Cari Stati Uniti, non
era questo il mondo che ci avevate promesso.
Chi scrive
non ci aveva mai creduto, ma...
***
Non era questo
il mondo che ci raccontavate alla fine della Guerra Fredda, quando il
Muro cadeva e Fukuyama parlava di “fine della storia”, di trionfo
della democrazia liberale, di un ordine internazionale fondato sul
commercio. Non era questo il mondo che l’Europa ha sostenuto,
finanziato, difeso, giustificato per decenni, accettando basi
militari, missioni all’estero, sanzioni, guerre “umanitarie”,
sacrifici economici e perfino restrizioni di sovranità in nome di
un’alleanza che doveva garantire stabilità e prosperità
condivisa.
E invece eccoci
qui, nel 2026, con le pezze al culo, a commentare l’ennesima guerra
in Medio Oriente, l’ennesimo brutale intervento militare contro uno
Stato sovrano, l’ennesima operazione dal nome roboante e
cinematografico che sembra uscita da una sceneggiatura hollywoodiana.
Purtroppo non è
un film. L’Iran colpito, devastato, destabilizzato, in
un’escalation che non nasce dal nulla ma da anni di tensioni
alimentate, provocazioni, sabotaggi, rappresaglie. Da chi?
Da Usraele.
La coppia USA/Israele. E gli Stati Uniti che, ancora una volta, si
muovono a rimorchio di un Israele guidato da un immondo Benjamin
Netanyahu sempre più prigioniero della propria follia imperialista,
sempre più incline a trasformare la sicurezza in ossessione e
l’ossessione in dottrina permanente.
Sia
chiaro: qui non si tratta di difendere il regime iraniano. Nessuno
può amare il sistema
dei Guardiani della Rivoluzione, le limitazioni delle libertà delle
donne, la durezza con cui il potere a Teheran
ha schiacciato opposizioni e dissenso. Ma una cosa è ritenere
auspicabile un cambiamento politico interno, un’altra è imporlo
dall’esterno con bombe, missili, distruzioni sistematiche, in nome
di una presunta superiorità morale. La storia recente dovrebbe
averci insegnato qualcosa. Dopo gli orrori
in Serbia, Cecenia, Afghanistan, Irak, Libano, Libia, Siria, Gaza,
Palestina, Venezuela, ora tocca all'Iran subire l'esportazione di
democrazia. E toccherà a noi pagare:
interventi presentati come liberazioni e finiti in caos, terrorismo,
radicalizzazione, instabilità permanente.
Bollette e carburanti alle stelle.
Eppure si
ricomincia. Sempre con la stessa retorica, sempre con la stessa
sicurezza granitica di chi si sente investito di una missione
storica. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con la sua miscela di
volgarità e spavalderia, non ha mai nascosto la sua visione
transazionale del mondo: alleati utili finché servono, poi
sacrificabili; nemici da piegare, non da comprendere. L’idea di
equilibrio, di paziente costruzione diplomatica, è sostituita da
quella di forza immediata, spettacolare, dimostrativa. La politica
estera diventa un reality show armato.
E Netanyahu,
dall’altra parte, agisce come se il tempo storico fosse un
dettaglio, come se la dimensione biblica e quella geopolitica
potessero sovrapporsi senza frizioni. La narrativa del “Grande
Israele”, l’evocazione costante di minacce esistenziali, la
convinzione che solo l’annientamento preventivo dell’avversario
garantisca sicurezza, producono una spirale in cui ogni conflitto
prepara il successivo. Gaza è distrutta, la Cisgiordania ormai
annessa, il Libano una polveriera, la Siria un incubo, e ora l’Iran
è il bersaglio finale verso la creazione di un Grande Israele
padrone assoluto del Medio Oriente.
Trump ha
seguito. Gli USA hanno seguito. Quanti personaggi dell'élite
americana, repubblicani o democratici che siano, sono finiti nella
rete del Mossad attraverso Epstein e i suoi festini pedofili?
Meglio
distruggere paesi interi che finire sputtanati. Figuriamoci se si
deve andare in galera.
E l’Europa?
L’Europa paga. Come sempre.
Paga in termini
economici, con il prezzo del petrolio che sale, con il gas che torna
a essere un’arma geopolitica, con le bollette che si gonfiano
mentre gli stipendi restano inchiodati. Paga in termini politici,
perché ogni crisi internazionale si traduce in instabilità interna,
in tensioni sociali, in governi che arrancano tra inflazione e
malcontento. Paga in termini morali, perché continua a proclamare
autonomia strategica e poi si accoda come un cagnolino alle decisioni
prese altrove.
E l’Italia, in
questo quadro, offre uno spettacolo che definire imbarazzante è
poco. Antonio Tajani, l'osceno, immondo, ministro degli Esteri, colui
che dovrebbe incarnare dignità e prudenza diplomatica di un Paese
fondatore dell’Unione Europea, macché! Robba passata!
Tajani giustifica tutto, tutto quel che vogliono i padroni a stelle e
strisce. No problem Donald. Guido Crosetto, ministro
della Difesa, parla (in vacanza da Dubai) con tono grave di...(di
cosa parla?), ma evita accuratamente di sollevare il tema centrale:
quali sono i limiti? Qual è il confine oltre il quale l’alleanza
diventa sudditanza? E Giorgia Meloni? La leader sovranista e
orgogliosa della sua italianità, incapace di un solo gesto di reale
autonomia, di una sola parola che suoni come un richiamo all'ordine
rivolto a Washington o a Tel Aviv. E perché mai? Una volta Biden le
ha dato un bacino, Trump le fa sempre una carezza sui capelli...
italiani cosa volete di più? Eh...
La verità è
che i politici italiani, come quelli dell’UE, sono corrotti.
Corrotti. E chi è stato corrotto e incassa i benefici economici
della corruzione, e non osa dire che un conto è la solidarietà
atlantica, un altro è l’avallo automatico di ogni nefandezza
militare. Non osa ricordare che la sicurezza non può essere
costruita sulle macerie di popoli distrutti. Non osa nemmeno
rivendicare il diritto di essere informata, consultata, rispettata,
anziché semplicemente coinvolta a cose fatte. Si preferisce
l’applauso prudente, la dichiarazione di circostanza, l’adesione
senza condizioni.
Tanto finché
arrivano i bonifici sui conti off-shore...ma chi me lo fa fare. No?
Pochi parlano
del passato iraniano, la storia questa sconosciuta. I Pahlavi, il
colpo di Stato contro Mossadeq, l’intreccio tra interessi
petroliferi anglo-americani e ingegneria politica. Si parla con
leggerezza di “cambio di regime”, come se fosse la prima volta
che l'Iran subisce un cambiamento di regime deciso tra Londra e
Washington. L’idea che l’Iran possa essere semplicemente
ristrutturato a beneficio di equilibri energetici più convenienti è
non solo cinica, ma miope. Ogni intervento violento genera forze
imprevedibili, radicalizza identità, crea nuovi nemici.
Sul piano
filosofico e morale, la questione è ancora più radicale. Trump ha
il diritto di proclamarsi garante dell’ordine internazionale e allo
stesso tempo riservarsi il diritto di violarlo quando lo ritiene
opportuno? Può la democrazia essere esportata con morte e
bombardamenti? Può la giustizia nascere da un atto unilaterale di
violenza? Sono domande antiche, che attraversano il pensiero politico
da Tucidide a Kant, ma che sembrano evaporare ogni volta che un
conflitto viene presentato come inevitabile dai nostri media
prevalenti. Corrotti anche loro. Vergogna.
Il problema non
è solo geopolitico. È culturale. È l’assuefazione alla guerra
come strumento normale di gestione delle crisi. È l’idea che
esista sempre un nemico assoluto che giustifica ogni mezzo (avete
letto in questi giorni i titoli de ilGiornale di Sallusti?
Vergogna!). È la riduzione della complessità storica a slogan, la
trasformazione delle tragedie in narrative rassicuranti per le
opinioni pubbliche occidentali.
E allora
sì, la domanda torna con forza: cari Stati
Uniti, era questo il mondo che ci avevate
promesso? Era questo l’ordine nuovo?
Era questa la pace garantita dall’ombrello atlantico? Un mondo in
cui l’Europa paga il conto energetico, sociale e politico di
decisioni prese sempre e solo nel vostro
interesse (e di quello di Israele, ma tanto ormai è la stessa cosa);
un mondo in cui i leader italiani si affrettano a mostrarsi docili
chihuahua fedeli alla
sottomissione incondizionata in cambio dell'obolo?
un mondo in cui la parola “democrazia” viene pronunciata con
tracotanza da pazzi furiosi in preda a hybris
omicida, mentre cadono missili e
muoiono innocenti?
Certo, per dire
tutto questo, per alzare il ditino e fare una domanda, una!
servirebbero libertà, coraggio, intelligenza. Servirebbe una classe
dirigente capace di guardare negli occhi l’alleato e dirgli che
l’alleanza non è obbedienza cieca. Servirebbe una cultura politica
meno provinciale, meno timorosa, meno ossessionata dal compiacere.
Servirebbe un’opinione pubblica meno anestetizzata. Servirebbe
anche una Chiesa cattolica con i riflessi pronti anche quando si
tratta di bacchettare qualcosa che comunismo non è... (ma il
papa non era americano?).
Invece restiamo
qui, spettatori paganti (e sottolineo paganti) di una Epic Fury
che non abbiamo scelto, ma che ci devasterà comunque. E mentre il
Medio Oriente brucia, ancora una volta, l’Europa si scopre fragile,
divisa, dipendente, ancora una volta.
E nessuno che
dica: Caro Trump, non era questo il mondo che ci avevate promesso.
Preghiamo per il
popolo iraniano.
Luca Costa
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo