LA RESISTIBILE ASCESA DEL FASCISMO : QUANDO LO STATO POTEVA AGIRE, O ALMENO REAGIRE, E NON LO HA FATTO
La crisi dello Stato liberal-costituzionale del Regno d’Italia tra il 1919 e il 1922, terminata con Vittorio Emanuele III che incarica Benito Mussolini di formare un nuovo governo (fascista), non fu il prodotto di un vuoto normativo né di un’improvvisa impotenza giuridica. Al contrario, fu il risultato di una mancata volontà politica e istituzionale di applicare strumenti che esistevano già e che, se utilizzati con coerenza, avrebbero potuto colpire il fascismo sul nascere. Il punto centrale non è dunque l’assenza di mezzi legali, ma la scelta di non usarli fino in fondo.
Quando nel 1919 nacquero i Fasci italiani di combattimento, il loro carattere violento era evidente fin dall’origine. Non si trattava di un movimento politico tradizionale, ma di un’organizzazione paramilitare che praticava sistematicamente la spedizione punitiva, la devastazione delle sedi avversarie, l’intimidazione armata di sindacalisti e amministratori locali, l’aggressione contro militanti del Partito Socialista Italiano e del Partito Popolare Italiano fondato da Luigi Sturzo. Nel 1921, con la trasformazione nel Partito Nazionale Fascista, questa dimensione non venne attenuata, ma istituzionalizzata in un partito politico ai limiti della legalità.
Lo Stato disponeva del Codice penale del 1889, il cosiddetto Codice Zanardelli, che prevedeva reati come l’associazione a delinquere, la partecipazione a bande armate, la devastazione e saccheggio, la violenza privata aggravata, l’intimidazione per impedire l’esercizio dei diritti politici. Le spedizioni squadriste integravano stabilmente (diciamo pure quotidianamente) queste fattispecie. Non si trattava di episodi isolati, ma di un metodo sistematico di lotta politica fondato sulla coercizione collettiva. Il diritto positivo consentiva di perseguire non solo i singoli atti, ma la struttura organizzata che li rendeva possibili. In termini giuridici, nel 1921 vi erano (eccome) gli strumenti per qualificare le squadracce prima e il PNF poi come associazioni criminali e colpirne i dirigenti.
La questione, allora, si sposta sul piano delle responsabilità istituzionali. In un sistema fondato formalmente sulla separazione dei poteri, l’azione penale non spettava al Presidente del Consiglio (Giolitti o Facta). La magistratura aveva la titolarità dell’iniziativa. Prefetti e questori, dipendenti dal Ministero dell’Interno, avevano poteri ampi in materia di ordine pubblico: potevano vietare riunioni, sciogliere assembramenti armati, disporre arresti in flagranza, sequestrare armi. La magistratura giudicante poteva irrogare pene severe per reati contro l’ordine pubblico. Nulla, sul piano formale, impediva una repressione energica e sistematica.
Ciò che mancò non fu la norma, ma la convergenza tra apparato amministrativo, requirente e giudicante nel riconoscere nel fascismo una minaccia strutturale allo Stato. Molti prefetti e funzionari di pubblica sicurezza adottarono un atteggiamento di tolleranza, talvolta pure di simpatia o di complicità. In numerose province le forze dell’ordine non intervennero durante le spedizioni punitive contro socialisti e sindacati.
Parallelamente, una parte significativa delle élite industriali e latifondiste finanziava la violenza fascista, braccio armato della loro ricchezza.
A livello politico, l’obiettivo prioritario dello Stato divenne il contenimento del socialismo, anche a costo di tollerare metodi illegali. In questo quadro si inserisce la strategia di Giovanni Giolitti, che nel 1921 decise di includere i fascisti nel Blocco nazionale. L’idea era coerente con la tradizione trasformista del liberalismo italiano: integrare per neutralizzare, parlamentarizzare per normalizzare. Anche sotto il governo di Luigi Facta si tentò di esplorare la via dell’inclusione, ipotizzando l’ingresso dei fascisti in un governo di coalizione per evitare l’escalation verso lo scontro aperto. Uno scontro aperto temuto sia dal re che dai vertici militari, in quanto non era chiaro come avrebbe reagito l’esercito all’ordine di liquidare i fascisti con la forza.
In quella fase, Benito Mussolini non era affatto il dittatore indiscusso che sarebbe diventato dopo il 1925. Anzi, all’interno del fascismo agivano con forza e spregiudicatezza figure come Michele Bianchi, vero segretario nazionale del partito, Italo Balbo, organizzatore delle milizie squadristiche, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Roberto Farinacci, espressione dell’ala più intransigente e insurrezionale. Per costoro, accettare un ruolo subordinato in un governo liberale avrebbe significato tradire la natura rivoluzionaria (e violenta) del fascismo. Mussolini, che in altre fasi della sua carriera aveva mostrato flessibilità tattica, si trovò stretto tra l’opportunità di una legittimazione istituzionale e il rischio di essere scavalcato dai ras più radicali (e di conseguenza l’espulsione dal partito, cosa che Mussolini, dopo essere già stato espulso dai socialisti sette anni prima, non poteva permettersi). Alla fine prevalse la linea del “tutto o niente”: non un ministero, ma la Presidenza del Consiglio. Prevalse quindi la linea Bianchi, Mussolini dovette “adeguarsi” e accettare di diventare primo ministro.
Il momento decisivo fu l’ottobre 1922. Di fronte alla minaccia della Marcia su Roma, il governo Facta deliberò lo stato d’assedio. La firma del re Vittorio Emanuele III avrebbe probabilmente consentito all’esercito di reprimere l’iniziativa. Le forze armate erano superiori alle milizie fasciste. La scelta di non firmare segnò la svolta. Il re si assunse una terribile responsabilità di fronte alla storia, di fronte al popolo italiano : consegnare lo Stato ai fascisti. Consegnare l’Italia a un partito armato contro lo Stato e contro le sue leggi. Una decisione clamorosa, inaudita nella storia della modernità occidentale. Un semi-colpo di stato degno del 18 Brumaire e di Napoleone.
Perché Vittorio Emanuele III ha agito in modo cosi scellerato? Perché le élite italiane dell’epoca (finanza, industria, latifondo, aristocrazia) preferirono affidarsi al manganello fascista per “blindare” le classi abbienti contro la minaccia socialista, invece di usare gli strumenti dello Stato di diritto per spezzare il manganello e ristabilire ordine e legalità al paese. Si scelse la scorciatoia della forza privata tollerata, anziché la via più impegnativa della legalità coerentemente applicata.
Lo Stato liberale preferì suicidarsi per blindare i privilegi di quelle mani, quelle poche mani che tenevano in pugno il cuore dello Stato stesso, quelle poche mani che facevano e che faranno del popolo italiano un gregge di pecore da sfruttare, e sfruttate.
Luca Costa
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