giovedì 19 febbraio 2026

In nome del popolo italiano

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO :

appello per una vera riforma della giustizia in nome dei diritti del popolo italiano

Parliamo di filosofia del diritto, con la consapevolezza che essa non è un esercizio astratto, bensì il luogo in cui si chiariscono i fondamenti delle scelte normative. Ogni riflessione seria sulla giustizia deve partire da un dato elementare, quasi banale: il diritto vive attraverso gli uomini che lo applicano. La persona precede sempre la funzione. Un buon giudice può incidere quanto, e talvolta più, di una buona legge. Lo aveva compreso già Aristotele quando distingueva tra giustizia legale ed equità: la norma è generale, la vita è particolare, e serve un interprete capace di colmare la distanza tra astratto e concreto. Anche Montesquieu, parlando del giudice come “bocca della legge”, non immaginava un automa privo di discernimento, ma un garante imparziale, chiamato ad applicare la norma senza sostituirsi ad essa.

Eppure proprio qui emerge la tensione strutturale dello Stato di diritto. Se la qualità morale e intellettuale del giudice è decisiva, possiamo davvero fondare l’equilibrio dell’intero sistema sulla virtù individuale? La filosofia morale può concedersi tale lusso; un ordinamento giuridico no.

Il diritto penale, più di ogni altro settore, richiede prevedibilità e certezza, perché incide sulla libertà personale da un lato e sulla fiducia del cittadino nei confronti dello Stato. Il principio di legalità non è soltanto una formula tecnica: è un argine contro l’arbitrio e contro il degrado delle istituzioni.

Parlando dei giudici, quando si attribuisce loro troppa discrezionalità interpretativa, il rischio non è semplicemente una diversa applicazione della legge, ma una sua mutazione sostanziale agli occhi del cittadino.

Parliamo di cose concrete. E attuali. In Italia, da oltre trent’anni, l’uso sistematico delle attenuanti generiche, l’ampio ricorso ai riti alternativi con consistenti riduzioni di pena, le interpretazioni elastiche di circostanze attenuanti generiche (generiche!) finiscono per produrre, nella pratica, un impianto sanzionatorio totalmente diverso da quello formalmente previsto. Non si tratta di imputare ai giudici una responsabilità impropria: essi operano entro strumenti (assurdi) che il legislatore ha predisposto. Il responsabilie è il legislatore. Noi percepiamo i danni come fatti dai giudici (semplifico) ma i danni sono perpetrati con strumenti forniti ai giudici dalla legge. Quindi il vero responsabile è chi la legge la fa.

Ma in Italia nessuno va più in galera! Quante volte abbiamo detto o sentito questo? Parliamo allora del nodo dei minimi edittali. Nel dibattito pubblico si invoca spesso l’innalzamento dei massimi di pena (in questo senso si è mosso anche il maldestro governo Meloni), ma in un sistema nel quale quasi tutti beneficiano di attenuanti e di sconti procedurali, il massimo resta una soglia teorica, evocativa, mai applicata. Il vero baricentro del sistema è il minimo. Se il minimo è basso e su di esso si applicano ulteriori riduzioni per rito abbreviato o patteggiamento, il risultato finale è una pena che frequentemente non comporta alcuna detenzione. L’innalzamento dei minimi, dunque, sarebbe la vera urgenza sulla quale intervenire. Si può discutere politicamente se sia opportuno farlo, ci mancherebbe, ma non si può negare che sia lì, nel minimo, che si gioca la concretezza dell’esecuzione della pena.

Il tema si collega direttamente a quello della funzione della pena. Torniamo quindi alla filosofia del diritto. L’articolo 27 della Costituzione afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Tuttavia “tendere” non significa che la pena debba esaurirsi nella sola dimensione rieducativa. La tradizione della filosofia del diritto penale riconosce alla pena una pluralità di funzioni: essa ristabilisce un equilibrio violato, svolge una funzione di prevenzione generale nei confronti della collettività e mira, al contempo, alla prevenzione speciale attraverso il recupero del reo. Se la componente retributiva e quella di prevenzione generale risultano eccessivamente attenuate da un sistema di esecuzione percepito come sistematicamente indulgente, si produce uno scarto tra legalità formale e percezione sociale della giustizia. La vittima non chiede vendetta, ma esige legittimamente il riconoscimento pubblico del torto subito; la collettività non pretende crudeltà, ma certezza. Altrimenti sale la voglia di farsi giustizia da soli, quando si percepisce che lo Stato non punisce i mascalzoni. Quando la risposta statale appare sproporzionatamente lieve rispetto alla gravità del fatto, si incrina la fiducia nelle istituzioni. Fatto gravissimo.

Le attenuanti generiche e i riti alternativi non sono, in sé, strumenti patologici. Sono nati per personalizzare la pena e per garantire efficienza processuale. Il rito abbreviato e il patteggiamento hanno contribuito a ridurre il carico giudiziario e ad accelerare i tempi. Il problema sorge quando tali istituti diventano automatici e impersonali. Si è rivoltata la frittata. Se la concessione delle attenuanti è di fatto generalizzata, la discrezionalità si trasforma in prevedibilità al ribasso.

In questo (desolante) quadro, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, per quanto rilevante sotto il profilo ordinamentale (forse), non tocca il cuore sostanziale del problema. Il cittadino che subisce un reato non è interessato all’equilibrio interno tra poteri, né alla dialettica tra centrodestra e magistratura requirente. Egli chiede se la condanna sarà certa, quale pena verrà inflitta e se quella pena sarà effettiva. Il cittadino che assiste inerme all’ondata di violenza che scuote le nostre strade esige una risposta penale all’altezza della situazione concreta, e non si accontenta di retorica aulica o aria fritta buonista.

Non è irrilevante, inoltre, il dato storico. Il Codice Rocco del 1930 e il codice di procedura penale coevo nacquero in un contesto autoritario. Fascista. È vero che nel corso dei decenni essi sono stati profondamente modificati e adattati alla Costituzione repubblicana, ma la loro ossatura originaria rimane riconoscibile. Anche i simboli sono ancora riconoscibili, i nomi e i cognomi, gli anni. Una riscrittura organica consentirebbe non solo una rottura con un’eredità ingombrante, ma soprattutto una sistematizzazione coerente dei principi costituzionali, una ridefinizione equilibrata delle pene, una razionalizzazione delle misure alternative e una maggiore chiarezza nella tipizzazione delle fattispecie di reato. Un codice nuovo non è necessariamente più severo; può essere più coerente, più trasparente, più comprensibile.

Allora, altro che separazione delle carriere!!! La vera questione della giustizia in Italia è come costruire un sistema nel quale la pena sia certa, la discrezionalità del giudice limitata, la risposta proporzionata e la rieducazione efficace (e qui, ci sarebbe molto da dire).

In definitiva, la riforma della giustizia non può essere ridotta a uno scontro tra poteri dello Stato. Essa deve essere affrontata come una questione di architettura normativa. Un buon giudice resta un bene prezioso, ma uno Stato moderno non può confidare nella speranza di avere sempre uomini eccellenti. Deve invece predisporre leggi chiare, strutture coerenti e meccanismi prevedibili. La giustizia non è soltanto morale, né meramente tecnica: è equilibrio tra persona e norma, tra libertà e sicurezza, tra discrezionalità e certezza. E nel diritto penale questo equilibrio si costruisce innanzitutto nella struttura concreta della pena. E non nell’organizzazione delle carriere.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



mercoledì 18 febbraio 2026

Il giudice è già super partes

NO ALLA RIFORMA :

Il giudice è già super partes : leggete la Costituzione, studiate la storia e non dite bischerate


C’è un equivoco che attraversa il dibattito sulla riforma della giustizia come una linea carsica: l’idea che la Costituzione italiana esiga la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante perché pretende un giudice “super partes”. È un argomento suggestivo, ma storicamente e giuridicamente nullo. E per comprenderlo bisogna tornare al significato autentico delle parole costituzionali, liberandole dalle sovrastrutture polemiche che si sono stratificate nel tempo.

La Costituzione della Repubblica Italiana non parla mai di “separazione delle carriere”. Non lo fa all’articolo 104, quando definisce la magistratura “ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Non lo fa all’articolo 107, quando disciplina le garanzie dei magistrati. E non lo fa nemmeno all’articolo 111, che pure consacra il principio del “giusto processo” davanti a un giudice “terzo e imparziale”. La terzietà che la Costituzione pretende è funzionale, non corporativa; riguarda il ruolo del giudice nel processo, non l’appartenenza a un ordine o a un corpo.

Che cosa significa, allora, “super partes”? Significa che chi decide non è parte del conflitto. Che non ha un interesse nell’esito. Che non coincide con chi esercita l’azione penale. È una garanzia contro la concentrazione delle funzioni di accusa e giudizio nella stessa persona, non una prescrizione sulla struttura ordinamentale della magistratura. La distinzione richiesta è interna al processo, non esterna ad esso.

Questo dato storico è decisivo. Quando la Costituzione entra in vigore nel 1948, il sistema processuale è ancora regolato dal Codice di procedura penale fascista, espressione di un modello inquisitorio-misto. In quel contesto non esisteva un processo accusatorio fondato su due parti contrapposte davanti a un arbitro passivo. L’istruzione era affidata a un giudice istruttore, figura che conduceva l’accertamento, raccoglieva prove, interrogava, disponeva perizie. Il pubblico ministero esercitava l’azione penale, ma non era il dominus esclusivo della fase istruttoria. Eppure nessuno dubitava che il giudice fosse “terzo”. Nessuno riteneva costituzionalmente necessaria una separazione delle carriere.

Anzi, proprio l’unità della magistratura era vista come presidio di indipendenza: sottrarre sia il giudice sia il pubblico ministero all’influenza dell’esecutivo significava blindare l’esercizio della giurisdizione da ogni interferenza politica. Il pubblico ministero non era un avvocato dell’accusa dipendente dal Governo; era un magistrato soggetto soltanto alla legge. La terzietà del giudice era garantita dalla distinzione delle funzioni nel singolo procedimento, non dalla creazione di due ordini separati.

La riforma del 1988, che ha introdotto un modello più marcatamente accusatorio (il processo "all'americana"), ha trasformato il volto del processo ma non ha modificato l’architettura costituzionale. Il giudice è divenuto più un “arbitro” tra le parti; il pubblico ministero è diventato una parte processuale a tutti gli effetti. È in questo nuovo scenario che si è insinuata l’idea che l’appartenenza allo stesso ordine possa intaccare la percezione di terzietà. Ma è un problema di mera percezione (e di mala fede), non di struttura costituzionale. La Costituzione non è cambiata nel suo impianto sull’unità della magistratura. E se davvero l’unità fosse stata incompatibile con il principio del giudice terzo, l’intero sistema avrebbe dovuto essere dichiarato incostituzionale per quarant’anni.

Anche ammettendo una separazione delle carriere, il pubblico ministero resterebbe magistrato, dotato delle stesse garanzie di indipendenza. Non diverrebbe automaticamente un organo dell’esecutivo, (a meno di una riforma ben più radicale che porterebbe il nostro ordinamento sulle tracce di quello francese). Il nodo, dunque, non è tra magistrato e non magistrato, ma tra unità e distinzione interna allo stesso ordine. E allora la domanda diventa inevitabile: se il giudice già oggi non può svolgere nel medesimo processo funzioni requirenti; se accusa e decisione sono affidate a soggetti diversi; se l’indipendenza è garantita dall’ordinamento costituzionale; dove sarebbe la lesione della terzietà?

L’argomento secondo cui la Costituzione “chiederebbe” la separazione delle carriere è, in realtà, una sovrainterpretazione contemporanea di un principio nato in un contesto del tutto diverso. I Costituenti non discutevano di modelli accusatori all’americana. Discutevano di come evitare che chi giudica potesse essere organo dell’accusa o del potere politico. La loro preoccupazione era impedire la concentrazione del potere punitivo, non moltiplicare le carriere.

Il giudice “super partes” non è il giudice isolato in un corpo separato dall’accusa; è il giudice che non coincide con l’accusa. È il giudice che decide sulla base delle prove formate nel contraddittorio. È il giudice che non dipende dal potere esecutivo. Tutto questo, nell’ordinamento italiano, è già garantito.

Si può legittimamente sostenere che la separazione delle carriere sia opportuna per ragioni di politica giudiziaria, di simbolica istituzionale o di riequilibrio dei poteri. Ma non si può attribuire alla Costituzione un'ideologia che essa non contiene. Trasformare una scelta politica in una necessità costituzionale significa forzare il testo, piegare la storia e confondere il piano del dibattito politico con quello dei principi giuridici costituzionali fondamentali.

La verità, meno spettacolare ma più solida, è che la terzietà è una qualità del giudizio, non un’etichetta dell’organigramma. E finché accusa e decisione restano nelle mani di soggetti diversi, finché il giudice non è parte e non risponde al potere politico, il requisito costituzionale è rispettato. Il resto appartiene al terreno dello scontro politico, legittimo ma distinto.

Questo andrebbe spiegato agli italiani, invece di fare caciara e moralismo (se sei una brava persona voti SI, se sei Padre Pio voti NO)...

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo






lunedì 16 febbraio 2026

Riforma della giustizia: separare per illudere

 

Separare per illudere: la riforma delle carriere è ideologia non sostanza

La riforma costituzionale della magistratura, al centro di un vivo dibattito in vista del referendum del 22 e del 23 marzo, è presentata dai partigiani del SI come un intervento necessario per garantire l’indipendenza del giudice: separando le carriere tra pubblico ministero (PM) e magistratura giudicante, si dice, garantirà imparzialità e terzietà del giudice. Ma se guardiamo con attenzione alla logica politica del processo, l’impianto della riforma appare selettivo, ideologico e, soprattutto, incoerente.

1. La terzietà del PM:

Secondo i sostenitori della riforma, il PM sarebbe culturalmente e strutturalmente troppo vicino al giudice e questa vicinanza comprometterebbe la neutralità di entrambi, o di uno dei due (questo non è ben chiaro). Questo è il fulcro ideologico su cui si fonda l'agognata separazione: il PM è considerato potenzialmente “di parte” per il solo fatto di appartenere allo stesso ordine dei giudici, e i giudici non sarebbero abbastanza "terzi" perché troppo apparentati ai PM.

Ma basta osservare i fatti: quando il magistrato fa il PM, non decide il destino dell’indagato, non emette sentenze e non rinvia a giudizio. Cosa fa il PM? Dirige le indagini, formula richieste di pena e condanna, sostiene la pubblica accusa, certo, ma il potere decisorio reale e definitivo non è mai suo. La terzietà del giudice rispetto al PM è dunque già strutturata: il PM è terzo rispetto alla decisione finale, esattamente come lo sono GIP e GUP nel loro ruolo, esattamente come lo è il giudice della sentenza. L’idea che la carriera condivisa possa corrompere la terzietà di requirente e giudicante non è dimostrabile, non è osservabile: è un arbitrio ideologico che maschera un intervento puramente politico.

2. L'immenso peso decisorio del GIP e del GUP : perché loro no?

Ma se, ragionando per assurdo, volessimo seguire la logica dell'attuale riforma, allora non possiamo ignorare il ruolo di TUTTI i magistrati che realmente determinano l’avvio del processo e incidono (anche pesantemente) sulla libertà dell’indagato in fase procedurale: il GIP e il GUP.

Il GIP decide sulle misure cautelari, autorizza intercettazioni, convalida arresti; il GUP decide se rinviare a giudizio o chiudere un procedimento. Dal punto di vista dell’indagato, queste decisioni sono ben più decisive e pesanti rispetto all’attività del PM: la libertà personale, l’apertura o la chiusura del processo sono in gioco. Non è poco.

Quindi se la logica della riforma fosse sostanziale, e non formale, allora sarebbe coerente separare anche queste figure in un ordine autonomo. La riforma bipartita, invece, si limita a un confine artificiale: divide il cocomero della magistratura in due metà, e che s'è visto s'è visto.

3. Il nodo della sostanziale terzietà

Qui emerge la vera questione filosofico-politica. La riforma attuale presume che il problema principale sia l’appartenenza di carriera: il PM non dovrebbe condividere percorso e organo di autogoverno con i giudici. Ma la terzietà non è solo una questione formale: è una questione di funzione concreta e potere effettivo.

  • Il PM ha potere di iniziativa, ma non potere decisorio;

  • Il GIP e il GUP hanno potere decisorio immediato, ma non interesse di parte;

  • Il giudice del dibattimento ha potere di accertamento pieno.

La riforma ignora questa complessità, concentrandosi su un simbolo: separare l’accusa dal giudizio.

4. Antitesi: la logica della riforma

I sostenitori del SI affermano che la separazione determinerà una chiara percezione di imparzialità e ridurrà il rischio di contiguità culturali tra PM e giudice.

Tuttavia, la questione della contiguità e della parzialità sono ipotetiche, non sono osservabili. Tutti i magistrati condividono formazione, cultura professionale e percorso di carriera, e allora? Il GUP lavora quotidianamente con in mano gli atti del PM, ma deve decidere se ci sono gli elementi per andare a processo o no; il GIP valuta misure cautelari, ma lo fa a garanzia della legge e dell'indagato. La riforma assume, senza fornire dati, fatti, che la contiguità PM/giudice minacci l’indipendenza della magistratura. Ma dove sono le prove dell'effettività di tale minaccia? In quali processi abbiamo osservato parzialità, complicità? Il governo ha fornito esempi in questo senso? No. Mi pare molto grave.

5. Sintesi politica

Se vogliamo essere coerenti, dobbiamo scegliere tra due strade:

  1. Il problema della contiguità PM/giudice non esiste perché non osservabile e non osservato → la riforma è inutile e ideologica: NO al referendum.

  2. Il problema esiste → allora la logica imporrebbe di estendere la separazione delle carriere anche al GIP e al GUP, non solo al PM, perché sono loro che decidono concretamente sulle libertà dell'indagato e sull'eventuale processo.

La riforma, invece, sceglie una terza via: separare requirente e giudicante, senza intervenire su tutti gli snodi decisivi del processo. Questo compromesso appare arbitrario e parziale.

6. La lezione politica

Il referendum non è solo un voto tecnico sulle carriere: è un giudizio politico sulla magistratura. La riforma mira all’illusione di terzietà, ma senza toccare la sostanza della complessità della procedura e del processo. Se vogliamo coerenza, se vogliamo una visione politica e sostanziale della neutralità, dobbiamo riconoscere che la separazione simbolica non risolve nulla, e che la vera indipendenza la si misura nei momenti decisivi del processo, non nella formale separazione di due carriere.

Per chi ha a cuore la logica, la coerenza e la sostanza della giurisdizione, la scelta è chiara: NO alla riforma. L’indipendenza non si costruisce con illusioni simboliche: si difende riconoscendo che la magistratura applica la legge, e che una buona giustizia è determinata da una buona legge da applicare.

In Italia vanno riformati il codice penale e il codice di procedura penale. Anzi, vanno riscritti, vanno rifatti da zero.

Ma, dopo lo schifo assoluto della riforma Cartabia, tutto cio pare assai complicato per lasciarlo fare alla Meloni e alla sua coalizione di pavidi incompetenti.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



domenica 15 febbraio 2026

La resistibile ascesa del Duce

 

LA RESISTIBILE ASCESA DEL FASCISMO : QUANDO LO STATO POTEVA AGIRE, O ALMENO REAGIRE, E NON LO HA FATTO


La crisi dello Stato liberal-costituzionale del Regno d’Italia tra il 1919 e il 1922, terminata con Vittorio Emanuele III che incarica Benito Mussolini di formare un nuovo governo (fascista), non fu il prodotto di un vuoto normativo né di un’improvvisa impotenza giuridica. Al contrario, fu il risultato di una mancata volontà politica e istituzionale di applicare strumenti che esistevano già e che, se utilizzati con coerenza, avrebbero potuto colpire il fascismo sul nascere. Il punto centrale non è dunque l’assenza di mezzi legali, ma la scelta di non usarli fino in fondo.

Quando nel 1919 nacquero i Fasci italiani di combattimento, il loro carattere violento era evidente fin dall’origine. Non si trattava di un movimento politico tradizionale, ma di un’organizzazione paramilitare che praticava sistematicamente la spedizione punitiva, la devastazione delle sedi avversarie, l’intimidazione armata di sindacalisti e amministratori locali, l’aggressione contro militanti del Partito Socialista Italiano e del Partito Popolare Italiano fondato da Luigi Sturzo. Nel 1921, con la trasformazione nel Partito Nazionale Fascista, questa dimensione non venne attenuata, ma istituzionalizzata in un partito politico ai limiti della legalità.

Lo Stato disponeva del Codice penale del 1889, il cosiddetto Codice Zanardelli, che prevedeva reati come l’associazione a delinquere, la partecipazione a bande armate, la devastazione e saccheggio, la violenza privata aggravata, l’intimidazione per impedire l’esercizio dei diritti politici. Le spedizioni squadriste integravano stabilmente (diciamo pure quotidianamente) queste fattispecie. Non si trattava di episodi isolati, ma di un metodo sistematico di lotta politica fondato sulla coercizione collettiva. Il diritto positivo consentiva di perseguire non solo i singoli atti, ma la struttura organizzata che li rendeva possibili. In termini giuridici, nel 1921 vi erano (eccome) gli strumenti per qualificare le squadracce prima e il PNF poi come associazioni criminali e colpirne i dirigenti.

La questione, allora, si sposta sul piano delle responsabilità istituzionali. In un sistema fondato formalmente sulla separazione dei poteri, l’azione penale non spettava al Presidente del Consiglio (Giolitti o Facta). La magistratura aveva la titolarità dell’iniziativa. Prefetti e questori, dipendenti dal Ministero dell’Interno, avevano poteri ampi in materia di ordine pubblico: potevano vietare riunioni, sciogliere assembramenti armati, disporre arresti in flagranza, sequestrare armi. La magistratura giudicante poteva irrogare pene severe per reati contro l’ordine pubblico. Nulla, sul piano formale, impediva una repressione energica e sistematica.

Ciò che mancò non fu la norma, ma la convergenza tra apparato amministrativo, requirente e giudicante nel riconoscere nel fascismo una minaccia strutturale allo Stato. Molti prefetti e funzionari di pubblica sicurezza adottarono un atteggiamento di tolleranza, talvolta pure di simpatia o di complicità. In numerose province le forze dell’ordine non intervennero durante le spedizioni punitive contro socialisti e sindacati.

Parallelamente, una parte significativa delle élite industriali e latifondiste finanziava la violenza fascista, braccio armato della loro ricchezza.

A livello politico, l’obiettivo prioritario dello Stato divenne il contenimento del socialismo, anche a costo di tollerare metodi illegali. In questo quadro si inserisce la strategia di Giovanni Giolitti, che nel 1921 decise di includere i fascisti nel Blocco nazionale. L’idea era coerente con la tradizione trasformista del liberalismo italiano: integrare per neutralizzare, parlamentarizzare per normalizzare. Anche sotto il governo di Luigi Facta si tentò di esplorare la via dell’inclusione, ipotizzando l’ingresso dei fascisti in un governo di coalizione per evitare l’escalation verso lo scontro aperto. Uno scontro aperto temuto sia dal re che dai vertici militari, in quanto non era chiaro come avrebbe reagito l’esercito all’ordine di liquidare i fascisti con la forza.

In quella fase, Benito Mussolini non era affatto il dittatore indiscusso che sarebbe diventato dopo il 1925. Anzi, all’interno del fascismo agivano con forza e spregiudicatezza figure come Michele Bianchi, vero segretario nazionale del partito, Italo Balbo, organizzatore delle milizie squadristiche, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Roberto Farinacci, espressione dell’ala più intransigente e insurrezionale. Per costoro, accettare un ruolo subordinato in un governo liberale avrebbe significato tradire la natura rivoluzionaria (e violenta) del fascismo. Mussolini, che in altre fasi della sua carriera aveva mostrato flessibilità tattica, si trovò stretto tra l’opportunità di una legittimazione istituzionale e il rischio di essere scavalcato dai ras più radicali (e di conseguenza l’espulsione dal partito, cosa che Mussolini, dopo essere già stato espulso dai socialisti sette anni prima, non poteva permettersi). Alla fine prevalse la linea del “tutto o niente”: non un ministero, ma la Presidenza del Consiglio. Prevalse quindi la linea Bianchi, Mussolini dovette “adeguarsi” e accettare di diventare primo ministro.

Il momento decisivo fu l’ottobre 1922. Di fronte alla minaccia della Marcia su Roma, il governo Facta deliberò lo stato d’assedio. La firma del re Vittorio Emanuele III avrebbe probabilmente consentito all’esercito di reprimere l’iniziativa. Le forze armate erano superiori alle milizie fasciste. La scelta di non firmare segnò la svolta. Il re si assunse una terribile responsabilità di fronte alla storia, di fronte al popolo italiano : consegnare lo Stato ai fascisti. Consegnare l’Italia a un partito armato contro lo Stato e contro le sue leggi. Una decisione clamorosa, inaudita nella storia della modernità occidentale. Un semi-colpo di stato degno del 18 Brumaire e di Napoleone.

Perché Vittorio Emanuele III ha agito in modo cosi scellerato? Perché le élite italiane dell’epoca (finanza, industria, latifondo, aristocrazia) preferirono affidarsi al manganello fascista per “blindare” le classi abbienti contro la minaccia socialista, invece di usare gli strumenti dello Stato di diritto per spezzare il manganello e ristabilire ordine e legalità al paese. Si scelse la scorciatoia della forza privata tollerata, anziché la via più impegnativa della legalità coerentemente applicata.

Lo Stato liberale preferì suicidarsi per blindare i privilegi di quelle mani, quelle poche mani che tenevano in pugno il cuore dello Stato stesso, quelle poche mani che facevano e che faranno del popolo italiano un gregge di pecore da sfruttare, e sfruttate.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




sabato 14 febbraio 2026

Fascismo e Massoneria

FASCISMO E MASSONERIA :

ORIGINE E SVILUPPI DI UNA RELAZIONE

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Il fascismo italiano non nasce in un vuoto politico e culturale: per comprenderne le origini occorre guardare agli ambienti ideologici dell’Italia liberale post-unitaria. In quel contesto la massoneria assumeva un ruolo (pur eterogeneo) assai importante: tra banchieri, industriali, agrari, funzionari statali e intellettuali, essa costituiva un bacino di idee nuove e sensibilità politiche liberali. Certo, essa era anticlericale, laicista, favorevole al parlamentarismo, liberale e rappresentava un punto di riferimento per le élites borghesi. Queste stesse élites, a partire dalla fine dell’Ottocento, furono parte attiva nell’economia e nella politica italiana e la loro influenza favorì indubbiamente l’avvento del fascismo.

Con la fine della Prima guerra mondiale e la paura di una rivoluzione socialista, il 23 marzo 1919 i Fasci di combattimento si costituiscono a Milano, nella storica riunione in Piazza San Sepolcro. I sansepolcristi erano un gruppo bizzarro: ex socialisti interventisti, repubblicani, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari. Tra loro spiccano figure come Michele Bianchi, la cui affiliazione alla massoneria nella Gran Loggia di Piazza del Gesù è ben documentata. Ma Bianchi non era il solo massone tra i sansepolcristi, anzi. Questa presenza segnala che fin dall’origine alcuni quadri del fascismo portavano con sé sensibilità ideologiche tipiche della massoneria italiana: anticlericalismo, laicismo e una visione elitista del potere. Il fascismo nascente non era certo una loggia travestita, ma si puo parlare di contaminazione culturale: il fascismo, pur nascendo come movimento eterogeneo, assimilava mentalità e valori del liberalismo risorgimentale.

Le violenze del Biennio Rosso non faranno che rinvigorire i legami tra borghesia liberale e fascismo. Al punto che per le élites finanziarie, industriali e latifondiste, il fascismo diverrà l'unica speranza per arginare definivamente la grande paura una rivoluzione socialista o (eventualità ancor più terribile) una vittoria del Partito Popolare (cattolico) alle elezioni.

Quando Mussolini accede al potere nel 1922 con la complicità del re Vittorio Emanuele III, il fascismo appare ancora formalmente rispettoso della legalità costituzionale: fiducia parlamentare, elezioni nel 1924. Tuttavia, già in questa fase si delinea la trasformazione del movimento in regime totalitario. Nel 1925 le logge massoniche vengono formalmente sciolte e ai funzionari pubblici è vietata l’appartenenza. Una rottura clamorosa con la massoneria organizzata, ma non certo la fine dell'influenza culturale di quest'ultima sul regime. I quadri dirigenti continuano a essere permeati da valori laicisti e statolatrici, e questa eredità culturale diventa parte integrante di un partito che è ormai Stato, regime e apparato coercitivo unico.

Il 1929 segna la firma dei Patti Lateranensi, un accordo formale che stabilisce un’alleanza tra Stato fascista e Chiesa (in realtà, per Mussolini questa è una vincente operazione di marketing, oltre al sogno di fare della Chiesa un apparato amministrativo dello Stato fascista, un po' come aveva fatto Napoleone). Tuttavia, nei quadri dirigenti del regime continuano a operare sensibilità anticlericali ereditate dalla cultura liberale e dalla massoneria.

L’equilibrio apparente si spezza pochi anni dopo, quando il regime intensifica il controllo sulle associazioni e sulla gioventù, fino alla repressione finale dell’Azione Cattolica e di tutte le associazioni giovanili cattoliche. Qui entra in scena l’enciclica Non abbiamo bisogno di Pio XI, documento chiave per comprendere la percezione papale del fascismo come veicolo di ideologia massonica.

In Non abbiamo bisogno, Pio XI non parla a caso: consapevole della concentrazione di potere nel partito unico e dei quadri dirigenti permeati da valori massonici, afferma che:

Non possiamo invece Noi, Chiesa, Religione, fedeli cattolici (e non soltanto noi) essere grati a chi dopo aver messo fuori socialismo e massoneria, nemici nostri (e non nostri soltanto) dichiarati, li ha così largamente riammessi, come tutti vedono e deplorano, e fatti tanto più forti e pericolosi e nocivi quanto più dissimulati e insieme favoriti dalla nuova divisa.”

Con questa frase, il Papa indica chiaramente che il pericolo non risiede in logge sparse e autonome, bensì nel partito-stato totalitario che incorpora i valori massonici e li rende operativi in maniera centralizzata. Lo spirito massonico, secondo Pio XI, si manifesta non attraverso cospirazioni o rituali (certamente no), ma nella cultura politica dei dirigenti, nell’autorità dello Stato e nella volontà di subordinare la Chiesa al potere totalitario. È questo, più della massoneria organizzata, a rendere il fascismo una minaccia ideologica reale e concreta. Un fascismo che ha metabolizzato l'ideologia massonica e che agisce come braccio amministrativo (e armato) di essa. Lo scioglimento delle associazioni giovanili cattoliche è un fatto violento, compiuto con la violenza, e che non trova giustificazioni. La reazione di Pio XI con l'enciclica "Non abbiamo bisogno" fu certo fin troppo prudente. C'erano, eccome, gli estremi per denunciare una rottura unilaterale del concordato.

Certo il Papa ha dimostrato una lucida comprensione della situazione. Non condannando l’esistenza di logge o di massoni in generale, ma condannando un regime che, pur formalmente alleato della Chiesa, era permeato di valori e mentalità che essa ha sempre considerato pericolosi.

La differenza è essenziale: la massoneria tradizionale è frammentata, con orientamenti spesso divergenti e potere limitato, mentre il fascismo totalitario unifica in un’unica macchina partito-Stato l'ideologia massonica rendendola operativa su scala nazionale. Anche per quanto riguarda il suo più bieco e violento anticristianesimo, sfociato nelle violenze del 1931 e nello scioglimento dell'associazionismo giovanile cattolico.

In definitiva, il legame tra fascismo e massoneria fu ideologico e culturale. Tuttavia, nel 1931 si osserva che l’assorbimento di uomini, idee e sensibilità provenienti da ambienti massonici, unito alla concentrazione del potere nello Stato totalitario, rende la “minaccia massonica” agli occhi di Pio XI più grave e immediata di quanto sarebbe stata una massoneria tradizionale e frammentata in logge certo influenti, ma eterogenee e con sensibilità diverse.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




venerdì 13 febbraio 2026

Fascismo: fu vero consenso?

 Fascismo e consenso popolare: un mito storiografico

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C’è un luogo comune duro a morire nella narrazione pubblica italiana: l’idea che il fascismo sia stato, tra il 1925 e il 1935, un regime largamente sostenuto dal popolo, diversi storici (alcuni di essi anche in buona fede) sono addirittura giunti a definirli come “gli anni del consenso”.

Questa rappresentazione, sedimentatasi nel dopoguerra per ragioni politiche e culturali diverse, resiste (eccome!) ancora oggi. Ma se osserviamo con lucidità e lealtà i fatti, i numeri, le dinamiche istituzionali e sociali, il quadro che emerge è profondamente diverso. Il cosiddetto “consenso popolare” al regime fascista non è mai esistito, almeno come consenso effettivo, cioè spontaneo e maggioritario. L’avvento del fascismo fu il progetto di parte della borghesia italiana, un’élite che scommise sulla distruzione delle libertà politiche e su una mobilitazione violenta organizzata (e finanziata) dall’alto. Creare un sistema privo di alternative (un regime) che agisse come muro di contenimento contro il socialismo, il comunismo e la dottrina sociale della Chiesa.

Il fascismo nasce ufficialmente il 23 marzo 1919, quando a Milano, in piazza San Sepolcro, Benito Mussolini e i suoi scagnozzi (Michele Bianchi, Ferruccio Vecchi, ecc.) fondano i Fasci italiani di combattimento. I partecipanti – i cosiddetti sansepolcristi – sono poco più di duecento. Non una massa, non certo un movimento popolare radicato nel Paese profondo, ma un’avanguardia politica eterogenea composta da ex interventisti, sindacalisti rivoluzionari, futuristi, reduci, piccoli borghesi urbani. Il fascismo delle origini non affatto è il risultato di una sollevazione nazionale: è un gruppo politico minoritario che tenta di inserirsi nella crisi dello Stato liberale.

Il primo banco di prova è immediato. Alle elezioni politiche del 16 novembre 1919, le prime del dopoguerra, il movimento fascista subisce una sconfitta umiliante: nessun eletto, percentuali irrilevanti. A trionfare sono il Partito Socialista Italiano e il Partito Popolare Italiano. Se davvero il fascismo fosse stato l’espressione politica della “vittoria mutilata” e della frustrazione dei combattenti, se fosse stato il canale naturale della rabbia postbellica, le urne avrebbero dovuto premiarlo. Accade l’opposto. Il popolo italiano nel 1919 non sceglie il fascismo: lo respinge. Il popolo italiano mostra il suo vero volto : cattolico e socialista. Don Camillo e Peppone.

Esplode il Biennio Rosso. Tra il 1919 e il 1920 l’Italia è attraversata da scioperi generali, occupazioni di fabbriche, agitazioni contadine contro il latifondo, rivendicazioni salariali e contrattuali. È un movimento di massa che affonda le radici nella questione sociale irrisolta dell’Italia liberale: analfabetismo diffuso, povertà rurale, sfruttamento operaio, diseguaglianze profonde tra Nord e Sud. La mobilitazione popolare è in larga misura socialista, sindacale, cooperativa. Le masse contadine chiedono terra, gli operai chiedono rappresentanza e diritti. Non chiedono il fascismo. I latifondisti, il mondo della finanza e la grande industria vivono LA paura : la paura di una rivoluzione comunista.

In questo contesto le squadracce fasciste (pagate da chi secondo voi?) emergono come forza di repressione. L’Italia è alle soglie di una guerra civile. Le squadracce fasciste non sono certo l’espressione del popolo, ma uno strumento organizzato che trova sostegno finanziario e logistico nel latifondo e in un’industria spaventati dall’avanzata socialista. La complicità dello Stato è già evidente. Le spedizioni punitive contro le leghe contadine e le camere del lavoro non vedono mai l’ombra di una condanna, le forze dell’ordine guardano e lasciano fare. Anche la composizione originaria del movimento, con la presenza di professionisti, notabili urbani ex sottufficiali e ambienti massonici, riflette una matrice ultra-borghese. Non è un giudizio morale: è un mero dato sociologico.

Alle elezioni del 15 maggio 1921 i fascisti entrano in Parlamento con 35 deputati, inseriti nei Blocchi Nazionali insieme a liberali e conservatori. Non sono maggioranza, non sono forza dominante, non rappresentano un’onda popolare. Da un punto di vista democratico sono il nulla assoluto. Altro che consenso. Nel novembre 1921 nasce il Partito Nazionale Fascista, con alcune centinaia di migliaia di iscritti. È una crescita significativa, ma non una mobilitazione nazionale.

La svolta avviene nell’ottobre 1922 con la Marcia su Roma. Ma la Marcia non è una vittoria elettorale. È una dimostrazione di forza paramilitare in un contesto di crisi dello Stato liberale. Il governo Facta chiede lo stato d’assedio; il re Vittorio Emanuele III rifiuta di firmarlo. Mussolini riceve l’incarico di formare il governo per decisione monarchica. Decisione inflenzata dalle stesse élites che avevano avuto paura del Biennio Rosso e che non vogliono più correre rischi. Non vi è un’investitura popolare. Il fascismo accede al potere senza avere mai ottenuto una maggioranza parlamentare autonoma. Di consenso neanche l’ombra.

Il giro di boa sono le elezioni del 6 aprile 1924, svolte sotto la (vergognosa) Legge Acerbo, che assegna i due terzi dei seggi alla lista che supera il 25% dei voti. La Lista Nazionale guidata da Mussolini ottiene circa il 60–65% dei voti, ma è una coalizione ampia che comprende anche liberali e altri partiti di destra. Il clima è segnato da intimidazioni, violenze squadriste, controllo del territorio. Il 30 maggio 1924, Giacomo Matteotti denuncia in Parlamento brogli e irregolarità. Il 10 giugno 1924 viene rapito e assassinato. Un’elezione truccata seguita dall’eliminazione fisica del principale oppositore non può essere certo la prova di un consenso popolare. Se si ha un minimo di dignità.

Dal 1925-1926 il regime imbocca apertamente la strada dittatoriale: scioglimento dei partiti, soppressione della stampa libera, istituzione del Tribunale Speciale, leggi eccezionali, confino politico per gli oppositori. Dal 1926 il PNF diventa partito unico di fatto. Non esistono più elezioni competitive. Più nessuno vota. Il Parlamento è svuotato di funzione reale. In queste condizioni, come si misura il consenso? In assenza di pluralismo e libertà di voto, la verifica democratica è impossibile. Aboliti i consigli comunali elettivi. Più nessuno vota il proprio sindaco, i podestà sono nominati per regio decreto su proposta del ministro dell’interno. Alla faccia del consenso!

Negli anni Trenta il regime dichiara milioni di iscritti al partito, arrivando a cifre (impossibili da verificare) che sfiorano i dieci milioni (su quarantacinque milioni di abitanti, di cui trenta maggiorenni). Ma in un sistema totalitario la tessera è davvero indice di adesione ideologica? L’iscrizione era spesso condizione necessaria per accedere a carriere pubbliche, per ottenere promozioni, per evitare discriminazioni. Il conformismo, l’opportunismo, la necessità amministrativa si intrecciano. Un numero elevato di iscritti in un regime privo di libertà non equivale a consenso libero.

Fino al Concordato del 1929, la base del partito è prevalentemente urbana e borghese. Molti appartenenti alle élite economiche e professionali vi aderiscono per integrazione nel nuovo sistema di potere. La stragrande maggioranza della borghesia ebraica italiana aderisce al regime, fino alle leggi razziali del 1938, come ha rivelato con coraggio Giorgio Bassani (giocandosi cosi il Nobel).

Le riforme sociali annunciate dal regime – dalle 40 ore settimanali alle ferie pagate, fino alla riforma scolastica – ebbero applicazioni disomogenee. Nelle campagne l’abbandono scolastico all’età di otto anni rimase elevatissimo; la mobilità sociale quasi inesistente; il corporativismo non costituì mai una rappresentanza autonoma dei lavoratori. La propaganda fu capillare, il controllo culturale pervasivo, l’inquadramento giovanile sistematico. Ma propaganda e consenso non sono sinonimi.

Il 1935, con la guerra d’Etiopia, è spesso indicato come apice e fine del consenso. L’entusiasmo patriottico, le sanzioni della Società delle Nazioni, la retorica dell’impero sembrano mobilitare ampi strati della popolazione. Tuttavia, tale mobilitazione avviene in un contesto in cui stampa, radio, scuola e organizzazioni di massa sono rigidamente controllate; l’opposizione è clandestina; il dissenso punito. In assenza di libertà di parola e di voto, la manifestazione pubblica di entusiasmo non è facilmente distinguibile dal conformismo indotto.

Il punto centrale allora non è certo quello di negare che molti italiani aderirono al fascismo, talvolta con convinzione sincera. Il punto è distinguere tra adesione in un sistema pluralista e adesione in una dittatura. Il fascismo nasce minoritario, sale al potere senza maggioranza, consolida il regime eliminando il pluralismo e costruisce negli anni un sistema di mobilitazione e controllo che rende impossibile misurare il consenso con criteri democratici. Come si puo parlare di consenso in un contesto del genere?

Il mito del consenso popolare serve a trasformare un regime autoritario in scelta collettiva consapevole e a giustificare coloro che dopo la Seconda Guerra mondiale invece che andarsi a nascondere continuarono a fare politica, approfittando di una Costituzione e di libertà che il fascismo aveva sempre combattuto. Ma la sequenza storica – dalla sconfitta del 1919 alla violenza squadrista, dalla nomina monarchica del 1922 alle elezioni condizionate del 1924, fino alla soppressione delle libertà dal 1926 – mostra che il fascismo non fu mai espressione originaria della volontà maggioritaria del popolo italiano. Fu piuttosto il prodotto di una crisi dello Stato liberale sfruttata da un vespaio di interessi particolari, sostenuto da banche, latifondisti, grandi industriali e poi consolidato attraverso la progressiva distruzione delle (pur risibili) garanzie costituzionali dell’Italia post-risorgimentale.

Parlare di consenso circa un sistema privo di libertà significa usare categorie improprie. La storia, se vuole essere rigorosa, deve distinguere tra consenso e adesione sotto una dittatura. E questa distinzione, nel caso del fascismo, è decisiva ma ancora non è stata fatta chiarezza in Italia. E non la si vuole fare. Perché?

Se un regime vuole avere vero consenso deve smettere di essere un regime. Perché il vero consenso inizia dove (e quando) un regime finisce.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



lunedì 9 febbraio 2026

Epstein: corsi e ricorsi storici

 PASOLINI E DE SADE PER CAPIRE EPSTEIN, PER CAPIRE DOVE SIAMO

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C’è una cosa che fa quasi più schifo dello scandalo Epstein: l’indignazione selettiva di chi oggi lo usa come manganello morale. E per fare in modo che nessuno capisca NULLA di cio che accade (da secoli).
In Italia, guarda caso, sono soprattutto i media di destra a gridare allo scandalo. Libero, i
lGiornale, certi salotti RAI, stampa cattolica conservatrice.

Bene, benissimo: Epstein era un mostro, il suo sistema un incubo. Ricchi, nobili, politici, finanzieri (facciamo i nomi: Bil Gates, il principe Andrea, Trump, Clinton) che si ritrovavano su un’isola per stuprare, torturare, consumare figli e figlie dei poveri. Una macchina perfetta di violenza di classe.

Ma allora fermiamoci un attimo. Respiriamo. Cari media destroidi:

Perché Epstein sì e Berlusconi no?
Perché l’isola fa orrore e Arcore faceva ridere?
Perché lì “pedofilia sistemica” e qui “goliardia”?

Loro diranno:
«Ma Berlusconi non stuprava nessuno. Quelle ragazze andavano lì volontariamente. Speravano in una carriera, in un aiutino, una spintarella».

Perfetto. E allora diciamolo chiaramente, senza ipocrisie: la differenza non è morale, è economica.

I ragazzi e le ragazze dell’isola di Epstein si accontentavano, poracci, di quattro soldi.
Al Bunga Bunga, invece, si poteva ottenere
di più: visibilità, protezione, raccomandazioni, contratti,
Non corpi violati vs corpi liberi. Ma
corpi sottopagati vs corpi ben pagati.

Ma facciamo un’ipotesi semplice, quasi banale:
cosa sarebbero stati i bunga bunga
se non fossero avvenuti a due passi da Milano, ma in mezzo a un oceano, lontani da telecamere, magistrati, paparazzi, direttori di rete, amici di famiglia?

Il “sistema” in Italia non aveva bisogno di un’isola, perché aveva già i media.

Oggi che viene svelato (da Fabrizio Corona, con coraggio) il sistema Signorini / Maria De Filippi / Pier Silvio / Gerry Scotti / Marina Berlusconi, scopriamo che esso non è fatto di scantinati e catene – certo – ma di menzogne, ricatti, sorrisi, di carriere costruite sui divani, le camere di albergo.

E allora ecco il capolavoro dell’ipocrisia:
gli stessi media che per anni hanno difeso, minimizzato, deriso, insabbiato, oggi
attaccano Fabrizio Corona (chi se ne frega della verità) perché rompe il patto. Perché non rispetta la liturgia. Perché come De Sade parla avendo visto tutto, parla senza autorizzazione. E come De Sade finirà alla Bastiglia per aver detto cio che doveva restare segreto.

Ci sarebbe una sola riflessione da fare, e infatti non la fa nessuno (nessuno!).
Pasolini e de Sade avevano ragione. Da due punti prospettici diversi, eppure perfettamente allineati.

Quando il potere non ha più alcun argine morale, il problema non è che la società diventi consumista e materialista. Questa è una scorciatoia da oratorio o da da talk show.
Il problema vero è un altro, infinitamente più feroce,
e cioè che popolo non è più soggetto del consumo, è l’oggetto consumato.

Il popolo si crede consumatore, ma in realtà è materia di consumo.
I
nostri figli e le nostre figlie diventano il popcorn dei ricconi, da sgranocchiare e abusare al riparo dagli occhi del mondo. Non siamo cittadini, non siamo persone: siamo oggetti volti a soddisfare impulsi, appetiti, sessuali e animali dei potentissimi (i ricchissimi).

I bisogni primari dei poveri – soldi, sicurezza – diventano la leva.
I sogni delle
belle ragazze – fama, carriera, successo – diventano l’esca.
Un destino che diventa cappio, guinzaglio. Lo stesso guinzaglio che vediamo in una scena emblematica del film di Pasolini tratto dall'opera di De Sade. Esattamente lo stesso.

De Sade ci aveva già svelato tutto, dall’interno, senza ipocrisie, ne Le 120 giornate di Sodoma (1785). Non era pornografia, ma un trattato politico dell'onnipotenza del denaro, in un mondo senza cristianesimo, in un mondo che odia il cristianesimo (non dimentichiamo che quando Voltaire incitava a "écraser l'infâme!" non parlava della Chiesa, parlava di Cristo).
In quel libro il sesso
non è trasgressione, il sesso è il linguaggio dell'odio. Odio di classe, quello vero, quello di cui nessuno parla mai. L'odio dei ricchi che pensano che il popolo non sia fatto di persone, ma di oggetti, di strumenti, di corpi senz'anima.

Oggi come allora, i libertini (cioè i ricchi e atei nel lessico del XVIII secolo) nel loro delirio di potere desiderano dimostrare che tutto è disponibile, commestibile, stuprabile, che tutto può essere ridotto a oggetto, che non esiste limite che essi non possano violare. Chi non ha limiti di spesa non vuole limiti morali! Chi ha un budget illimitato vuole consumo illimitato! E cosa c'è di più squisito e prelibato da consumare di giovani corpi, belli e sani, pieni di belle e sane aspirazioni? Ottenere tutto da un giovane corpo, in cambio di quattro spiccioli? Suprema voluttà. L'Assoluto in cambio del Nulla.

Pasolini lo capì meglio di chiunque altro, ed è per questo che fa ancora così paura. Ed è per questo che venne ucciso.
Pasolini capì che l’orrore non nasceva dall’
ancien régime, non nasceva dal passato, non nasceva dalla tradizione. L'orrore era nell'Italia del Boom economico, che come quella fascista rendeva il popolo un oggetto, materia, disponibile, e a buon mercato. Per questo l'Italia del Boom gettava Dio alle ortiche, rimuoveva Cristo (ma la scena d'apertura della Dolce Vita di Fellini ve la ricordate?), perché era un ostacolo al dogma del consumo.


Il denaro che non è un mezzo, ma un principio, una forza. Ha la sua metafisica.
Il denaro non compra soltanto cose, ma fagocita tutto: corpi, desideri, linguaggi, immaginari, coscienze. Il buco nero al centro della galassia della nostra civiltà morente.
Eppure oggi Epstein scandalizza e il resto no.
Perché Epstein è ancora raccontabile come eccezione, come mostro, come deviazione.
Perché riconoscere il meccanismo significherebbe ammettere che viviamo dentro Sodoma.

La verità è più scomoda: quando il denaro diventa l’unico Dio, tutto diventa sacrificabile.
E i sacrific
ati, come sempre, siamo noi, sono e saranno i nostri figli.

Pasolini e de Sade non vanno letti per scandalizzare e scandalizzarsi.
Vanno letti per aprire gli occhi.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



In nome del popolo italiano

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO : appello per una vera riforma della giustizia in nome dei diritti del popolo italiano Parliamo di filosofia de...