sabato 14 febbraio 2026

Fascismo e Massoneria

FASCISMO E MASSONERIA :

ORIGINE E SVILUPPI DI UNA RELAZIONE

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Il fascismo italiano non nasce in un vuoto politico e culturale: per comprenderne le origini occorre guardare agli ambienti ideologici dell’Italia liberale post-unitaria. In quel contesto la massoneria assumeva un ruolo (pur eterogeneo) assai importante: tra banchieri, industriali, agrari, funzionari statali e intellettuali, essa costituiva un bacino di idee nuove e sensibilità politiche liberali. Certo, essa era anticlericale, laicista, favorevole al parlamentarismo, liberale e rappresentava un punto di riferimento per le élites borghesi. Queste stesse élites, a partire dalla fine dell’Ottocento, furono parte attiva nell’economia e nella politica italiana e la loro influenza favorì indubbiamente l’avvento del fascismo.

Con la fine della Prima guerra mondiale e la paura di una rivoluzione socialista, il 23 marzo 1919 i Fasci di combattimento si costituiscono a Milano, nella storica riunione in Piazza San Sepolcro. I sansepolcristi erano un gruppo bizzarro: ex socialisti interventisti, repubblicani, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari. Tra loro spiccano figure come Michele Bianchi, la cui affiliazione alla massoneria nella Gran Loggia di Piazza del Gesù è ben documentata. Ma Bianchi non era il solo massone tra i sansepolcristi, anzi. Questa presenza segnala che fin dall’origine alcuni quadri del fascismo portavano con sé sensibilità ideologiche tipiche della massoneria italiana: anticlericalismo, laicismo e una visione elitista del potere. Il fascismo nascente non era certo una loggia travestita, ma si puo parlare di contaminazione culturale: il fascismo, pur nascendo come movimento eterogeneo, assimilava mentalità e valori del liberalismo risorgimentale.

Le violenze del Biennio Rosso non faranno che rinvigorire i legami tra borghesia liberale e fascismo. Al punto che per le élites finanziarie, industriali e latifondiste, il fascismo diverrà l'unica speranza per arginare definivamente la grande paura una rivoluzione socialista o (eventualità ancor più terribile) una vittoria del Partito Popolare (cattolico) alle elezioni.

Quando Mussolini accede al potere nel 1922 con la complicità del re Vittorio Emanuele III, il fascismo appare ancora formalmente rispettoso della legalità costituzionale: fiducia parlamentare, elezioni nel 1924. Tuttavia, già in questa fase si delinea la trasformazione del movimento in regime totalitario. Nel 1925 le logge massoniche vengono formalmente sciolte e ai funzionari pubblici è vietata l’appartenenza. Una rottura clamorosa con la massoneria organizzata, ma non certo la fine dell'influenza culturale di quest'ultima sul regime. I quadri dirigenti continuano a essere permeati da valori laicisti e statolatrici, e questa eredità culturale diventa parte integrante di un partito che è ormai Stato, regime e apparato coercitivo unico.

Il 1929 segna la firma dei Patti Lateranensi, un accordo formale che stabilisce un’alleanza tra Stato fascista e Chiesa (in realtà, per Mussolini questa è una vincente operazione di marketing, oltre al sogno di fare della Chiesa un apparato amministrativo dello Stato fascista, un po' come aveva fatto Napoleone). Tuttavia, nei quadri dirigenti del regime continuano a operare sensibilità anticlericali ereditate dalla cultura liberale e dalla massoneria.

L’equilibrio apparente si spezza pochi anni dopo, quando il regime intensifica il controllo sulle associazioni e sulla gioventù, fino alla repressione finale dell’Azione Cattolica e di tutte le associazioni giovanili cattoliche. Qui entra in scena l’enciclica Non abbiamo bisogno di Pio XI, documento chiave per comprendere la percezione papale del fascismo come veicolo di ideologia massonica.

In Non abbiamo bisogno, Pio XI non parla a caso: consapevole della concentrazione di potere nel partito unico e dei quadri dirigenti permeati da valori massonici, afferma che:

Non possiamo invece Noi, Chiesa, Religione, fedeli cattolici (e non soltanto noi) essere grati a chi dopo aver messo fuori socialismo e massoneria, nemici nostri (e non nostri soltanto) dichiarati, li ha così largamente riammessi, come tutti vedono e deplorano, e fatti tanto più forti e pericolosi e nocivi quanto più dissimulati e insieme favoriti dalla nuova divisa.”

Con questa frase, il Papa indica chiaramente che il pericolo non risiede in logge sparse e autonome, bensì nel partito-stato totalitario che incorpora i valori massonici e li rende operativi in maniera centralizzata. Lo spirito massonico, secondo Pio XI, si manifesta non attraverso cospirazioni o rituali (certamente no), ma nella cultura politica dei dirigenti, nell’autorità dello Stato e nella volontà di subordinare la Chiesa al potere totalitario. È questo, più della massoneria organizzata, a rendere il fascismo una minaccia ideologica reale e concreta. Un fascismo che ha metabolizzato l'ideologia massonica e che agisce come braccio amministrativo (e armato) di essa. Lo scioglimento delle associazioni giovanili cattoliche è un fatto violento, compiuto con la violenza, e che non trova giustificazioni. La reazione di Pio XI con l'enciclica "Non abbiamo bisogno" fu certo fin troppo prudente. C'erano, eccome, gli estremi per denunciare una rottura unilaterale del concordato.

Certo il Papa ha dimostrato una lucida comprensione della situazione. Non condannando l’esistenza di logge o di massoni in generale, ma condannando un regime che, pur formalmente alleato della Chiesa, era permeato di valori e mentalità che essa ha sempre considerato pericolosi.

La differenza è essenziale: la massoneria tradizionale è frammentata, con orientamenti spesso divergenti e potere limitato, mentre il fascismo totalitario unifica in un’unica macchina partito-Stato l'ideologia massonica rendendola operativa su scala nazionale. Anche per quanto riguarda il suo più bieco e violento anticristianesimo, sfociato nelle violenze del 1931 e nello scioglimento dell'associazionismo giovanile cattolico.

In definitiva, il legame tra fascismo e massoneria fu ideologico e culturale. Tuttavia, nel 1931 si osserva che l’assorbimento di uomini, idee e sensibilità provenienti da ambienti massonici, unito alla concentrazione del potere nello Stato totalitario, rende la “minaccia massonica” agli occhi di Pio XI più grave e immediata di quanto sarebbe stata una massoneria tradizionale e frammentata in logge certo influenti, ma eterogenee e con sensibilità diverse.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




venerdì 13 febbraio 2026

Fascismo: fu vero consenso?

 Fascismo e consenso popolare: un mito storiografico

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C’è un luogo comune duro a morire nella narrazione pubblica italiana: l’idea che il fascismo sia stato, tra il 1925 e il 1935, un regime largamente sostenuto dal popolo, diversi storici (alcuni di essi anche in buona fede) sono addirittura giunti a definirli come “gli anni del consenso”.

Questa rappresentazione, sedimentatasi nel dopoguerra per ragioni politiche e culturali diverse, resiste (eccome!) ancora oggi. Ma se osserviamo con lucidità e lealtà i fatti, i numeri, le dinamiche istituzionali e sociali, il quadro che emerge è profondamente diverso. Il cosiddetto “consenso popolare” al regime fascista non è mai esistito, almeno come consenso effettivo, cioè spontaneo e maggioritario. L’avvento del fascismo fu il progetto di parte della borghesia italiana, un’élite che scommise sulla distruzione delle libertà politiche e su una mobilitazione violenta organizzata (e finanziata) dall’alto. Creare un sistema privo di alternative (un regime) che agisse come muro di contenimento contro il socialismo, il comunismo e la dottrina sociale della Chiesa.

Il fascismo nasce ufficialmente il 23 marzo 1919, quando a Milano, in piazza San Sepolcro, Benito Mussolini e i suoi scagnozzi (Michele Bianchi, Ferruccio Vecchi, ecc.) fondano i Fasci italiani di combattimento. I partecipanti – i cosiddetti sansepolcristi – sono poco più di duecento. Non una massa, non certo un movimento popolare radicato nel Paese profondo, ma un’avanguardia politica eterogenea composta da ex interventisti, sindacalisti rivoluzionari, futuristi, reduci, piccoli borghesi urbani. Il fascismo delle origini non affatto è il risultato di una sollevazione nazionale: è un gruppo politico minoritario che tenta di inserirsi nella crisi dello Stato liberale.

Il primo banco di prova è immediato. Alle elezioni politiche del 16 novembre 1919, le prime del dopoguerra, il movimento fascista subisce una sconfitta umiliante: nessun eletto, percentuali irrilevanti. A trionfare sono il Partito Socialista Italiano e il Partito Popolare Italiano. Se davvero il fascismo fosse stato l’espressione politica della “vittoria mutilata” e della frustrazione dei combattenti, se fosse stato il canale naturale della rabbia postbellica, le urne avrebbero dovuto premiarlo. Accade l’opposto. Il popolo italiano nel 1919 non sceglie il fascismo: lo respinge. Il popolo italiano mostra il suo vero volto : cattolico e socialista. Don Camillo e Peppone.

Esplode il Biennio Rosso. Tra il 1919 e il 1920 l’Italia è attraversata da scioperi generali, occupazioni di fabbriche, agitazioni contadine contro il latifondo, rivendicazioni salariali e contrattuali. È un movimento di massa che affonda le radici nella questione sociale irrisolta dell’Italia liberale: analfabetismo diffuso, povertà rurale, sfruttamento operaio, diseguaglianze profonde tra Nord e Sud. La mobilitazione popolare è in larga misura socialista, sindacale, cooperativa. Le masse contadine chiedono terra, gli operai chiedono rappresentanza e diritti. Non chiedono il fascismo. I latifondisti, il mondo della finanza e la grande industria vivono LA paura : la paura di una rivoluzione comunista.

In questo contesto le squadracce fasciste (pagate da chi secondo voi?) emergono come forza di repressione. L’Italia è alle soglie di una guerra civile. Le squadracce fasciste non sono certo l’espressione del popolo, ma uno strumento organizzato che trova sostegno finanziario e logistico nel latifondo e in un’industria spaventati dall’avanzata socialista. La complicità dello Stato è già evidente. Le spedizioni punitive contro le leghe contadine e le camere del lavoro non vedono mai l’ombra di una condanna, le forze dell’ordine guardano e lasciano fare. Anche la composizione originaria del movimento, con la presenza di professionisti, notabili urbani ex sottufficiali e ambienti massonici, riflette una matrice ultra-borghese. Non è un giudizio morale: è un mero dato sociologico.

Alle elezioni del 15 maggio 1921 i fascisti entrano in Parlamento con 35 deputati, inseriti nei Blocchi Nazionali insieme a liberali e conservatori. Non sono maggioranza, non sono forza dominante, non rappresentano un’onda popolare. Da un punto di vista democratico sono il nulla assoluto. Altro che consenso. Nel novembre 1921 nasce il Partito Nazionale Fascista, con alcune centinaia di migliaia di iscritti. È una crescita significativa, ma non una mobilitazione nazionale.

La svolta avviene nell’ottobre 1922 con la Marcia su Roma. Ma la Marcia non è una vittoria elettorale. È una dimostrazione di forza paramilitare in un contesto di crisi dello Stato liberale. Il governo Facta chiede lo stato d’assedio; il re Vittorio Emanuele III rifiuta di firmarlo. Mussolini riceve l’incarico di formare il governo per decisione monarchica. Decisione inflenzata dalle stesse élites che avevano avuto paura del Biennio Rosso e che non vogliono più correre rischi. Non vi è un’investitura popolare. Il fascismo accede al potere senza avere mai ottenuto una maggioranza parlamentare autonoma. Di consenso neanche l’ombra.

Il giro di boa sono le elezioni del 6 aprile 1924, svolte sotto la (vergognosa) Legge Acerbo, che assegna i due terzi dei seggi alla lista che supera il 25% dei voti. La Lista Nazionale guidata da Mussolini ottiene circa il 60–65% dei voti, ma è una coalizione ampia che comprende anche liberali e altri partiti di destra. Il clima è segnato da intimidazioni, violenze squadriste, controllo del territorio. Il 30 maggio 1924, Giacomo Matteotti denuncia in Parlamento brogli e irregolarità. Il 10 giugno 1924 viene rapito e assassinato. Un’elezione truccata seguita dall’eliminazione fisica del principale oppositore non può essere certo la prova di un consenso popolare. Se si ha un minimo di dignità.

Dal 1925-1926 il regime imbocca apertamente la strada dittatoriale: scioglimento dei partiti, soppressione della stampa libera, istituzione del Tribunale Speciale, leggi eccezionali, confino politico per gli oppositori. Dal 1926 il PNF diventa partito unico di fatto. Non esistono più elezioni competitive. Più nessuno vota. Il Parlamento è svuotato di funzione reale. In queste condizioni, come si misura il consenso? In assenza di pluralismo e libertà di voto, la verifica democratica è impossibile. Aboliti i consigli comunali elettivi. Più nessuno vota il proprio sindaco, i podestà sono nominati per regio decreto su proposta del ministro dell’interno. Alla faccia del consenso!

Negli anni Trenta il regime dichiara milioni di iscritti al partito, arrivando a cifre (impossibili da verificare) che sfiorano i dieci milioni (su quarantacinque milioni di abitanti, di cui trenta maggiorenni). Ma in un sistema totalitario la tessera è davvero indice di adesione ideologica? L’iscrizione era spesso condizione necessaria per accedere a carriere pubbliche, per ottenere promozioni, per evitare discriminazioni. Il conformismo, l’opportunismo, la necessità amministrativa si intrecciano. Un numero elevato di iscritti in un regime privo di libertà non equivale a consenso libero.

Fino al Concordato del 1929, la base del partito è prevalentemente urbana e borghese. Molti appartenenti alle élite economiche e professionali vi aderiscono per integrazione nel nuovo sistema di potere. La stragrande maggioranza della borghesia ebraica italiana aderisce al regime, fino alle leggi razziali del 1938, come ha rivelato con coraggio Giorgio Bassani (giocandosi cosi il Nobel).

Le riforme sociali annunciate dal regime – dalle 40 ore settimanali alle ferie pagate, fino alla riforma scolastica – ebbero applicazioni disomogenee. Nelle campagne l’abbandono scolastico all’età di otto anni rimase elevatissimo; la mobilità sociale quasi inesistente; il corporativismo non costituì mai una rappresentanza autonoma dei lavoratori. La propaganda fu capillare, il controllo culturale pervasivo, l’inquadramento giovanile sistematico. Ma propaganda e consenso non sono sinonimi.

Il 1935, con la guerra d’Etiopia, è spesso indicato come apice e fine del consenso. L’entusiasmo patriottico, le sanzioni della Società delle Nazioni, la retorica dell’impero sembrano mobilitare ampi strati della popolazione. Tuttavia, tale mobilitazione avviene in un contesto in cui stampa, radio, scuola e organizzazioni di massa sono rigidamente controllate; l’opposizione è clandestina; il dissenso punito. In assenza di libertà di parola e di voto, la manifestazione pubblica di entusiasmo non è facilmente distinguibile dal conformismo indotto.

Il punto centrale allora non è certo quello di negare che molti italiani aderirono al fascismo, talvolta con convinzione sincera. Il punto è distinguere tra adesione in un sistema pluralista e adesione in una dittatura. Il fascismo nasce minoritario, sale al potere senza maggioranza, consolida il regime eliminando il pluralismo e costruisce negli anni un sistema di mobilitazione e controllo che rende impossibile misurare il consenso con criteri democratici. Come si puo parlare di consenso in un contesto del genere?

Il mito del consenso popolare serve a trasformare un regime autoritario in scelta collettiva consapevole e a giustificare coloro che dopo la Seconda Guerra mondiale invece che andarsi a nascondere continuarono a fare politica, approfittando di una Costituzione e di libertà che il fascismo aveva sempre combattuto. Ma la sequenza storica – dalla sconfitta del 1919 alla violenza squadrista, dalla nomina monarchica del 1922 alle elezioni condizionate del 1924, fino alla soppressione delle libertà dal 1926 – mostra che il fascismo non fu mai espressione originaria della volontà maggioritaria del popolo italiano. Fu piuttosto il prodotto di una crisi dello Stato liberale sfruttata da un vespaio di interessi particolari, sostenuto da banche, latifondisti, grandi industriali e poi consolidato attraverso la progressiva distruzione delle (pur risibili) garanzie costituzionali dell’Italia post-risorgimentale.

Parlare di consenso circa un sistema privo di libertà significa usare categorie improprie. La storia, se vuole essere rigorosa, deve distinguere tra consenso e adesione sotto una dittatura. E questa distinzione, nel caso del fascismo, è decisiva ma ancora non è stata fatta chiarezza in Italia. E non la si vuole fare. Perché?

Se un regime vuole avere vero consenso deve smettere di essere un regime. Perché il vero consenso inizia dove (e quando) un regime finisce.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



lunedì 9 febbraio 2026

Epstein: corsi e ricorsi storici

 PASOLINI E DE SADE PER CAPIRE EPSTEIN, PER CAPIRE DOVE SIAMO

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C’è una cosa che fa quasi più schifo dello scandalo Epstein: l’indignazione selettiva di chi oggi lo usa come manganello morale. E per fare in modo che nessuno capisca NULLA di cio che accade (da secoli).
In Italia, guarda caso, sono soprattutto i media di destra a gridare allo scandalo. Libero, i
lGiornale, certi salotti RAI, stampa cattolica conservatrice.

Bene, benissimo: Epstein era un mostro, il suo sistema un incubo. Ricchi, nobili, politici, finanzieri (facciamo i nomi: Bil Gates, il principe Andrea, Trump, Clinton) che si ritrovavano su un’isola per stuprare, torturare, consumare figli e figlie dei poveri. Una macchina perfetta di violenza di classe.

Ma allora fermiamoci un attimo. Respiriamo. Cari media destroidi:

Perché Epstein sì e Berlusconi no?
Perché l’isola fa orrore e Arcore faceva ridere?
Perché lì “pedofilia sistemica” e qui “goliardia”?

Loro diranno:
«Ma Berlusconi non stuprava nessuno. Quelle ragazze andavano lì volontariamente. Speravano in una carriera, in un aiutino, una spintarella».

Perfetto. E allora diciamolo chiaramente, senza ipocrisie: la differenza non è morale, è economica.

I ragazzi e le ragazze dell’isola di Epstein si accontentavano, poracci, di quattro soldi.
Al Bunga Bunga, invece, si poteva ottenere
di più: visibilità, protezione, raccomandazioni, contratti,
Non corpi violati vs corpi liberi. Ma
corpi sottopagati vs corpi ben pagati.

Ma facciamo un’ipotesi semplice, quasi banale:
cosa sarebbero stati i bunga bunga
se non fossero avvenuti a due passi da Milano, ma in mezzo a un oceano, lontani da telecamere, magistrati, paparazzi, direttori di rete, amici di famiglia?

Il “sistema” in Italia non aveva bisogno di un’isola, perché aveva già i media.

Oggi che viene svelato (da Fabrizio Corona, con coraggio) il sistema Signorini / Maria De Filippi / Pier Silvio / Gerry Scotti / Marina Berlusconi, scopriamo che esso non è fatto di scantinati e catene – certo – ma di menzogne, ricatti, sorrisi, di carriere costruite sui divani, le camere di albergo.

E allora ecco il capolavoro dell’ipocrisia:
gli stessi media che per anni hanno difeso, minimizzato, deriso, insabbiato, oggi
attaccano Fabrizio Corona (chi se ne frega della verità) perché rompe il patto. Perché non rispetta la liturgia. Perché come De Sade parla avendo visto tutto, parla senza autorizzazione. E come De Sade finirà alla Bastiglia per aver detto cio che doveva restare segreto.

Ci sarebbe una sola riflessione da fare, e infatti non la fa nessuno (nessuno!).
Pasolini e de Sade avevano ragione. Da due punti prospettici diversi, eppure perfettamente allineati.

Quando il potere non ha più alcun argine morale, il problema non è che la società diventi consumista e materialista. Questa è una scorciatoia da oratorio o da da talk show.
Il problema vero è un altro, infinitamente più feroce,
e cioè che popolo non è più soggetto del consumo, è l’oggetto consumato.

Il popolo si crede consumatore, ma in realtà è materia di consumo.
I
nostri figli e le nostre figlie diventano il popcorn dei ricconi, da sgranocchiare e abusare al riparo dagli occhi del mondo. Non siamo cittadini, non siamo persone: siamo oggetti volti a soddisfare impulsi, appetiti, sessuali e animali dei potentissimi (i ricchissimi).

I bisogni primari dei poveri – soldi, sicurezza – diventano la leva.
I sogni delle
belle ragazze – fama, carriera, successo – diventano l’esca.
Un destino che diventa cappio, guinzaglio. Lo stesso guinzaglio che vediamo in una scena emblematica del film di Pasolini tratto dall'opera di De Sade. Esattamente lo stesso.

De Sade ci aveva già svelato tutto, dall’interno, senza ipocrisie, ne Le 120 giornate di Sodoma (1785). Non era pornografia, ma un trattato politico dell'onnipotenza del denaro, in un mondo senza cristianesimo, in un mondo che odia il cristianesimo (non dimentichiamo che quando Voltaire incitava a "écraser l'infâme!" non parlava della Chiesa, parlava di Cristo).
In quel libro il sesso
non è trasgressione, il sesso è il linguaggio dell'odio. Odio di classe, quello vero, quello di cui nessuno parla mai. L'odio dei ricchi che pensano che il popolo non sia fatto di persone, ma di oggetti, di strumenti, di corpi senz'anima.

Oggi come allora, i libertini (cioè i ricchi e atei nel lessico del XVIII secolo) nel loro delirio di potere desiderano dimostrare che tutto è disponibile, commestibile, stuprabile, che tutto può essere ridotto a oggetto, che non esiste limite che essi non possano violare. Chi non ha limiti di spesa non vuole limiti morali! Chi ha un budget illimitato vuole consumo illimitato! E cosa c'è di più squisito e prelibato da consumare di giovani corpi, belli e sani, pieni di belle e sane aspirazioni? Ottenere tutto da un giovane corpo, in cambio di quattro spiccioli? Suprema voluttà. L'Assoluto in cambio del Nulla.

Pasolini lo capì meglio di chiunque altro, ed è per questo che fa ancora così paura. Ed è per questo che venne ucciso.
Pasolini capì che l’orrore non nasceva dall’
ancien régime, non nasceva dal passato, non nasceva dalla tradizione. L'orrore era nell'Italia del Boom economico, che come quella fascista rendeva il popolo un oggetto, materia, disponibile, e a buon mercato. Per questo l'Italia del Boom gettava Dio alle ortiche, rimuoveva Cristo (ma la scena d'apertura della Dolce Vita di Fellini ve la ricordate?), perché era un ostacolo al dogma del consumo.


Il denaro che non è un mezzo, ma un principio, una forza. Ha la sua metafisica.
Il denaro non compra soltanto cose, ma fagocita tutto: corpi, desideri, linguaggi, immaginari, coscienze. Il buco nero al centro della galassia della nostra civiltà morente.
Eppure oggi Epstein scandalizza e il resto no.
Perché Epstein è ancora raccontabile come eccezione, come mostro, come deviazione.
Perché riconoscere il meccanismo significherebbe ammettere che viviamo dentro Sodoma.

La verità è più scomoda: quando il denaro diventa l’unico Dio, tutto diventa sacrificabile.
E i sacrific
ati, come sempre, siamo noi, sono e saranno i nostri figli.

Pasolini e de Sade non vanno letti per scandalizzare e scandalizzarsi.
Vanno letti per aprire gli occhi.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 7 febbraio 2026

PM: come funziona all'estero?

 La riforma impossibile: indipendenza, discrezionalità e consenso nella giustizia penale italiana

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In questi primi mesi del 2026, l’Italia è al centro di un dibattito politico-istituzionale che, se letto in chiave comparata, appare praticamente inespiclabile: la riforma della magistratura e la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. A prima vista, la questione può sembrare puramente tecnica: i pm e i giudici non saranno più intercambiabili, ma ognuno dovrà scegliere a inizio carriera quale funzione esercitare. In mezzo mondo è già cosi. Eppure, da noi, giù il diluvio di polemiche. Perché? Per alcuni la separazione delle carriere è un cambiamento necessario verso un’accusa pubblica più imparziale, per altri essa incarna il pericolo di una magistratura requirente fagocitata dall’esecutivo.

E all’estero? All’estero, questo schema di separazione netta tra magistratura giudicante e requirente è la norma. Questo è il primo punto. Vediamo :

negli ordinamenti europei continentali, come Francia, Germania, Spagna o Paesi Bassi, la separazione delle carriere è consolidata e indiscutibile. Il loro pubblico ministero non è pensato per essere neutrale o imparziale: è una parte processuale, formalmente sottoposta a gerarchia e, spesso, direttamente dipendente dal Ministero della Giustizia. Per semplificare, i pm francesi, tedeschi, spagnoli ecc. sono più dei funzionari del ministero che dei magistrati autonomi. L’indipendenza non è simmetrica a quella del giudice e, soprattutto, il pm non recita affatto la parte di un “giudice in anticipo”. Nei paesi citati il suo ruolo è dichiaratamente politico-amministrativo: agisce secondo priorità stabilite dall’esecutivo, dirige risorse e, nei limiti consentiti dalla legge, decide quali reati perseguire con maggiore attenzione. Questo modello è accettato perché trasparente nonché portatore di un elemento di consenso popolare: perché le scelte del pm sono regolamentate, motivate e soggette a un ministero di un governo che (in teoria) ha legittimità democratica. La discrezionalità esiste, ma è visibile e responsabilizzata.

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, la discrezionalità dell’azione penale è ancora più marcata. Il procuratore decide se perseguire o meno, come perseguire e con quali risorse, spesso con margini considerevoli per valutazioni di opportunità. L’elezione dei procuratori negli USA riflette proprio questa filosofia: il pm è un decisore pubblico, eletto sulla base di un programma e di risultati da ottenere, e risponde direttamente ai cittadini. È un sistema pilotato da priorità determinate da convenienza politica o pressione sociale, ma rende il potere visibile e politicamente responsabile. Le distorsioni — come il mancato perseguimento di reati di lobbisti e colossi economici (chi finanzia secondo voi le campagne elettorali dei procuratori? Non certo le massaie o gli operai) — non sono negate, ma riconosciute, studiate e (in teoria) controllate attraverso media, tribunali superiori o procure concorrenti.

L’Italia ha scelto una strada differente. Dopo il fascismo, la Costituzione ha disegnato una magistratura unica, formalmente neutrale, con pm e giudici che condividono carriera, organi di autogoverno e status costituzionale. L’obbligatorietà dell’azione penale, fissata come principio costituzionale, ha cercato di assicurare che la politica non potesse indirizzare né influenzare il lavoro dell’accusa pubblica. In teoria, quindi, il pm è indipendente e neutrale; in pratica, però, la discrezionalità esiste (eccome). I reati sono selezionati in modo tecnico, opaco e frammentato: le priorità reali emergono dalla scarsità di risorse, dalla complessità investigativa o dalla sensibilità degli uffici locali. Nessuna trasparenza, nessuna responsabilità politica diretta. Così, paradossalmente, il sistema italiano ha combinato obbligatorietà teorica e discrezionalità de facto, senza riconoscere pienamente né l’una né l’altra. Senza parlare del problema dei pm malati di protagonismo mediatico che agiscono come cani sciolti colpendo là dove si fa sensazione e notizia.

Allora la riforma? Cosa voteranno gli italiani al referendum di marzo? Si o no?

La riforma in discussione solleva inquietudini proprio perché mette a nudo questo paradosso. Separare le carriere significa riconoscere che giudicare e accusare sono funzioni incompatibili, ponendo fine all’idea del pm come “giudice in anticipo”. In prospettiva, la riforma ci avvicina a un modello simile a quello portoghese: magistratura unica nella Costituzione, ma con carriere e organi di autogoverno distinti.

La riforma non ci avvicinerà affatto a Germania, Francia o Stati Uniti: il pm italiano resterà formalmente indipendente dall’esecutivo, ma perderà una parte della centralità simbolica e istituzionale che derivava dalla carriera e dalla formazione condivise con il giudice. È questa perdita, più che la separazione in sé, che alimenta timori e resistenze. Il pm non avrà più la forma mentis di un giudice, magistratura giudicante e requirente non avranno più lo stesso universo mentale.

Il problema della discrezionalità. Tema strettamente legato all’obbligatorietà dell’azione penale, che rivela il cuore filosofico della questione dell’indipendenza del pm: all’estero, reati minori — furti piccoli, violazioni stradali, droghe leggere, infrazioni amministrative o reati d’opinione marginali — vengono regolarmente messi in secondo piano. Non perché siano “perdonati”, ma perché lo Stato decide razionalmente quali priorità perseguire, dichiarandole e motivandole. In Italia, la stessa selezione avviene, ma in modo invisibile e non dichiarato: l’equivalente dell’opportunità è coperto dall’illusione dell’obbligatorietà. È questa discrepanza tra principio e pratica che genera molte tensioni culturali: da un lato, l’ideale costituzionale, dall’altro, la realtà pragmatica. In sostanza, per il popolo è assai arduo intuire la logica del sistema.

Qui emerge un paradosso ulteriore: la giustizia in Italia è “in nome del popolo italiano”, eppure il popolo non ha voce nello stabilire le priorità dell’azione penale. Negli Stati Uniti, i procuratori eletti colmano questa lacuna, rendendo la discrezionalità un potere visibile, responsabile e, almeno formalmente, sottoposto al consenso democratico. In Italia, invece, il popolo resta spettatore e beneficiario indiretto della giustizia, senza poter influire sulle scelte che contano davvero. È una contraddizione tra forma e sostanza che la riforma attuale mette in evidenza, senza risolverla, anzi, continuando a far finta di non vederla.

Si potrebbe dunque sostenere che un modello più coerente sarebbe quello in cui i pm fossero eletti sulla base di un programma e di risultati concreti, con trasparenza sulle priorità e responsabilità diretta verso i cittadini. Questa prospettiva non è utopistica, ma un obiettivo da perseguire perché la giustizia sia davvero resa “in nome del popolo italiano”. Naturalmente questo comporterebbe rischi: populismo penale, politiche iper-punitive, pressione delle lobby e della comunicazione. Tuttavia, i sistemi occidentali che l’hanno adottata hanno dimostrato che i rischi possono essere mitigati da controlli istituzionali, pluralità di uffici e vigilanza mediatica (ma solo se i media sono un minimo liberi, cosa che in Italia non è).

In ultima analisi, il dibattito italiano sulla separazione delle carriere e sul ruolo del pm non è solo un tema tecnico di organizzazione giudiziaria, ma una questione filosofica e geopolitica del diritto: come conciliare indipendenza, discrezionalità e legittimazione democratica? Come esercitare la giustizia penale “in nome del popolo” senza tradire né l’imparzialità né la responsabilità? Non esiste soluzione perfetta: come in tutti i sistemi maturi, si tratta di bilanciare compromessi, riconoscere conflitti inevitabili e rendere visibile ciò che altrove viene lasciato implicito. La riforma non quadrerà il cerchio, ma ha il merito di portare allo scoperto tensioni che per decenni sono state gestite nel silenzio delle prassi e nel mito della neutralità dei pm.

In questo senso, il dibattito del 2026 non riguarda solo la carriera dei magistrati, ma la coerenza interna del nostro Stato di diritto, la trasparenza del potere penale e la possibilità per il popolo di avere voce nelle scelte che contano davvero. È una questione di cultura, di filosofia del diritto e di responsabilità democratica: un dibattito necessario, che ci obbliga a confrontarci con la quadratura del cerchio italiana, e con la consapevolezza che la quadratura del cerchio in questo caso non esiste.

Cosa votare allora il 22 e il 23 marzo? In assenza di quorum, l’impressione (ma è solo un’impressione) è che prevarrà il no. Non tanto per convinzione circa il merito della riforma, ma perché questi referendum finiscono spesso per diventare l’occasione di manifestare dissenso nei confronti dell’azione globale del governo (chiedetelo a Renzi). Giorgia Meloni sta deludendo gli italiani, specie i suoi elettori, che potrebbero approfittare del referendum per farsi sentire. In molti potrebbero votare no, pur non avendo capito granché di una riforma (di cui non conosciamo ancora le leggi attuative, che ad avviso di chi scrive dovrebbero essere presentate agli elettori prima del voto, in quanto anch’esse parte organica della riforma) che sembra evitare le questioni essenziali e che pare incarnare una sorta di vendetta, di punizione, di un centro destra in cerca di rivincite contro i pm.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



venerdì 30 gennaio 2026

Chi ha ucciso l'italiano?

 Giù le mani dall’italiano

C’è un rumore di fondo, costante, fastidioso, che si impone alle nostre giornate. Non è il traffico, non è il telegiornale, non è nemmeno la pubblicità: è il rantolo di una lingua che viene limata, sbucciata, umiliata fino a diventare irriconoscibile. Chi è? L’italiano che non viene più parlato: viene aggirato.

Ogni giorno i media italiani — tutti, nessuno escluso — compiono lo stesso gesto: evitano l’italiano come si evita un parente imbarazzante. Non lo uccidono di colpo, no. Lo fanno morire lentamente, a forza di parole straniere buttate lì come coriandoli nel vuoto. Startwarming. Overtourism. Closing. Briefing. Day-one. Suonano come rutti aziendali. E la cosa peggiore è che non servono a niente. Abbiamo le parole. Le abbiamo sempre avute. Sono lì, belle, precise, pronte. Ma no: meglio fingere che non esistano.

Il risultato? Una lingua trattata come il relitto di un mondo perduto. Inadatta. Superata. Troppo complessa per un presente che vuole tutto veloce, piatto, intercambiabile. L’italiano diventa un ostacolo, un intralcio, una zavorra da scaricare per salire sul carro di un futuro che parla una sola lingua, e male.

E intanto accade l’assurdo. L’italiano è studiato, amato, desiderato in mezzo mondo. C’è chi lo impara per amore, per passione, per bellezza. E quando queste persone arrivano in Italia — in Italia — cosa trovano? Neolaureati cerebrolesi che si rivolgono loro...in inglese. Musei che rinnegano la propria voce. Uffici turistici che sembrano vergognarsi della più bella lingua del mondo. A volte ti parlano in inglese perfino se rispondi in italiano. Perfino se sei italiano. È una scena da teatro dell’assurdo: un paese che si traveste da straniero per paura di essere se stesso.

Perché succede qui? Perché non succede in Francia, dove la lingua è una bandiera, non un fardello? Perché non succede in Spagna, dove nessuno si vergogna di parlare come mangia?
Perché noi sì?

Non è apertura mentale. È sudditanza.
Non è modernit
à. È insicurezza travestita da progresso.
È l’idea meschina che tutto ciò che arriva dal mondo angloamericano sia automaticamente migliore, più serio, più autorevole. Anche quando è brutto. Anche quando è inutile. Anche quando è ridicolo.

E i media sono i principali responsabili. Perché hanno il potere di scegliere le parole. E scegliere le parole significa scegliere il mondo che racconti. Invece preferiscono il linguaggio prefabbricato, senz’anima, senza storia. Perfetto per creare un popolo che non pensa, che non lotta, che non morde. Una neolingua perfetta per non disturbare, per non contestare, per abbaiare senza mordere mai.

Ma una lingua non è solo uno strumento. È un corpo vivo. Respira, sanguina, ama. Non si abita un paese, si abita una lingua. Se abbandoniamo l'italiano, abbandoniamo l'Italia, abdichiamo dal dovere morale di essere veramente italiani.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



martedì 27 gennaio 2026

Corona non perdona

 VIVA FALSISSIMO, VIVA CORONA

CORONA CONTRO SIGNORINI : non è solo gossip, è la battaglia per la libertà del giornalismo d’inchiesta

Gennaio 2026. In Italia esplode l’ennesima guerra morale a comando. Da una parte Fabrizio Corona, Braveheart che il sistema mediatico ha prima usato, poi incarcerato, poi ridicolizzato, poi riesumato come mostro utile. Dall’altra Alfonso Signorini, volto storico del potere mediatico, sacerdote di quella chiesa catodica moraleggiante che è la TV generalista italiana. In mezzo, come sempre, il coro: giornali, talk show, editorialisti, intellettuali a gettone. Tutti pronti a dire qualcosa. Tutti pronti a schierarsi. Tutti, incredibilmente, d’accordo su una cosa sola: non guardare dove fa male.

La vicenda è nota. Corona pubblica video, parla, accusa, nomina. Presenta documenti e testimoni. Fatti e fonti. Il suo canale YouTube Falsissimo macina milioni di visualizzazioni, segno che il pubblico — quello vero, non quello evocato nei salotti — ascolta. Cosa? Il sistema Signorini-Berlusconi-tv italiana. Sei carino? Sei carina? Vuoi apparire in tv? Facile. Ius primae noctis. Anzi :ius primae vesperae televisivae. Devi farti trombare. E se sei un aitante ragazzotto, devi farti trombare da Signorini.

Signorini reagisce. Contrattacco Mediaset (che deve difendere Signorini per non incappare nel Codacons che accuserebbe il codice etico di Mediaset di non essere che fuffa all’ennesima potenza, ma anche perché Signorini fa capire che se cola a picco lui altri non tarderanno a seguirlo).

E i media? Invece che scatenarsi, si irrigidiscono. Incredibile! C’è chi brandisce la privacy come un’arma contundente. Chi parla di fango. Chi invoca la censura elegante, quella con il profumo dell’etica. Chi concede una libertà d’espressione mutilata, addomesticata, resa innocua. In breve: i media prevalenti stanno TUTTI con Signorini e attaccano Corona.

Ma dentro questo frastuono morale, nessuno, nessuno pone la domanda fondamentale. Quella che dovrebbe essere l’ossessione di chi fa giornalismo.
Ma quel che afferma Corona...È vero o non è vero?

Tutti schierati, (tutti sdraiati) nessuno in piedi

Destra, sinistra, centro. Quotidiani progressisti e giornali conservatori. Programmi indignati e programmi moderati. Tutti schierati. Tutti a difendere Signorini e : la reputazione, il decoro, la forma, il “non si fa”. Nessuno a difendere la verità. Nessuno che abbia il coraggio di dire: se ciò che Corona racconta è vero, allora ha il diritto di dirlo. E sarà il pubblico, gli italiani, a decidere se è interessante, rilevante, o meno, il fatto che TUTTO in tv è farlocco e costruito su un mercato del sesso che neanche nell’Impero Ottomano del XVII Secolo...

Il giornalismo italiano, in questa storia, mostra il suo volto più bieco: quello di una professione che ha smesso di scavare e ha imparato a gestire. Gestire rapporti. Gestire carriere. Gestire silenzi. Si discute ossessivamente dei metodi di Corona, del personaggio, del passato, della sua inaffidabilità presunta. È il trucco più antico: delegittimare il messaggero per non rispondere al messaggio.

Eppure il messaggio è chiarissimo. Ed è questo che terrorizza.

La verità indicibile: la TV è finta

Corona dice — e milioni di persone ascoltano, milioni, i video sul suo canale YouTube Falsissimo fanno milioni di visualizzazioni! — che la televisione italiana è un mondo finto. Un cerchio magico. Un sistema chiuso di potere che si autoalimenta, si autoprotegge e divora sessualmente ciò che è giovane e bello, come carburante. Esistono vergognosi meccanismi di scambio, di promessa, di accesso condizionato. Dice che dietro le luci c’è il buio delle asimmetrie di potere. Che certi sogni passano attraverso letti e divani.

Questo è il punto. Non il gossip. Non lo scandalo. Il sistema.

Un sistema che tutti all'interno conoscono. Tutti.
Lo sanno i corridoi. Lo sanno le chat private. Lo san
no le mezze frasi dette “a microfoni spenti”. Ma nessuno lo scrive. Nessuno lo firma. Nessuno lo mette in prima pagina. Perché dire la verità, in Italia, non è pericoloso per chi la subisce: è pericoloso per chi vive dentro il sistema.

Spegnere l’allarme, non l’incendio

L’Italia è davvero un paese bizzarro. Non nel senso folkloristico. Nel senso patologico. Corona ha trovato la formula esatto. Perfetta. Quando qualcuno suona un allarme, chi dovrebbe controllare cosa sta succedendo corre a spegnere l'allarme, non a spegnere l'incendio.

Succede sempre. In televisione. In politica. Nell’università. Ovunque esista un potere strutturato ceh non risponde a nessuno e che macina giovani vite. L’allarme disturba. Rompe l’incantesimo. Fa paura più dell’incendio, perché l’incendio si può negare. L’allarme no.

Così oggi si chiede silenzio, moderazione, prudenza. Parole nobili usate come sonniferi. Si invoca la responsabilità per non assumersene alcuna. Si difende l’ordine delle cose, non la loro giustezza.

Solidarietà a Corona, senza se e senza ma

E allora sì. Solidarietà a Fabrizio Corona.
Non perché sia un eroe. Non perché sia puro. Non perché sia simpatico.
Ma perché — in questa storia — è l’unico che ha rimesso al centro ciò che il giornalismo italiano ha espulso da tempo:
la verità.

Se ciò che dice è falso, Signorini lo dimostri. Con trasparenza.
Se ciò che dice è vero (ed è vero) allora il problema non è Corona. Il problema è la museruola che il sistema vuole mettergli, ancora una volta, con violenza e prepotenza.

Ma il giornalismo non nasce per proteggere i potenti dai racconti scomodi. Nasce per fare domande, per mettere a nudo il potere (quando il potere la fa fuori dal vaso). Un giornalista deve dire la verità. Punto. Cercarla e svelarla.

Allora questa non è solo la difesa di un uomo.
È una difesa di un principio.
E senza quel principio, tutto il resto — tv, talk show, editoriali indignati, lezioni di morale — è solo menzogna. Aria fritta.

Viva Fabrizio Corona

Luca Costa

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