domenica 12 luglio 2026

Chi perseguita i Cristiani?

 Tucker Carlson, il coraggio di dire la verità: USA e Israele colpevoli di una spaventosa persecuzione anticristiana in Terra Santa.

Mentre l'attenzione internazionale è concentrata sul conflitto israelo-palestinese e sulla sua dimensione politico-militare, una tragedia parallela, meno mediatizzata ma profondamente simbolica, si consuma nell'indifferenza generale: il declino sistematico dei cristiani arabi in Israele e nei Territori occupati. Questa realtà inquietante è stata portata alla luce dal giornalista americano Tucker Carlson, che nel suo podcast – tra i più influenti e seguiti negli Stati Uniti – ha raccolto le testimonianze di due personalità di primo piano rappresentative delle due realtà della presenza cristiana nella regione.

Da un lato, l'arcivescovo anglicano di Gerusalemme, Hossam Naum, portavoce ufficiale e guida pastorale della comunità cristiana autoctona che vive sotto occupazione israeliana o come minoranza nel proprio Paese. Dall'altro, l'imprenditore giordano Saad Mouasher, rappresentante della borghesia cristiana integrata e prospera, testimonia che la convivenza pacifica in un Paese a maggioranza musulmana non solo è possibile, ma costituisce un modello di successo. Le loro testimonianze, convergenti nella diagnosi della crisi, delineano un quadro cupo di abbandono, in cui la fede che ha avuto origine in queste terre rischia di diventare soltanto una reliquia, schiacciata tra l'occupazione israeliana e l'ipocrisia di un Occidente che si proclama cristiano.

Un esodo silenzioso: dai numeri alla vita quotidiana

La storia recente dei cristiani palestinesi è segnata da un inesorabile declino demografico. L'arcivescovo Naum, nato a Nazareth, fornisce dati allarmanti: la popolazione cristiana si è dimezzata nel 1948 durante la Nakba, l'espulsione di massa dei palestinesi che accompagnò la nascita dello Stato di Israele. Questo fatto smentisce un mito persistente, spesso diffuso anche in Occidente: quello secondo cui i rifugiati palestinesi sarebbero stati esclusivamente musulmani. «Assolutamente no, molti erano cristiani», afferma Naum, riferendosi alle centinaia di migliaia di persone espulse.

Oggi la tendenza non si è invertita. A Betlemme, città della Natività, il numero dei cristiani è passato da circa 100.000 a meno di 30.000 nell'arco di pochi decenni. Nazareth, la città di Gesù, continua a registrare un'emigrazione costante. Non si tratta di crescita né di prosperità: è, nelle parole dell'arcivescovo, una semplice e disperata «sopravvivenza». Un declino che non è un incidente demografico, bensì la diretta conseguenza di pressioni politiche, economiche e sociali.

Queste pressioni si traducono in una quotidianità fatta di umiliazioni e paura per molti cristiani, soprattutto a Gerusalemme. L'arcivescovo Naum racconta di essere stato personalmente e ripetutamente bersaglio di sputi da parte di estremisti ebrei mentre camminava in abito talare nella Città Vecchia. Descrive gruppi radicali la cui missione dichiarata è quella di «purificare Gerusalemme dagli infedeli» – cioè dai cristiani – e che compiono atti di vandalismo contro le chiese.

La reazione delle autorità israeliane, secondo la sua testimonianza, è stata timida, se non addirittura complice: «Ci dicono che sputare addosso alle persone non è un reato», afferma con amarezza. Per i pellegrini, inoltre, l'accesso ai luoghi santi è sempre più limitato. Le celebrazioni pasquali presso il Santo Sepolcro, spiega Naum, sono sottoposte a restrizioni «senza precedenti» da parte della polizia israeliana, che riduce il numero dei partecipanti da 10.000 a 1.500 per motivi di sicurezza, una giustificazione che l'arcivescovo respinge con decisione, ricordando che da secoli non si registrano incidenti di quel tipo.

In Cisgiordania, anche la violenza dei coloni israeliani colpisce indistintamente i villaggi cristiani. Naum cita gli attacchi a Taybeh e Bir Zeit, dove agricoltori sono stati minacciati, proprietà incendiate e una donna è stata colpita alla testa con una pietra. L'arresto del figlio della donna, intervenuto per difenderla, conferma, secondo lui, un quadro di assoluta arbitrarietà. È il risultato di un'occupazione militare che, perseguendo obiettivi politici nazionalisti, non distingue tra musulmani e cristiani, erodendo il tessuto sociale di entrambe le comunità.

Il paradosso americano

La tragedia assume contorni ancora più paradossali se si considera il ruolo degli Stati Uniti e, in particolare, di una parte significativa del cristianesimo evangelico americano. L'America, nazione a maggioranza cristiana, è il principale sostenitore militare e politico di Israele. Attraverso le proprie tasse, i cristiani americani finanziano indirettamente un governo che, secondo queste testimonianze, opprime i loro fratelli e sorelle nella fede.

Ma non è tutto. Una corrente influente del cristianesimo statunitense, il sionismo cristiano, offre sostegno teologico e finanziario non solo allo Stato di Israele, ma anche agli insediamenti in Cisgiordania, spesso costruiti su terre confiscate a proprietari cristiani.

L'arcivescovo Naum non usa mezzi termini: «Le Chiese cristiane degli Stati Uniti inviano più denaro agli insediamenti ebraici della Cisgiordania che ai cristiani di Nazareth, la città natale di Gesù». È un'osservazione profondamente imbarazzante. Mentre la Basilica della Natività a Betlemme cade in rovina e le comunità locali lottano per sopravvivere, ingenti flussi di denaro provenienti dall'Occidente alimentano il sistema dell'occupazione.

L'ipocrisia raggiunge il suo culmine nell'episodio raccontato da Naum: durante un incontro con esponenti del sionismo cristiano, quando espresse la propria preoccupazione per le terre confiscate, si sentì rispondere: «A volte bisogna fare dei sacrifici per il bene comune». Il commento dell'arcivescovo è inequivocabile: «Ero con un gruppo di giovani. Vi assicuro che erano in lacrime. Come può un fratello o una sorella cristiana, in qualsiasi parte del mondo, considerarmi uno strumento, qualunque cosa mi accada?».

La politica estera americana in Medio Oriente, con i suoi interventi militari spesso avventati e destabilizzanti, ha ulteriormente aggravato la situazione. Saad Mouasher, banchiere giordano, lo spiega con chiarezza: ogni volta che un intervento militare statunitense – come quello in Iraq – crea un vuoto di potere, questo viene colmato dall'estremismo e dal caos. Le prime vittime sono sempre le minoranze, in particolare i cristiani.

Ne consegue una nuova ondata di rifugiati che Paesi come la Giordania, già fortemente sotto pressione, sono costretti ad accogliere. «Ogni volta che c'è un intervento militare americano nella regione, siamo noi a pagarne il prezzo», afferma Mouasher, sottolineando il costo umano e sociale che l'Occidente tende a dimenticare una volta spenta l'attenzione dei media. L'ossessione per le soluzioni militari, a discapito della costruzione di una pace giusta e duratura, si è rivelata un fallimento catastrofico per tutti, cristiani compresi.

Il modello giordano: una convivenza possibile

L'intervista a Saad Mouasher offre una prospettiva fondamentale, dimostrando che un destino diverso per i cristiani del Medio Oriente non solo è possibile, ma esiste già. In Giordania, Paese a maggioranza musulmana (97%), i cristiani (circa il 3%) prosperano, sono ben rappresentati nella politica, nell'economia e nella società e si sentono pienamente integrati.

«Ho mai subito discriminazioni in quanto cristiano? Assolutamente no», afferma Mouasher. La soluzione, secondo lui, poggia su tre pilastri: la tutela dei diritti costituzionali (libertà religiosa ed eguaglianza), la stabilità politica ed economica e una leadership impegnata con saggezza nel dialogo interreligioso, come quella della monarchia hashemita.

Questo modello smonta la narrazione semplicistica e islamofoba dello «scontro di civiltà». Mouasher ricorda che Gesù e Maria sono figure profondamente venerate nel Corano e che le tradizioni abramitiche condividono radici comuni. Il re di Giordania, discendente del profeta Maometto, ha finanziato personalmente il restauro del sepolcro di Cristo nella Basilica del Santo Sepolcro. Un gesto altamente simbolico che l'arcivescovo Naum elogia, sottolineando il ruolo unico del sovrano giordano quale custode dei luoghi santi cristiani e musulmani di Gerusalemme, baluardo contro la politicizzazione e l'esclusivismo nazionalista.

Un appello alla consapevolezza e al cambiamento

Le testimonianze raccolte costituiscono un duro atto d'accusa su due fronti: da un lato l'occupazione israeliana, che attraverso pratiche sistematiche sta svuotando la Terra Santa della sua originaria anima cristiana; dall'altro l'Occidente cristiano, colpevole di un duplice peccato: finanziare l'oppressore e voltare le spalle alle vittime.

L'appello finale dell'arcivescovo Naum è rivolto proprio ai cristiani occidentali: «Cari fratelli e sorelle in Cristo... non divideteci con le vostre preghiere. Pregate per tutto il popolo della Terra Santa».

La sopravvivenza dei cristiani in Palestina non è una questione confessionale secondaria. È il barometro della giustizia nell'intera questione israelo-palestinese. Se una comunità pacifica, radicata da duemila anni e spiritualmente legata all'Occidente, viene schiacciata dall'indifferenza, quale speranza può rimanere per una pace giusta e duratura?

Proteggere i cristiani della Terra Santa non significa favorire una parte a scapito dell'altra, ma difendere il principio stesso del pluralismo, della dignità umana e del diritto alla propria terra e alla propria identità. Ciò richiede alla comunità internazionale, e in particolare agli Stati Uniti e alle loro Chiese, un profondo e doloroso esame di coscienza: smettere di essere complici di un sistema militare e coloniale e diventare finalmente costruttori di quella stabilità e di quella giustizia senza le quali, come dimostra la Giordania, nessuna minoranza – e nessuna pace – può sopravvivere.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 11 luglio 2026

Il socialista e il cattolico

 «Un modello per tutti»

La lezione di apologetica cattolica di Filippo Turati davanti a Pier Giorgio Frassati

Fra le molte pagine dedicate a Pier Giorgio Frassati, poche possiedono la forza persuasiva di quella scritta dal leader del socialismo Filippo Turati all'indomani della sua morte.

Un paradosso solo apparente. A renderla così preziosa non è tanto il valore letterario, quanto l'identità del suo autore. Turati non era un cattolico, non era uomo incline alla devozione. Era il padre del socialismo riformista italiano, un protagonista della cultura laica, un uomo che proveniva da una tradizione politica nella quale il cattolicesimo era spesso considerato un interlocutore ostile, e il clericalismo un avversario.

Proprio per questo il suo articolo, pubblicato sul settimanale La Giustizia dell'8 luglio 1925, quattro giorni dopo la morte di Pier Giorgio, due giorni dopo i funerali, possiede un valore documentario straordinario. Non è il tributo di un discepolo al proprio maestro, né l'omaggio di un credente a un altro credente. È lo sguardo di chi osserva da fuori e, proprio perché osserva da fuori, non ha alcun interesse ad attribuire a Frassati qualità che non riconosca sinceramente.

Il testo colpisce anzitutto per ciò che non fa. Turati non tenta mai di separare la grandezza morale di Pier Giorgio dalla sua fede. Sarebbe stata l'operazione più semplice, e forse anche la più prevedibile: celebrare il giovane come un generoso filantropo, come un altruista, come un esempio di impegno civile, lasciando sullo sfondo la sua identità cristiana. È un meccanismo che conosciamo bene ancora oggi. Di molti santi si esaltano le opere, quasi chiedendo il permesso di apprezzarle a condizione di dimenticare ciò che le ha generate (avete presente il film Schindler's List, dove la fede cattolica di Oscar Schindler viene totalmente occultata?)

Turati, invece, compie il percorso opposto. Egli individua precisamente nella fede il principio esplicativo della vita di Frassati.

Scrive infatti:

«Pier Giorgio Frassati confessava la sua fede con aperta manifestazione di culto, concependola come una milizia, come una divisa che si indossa in faccia al mondo, senza mutarla con l'abito consueto per comodità, per opportunismo, per rispetto umano.»

In poche righe viene delineato un ritratto di straordinaria precisione. La fede di Pier Giorgio non appare come una pratica privata né come una convenzione sociale. È una forma di esistenza. Turati coglie con lucidità ciò che molti contemporanei avevano percepito vivendo accanto Pier Giorgio: quel giovane non adattava le proprie convinzioni alle circostanze, non cercava di renderle più accettabili, non le occultava quando potevano procurargli ironie o incomprensioni. La sua religione non era un ornamento della sua vita borghese, ma il criterio con cui interpretava ogni scelta.

È significativo che Turati aggiunga come Frassati «disfidava i facili scherni degli scettici, dei volgari, dei mediocri». Non è il linguaggio di chi descrive un uomo chiuso nel proprio mondo confessionale. È piuttosto il riconoscimento di una libertà interiore tutta cristiana. Frassati non appare come un militante aggressivo, ma come un uomo sufficientemente saldo da non avere bisogno dell'approvazione altrui per vivere ciò in cui credeva.

L'intuizione decisiva, tuttavia, arriva nelle righe conclusive dell'articolo, quelle che ancora oggi sorprendono per profondità:

«Quel giovane cattolico era anzitutto un credente... Questo "cristiano" che crede, e opera come crede, e parla come sente, e fa come parla, questo "intransigente" della sua religione, è pure un modello che può insegnare qualcosa a tutti

Sono parole di un'importanza capitale. Esse non rappresentano una conversione di Turati, e non sarebbe corretto leggerle in questa prospettiva. Il leader socialista rimase ciò che era. Ma proprio perché rimase ciò che era, il suo giudizio acquista un peso particolare. Egli riconosce che esiste una forma di umanità generata dal cristianesimo che perfino chi non ne condivide la fede è costretto a prendere sul serio. Il riconoscimento che il cristianesimo, vissuto fino in fondo, produce un tipo umano che perfino un avversario ideologico è proprio costretto ad ammirare.

In fondo, il ragionamento implicito di Turati potrebbe essere formulato così: non ho la fede ma non posso ignorare gli effetti la fede ha prodotto su questo ragazzo. Se il cristianesimo è capace di formare personalità di questa statura morale, allora esso custodisce qualcosa che riguarda ogni uomo, non soltanto i credenti.

Questa osservazione conduce a una riflessione che supera la figura stessa di Frassati. Il cristianesimo non si presenta come filosofia morale o come sistema di idee. Non è il socialismo. Certamente esso possiede una dottrina, una teologia, un patrimonio intellettuale immenso; ma la sua pretesa originaria è un'altra: quella di rendere possibile una vita trasformata dall'incontro con Cristo.

Paolo VI osservò che l'uomo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e ascolta i maestri soltanto quando sono anche testimoni. Benedetto XVI, a sua volta, definì i santi la vera apologetica del cristianesimo. Non intendeva dire che essi sostituiscono la ragione o dispensano dalla riflessione teologica. Voleva dire qualcosa di più sottile: una vita dove il Vangelo diventa esperienza vissuta possiede una forza persuasiva che nessun argomento astratto può eguagliare.

Se io non ho incontrato Cristo, nessun maestro potrebbe convincermi o convertirmi. Ma se lo incontro, nessuno potrebbe poi convincermi che Cristo non c'è. E Turati capisce che Frassati Cristo lo ha incontrato. E Turati capisce che incontrare Frassati non lascia indifferenti.

Il suo articolo non è una dimostrazione filosofica dell'esistenza di Dio, né un'adesione al cristianesimo. È il riconoscimento che una certa forma di vita esiste davvero. Una vita nella quale, come egli stesso scrive, un uomo «crede, e opera come crede». Non è una definizione della coerenza; è la descrizione di ciò che la tradizione cristiana ha sempre chiamato santità.

Naturalmente il cristianesimo distingue con chiarezza il santo da Cristo. Nessun credente identifica il discepolo con il Maestro. E tuttavia il Nuovo Testamento afferma che il cristiano è chiamato a rendere visibile Cristo nella propria esistenza. «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me», scrive san Paolo ai Galati. È un'affermazione che potrebbe apparire eccessiva, se non fosse proprio la vita dei santi come Frassati a mostrarne la concreta possibilità.

Per questo motivo la vicenda di Pier Giorgio suggerisce una considerazione che va oltre il suo tempo. Chi incontra un autentico cristiano incontra Cristo nel senso che gli si apre una possibilità, la possibilità di aprire il cuore e credere, incontra una vita che rimanda a Lui, una trasparenza della sua presenza, un riflesso della sua persona.

Io non conoscevo mio figlio! dirà il padre, Alfredo Frassati, il giorno del funerale, di fronte alla folla oceanica accorsa per l'ultimo saluto a Pier Giorgio. Ma l'aver finalmente capito chi fosse suo figlio, quale forza, Chi lo animasse, la sua fede, cambierà la sua esistenza. Frassati padre non potrà più ignorare il cristianesimo, perché ha visto il Figlio nella vita del figlio. Ora lo conosco! Ora ho capito!

È difficile non cogliere il parallelismo tra Filippo Turati e Alfredo Frassati. Da una parte il padre, dall'altra il leader socialista; due uomini lontanissimi tra loro, accomunati però da una medesima esperienza. Entrambi si trovano davanti a una vita che eccede le categorie con cui erano abituati a interpretare il mondo. Entrambi comprendono che la spiegazione di quella vita non può essere cercata soltanto nel temperamento, nell'educazione o nella sensibilità sociale di Pier Giorgio. Per entrambi, in modi diversi, si impone una domanda: quale forza è capace di generare un uomo così?

È qui, forse, che l'articolo di Turati assume un valore che va oltre la cronaca. Senza volerlo, egli offre una delle più efficaci descrizioni del rapporto tra santità e fede. Non propone una teoria; registra un fatto. Osserva che la fede di Frassati non era un elemento accessorio della sua personalità, ma il principio da cui scaturiva la sua straordinaria unità interiore. E proprio questa unità rendeva la sua vita convincente perfino agli occhi di chi non condivideva le sue convinzioni religiose.

Turati riconosce di essersi trovato davanti a un tipo umano che il proprio orizzonte culturale fatica a spiegare fino in fondo. È un'ammissione discreta, quasi involontaria, ma proprio per questo tanto più significativa.

Forse il vero significato dell'articolo apparso su La Giustizia non consiste nel fatto che un socialista abbia elogiato un cattolico. Questo, da solo, sarebbe un episodio curioso della storia italiana. La sua importanza risiede piuttosto nell'aver riconosciuto che il cristianesimo, quando è vissuto integralmente, produce una forma di umanità capace di parlare anche a chi non ne condivide la fede. In quelle righe non c'è una professione di fede, ma c'è qualcosa che le si avvicina per onestà intellettuale: il riconoscimento che una vita come quella di Pier Giorgio Frassati costituisce, di per sé, un argomento.

Ed è forse proprio questo il lascito più attuale di quelle pagine. In un tempo nel quale il cristianesimo viene spesso discusso come un sistema di idee da accettare o respingere, la vicenda di Frassati ricorda che esso chiede anzitutto di essere giudicato dai frutti che produce. Se questi frutti hanno il volto di un giovane che spende la propria esistenza per i poveri, vive con limpida coerenza ciò che professa e suscita l'ammirazione perfino dei suoi avversari ideologici, allora la domanda posta implicitamente da Turati continua a interpellare anche noi: quale forza è all'origine di una simile umanità?

Il 4 luglio è stata la prima ricorrenza della memoria liturgica dopo la canonizzazione del 7 settembre 2025, quando Pier Giorgio Frassati è stato proclamato santo da papa Leone XIV.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 2 luglio 2026

Rearm Europe: una rapina!

L'Europa paga, Washington incassa. E il sovranismo italiano abbassa lo sguardo di fronte alla rapina

ReArm Europe è un insieme di misure volute dall'UE per spingere gli Stati membri ad aumentare la spesa per la difesa ad oltre il 3% del PIL. Ma chi incasserà questi soldi?

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Non è facile spiegarsi il livello infimo dell'attuale dibattito pubblico europeo.

Da una parte, si ripete con una costanza metodica che non ci sono più soldi per la sanità, per la scuola, per le pensioni, per il sostegno alle famiglie, per il rilancio dell'industria e per la coesione sociale. Tutto quel che si fa viene grattato, grattugiato, raccolto come briciole che non possono essere sufficienti a garantire ai popoli europei un livello sufficiente di qualità del servizio pubblico. Dall'altra, ci viene presentata come un'urgenza assoluta il sacrificio di centinaia di miliardi destinati alla spesa militare. Miliardi improvvisamente disponibili, indiscutibili. Ineluttabili.

Allora facciamole noi le domande:

Perché nessuno dice chiaramente che Rearm Europe in realtà consiste a una rapina a mano armata di una fetta del PIL europeo per alimentare l'industria della difesa americana, leader mondiale in numerosi sistemi d'arma e già profondamente integrata nelle forze armate europee?

Perché nessuno spiega al contribuente che Rearm Europe non è altro che il trasferimento di una quota crescente della ricchezza prodotta qui in Europa verso il sistema industriale degli Stati Uniti?

Perché la questione decisiva non è se esista una minaccia internazionale. E non esiste. Chi minaccia il mondo se non la NATO, gli USA e Israele? Chi ha deciso che i popoli europei debbano essere espropriati di una parte della loro ricchezza per ingrassare un'elite finanziaria e industriale a stelle e strisce?

Ed è qui che il termine "sovranità" mostra tutta la sua fragilità.

Se un continente modifica radicalmente le proprie politiche di bilancio sotto una fortissima pressione strategica esercitata da Washington, è lecito domandarsi quanto spazio rimanga per una scelta realmente autonoma. Le decisioni sono formalmente europee. Ma la cornice entro cui vengono prese è plasmata da un equilibrio di potere che vede gli Stati Uniti in una posizione di indiscutibile superiorità.

Il caso italiano rende questa contraddizione ancora più evidente.

Da anni Giorgia Meloni costruisce la propria identità politica attorno a parole come patria, interesse nazionale e sovranità. Ha vinto le elezioni nel 2022 proprio grazie a questa retorica.

Eppure proprio nel momento in cui queste categorie dovrebbero essere messe alla prova, il linguaggio cambia. La fermezza lascia spazio all'allineamento. Le grandi dichiarazioni identitarie cedono il posto all'accettazione di un'agenda definita altrove.

È una contraddizione che meriterebbe almeno un confronto pubblico serio.

Ma qui emerge un secondo problema, forse ancora più inquietante. Il silenzio.

Non il silenzio assoluto, naturalmente, ma manca una discussione approfondita sulle conseguenze economiche e politiche di lungo periodo. Quanto costerà tutto questo? Quali capitoli di spesa pubblica rischiano di essere compressi? Quale parte della nuova spesa rafforzerà davvero la capacità industriale europea e quale finirà invece ad alimentare industrie straniere? Quali alternative sono state realmente valutate?

Sono domande legittime in una democrazia. Eppure sembrano rimanere ai margini del dibattito.

Nel frattempo, ai cittadini europei viene chiesto di accettare sacrifici sul welfare come se fossero inevitabili, mentre la crescita della spesa militare viene presentata come una necessità sottratta a qualsiasi confronto politico.

Non si tratta di negare l'importanza della sicurezza. Si tratta di rifiutare l'idea che la sicurezza possa diventare un argomento sufficiente per sospendere ogni discussione sulla destinazione delle risorse pubbliche e sugli equilibri di potere che orientano tali scelte.

Le democrazie non si indeboliscono soltanto quando manca la libertà di voto. Si indeboliscono anche quando alcune decisioni vengono trasformate in dogmi.

Ma chi ha deciso che Rearm Europe fosse l'unica strada possibile? Chi ne ricaverà il maggiore vantaggio economico? E perché chi governa in nome della sovranità nazionale sembra così poco disposto a rispondere pubblicamente a queste domande?

Rearm Europe non è una strategia di difesa del continente.

Rearm Europe è una rapina, è l'espropriazione coatta di una parte del PIL europeo che finirà nelle tasche dei soliti furbetti negli USA. Sono i nostri soldi che finiscono nelle loro tasche.

Con la complicità di chi ci governa.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 25 giugno 2026

Comprendere l'Iran

 L'Iran oltre gli stereotipi: una civiltà, uno Stato complesso, una realtà che l'Occidente non comprende

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Nel dibattito occidentale contemporaneo l'Iran viene rappresentato come una sorta di dittatura monolitica, governata da pochi religiosi fanatici e priva di qualsiasi articolazione istituzionale. È una descrizione che potrà essere utile sul piano propagandistico per gli USA e Israele, ma che sul piano dell'analisi geopolitica è totalmente fuorviante.

Comprendere l'Iran significa anzitutto liberarsi da una visione che riduce una civiltà millenaria a una caricatura. Non significa ignorarne i problemi, le contraddizioni o le limitazioni. Significa semplicemente descrivere il paese per ciò che è realmente: una repubblica islamica dotata di un sistema costituzionale originale, complesso e profondamente radicato nella storia persiana e sciita.

Un sistema politico unico nel mondo

L'errore più comune consiste nel considerare l'Iran una dittatura personale. In realtà, il sistema iraniano è costruito su diversi centri di potere che si bilanciano, talvolta in equilibrio e a volte in conflitto tra loro.

Al vertice vi è la Guida Suprema, figura prevista dalla Costituzione e fondata sul principio sciita della Velayat-e Faqih ("tutela del giurista islamico"). La Guida Suprema esercita importanti prerogative in materia di sicurezza nazionale, politica estera e forze armate. Tuttavia non governa, né amministra direttamente il paese.

Accanto alla Guida esistono:

  • il Presidente della Repubblica, eletto dal popolo;

  • il Parlamento (Majles), anch'esso eletto dal popolo;

  • il sistema giudiziario;

  • l'Assemblea degli Esperti, che ha il compito costituzionale di nominare e, teoricamente, revocare la Guida Suprema;

  • le Forze Armate regolari;

  • i Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica).

L'Iran è quindi meglio definibile come una repubblica teocratica costituzionale con elementi elettivi e religiosi intrecciati, piuttosto che come una dittatura tradizionale.

Presidenza, ayatollah e Pasdaran: chi comanda davvero?

Una delle ragioni per cui l'Iran è difficile da comprendere dall'esterno è che il potere non è concentrato in una sola persona, come farebbe invece comodo pensare.

La Presidenza dispone di competenze reali nell'amministrazione dello Stato, nell'economia, nei servizi pubblici e nella gestione quotidiana del governo. I presidenti iraniani hanno spesso rappresentato orientamenti politici differenti: conservatori, pragmatici, moderati o riformisti. Questo dimostra che all'interno del sistema esistono correnti e competizioni politiche autentiche, pur entro limiti definiti dall'ordinamento. Come in Occidente del resto.

La Guida Suprema rappresenta invece il vertice dell'indirizzo strategico dello Stato e possiede poteri che non trovano equivalenti nelle repubbliche occidentali. È garante dell'identità ideologica e religiosa del sistema.

I Pasdaran costituiscono infine un attore autonomo e decisivo. Nati per difendere la rivoluzione del 1979, nel tempo sono diventati una grande organizzazione militare, economica e politica. La loro influenza deriva non soltanto dal loro potere armato, ma anche dalla forte influenza circa settori industriali, infrastrutturali e strategici del paese. In numerose occasioni analisti occidentali hanno osservato come il peso dei Pasdaran sia cresciuto nel tempo fino a renderli uno dei principali centri di potere della Repubblica Islamica.

Il risultato è un sistema nel quale Presidenza, apparato religioso e apparato rivoluzionario convivono in un equilibrio/conflittuale. Questo non coincide con gli standard della democrazia liberale occidentale, ma è altrettanto lontano dall'immagine di un potere assolutistico nelle mani di una cricca di spostati mentali, veicolata dai media prevalenti italiani.

La questione femminile: tra realtà e propaganda

Uno degli argomenti più utilizzati contro l'Iran riguarda la condizione delle donne. È un tema serio che merita di essere affrontato con rigore.

È indubbio che in Iran esistano restrizioni che molte donne contestano e che sono state oggetto di proteste negli ultimi anni. In primis la questione del velo obbligatorio e delle preistoriche subordinazioni varie delle mogli ai propri mariti. Sarebbe scorretto negarlo.

Tuttavia è altrettanto scorretto presentare le donne iraniane come prive di ruolo sociale o escluse dalla vita pubblica.

L'Iran possiede il più elevato di istruzione femminile del Medio Oriente. Da decenni le donne iraniane rappresentano una componente fondamentale nelle università, nelle professioni tecniche, nella medicina, nell'insegnamento, nella ricerca e nell'amministrazione pubblica. In diversi settori accademici e scientifici la presenza femminile è molto elevata. Quantitaviamente e qualitativamente.

Se il confronto viene fatto con i paesi sunniti più conservatori della regione, emerge un quadro molto più articolato di quanto suggeriscano i media occidentali. La tradizione sciita iraniana ha storicamente favorito livelli di partecipazione femminile alla vita educativa e professionale superiori rispetto a quelli esistenti nelle monarchie sunnite del Golfo nel corso del XX secolo.

Ciò non significa che l'Iran rappresenti un modello di uguaglianza tra i sessi. Significa però riconoscere che la realtà è più complessa della narrazione che riduce le donne iraniane a soggetti completamente privi di diritti o di autonomia.

Una delle grandi civiltà della storia

La Persia è una delle grandi matrici della civiltà mondiale. Quando gran parte dell'Europa viveva ancora nelle strutture dell'alto medioevo, città persiane come Isfahan, Shiraz e Tabriz erano centri di commercio, filosofia, matematica, poesia e scienza assai sviluppati.

L'eredità di figure come Omar Khayyam, Ferdowsi, Hafez e Saadi di Shiraz continua ancora oggi a influenzare la cultura iraniana.

La poesia in Iran non è un fenomeno elitario: è parte dell'identità nazionale. Molti iraniani conoscono a memoria versi dei grandi poeti classici e li citano nella vita quotidiana.

Il paese del cinema e degli intellettuali

Un altro stereotipo occidentale vuole l'Iran come un deserto culturale dominato esclusivamente dalla religione. La realtà è opposta.

Il cinema iraniano è considerato da decenni uno dei più importanti del mondo. Registi come Abbas Kiarostami, Asghar Farhadi e Jafar Panahi hanno ottenuto riconoscimenti internazionali e contribuito a creare un linguaggio cinematografico originale, raffinato e universalmente apprezzato. Il cinema rappresenta in Iran anche uno spazio di riflessione sociale e culturale particolarmente vivace.

L'Iran possiede inoltre una tradizione universitaria importante, una forte produzione letteraria e una lunga storia di valorizzazione dell'arte, della calligrafia, dell'architettura e della musica.

Oltre la leggenda nera

L'Occidente ha spesso guardato all'Iran attraverso la lente dei conflitti geopolitici: la rivoluzione del 1979, la crisi degli ostaggi, il programma nucleare, le sanzioni, la guerra odierna contro gli invasori: Stati Uniti e Israele.

Questa prospettiva ha finito per oscurare la complessità della società iraniana.

L'Iran non è una democrazia liberale occidentale. Ma non è nemmeno la caricatura di una massa passiva governata da pochi fanatici religiosi. È uno Stato con istituzioni articolate, una società istruita, una forte identità nazionale, una cultura tra le più antiche del pianeta e una popolazione che discute, studia, produce arte, cinema e letteratura.

Chiunque voglia comprendere il Medio Oriente contemporaneo deve partire da un dato fondamentale: l'Iran non è soltanto un attore geopolitico. È una civiltà.

E le civiltà non si comprendono attraverso gli slogan. Si comprendono attraverso la storia, la cultura e la conoscenza.

Conclusione: capire l'Iran prima di giudicarlo

Per comprendere l'Iran contemporaneo bisogna anche ricordare la sua storia. Nessun paese può essere analizzato come se esistesse in un vuoto geopolitico.

Gli iraniani conservano una memoria storica molto viva di ciò che accadde nel 1953, quando il governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadegh fu rovesciato nell'ambito dell'operazione Ajax, organizzata dai servizi britannici e dalla CIA. Per molti iraniani quello non rappresenta soltanto un episodio del passato: rappresenta il momento in cui una possibile evoluzione autonoma e democratica del paese venne interrotta dall'intervento pirata delle grandi potenze straniere.

Da quel trauma nasce una parte essenziale della cultura politica della Repubblica Islamica: la diffidenza verso l'ingerenza esterna, la difesa della sovranità nazionale e la convinzione che l'Iran debba poter decidere il proprio destino senza pressioni straniere. Si può condividere o meno questa visione, ma è impossibile comprendere la politica iraniana senza partire da questa esperienza storica.

A ciò si aggiunge un altro elemento spesso sottovalutato nel dibattito occidentale: per decenni l'Iran ha vissuto sotto un regime di sanzioni economiche, restrizioni finanziarie e isolamento internazionale tra i più severi al mondo. Qualunque giudizio sulla sua economia, sulle sue infrastrutture o sul suo sviluppo deve tenere conto di questa realtà. Nessun paese attraversa mezzo secolo di pressioni economiche, diplomatiche e strategiche senza subirne conseguenze profonde.

Eppure l'Iran non è crollato. Ha mantenuto una propria capacità industriale, un sistema universitario esteso, una ricerca scientifica significativa in diversi settori, una produzione culturale vivace e una forte identità nazionale.

Anche nella guerra contro USA e Israele l'Iran ha mostrato una capacità di resistenza che molti osservatori non avevano previsto. Il paese continua a essere uno degli attori più influenti e autonomi del Medio Oriente, capace di difendere i propri interessi strategici in un contesto estremamente ostile.

È proprio qui che la "leggenda nera" sull'Iran mostra tutti i suoi limiti. Un paese di quasi novanta milioni di abitanti, erede di una delle più antiche civiltà del mondo, non può essere ridotto all'immagine semplicistica di una nazione arretrata, fanatica o irrazionale. Dietro gli slogan esiste una realtà molto più complessa: una società istruita, una cultura raffinata, una tradizione intellettuale millenaria e una forte coscienza nazionale.

Criticare l'Iran è legittimo. Analizzarne i limiti è necessario. Ma comprenderlo è un dovere per chiunque voglia fare geopolitica seriamente. Perché la geopolitica non consiste nel dividere il mondo tra buoni e cattivi; consiste nel comprendere le ragioni storiche, culturali e strategiche che muovono i popoli e gli Stati.

E l'Iran, piaccia o no, resta una delle grandi nazioni della storia. Una nazione che ha attraversato invasioni, imperi, rivoluzioni, sanzioni e guerre senza perdere la propria identità. Una nazione che continua a considerarsi, prima di tutto, una civiltà. E le civiltà non si cancellano con la propaganda, né si comprendono attraverso i pregiudizi: si comprendono studiandole, ascoltandole e riconoscendone la complessità.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 20 giugno 2026

Il partito che manca

 IL PARTITO CHE MANCA

Si parla spesso delle ferite originarie della Repubblica italiana e l'attenzione cade quasi sempre sul 1947, ovvero sull'estromissione dei comunisti dal governo De Gasperi. Le pressioni americane, il piano Marshall, l'inizio della Guerra Fredda. L'Italia che diviene uno dei principali fronti dello scontro tra Washington e Mosca.

È una lettura fondata. Ma incompleta.

Perché alla lettura dell'esclusione del Partito Comunista Italiano dall'area di governo andrebbe associata l'analisi della scomparsa del Partito d'Azione.

Il PCI, al netto delle patetiche diffidenze americane e delle paure delle élites occidentali, era una forza immensa, radicata nelle fabbriche, nelle campagne, nelle amministrazioni locali. Era il partito di milioni di italiani. Era il partito che aveva dato un contributo decisivo alla Resistenza. Era il partito di Palmiro Togliatti, che comprese come l'Italia non fosse la Russia e che arrivò ad accettare l'inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione.

L'esclusione del PCI non fu una necessità geopolitica. Fu un'ingiustizia. Resta comunque il fatto che il Partito Comunista sopravvisse. Crebbe. Governò città e regioni. Divenne una delle più grandi forze comuniste dell'Occidente. Il Partito d'Azione, invece, morì. E con lui morì una possibilità italiana.

Nato dall'antifascismo liberale e socialista, erede ideale di Carlo Rosselli e del movimento Giustizia e Libertà, il Partito d'Azione rappresentava qualcosa che oggi fatichiamo perfino a immaginare. Era socialista senza essere marxista. Era patriottico senza essere nazionalista. Era laico senza essere anticlericale. Era europeista nella cultura e sovranista nella concezione dello Stato. Era rivoluzionario nei fini e democratico nei metodi.

Nelle montagne del Piemonte, nelle Langhe, nelle vallate alpine, nelle brigate di Giustizia e Libertà, si scrissero alcune delle pagine più nobili della guerra di Liberazione. Uomini come Dante Livio Bianco, Nuto Revelli, Duccio Galimberti e tanti altri combatterono non per sostituire una dittatura con un'altra, ma per costruire una Repubblica fondata sulla libertà politica e sulla giustizia sociale.

Ferruccio Parri incarnò come pochi quell'ideale. Partigiano, antifascista, presidente del Consiglio nel momento più difficile della rinascita nazionale. Eppure la sua esperienza fu rapidamente archiviata.

Ma la Guerra Fredda non aveva bisogno di una terza via. Aveva bisogno di due blocchi.

Da una parte il campo "occidentale" guidato dagli Stati Uniti. Dall'altra il mondo sovietico. In mezzo non c'era spazio. Non per gli azionisti. Non per il socialismo liberale di Emilio Lussu. Non per il repubblicanesimo radicale di Ugo La Malfa. Non per una sinistra nazionale che non fosse né marxista né conservatrice.

Così, nel 1947, il Partito d'Azione si dissolse.

Una parte dei suoi dirigenti confluì nel Partito Repubblicano. Altri si avvicinarono al socialismo. Altri ancora si ritirarono dalla vita politica. Ma il progetto originario scomparve.

E con esso scomparve la possibilità di costruire una Repubblica che non fosse costretta a definirsi sempre per appartenenza: filoamericana o filosovietica, comunista o anticomunista, atlantica o neutralista.

L'Italia che uscì dal dopoguerra divenne una democrazia imperfetta e smise progressivamente di pensarsi come una nazione pienamente sovrana, rassegnandosi alla subordinazione decisa dagli Alleati alla fine della guerra (in barba alla resistenza e ai due anni di cobelligeranza dell'Italia al loro fianco). Una subordinazione che ebbe due direttrici: dipendenza energetica dalla Francia e dalle Sette sorelle, industria di subcommesse dell'industria della Germania Ovest.

La politica italiana del dopoguerra si è svolta entro confini stabiliti altrove. Prima dalla logica dei blocchi. Poi dalla globalizzazione a stelle e strisce. Poi dai vincoli delle grandi strutture sovranazionali. In breve: decide Washington. Decide Bruxelles. Decide Londra.

Allora è qui che il lascito del Partito d'Azione torna improvvisamente attuale.

Non perché si debbano riproporre formule del Novecento. Non perché il 1945 possa essere rivissuto. Ma perché gli azionisti avevano intuito una verità che oggi appare più viva che mai: una democrazia esiste davvero solo quando il popolo può decidere del proprio destino.

La nostra Costituzione non si apre con il mercato. Non si apre con la finanza. Non si apre con gli equilibri geopolitici. Ecco perché, a distanza di ottant'anni, il Partito d'Azione continua a parlarci.

Non perché rappresenti una nostalgia. Non perché la storia possa tornare indietro. Ma perché in quel piccolo partito sconfitto sopravvive un'idea di sovranità che oggi sembra scomparsa dal dibattito pubblico.

Da una parte c'è il falso sovranismo delle paure, delle frontiere trasformate in feticcio, delle identità brandite come una clava, degli slogan che promettono la grandezza nazionale e spesso producono soltanto rancore.

Dall'altra c'è il cosmopolitismo del capitale, che predica l'abbattimento di ogni confine non per liberare i popoli, ma per liberare sé stesso da ogni controllo. Un capitale che pretende di attraversare il mondo senza limiti, senza appartenenze, senza responsabilità. Un capitale che accetta la democrazia soltanto finché la democrazia non pretende di governarlo.

Il sovranismo degli azionisti era un'altra cosa.

Era la convinzione che lo Stato democratico dovesse essere abbastanza forte da difendere il lavoro, abbastanza autorevole da disciplinare il mercato, abbastanza libero da scegliere il proprio destino.

Perché la verità che il nostro tempo sembra aver dimenticato è semplice: ogni volta che uno Stato tenta di proteggere i salari, redistribuire la ricchezza, guidare lo sviluppo industriale, difendere i propri interessi strategici, il capitale globale risponde con la minaccia della fuga. Se tassate, ce ne andiamo. Se regolate, ce ne andiamo. Se governate, ce ne andiamo.

È il ricatto permanente della globalizzazione.

Ed è precisamente contro questo ricatto che la sovranità democratica diventa necessaria.

E forse la più grande ironia della storia è che l'unica autentica tradizione sovranista della Repubblica non nasce nelle nostalgie identitarie della destra, ma nelle montagne della Resistenza. Nasce tra uomini che combattevano per la libertà e per la giustizia sociale nello stesso momento. Nasce tra partigiani che volevano uno Stato più forte contro i privilegi, non più debole davanti ai potenti.

Parri, Lussu, La Malfa e i combattenti di Giustizia e Libertà avevano compreso una verità che oggi torna a bussare alle porte della storia: senza sovranità popolare la democrazia si svuota; senza giustizia sociale la libertà diventa un privilegio; senza uno Stato capace di governare l'economia, il potere passa inevitabilmente a chi possiede il denaro.

E allora forse il futuro dell'Italia non consiste nell'inventare nuove ideologie.

Forse consiste nel ritrovare quella dimenticata.

Quella che vedeva nella Repubblica non un mercato, non una piattaforma, non una provincia di imperi più grandi.

Ma una comunità di cittadini liberi, padroni del proprio destino, sovrani nella propria casa.

E responsabili davanti alla propria storia.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




venerdì 5 giugno 2026

Santa Nicole Minetti, prega per noi

SANTA NICOLE MINETTI : la procura di Milano apre il processo di beatificazione della mistica riminese, discepola di San Silvio

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Ci sono vicende che raccontano un Paese meglio di mille saggi di scienza politica. La grazia concessa a Nicole Minetti è una di quelle. Non perché riguardi una figura particolarmente importante nella storia italiana (figuriamoci), né perché produca effetti concreti tali da cambiare la vita di milioni di persone (per quello bastano e avanzano Trump, Ursula e Netanyahu). È importante per un motivo diverso: perché in poche settimane ha concentrato dentro di sé quasi tutte le deformazioni del dibattito pubblico italiano, quasi tutte le ipocrisie del sistema mediatico e quasi tutte le contraddizioni di un centrodestra che pretende di essere creduto anche quando chiede ai cittadini di ignorare ciò che hanno davanti agli occhi. Non dite cio che vedete. E non vedete cio che vedete.

La prima cosa che colpisce è la fretta di Sergio Mattarella. Presidente della Repubblica (ma pensa un po' la vita che scherzi che fa). Una fretta quasi nervosa. Una fretta che sembra tradire l'esistenza di un problema più che risolverlo. Appena le polemiche hanno cominciato a montare, appena alcuni elementi hanno iniziato a essere contestati pubblicamente, invece di assistere a una verifica lunga, approfondita e trasparente, si è avuto l'impressione di assistere a una corsa contro il tempo. Bisognava arrivare il prima possibile a una conclusione rassicurante. Bisognava produrre un sigillo istituzionale. Bisognava chiudere la questione.

E infatti la conclusione della procura di Milano (personaggio in cerca d'autore) è arrivata puntuale: nessuna irregolarità. La grazia alla Minetti non presenta irregolarità. Fine della discussione. Sipario.

Adesso tutti zitti oppure si comincia a querelare. Ecco la chiosa finale del governo e dei suoi scagnozzi.

Domanda: ma perché mai dovrebbe essere la fine della discussione?

Per quale ragione l'opinione pubblica dovrebbe considerare automaticamente chiuso un caso che continua a sollevare interrogativi enormi sul piano politico, istituzionale e perfino morale?

E perché un centrodestra che per un quarto di secolo ha costruito la propria identità politica sulla delegittimazione delle procure ora santifica le conclusioni della procura di Milano e accusa chi alza il ditino per fare domande? Per venticinque lunghi anni, per il centrodestra non c'è stata procura che non fosse sospettata di secondi fini politici. Non c'è stata inchiesta che non fosse descritta come una manovra. Non c'è stato magistrato che non venisse guardato con diffidenza. Per anni gli italiani hanno sentito ripetere che le procure non erano arbitri imparziali ma attori politici, che le toghe influenzavano la vita democratica, che i magistrati interferivano con la volontà popolare. Non sono passati nemmeno tre mesi (tre mesi!) da un referendum che aveva il solo obiettivo di squalificare l'intera magistratura italiana...

Poi, improvvisamente, il miracolo.

La Procura di Milano smette di essere una procura e diventa la Congregazione della dottrina della (buona) fede. Le sue conclusioni non sono più opinabili. Non sono più contestabili. I suoi accertamenti diventano definitivi. Chiunque osi avanzare dubbi viene trattato come un complottista, un provocatore, un nemico delle istituzioni.

Ma noi non siamo dei pirla.

Ancora più sorprendente è il modo in cui vengono presentate le verifiche svolte. Ci viene detto che le accuse sono state smentite. Ci viene detto che non sono emerse irregolarità. Ci viene detto che il quadro generale resta invariato. Tuttavia la domanda che molti continuano a porsi non riguarda soltanto il contenuto delle verifiche, ma il loro metodo. Se una vicenda ruota attorno alla credibilità di un contesto familiare e relazionale, se esistono contestazioni pubbliche su quel contesto, se si tratta di una questione ormai diventata nazionale, è inevitabile interrogarsi sulla qualità e sull'indipendenza delle fonti ascoltate. E quando nell'opinione pubblica si diffonde la percezione che a parlare siano soprattutto persone vicine agli interessati, amici, conoscenti o soggetti appartenenti alla stessa cerchia relazionale della Minetti e del suo principe azzurro (Cipriani), non basta pronunciare la formula magica "nessuna irregolarità" per pretendere che ogni dubbio evapori.

Perché la credibilità non si decreta. La credibilità si dimostra.

Ma il punto decisivo è un altro e viene quasi sistematicamente evitato. Anche ammesso che ogni singolo accertamento fosse impeccabile. Anche ammesso che tutte le verifiche siano state svolte correttamente. Anche ammesso che non esista alcuna irregolarità sostanziale nei fatti contestati. Resterebbe comunque intatta la questione fondamentale: la grazia a Nicole Minetti.

Perché la controversia nasce lì.

Nasce da una decisione incomprensibile, inaccettabile, per il nostro Paese.

Nasce dal fatto che l'istituto della grazia è percepito come uno strumento eccezionale, destinato a situazioni eccezionali, e che nel caso Minetti moltissimi cittadini non riescono a individuare quella straordinarietà che dovrebbe giustificarne l'utilizzo.

E allora perché? Perché proprio questa persona?

Sono interrogativi che continuano a restare sospesi nell'aria.

Ed è inevitabile che, a questo punto, entri in gioco la figura di Sergio Mattarella. Non per mancanza di rispetto verso il Presidente della Repubblica, ma per il motivo opposto. Perché il Capo dello Stato non è una figura ornamentale. Non è una presenza simbolica che firma atti altrui senza responsabilità politica e istituzionale. La grazia reca la sua firma. La decisione è associata alla sua autorità. Ed è proprio per questo che il tentativo di blindare rapidamente l'intera vicenda finisce per apparire, agli occhi di molti, come un tentativo di proteggere non soltanto una scelta ma anche il prestigio di chi l'ha compiuta.

È qui che si commette forse l'errore più grave.

Si confonde la tutela dell'istituzione con la sua immunizzazione dalle critiche.

Ma le istituzioni democratiche funzionano esattamente al contrario. Diventano più forti quando accettano le domande, non quando cercano di sottrarsi ad esse. Diventano più credibili quando tollerano il dissenso, non quando tentano di archiviarlo. Diventano più autorevoli quando affrontano i dubbi, non quando li dichiarano chiusi per decreto.

In tutto questo i media di area governativa stanno offrendo uno spettacolo che meriterebbe un capitolo a parte. Giornali che per anni hanno trasformato il sospetto verso la magistratura in una professione oggi trattano la Procura di Milano come una fonte incontestabile. Opinionisti che hanno passato una vita a spiegare che le procure possono sbagliare oggi sembrano considerarle infallibili. Commentatori che vedevano manovre politiche ovunque oggi invitano a non vedere nulla da nessuna parte.

Non è un cambio di opinione. È qualcosa di peggio.

È l'idea che i principi valgano soltanto quando producono risultati graditi.

Quando il risultato è scomodo, si contestano i magistrati.

Quando il risultato è comodo, si santificano i magistrati.

Quando il risultato è utile, ogni dubbio diventa un attacco alle istituzioni.

Quando il risultato è dannoso, ogni dubbio diventa un dovere civile.

È il trionfo della convenienza elevata a filosofia pubblica.

Eppure, nonostante tutto questo sforzo, nonostante i comunicati, le verifiche, le dichiarazioni, gli editoriali compiacenti e le rassicurazioni ufficiali, la questione continua a non chiudersi. Continua a non chiudersi perché il problema non è mai stato soltanto giuridico. È politico. È morale. È simbolico. Riguarda il rapporto tra cittadini e potere. Riguarda la percezione che esista una distanza crescente tra ciò che le istituzioni ritengono accettabile e ciò che la società considera giusto.

La concessione della grazia, secondo la Corte Costituzionale (sentenza n.200 del 2006), deve essere subordinata ad un'urgenza umanitaria, equitativa e correttiva circa la pena che il detenuto sta scontando. La Minetti non stava scontando nessuna pena, e non sarebbe mai entrata in carcere (aveva accumulato meno di 4 anni, 3 anni e 11 mesi per l'esattezza).

Caro presidente Mattarella: Nicole Minetti, la regina dei bunga-bunga, apostola del verbo di Arcore: la patonza deve girare (cit. Silvio&Co.), simbolo del fallimento del sistema (im)meritocratico italiano. Consigliera regionale solo grazie a favori sessuali concessi a Silvio Berlusconi. Condannata per peculato (si intascava soldi e beni pubblici) e per induzione alla prostituzione (adescamento, anche di ragazze minorenni, per le feste di Arcore). Nicole Minetti, meritava la grazia?

E noi, italiani, meritavamo di assistere a quest'ennesima vergogna assoluta?

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



mercoledì 3 giugno 2026

La guerra al tempo di Palantir

MINAB E STAROBILSK, DUE STRAGI CHE INTERROGANO: QUANDO L’UCCIDENTE DELEGA ALL’IA LA RESPONABILITA DI SCEGLIERE DOVE COLPIRE

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Starobilsk e Minab sono due nomi che, nel rumore continuo delle guerre contemporanee, rischiano di diventare rapidamente materiale archivio. Eppure, eppure, rappresentano qualcosa che va oltre il singolo episodio militare: sono il giro di boa della guerra moderna, la trasformazione definitiva, dove la distinzione tra analisi dei dati e decisione di chi, dove e quando colpire diventa così sottile da mettere in crisi l’intero concetto di responsabilità umana in campo militare.

A Starobilsk, in Russia, il 22 maggio, un attacco ucraino ha colpito una struttura scolastica e un dormitorio. Una strage di civili inermi. A Minab, in Iran, il 28 febbraio, una scuola femminile è stata devastata in un attacco che ha generato un numero altissimo di vittime innocenti. In entrambi i casi, emerge un sistema militare che opera sempre più lontano dalla percezione diretta del campo di battaglia e sempre attraverso infrastrutture digitali di interpretazione del reale. L'IA.

È qui che entra in gioco la trasformazione strutturale della guerra contemporanea. Gli eserciti delle principali potenze — Stati Uniti, Israele, Ucraina e UE — non si affidano più soltanto a ricognizione umana o intelligence tradizionale. La guerra è diventata una gigantesca macchina di fusione dati: segnali intercettati, immagini satellitari, tracciamenti telefonici, pattern comportamentali, modelli predittivi. Dentro questo ecosistema operano piattaforme come quelle sviluppate da Palantir Technologies, che non sono semplici strumenti passivi di analisi, ma infrastrutture che integrano, correlano e rendono leggibile il campo di battaglia in tempo reale per decisori militari e intelligence.

Il punto cruciale non è attribuire a Palantir o a qualunque altra azienda la responsabilità diretta di singoli attacchi. Il punto è comprendere che queste piattaforme contribuiscono a un cambiamento qualitativo nel modo in cui la guerra viene pensata e condotta: non più come una sequenza di decisioni umane lente e discrete, ma come un flusso continuo di suggerimenti, priorità e classificazioni generate da sistemi complessi, opachi e difficili da verificare nella loro interezza.

In questo contesto, la retorica della “precisione” militare assume un significato ambiguo. Più dati non significano necessariamente più verità; più modelli non significano necessariamente più comprensione. Significano, molto spesso, una crescente dipendenza dall’interpretazione automatizzata della realtà. E quando questa interpretazione si inserisce nella catena decisionale militare, il rischio non è soltanto l’errore tecnico, ma la trasformazione del giudizio umano in una ratifica di output già strutturati altrove. Ma dove? Da chi?

È qui che Starobilsk e Minab diventano emblematici. Non perché dimostrino in modo diretto un errore di un algoritmo specifico, ma perché mostrano il risultato finale di un sistema in cui la distanza tra osservazione, classificazione e azione si è ridotta al minimo storico. In una tale architettura, il decisore umano non guarda più direttamente il mondo: guarda una rappresentazione del mondo filtrata da livelli successivi di elaborazione, dove ciò che appare come “obiettivo” non è più che il prodotto di una catena di inferenze statistiche.

Il problema, allora, non è semplicemente tecnologico. È politico e morale. Perché la tradizione giuridica e culturale che l’Occidente rivendica come propria — quella impone proporzionalità e responsabilità individuale nelle decisioni chiave di una guerra in corso — si basa su un presupposto fondamentale: che qualcuno, in ogni momento della catena, sia pienamente cosciente e responsabile della decisione di colpire.

Ma quando la guerra viene progressivamente mediata da sistemi avanzati di IA come Palantir e integrata in architetture di intelligenza artificiale militare, quella responsabilità si frammenta. Non scompare formalmente, ma si distribuisce tra livelli diversi: chi progetta i sistemi, chi li addestra, chi li usa, chi li interpreta, chi li autorizza. E in questa frammentazione si apre uno spazio pericoloso: quello in cui decisioni terribili diventano il risultato di un processo collettivo così complesso da rendere impossibile individuare un centro di giudizio morale.

Ed è proprio questo il cuore della contraddizione occidentale. Da un lato si afferma la superiorità di un ordine basato sul diritto, sulla trasparenza e sulla responsabilità individuale. Dall’altro si accetta sempre più profondamente l’idea che la guerra possa essere gestita attraverso sistemi opachi, altamente automatizzati, in cui la comprensione completa del processo è accessibile solo a pochi e in cui il resto della catena decisionale si affida a output sintetici generati da infrastrutture digitali.

Il risultato non è una guerra senza umani, ma una guerra in cui l’essere umano rischia di ridursi progressivamente a mero passaggio burocratico di un processo decisionale prodotto da una serie di algoritmi.

E quando si arriva a questo punto, episodi come Starobilsk e Minab non sono più eccezioni da spiegare. Diventano sintomi strutturali. Non nel senso di una determinazione automatica della violenza, ma nel senso di una cultura militare che ha interiorizzato l’idea che la complessità dei dati possa sostituire la necessità del dubbio.

La vera domanda, allora, non è se l’intelligenza artificiale militare sia “precisa” o “imprecisa”. La domanda è se una civiltà che si definisce superiore possa continuare a delegare parti crescenti del proprio giudizio letale a sistemi che non comprendono il significato morale delle loro stesse classificazioni.

Perché se la risposta è sì, allora la superiorità non si misura più nella capacità di proteggere i civili, ma nella capacità di gestire industrialmente il rischio di ucciderli.

Stanislav Petrov, nel 1983, si trovò davanti a quello che il sistema sovietico segnalava come un imminente attacco nucleare statunitense. Le procedure avrebbero richiesto di trasmettere l’allarme ai livelli superiori, avviando una catena potenzialmente irreversibile di ritorsione. Eppure Petrov esitò. Dubitò. Soppesò l’assurdità statistica di un attacco limitato e decise di non seguire meccanicamente il segnale. Quel momento è diventato emblematico non perché il sistema funzionò, ma perché un essere umano scelse di non fidarsi completamente di esso. Ed è proprio qui che si apre la differenza più inquietante con i sistemi contemporanei di decisione automatizzata: un’intelligenza artificiale non conosce il dubbio, non conosce la responsabilità individuale e non conosce il rischio morale della decisione. Se programmata per massimizzare la coerenza con i dati disponibili e minimizzare il tempo di risposta, avrebbe semplicemente eseguito la procedura. Non avrebbe esitato. Non avrebbe “creduto” all’improbabilità dell’evento. Avrebbe trattato il segnale come input da ottimizzare, non come un giudizio da sospendere.


Papa Leone XIV ha capito la questione, ed è importante leggere la sua prima enciclica.


Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



Chi perseguita i Cristiani?

  Tucker Carlson, il coraggio di dire la verità: USA e Israele colpevoli di una spaventosa persecuzione anticristiana in Terra Santa. Mentr...