla
disponibilità di una maggioranza politica.
Durante la crisi Matteotti, Federzoni emerse come
possibile figura di successione. La sua posizione era particolarmente
delicata: nazionalista, ministro dell'Interno dal giugno 1924,
interlocutore della monarchia e uomo che aveva svolto un ruolo
importante nella mediazione fra il fascismo e le istituzioni
tradizionali.
La biografia di Federzoni pubblicata da Albertina
Vittoria nella Treccani riferisce che, secondo testimonianze
contemporanee, si era diffusa l'impressione che egli potesse aspirare
a succedere a Mussolini. La stessa ricostruzione riporta però un
episodio decisivo: il 30 dicembre 1924, quando i ministri liberali
Giuseppe Casati e Giovanni Sarrocchi avanzarono l'ipotesi delle
dimissioni di Mussolini, Federzoni, che Sarrocchi aveva indicato
imprudentemente come possibile successore, si oppose vivacemente,
insieme ai ministri militari Alberto Di Giorgio e Paolo Thaon di
Revel.
Il 30 dicembre costituisce uno dei momenti più
significativi dell'intera crisi. Le dimissioni di Mussolini vennero
effettivamente discusse all'interno del Consiglio dei ministri, ma
non si produsse una soluzione condivisa. La possibilità di un
cambiamento politico rimase priva di una maggioranza sufficientemente
determinata a sostenerla.
Giolitti e Orlando erano ormai collocati su posizioni
di opposizione al governo, Salandra aveva attraversato una fase di
sostegno e di successivo distanziamento, mentre Federzoni, pur
essendo stato considerato un possibile successore, non volle assumere
quel ruolo nel momento decisivo. Non è dunque corretto affermare che
esistesse una candidatura alternativa già pronta e formalmente
concordata; è però altrettanto difficile sostenere che nessuno
avesse mai pensato a una soluzione diversa da Mussolini.
Il problema sembra essere stato proprio l'incapacità
di trasformare le diverse ipotesi in un progetto politico comune.
La monarchia avrebbe potuto revocare l'incarico al
presidente del Consiglio. Il re Vittorio Emanuele III disponeva di
una prerogativa costituzionale decisiva e la sua scelta di non
intervenire fu una delle condizioni fondamentali della sopravvivenza
di Mussolini. Ma anche la Corona si trovava di fronte al problema di
una successione incerta, alla presenza di uno squadrismo ancora
attivo e alla possibilità che la caduta del governo aprisse una
nuova fase di conflitto.
La debolezza delle opposizioni antifasciste, quindi,
non esaurisce la spiegazione. Bisogna considerare anche la debolezza
di una classe dirigente che aveva contribuito a rendere Mussolini
indispensabile, senza riuscire a costruire un'alternativa capace di
sostituirlo.
Franklin Hugh Adler ha sottolineato proprio
l'incapacità della borghesia e della classe dirigente liberale di
ricostituire un regime legittimo e politicamente funzionante sulla
base delle tradizionali strutture del liberalismo italiano. L'ascesa
di Mussolini, nella sua interpretazione, non dimostrava soltanto la
forza del fascismo, ma anche la crisi di capacità politica delle
élite che avevano dominato l'Italia liberale.
7. Mussolini comprende di non essere
più soltanto uno strumento
Qui la ricostruzione assume una dimensione ulteriore.
Mussolini era arrivato al governo grazie a una
convergenza di interessi diversi: agrari, industriali, nazionalisti,
conservatori, monarchici, settori della classe media e componenti del
vecchio establishment liberale. Ognuno di questi gruppi poteva
immaginare di utilizzare il fascismo per raggiungere obiettivi
propri. Ma nessuno di essi disponeva di un controllo autonomo
sull'intero movimento.
La crisi Matteotti rese evidente questa dipendenza
reciproca, ma anche la sua crescente asimmetria.
Una parte dei sostenitori avrebbe desiderato un ritorno
alla normalità istituzionale, mentre gli intransigenti fascisti
rifiutavano ogni compromesso e consideravano la normalizzazione un
tradimento della rivoluzione fascista. Il presidente del Consiglio si
trovava quindi davanti a una scelta: tentare di ricostruire il
rapporto con i liberali e i fiancheggiatori, oppure affidarsi sempre
più alla componente intransigente del proprio movimento.
Il 3 gennaio 1925 Mussolini scelse la seconda strada.
Nel suo discorso alla Camera dichiarò di assumersi la responsabilità
politica, morale e storica di quanto era accaduto e sfidò
apertamente le opposizioni a procedere contro di lui.
La sua posizione non era più quella di un presidente
del Consiglio che cercava di mediare fra le diverse componenti della
maggioranza. Era quella di un capo politico che rivendicava la
propria centralità e che, di fronte alla crisi, sceglieva di
trasformarla in un'occasione per consolidare il proprio potere.
È possibile leggere questo passaggio anche attraverso
un'ipotesi interpretativa: Mussolini comprese progressivamente che
i gruppi che avevano contribuito alla sua ascesa avevano bisogno di
lui più di quanto lui avesse bisogno della loro approvazione
politica. Non si tratta di una certezza psicologica dimostrabile,
ma di una lettura dei rapporti di forza che aiuta a spiegare la
scelta del gennaio 1925.
Il presidente del Consiglio poteva ancora essere
abbandonato da alcuni settori industriali, criticato dai liberali e
contestato da una parte dei conservatori; ma nessuno di questi gruppi
sembrava disposto ad assumersi fino in fondo il rischio di
sostituirlo.
Il fascismo, da strumento di restaurazione sociale,
cominciava così a diventare un soggetto politico sempre più
autonomo.
8. Dal liberismo autoritario allo
Stato totalitario: una trasformazione, non una conversione improvvisa
La trasformazione del fascismo in dittatura non avvenne
tutta il 3 gennaio 1925. Il discorso di Mussolini rappresentò una
svolta politica fondamentale, ma la costruzione del regime si
sviluppò attraverso una successione di provvedimenti e di
trasformazioni istituzionali.
Tra il 1925 e il 1926 vennero approvate le cosiddette
leggi fascistissime, che ridussero progressivamente le libertà
politiche, rafforzarono il potere del capo del governo, abolirono la
libertà di organizzazione politica e sindacale, modificarono
l'amministrazione locale e prepararono la soppressione definitiva del
pluralismo. Nel novembre 1926 i partiti di opposizione vennero messi
fuori legge e il regime completò la trasformazione dello Stato
liberale in un sistema a partito unico.
La successiva evoluzione economica e istituzionale
avrebbe ulteriormente modificato il rapporto fra Stato e società. La
crisi del 1929, la fondazione dell'IRI nel 1933, l'autarchia, il
crescente intervento pubblico e la preparazione militare avrebbero
portato il regime molto lontano dall'indirizzo economico liberista
dei primi anni Venti.
Non si trattò però di un semplice ritorno al
socialismo. Il fascismo non recuperò il programma marxista, la lotta
di classe o la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.
Conservò la proprietà privata, ma subordinò progressivamente le
organizzazioni economiche e sociali agli obiettivi politici del
regime. La corporazione, nella sua concezione ufficiale, avrebbe
dovuto superare il conflitto fra capitale e lavoro attraverso la loro
integrazione nello Stato fascista, negando l'autonomia delle
organizzazioni sindacali e la possibilità di una libera
contrattazione politica e sociale.
È qui che torna utile considerare la formazione
socialista di Mussolini. Prima della guerra egli era stato un
importante dirigente del Partito socialista, direttore dell'«Avanti!»
e protagonista della corrente rivoluzionaria. Il suo allontanamento
dal socialismo internazionalista non cancellò però ogni elemento
della sua precedente cultura politica: rimasero una concezione
volontaristica della politica, il culto dell'azione, la mobilitazione
delle masse e l'idea che la società potesse essere trasformata
attraverso una volontà politica organizzata.
Non si può parlare di un semplice ritorno al
socialismo, ma neppure immaginare che il fascismo fosse diventato
soltanto un movimento conservatore e liberista. In esso convivevano
nazionalismo, rivoluzionarismo, autoritarismo, mobilitazione di massa
e aspirazione a una nuova organizzazione della società.
A fornire una sistemazione filosofica a questa
concezione avrebbe contribuito Giovanni Gentile, attraverso il
proprio attualismo e la dottrina dello Stato etico. La celebre
formulazione secondo cui «tutto è nello Stato» e nulla di umano o
spirituale esiste al di fuori di esso comparve nella Dottrina
del fascismo del 1932, pubblicata
nell'Enciclopedia Italiana e redatta con il contributo di Gentile e
Mussolini.
È importante non proiettare retroattivamente questa
formulazione sul Mussolini del 1921. Nel 1921 non esisteva ancora una
dottrina totalitaria compiutamente sistematizzata, né è possibile
dimostrare che gli industriali e i proprietari terrieri che
finanziavano le squadre fasciste avessero in mente un simile modello
di Stato.
La distanza fra i due momenti è precisamente ciò che
rende significativa la trasformazione del 1924-25.
Il fascismo non si limitò a garantire la restaurazione
dei rapporti sociali precedenti: sviluppò progressivamente una
propria rivoluzione politica, istituzionale e culturale, nella quale
lo Stato pretendeva di organizzare e dirigere l'intera vita
nazionale.
Il paradosso è evidente. Le forze economiche che
avevano contribuito all'ascesa del fascismo per ridurre il conflitto
sociale e difendere la propria autonomia finirono per trovarsi
inserite in un sistema che subordinava anche loro alla volontà
politica del regime.
9. Una spirale che supera i confini
italiani?
La questione non riguarda soltanto la storia italiana.
La trasformazione del fascismo dopo la crisi Matteotti ebbe un
significato europeo, anche se occorre evitare di attribuirle
conseguenze automatiche o di costruire rapporti di causa-effetto
troppo semplici.
La marcia su Roma del 1922 aveva già rappresentato un
precedente importante per i movimenti nazionalisti e autoritari
europei. Adolf Hitler guardò all'esperienza italiana e al successo
di Mussolini come a un modello di conquista del potere. Il tentativo
del putsch di Monaco del novembre 1923, tuttavia, precedette il
delitto Matteotti: non è quindi possibile sostenere che la
successiva trasformazione totalitaria del fascismo abbia ispirato
l'iniziale strategia hitleriana.
È più corretto chiedersi quale influenza avrebbe
potuto esercitare un fascismo italiano diverso, se Mussolini fosse
stato costretto a lasciare il governo nel 1924 o se fosse riuscito a
mantenere una formula autoritaria ma ancora inserita in un sistema
istituzionale pluralistico.
Un'Italia nella quale il fascismo fosse rimasto un
movimento di governo autoritario, sostenuto da una coalizione
conservatrice e liberale, avrebbe probabilmente rappresentato un
modello differente per i movimenti europei. Non necessariamente meno
violento o meno antidemocratico, ma diverso nella concezione del
rapporto fra partito, Stato, società ed economia.
Anche il caso spagnolo richiede cautela. Il regime di
Francisco Franco, nato dalla guerra civile del 1936-1939 e
consolidato grazie anche al sostegno militare italiano e tedesco, non
fu una semplice riproduzione del modello mussoliniano. La sua
struttura fu fortemente militare, conservatrice e cattolica, mentre
la componente falangista venne progressivamente subordinata al potere
del Caudillo. Il franchismo conobbe elementi di fascistizzazione, ma
non realizzò nella stessa misura il progetto di mobilitazione
totalitaria della società perseguito dal fascismo italiano e dal
nazismo.
Il confronto europeo serve dunque non a sostenere
che il delitto Matteotti abbia determinato direttamente la storia di
Hitler o Franco, ma a riconoscere che la trasformazione del fascismo
italiano contribuì a definire uno dei modelli politici più
influenti dell'Europa fra le due guerre.
La crisi del 1924 fu un passaggio importante proprio
perché rese visibile la possibilità che un movimento nato e
sostenuto anche per restaurare l'ordine sociale potesse trasformarsi
in un progetto autonomo di rifondazione dello Stato.
10. La responsabilità di chi aveva
costruito lo strumento
Rimane, infine, una questione che riguarda direttamente
le responsabilità storiche delle classi dirigenti italiane.
La monarchia e le élite economiche che avevano
favorito l'ascesa del fascismo non erano necessariamente unite da una
concezione totalitaria dello Stato. Molte di esse avevano sostenuto
Mussolini perché ritenevano che il suo movimento fosse in grado di
ristabilire l'ordine, spezzare la forza delle organizzazioni operaie
e contadine, difendere la proprietà e garantire condizioni
favorevoli alla produzione.
Quando il delitto Matteotti rese evidente il costo
politico di quella convergenza, una parte degli industriali e dei
liberali cercò di prendere le distanze dal governo. Il caso di
Ettore Conti dimostra che non tutti avevano accettato senza riserve
la trasformazione del fascismo in dittatura e che alcuni avevano
persino auspicato le dimissioni di Mussolini.
Ma la presa di distanza non si tradusse in una capacità
effettiva di sostituzione. Le alternative furono discusse, i nomi
circolarono, alcuni uomini politici vennero indicati come possibili
successori, ma non si costruì una soluzione condivisa e
sufficientemente forte da imporsi al presidente del Consiglio e alla
monarchia.
Il fascismo aveva dunque raggiunto una posizione
paradossale: coloro che lo avevano sostenuto per i propri interessi
non riuscivano più a controllarlo, mentre coloro che avrebbero
potuto opporsi alla sua trasformazione non erano in grado di
ricostituire un'autorità politica alternativa.
La responsabilità di queste élite non consiste
soltanto nell'avere finanziato o tollerato la violenza squadrista, ma
anche nell'avere contribuito a distruggere le condizioni politiche e
istituzionali che avrebbero potuto consentire una soluzione diversa.
Avevano cercato nel fascismo uno strumento di
restaurazione e avevano contribuito a renderlo indispensabile. Quando
quello strumento divenne un potere autonomo, non furono più capaci
di liberarsene.
Conclusione. Il momento in cui la
spirale si chiude
Il delitto Matteotti non inventò il fascismo
totalitario, né cancellò improvvisamente un precedente movimento
liberale e democratico. Il fascismo era già un movimento violento,
antidemocratico, nazionalista e profondamente ostile al pluralismo.
La sua ambizione di trasformare la società era presente, in forme
diverse, fin dalle origini.
Tuttavia, la crisi del 1924 rappresentò un momento di
svolta perché mise in discussione il compromesso politico che aveva
permesso a Mussolini di governare. La violenza fascista, fino ad
allora tollerata o sostenuta da una parte delle classi dirigenti come
strumento di restaurazione sociale, divenne un problema che
minacciava la stessa stabilità del governo e la credibilità delle
istituzioni.
Una parte degli industriali e dei liberali avrebbe
voluto una normalizzazione. Alcuni cercarono di recuperare una
soluzione istituzionale, altri pensarono a possibili sostituti, altri
ancora avrebbero preferito un ritorno a una formula di governo più
vicina al vecchio liberalismo conservatore. Ma nessuno riuscì a
trasformare queste aspirazioni in un'alternativa politica concreta.
Mussolini sopravvisse non soltanto perché le
opposizioni erano divise e incapaci di imporre una soluzione, ma
anche perché i gruppi che avrebbero potuto sostituirlo erano privi
di un progetto comune e non disponevano di uno strumento politico
autonomo. La monarchia non intervenne, i ministri liberali non
riuscirono a imporre le dimissioni del presidente del Consiglio, gli
industriali non vollero assumersi il rischio di una rottura
definitiva e il fascismo intransigente continuò a rappresentare una
forza organizzata e minacciosa.
La crisi Matteotti rivelò così una fragilità che non
apparteneva soltanto alle opposizioni, ma anche al sistema di potere
che aveva sostenuto Mussolini.
Da quel momento, il rapporto fra il fascismo e i suoi
sostenitori cambiò progressivamente natura. Mussolini non era più
soltanto l'uomo chiamato a garantire la restaurazione dell'ordine
sociale: diventava il protagonista di una trasformazione dello Stato
che avrebbe progressivamente subordinato anche gli interessi
economici e politici dei gruppi che ne avevano favorito l'ascesa.
È questa la spirale che dà il titolo a questa
ricostruzione. Le élite sostengono il fascismo per difendere il
proprio mondo; il fascismo, una volta al potere, acquisisce una
propria autonomia; la crisi che avrebbe potuto interrompere il
processo non produce una successione politica; Mussolini supera la
crisi e utilizza la debolezza dei suoi stessi sostenitori per
consolidare un potere sempre più personale e totalizzante.
Il paradosso storico è che coloro che avevano
contribuito a liberare l'Italia dalla minaccia di una trasformazione
rivoluzionaria dei rapporti sociali finirono per favorire una
rivoluzione politica e istituzionale di segno opposto, ma non per
questo meno radicale nella sua pretesa di trasformare la società.
Forse, dunque, il delitto Matteotti non cambiò
soltanto il volto del fascismo. Cambiò il rapporto fra il fascismo e
le forze che lo avevano portato al governo, aprendo una strada che
avrebbe contribuito a modificare profondamente la storia politica
europea del Novecento.
Luca Costa
LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo