La vera ode alla Provvidenza
Dumas
e Manzoni, chi ha fatto centro?
***
Alessandro Manzoni pubblica I
promessi sposi nella sua forma
definitiva fra il 1840 e il 1842, dopo una lunga elaborazione
iniziata negli anni Venti dell'Ottocento, quando
la letteratura italiana comincia a interrogarsi sul rapporto fra
individuo, storia e società. Ambientato nella Lombardia del
Seicento, sotto dominazione spagnola, il romanzo racconta le vicende
di Renzo e Lucia sullo sfondo di carestie, guerre, soprusi, epidemie.
Per Manzoni, cattolico profondamente impegnato nella
comprensione del rapporto fra fede e storia
attraverso la letteratura,
questo mondo dominato dall'ingiustizia non è tuttavia privo di
senso: nel
disordine degli eventi umani egli cerca la presenza e
la forza misteriosa della Provvidenza.
Alexandre Dumas pubblica Il
conte di Montecristo a puntate, sul
Journal des Débats politiques et
littéraires,
quotidiano liberal-orléanista,
fra il 1844 e il 1846, nel pieno della
grande stagione del romanzo d'appendice francese, e costruisce una
delle più celebri macchine narrative dell'Ottocento. La
storia della vendetta di Edmond Dantès,
sullo sfondo della Francia tormentata della Restaurazione. Dumas,
scrittore popolare e prodigiosamente prolifico, sembra muoversi in un
universo molto diverso da quello morale e religioso di Manzoni;
eppure proprio la vicenda di Edmond Dantès
finisce per porre una domanda sorprendentemente vicina a quella dei
Promessi sposi:
fino a che punto l'uomo può interpretare gli eventi della propria
vita come opera della Provvidenza, e soprattutto in
che cosa possiamo davvero sperare,
quando
tutto in noi e attorno a noi sembra
andare a rotoli?
Cominciamo a
riflettere dai
Promessi Sposi.
Renzo e Lucia (promessi
sposi) vengono separati, perseguitati,
travolti dalla guerra, dalla carestia e dalla peste, ma alla fine si
ritrovano, si sposano, hanno dei figli e riescono a costruire una
vita serena; Don Rodrigo muore, l'Innominato si converte, padre
Cristoforo torna a incrociare la vicenda dei protagonisti e, dopo
tanta sofferenza, l'intreccio
si ricompone
in un ordine, un'armonia,
che appare tanto più rassicurante quanto più drammatico era stato
il caos precedente.
Tutto è bene quel che finisce bene.
La lettura tradizionale (quella dei tempi del
liceo) ci invita allora a vedere in questa
ricomposizione l'opera della Provvidenza, quasi che la storia di
Renzo e Lucia fosse la
narrativa di un principio teologico caro a
Manzoni: gli uomini possono smarrirsi,
soffrire e persino essere apparentemente sconfitti, ma una mano
invisibile conduce gli eventi verso un bene che, alla fine, trionfa.
Eppure è proprio questa evidenza a
insospettirci,
perché, se proviamo per un momento a sottrarci alla formula
scolastica per prendere
sul serio il significato teologico della parola «Provvidenza»,
dobbiamo chiederci che cosa distingua davvero la
provvidenza manzoniana
da un semplice lieto
fine.
Un lieto fine, infatti, non è altro che una
conclusione nella quale le tensioni accumulate durante la storia
vengono finalmente
risolte, tutto quel che era stato spezzato si
ricompone. Ed è proprio il caso dei Promessi
Sposi: gli amanti si ricongiungono, il
cattivo viene punito, il dolore trova una compensazione e il lettore
può chiudere il libro con la rassicurante certezza
che, dopo essere stato sconvolto, il mondo abbia ritrovato un
giusto equilibrio.
La Provvidenza cristiana dovrebbe essere qualcosa
di molto più complesso,
perché Dio non
promette affatto che tutto (o qualcosa) in
questa vita si concluderà secondo i nostri
desideri, né che il giusto sarà necessariamente ricompensato e il
malvagio punito, perché
il significato ultimo dell'esistenza non coincide con ciò che accade
all'uomo nel breve intervallo della nostra
vita terrena. Se
questa distinzione è corretta allora il matrimonio di Renzo e Lucia
non è affatto espressione
della Provvidenza: è
un segno, piuttosto,
di una
scelta narrativa del
Manzoni.
Certamente, direte voi,
la Provvidenza nei
Promessi sposi
non protegge affatto i protagonisti dal male. Lucia viene rapita,
Renzo rischia di essere travolto dalla violenza politica e popolare,
la carestia porta fame
nelle case, la guerra sconvolge il territorio e la peste attraversa
Milano e la Lombardia senza risparmiare
né innocenza né infanzia.
Manzoni, naturalmente, non è ingenuo e non sostiene mai
che chi crede
in Dio sia immune dalla sofferenza; al contrario, uno dei tratti più
profondi del suo romanzo consiste proprio nel mostrare che la fede
non è un'assicurazione contro il dolore.
La peste diventa il banco
di prova decisivo, perché davanti alla morte di massa diventa
impossibile sostenere una concezione elementare della Provvidenza
come sistema attraverso il quale Dio distribuisce agli uomini ciò
che meritano. La peste non colpisce soltanto i malvagi, non risparmia
gli innocenti; non elimina soltanto coloro che hanno esercitato il
potere con violenza, ma anche coloro che non hanno avuto alcuna
possibilità di difendersi; e soprattutto porta via giovani
e bambini che non hanno avuto nemmeno il
tempo di trasformare la propria vita in una storia morale compiuta.
Prendiamo la figura di Cecilia, che è quasi
insostenibile, perché davanti a quella bambina morta di peste tutto
si scompone. Cecilia non è un personaggio che deve ricevere una
lezione, non è una peccatrice che deve essere ricondotta al bene,
non è un Renzo o una Lucia che possono attraversare una prova e
uscirne dall'altra parte; è una bambina che muore, e la sua morte
non viene compensata da niente. La sua vicenda ci ricorda che,
accanto ai pochi personaggi che il romanzo segue fino alla
conclusione, esiste una massa sterminata di uomini e donne che non
ricevono nessun compenso, nessuna seconda possibilità, nessuna
ricompensa visibile. Che cosa ne è, allora, di tutti i bambini morti
di peste? Che cosa ne è delle vittime delle angherie dei potenti che
non hanno mai ottenuto soddisfazione? Che cosa ne è di coloro che
hanno perso la casa, la famiglia, la salute o la vita senza che la
storia concedesse loro un risarcimento? Perché la Provvidenza si
manifesta così chiaramente nella vicenda di Renzo e Lucia mentre
ignora brutalmente tante persone? Manzoni non ci propone granché per
rispondere a questa problematica.
Questo ci deve far capire che la questione della
Provvidenza non va banalizzata: la felicità terrena non è il
criterio ultimo dell'esistenza, perché la salvezza non coincide con
il successo, la morte non costituisce necessariamente la fine e il
rapporto fra Dio e l'uomo non può essere misurato attraverso la
distribuzione di fortune e sventure. In questa prospettiva, anche la
vittima che non riceve giustizia sulla terra è figlia della
Provvidenza, perché la storia terrena non esaurisce la storia di
ogni uomo o dell'uomo.
Proprio questa Provvidenza, se presa sul serio, rende
ancora più difficile capire perché il romanzo del Manzoni debba
offrirci una conclusione così rassicurante. Se la Provvidenza non
significa che la vita terrena finirà bene, se il matrimonio, la
prosperità e la sicurezza non sono il criterio con cui Dio manifesta
il proprio favore, allora perché Renzo e Lucia devono arrivare a
tutto questo? Perché il romanzo ha bisogno di restituire loro ciò
che desideravano? Non si rischia cosi di confondere la vera
Provvidenza cristiana con le forme classiche dell'happy ending
letterario?
La domanda non vuole
essere né sacrilega né
provocatoria, ma è precisamente qui che la
distinzione fra teologia e narrativa diventa interessante:
se la
Provvidenza non ha bisogno di
un lieto fine, allora
perché i
Promessi Sposi ne
avevano
bisogno?
Il matrimonio è la forma
attraverso la quale il romanziere rende visibile, sul piano
narrativo, la possibilità che il bene possa emergere dalle vicende
del male, ma non costituisce una dimostrazione della Provvidenza
stessa. Se Renzo fosse rimasto povero e solo, se Lucia non fosse mai
riuscita a sposarlo, se entrambi fossero morti durante la peste, la
teologia della Provvidenza non sarebbe per questo diventata più
debole; sarebbe semplicemente venuto meno il
lieto fine. E forse è proprio qui che la nostra abitudine a leggere
Manzoni in chiave edificante rischia di confondere due cose che
sarebbe più interessante tenere separate: la fede nella Provvidenza
e il bisogno umano di vedere le fratture
narrative ricomporsi.
È significativo, del resto, che i momenti nei quali la
Provvidenza appare più autenticamente religiosa nel romanzo si
presentino quando non esiste ancora alcuna garanzia di un esito
felice. Quando Lucia, prigioniera dell'Innominato, si affida a Dio
senza sapere se uscirà viva da quella situazione, non possiede
alcuna delle rassicurazioni che il finale ci offrirà. Non sa se
tornerà da Renzo, non sa quale sarà il destino della propria vita,
non sa se la sofferenza che sta attraversando verrà mai
ricompensata; può soltanto affidarsi a qualcosa che non controlla e
di cui non conosce l'esito. In quel momento la Provvidenza non
coincide con la certezza che «alla fine andrà tutto bene», perché
Lucia non sa affatto se andrà bene; coincide con la possibilità di
continuare a credere anche quando l'esito rimane nascosto. Ed è
forse in quel capitolo che troviamo una forma più autentica di fede
cristiana.
Dobbiamo quindi riconoscere che non è il finale dei
Promessi Sposi a fare dell'opera un'ode alla Provvidenza, anzi, è
proprio il finale che rischia di confondere e mischiare quanto
scritto di buono prima!
È a questo punto che il confronto con Dumas
diventa sorprendentemente fecondo, perché Il
conte di Montecristo, romanzo che
nessuno presenterebbe come un'opera sulla Provvidenza (né
nel senso manzoniano del termine, né
in termini propriamente cattolici),
sembra proporre una concezione della stessa idea molto più profonda
e, proprio per questo, forse più vicina alla struttura reale
dell'esistenza. Dumas non costruisce un universo nel quale tutte le
cose tornano al loro
posto; al contrario, il suo romanzo procede attraverso una serie di
distruzioni irreversibili
e il suo protagonista scopre progressivamente che nessuna
intelligenza, ricchezza o potere possono
restituire ciò che la violenza aveva
distrutto. Nessuna qualità (morale, fisica,
intellettuale, materiale) acquisita da Dantès è in misura di
renderlo onnipotente, invincibile, insensibile.
Edmond Dantès non si vedrà mai restituire la vita che
gli era stata orribilmente sottratta. Può scappare dalla prigione
del Château d'If, può diventare il Conte di Montecristo (grazie
all'abate Faria), può accumulare una fortuna immensa, può assumere
identità diverse, può costruire con una precisione quasi sovrumana
la propria vendetta e può finalmente distruggere coloro che lo hanno
venduto, è un mostro di cultura e intelligenza, ma non può
restituire a se stesso la vita che aveva davanti a sé prima
di essere gettato in cella. Non può riportare in vita suo padre, non
può cancellare la propria trasformazione, non può tornare a essere
il giovane e ingenuo marinaio che era e, soprattutto, non può
semplicemente sposare Mercedes come se il tempo non fosse passato.
Mercedes ha avuto una vita durante la sua assenza, ha conosciuto il
dolore, ha avuto un figlio, ha compiuto delle scelte; Edmond, nel
frattempo, è diventato qualcun altro. Un altro uomo. Il Conte di
Montecristo è più una reincarnazione dell'abate Faria stesso, una
prolungazione dell'umanista italiano incontrato in prigione,
piuttosto che un Edmond semplicemente cresciuto e maturato. L'Edmond,
cosi com'era entrato in cella, è morto. La coppia Edmond e Mercedes
non è più possibile. Il loro amore appartiene a un passato che non
esiste più e nessuna vendetta può renderlo nuovamente possibile.
Questo è forse uno degli aspetti più profondi del
romanzo di Dumas, perché significa che la giustizia non coincide con
la restituzione, né con la ricompensa. Edmond può punire chi lo ha
rovinato, ma non può recuperare ciò che ha perso; può distruggere
i responsabili del proprio passato, ma non può cancellare il passato
stesso. Potrebbe calpestare il dolore di Mercedes, ma sceglie di
risparmiarle almeno la perdita del figlio, un figlio frutto di un
finto amore con un finto uomo. Sceglie di lasciarle quel figlio che
Edmond avrebbe dovuto e voluto avere con lei.
Il mondo che rimane dopo la sua vendetta non sarebbe
esistito se Edmond non fosse stato imprigionato, e proprio per questo
l'uragano della vendetta non ha la forma rassicurante del ritorno
all'ordine spezzato.
Anche gli altri personaggi subiscono questa legge
dell'irreversibilità. Fernand muore, Villefort viene distrutto,
Caderousse soccombe, Danglars viene umiliato. Certo,
Maximilien può ricominciare, ma ricominciare
non significa tornare indietro; Haydée può essere liberata, ma la
libertà non coincide con la restituzione del regno che ha perso. Il
suo passato non viene cancellato, suo padre non ritorna, il mondo che
avrebbe dovuto essere suo non le viene
restituito come premio per la sua sofferenza.
Rimane
la libertà, e forse è proprio questo il punto.
Perché Haydée e Edmond che partono rappresentano una
possibilità molto diversa da quella del lieto fine tradizionale:
ottengono la libertà, la possibilità di avere un futuro. È una
compensazione apparentemente più povera, se misurata secondo la
logica narrativa del «vissero felici e contenti», ma è anche una
possibilità molto più vicina alla realtà, dove la vita consiste
nel ricominciare una nuova avventura. Dumas non ha bisogno di fingere
che il mondo sia giusto; gli basta mostrare che, dentro un mondo
irrimediabilmente ferito, qualcuno può ancora sperare.
E proprio qui si comprende la differenza
fondamentale fra la Provvidenza intesa come ricomposizione e quella
che potremmo leggere nel Conte di
Montecristo come apertura:
fede e speranza.
Dumas non dice che i buoni
saranno felici, ci mostra invece un mondo nel quale alcuni vengono
puniti, alcuni muoiono, alcuni vengono salvati, alcuni devono
ricominciare da zero e altri rimangono con ferite che nessuna
conclusione narrativa può cancellare. Il puzzle resta incompiuto non
per una debolezza della sua costruzione
ma perché la sua incompiutezza costituisce precisamente ciò che
Dumas vuole lasciare al lettore: la sensazione che la vita non sia un
problema matematico del quale possediamo la
chiave risolutiva.
La vita non è interamente nelle nostre mani,
a disposizione dei nostri desideri, dei nostri sogni, del nostro
potere, dei nostri algoritmi. La vita è tra le mani della
Provvidenza. Di Dio.
È significativo, allora, che l'ultima formula
del Conte di Montecristo
sia «attendre
et espérer», perché quelle parole
acquistano un peso maggiore se vengono confrontate con il lieto fine
manzoniano.
Questo espérer
non viene da espoir
(desiderio), ma dal più profondo espérance
(Speranza ultima, speranza in qualcosa di più, di qualcosa che viene
da Dio, con Dio). Un termine legato alla fede, perché fede e
provvidenza non possono essere separate. Aspettare e sperare
vuol dire "avere fede".
«Aspettare e sperare» non significa "aspetta
che poi
tutto andrà bene" come nei Promessi
Sposi; significa
che l'uomo deve continuare a vivere con
fede in Dio anche se
non conosce il risultato finale della
propria partita
terrena. La fede,
la speranza vera
nascono quando non
abbiamo alcuna certezza, quando il futuro non è ancora scritto
davanti ai nostri occhi e quando dobbiamo continuare a camminare
senza possedere la garanzia che il cammino condurrà dove
desideriamo.
In questo senso, il Conte
di Montecristo produce
una forma di religiosità narrativa tanto
involontaria quanto potente,
perché costringe il protagonista a scoprire una verità che l'uomo
religioso dovrebbe portare sempre con sé:
la Provvidenza non è Edmond che
esce di prigione per sconfiggere
il male. Edmond può credere di
essere stato salvato per diventare uno
strumento della giustizia divina, ma proprio questa convinzione
rischia di trasformarsi
in un uomo che pretende di conoscere e di
compiere un disegno superiore
e di amministrare personalmente la giustizia
divina. La morte del piccolo Édouard, le
lacrime di una Mercedes implorante ai suoi piedi,
rompono questa
illusione, perché introducono
nel progetto di vendetta
di Edmond Dantès una
variabile che non può
essere giustificata dalla semplice logica
del castigo. Edmond scopre allora che l'uomo può agire, può
combattere l'ingiustizia, può liberare e persino vendicarsi, ma non
può pretendere di incarnare
il punto di vista di Dio per
agire da contabile del bene e del male.
È una scoperta che avvicina forse Dumas a Manzoni, ma
soltanto dopo avere attraversato strade molto diverse. Entrambi sanno
che l'uomo non è padrone del senso ultimo della propria
esistenza; entrambi costruiscono personaggi che devono confrontarsi
con una realtà più grande della loro capacità di comprenderla;
entrambi mostrano che il male può essere trasformato in qualcosa di
diverso da una semplice sconfitta. Ma
se Manzoni,
alla fine, sente il bisogno di mostrarci la felicità
di Renzo e Lucia come nel
più classico dei film americani,
Dumas ha il coraggio di lasciare il proprio universo narrativo
parzialmente irrisolto, e quindi ancora nelle
mani di Dio. Manzoni ci permette di vedere la casa nella
quale i protagonisti possono finalmente abitare; Dumas ci lascia
piuttosto davanti a una nave che si allontana, portando con sé un
uomo e una donna in parte sconfitti, in parte vittoriosi, che non
hanno ottenuto tutto ciò a cui inizialmente aspiravano ma che
possiedono ancora la possibilità e la voglia di vivere, amare,
sperare.
Ed è forse proprio questa differenza a rendere il
confronto così interessante. Il lieto fine manzoniano è
consolatorio perché realizza una speranza che, nella vita reale, non
possiede certezza; Dumas, invece, conserva fino alla fine una zona
d'ombra nella quale non sappiamo che cosa accadrà, e proprio questa
ignoranza rende più autentica la Speranza che il romanzo ci
consegna. La Provvidenza, che è qualcosa di diverso dalla fortuna,
non dovrebbe infatti garantire che l'uomo riceverà in terra ciò che
desidera, perché una simile promessa trasformerebbe Dio in una
specie di amministratore delegato della nostra felicità e dei nostri
(illusori) meriti; essa dovrebbe piuttosto lasciare aperta la
possibilità che il significato dell'esistenza ecceda ciò che
possiamo sperimentare e verificare nel breve arco della nostra storia
terrena.
Allora il vero romanzo
della Provvidenza non è quello nel quale la Provvidenza ha
sistemato tutto, ma quello nel quale l'uomo impara a vivere senza
pretendere che tutto venga sistemato. Non perché Manzoni abbia
sbagliato nel raccontare il matrimonio di Renzo e Lucia, e neppure
perché il finale di Montecristo
costituisca una teologia più rigorosa di quella dei Promessi
sposi, ma
perché la provocazione di Dumas ci costringe a distinguere la
Speranza
dalla speranza,
e la Provvidenza dalla ricompensa. Una
Provvidenza che è voler
consolare ogni vita
sulla terra sarebbe, in fondo, troppo simile a un narratore che non
sopporta di lasciare una trama irrisolta; una Provvidenza
autenticamente religiosa, invece, deve
poter convivere con il bambino che muore, con l'innocente ucciso
che non viene vendicato, con l'amore rubato
che non ritorna, con il regno perduto
che non viene restituito, con la giovinezza
tradita che non può
essere recuperata. Altrimenti che fede è?
A questo punto la domanda iniziale può essere
rovesciata: che cosa distingue veramente la Provvidenza dal lieto
fine? Forse proprio il fatto che il lieto fine vuol chiudere la
storia, mentre la Provvidenza la apre oltre ciò che possiamo vedere.
Il lieto fine ci dice che il puzzle è stato completato; la
Provvidenza ci chiede di accettare che in questa vita ci mancherà
sempre un pezzo. Il primo soddisfa il nostro bisogno di ordine, la
seconda mette alla prova la nostra fede. È una differenza che
riguarda non soltanto la letteratura, ma il modo stesso in cui
concepiamo l'esistenza: se crediamo nella Provvidenza divina soltanto
perché alla fine Renzo sposa Lucia, allora stiamo forse cercando nel
cristianesimo le stesse borghesi confortanti carezze che cerchiamo
nelle illusioni letterarie più raffinate; se invece riusciamo a
concepire una Provvidenza operante anche quando Cecilia muore, quando
Mercedes non aspetta Edmond e quando Haydée viene fatta schiava,
allora ci avviciniamo a qualcosa di molto più difficile e, forse,
molto più vicino alla fede.
È per questo che, fra Manzoni e Dumas, la domanda «chi
ha fatto centro?» non può essere risolta semplicemente scegliendo
il romanzo più "ortodosso" o l'autore più clericale.
Manzoni ha certamente scritto il grande romanzo nazionale della
Provvidenza come interpretazione cristiana della storia, e sarebbe
ingiusto negare la profondità del suo capolavoro; Dumas, invece,
ha scritto forse senza volerlo un romanzo nel quale la
Provvidenza può essere letta come rinuncia dell'uomo alla pretesa di
controllare il significato totale degli eventi e come vera
fede in qualcosa di più
grande.
Forse è proprio per questo che, personalmente, mi
riconosco di più nella nave in mare aperto di Edmond et Haydée che
nella casetta con l'orto di Renzo e Lucia.
Forse è proprio in quel magico finale del Conte di
Montecristo che la letteratura incontra la religione nella sua forma
più magistrale: non perché ci promette che tutto finirà bene
secondo i nostri criteri, ma perché ci ricorda che il mondo non è
ancora finito, che il passato non può essere cambiato e che il
futuro, proprio perché non sappiamo ciò che ci riserva, resta nelle
mani di Dio.
Luca Costa
LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo