FASCISMO E MASSONERIA :
ORIGINE E SVILUPPI DI UNA RELAZIONE
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Il fascismo italiano non nasce in un vuoto politico e culturale: per comprenderne le origini occorre guardare agli ambienti ideologici dell’Italia liberale post-unitaria. In quel contesto la massoneria assumeva un ruolo (pur eterogeneo) assai importante: tra banchieri, industriali, agrari, funzionari statali e intellettuali, essa costituiva un bacino di idee nuove e sensibilità politiche liberali. Certo, essa era anticlericale, laicista, favorevole al parlamentarismo, liberale e rappresentava un punto di riferimento per le élites borghesi. Queste stesse élites, a partire dalla fine dell’Ottocento, furono parte attiva nell’economia e nella politica italiana e la loro influenza favorì indubbiamente l’avvento del fascismo.
Con la fine della Prima guerra mondiale e la paura di una rivoluzione socialista, il 23 marzo 1919 i Fasci di combattimento si costituiscono a Milano, nella storica riunione in Piazza San Sepolcro. I sansepolcristi erano un gruppo bizzarro: ex socialisti interventisti, repubblicani, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari. Tra loro spiccano figure come Michele Bianchi, la cui affiliazione alla massoneria nella Gran Loggia di Piazza del Gesù è ben documentata. Ma Bianchi non era il solo massone tra i sansepolcristi, anzi. Questa presenza segnala che fin dall’origine alcuni quadri del fascismo portavano con sé sensibilità ideologiche tipiche della massoneria italiana: anticlericalismo, laicismo e una visione elitista del potere. Il fascismo nascente non era certo una loggia travestita, ma si puo parlare di contaminazione culturale: il fascismo, pur nascendo come movimento eterogeneo, assimilava mentalità e valori del liberalismo risorgimentale.
Le violenze del Biennio Rosso non faranno che rinvigorire i legami tra borghesia liberale e fascismo. Al punto che per le élites finanziarie, industriali e latifondiste, il fascismo diverrà l'unica speranza per arginare definivamente la grande paura una rivoluzione socialista o (eventualità ancor più terribile) una vittoria del Partito Popolare (cattolico) alle elezioni.
Quando Mussolini accede al potere nel 1922 con la complicità del re Vittorio Emanuele III, il fascismo appare ancora formalmente rispettoso della legalità costituzionale: fiducia parlamentare, elezioni nel 1924. Tuttavia, già in questa fase si delinea la trasformazione del movimento in regime totalitario. Nel 1925 le logge massoniche vengono formalmente sciolte e ai funzionari pubblici è vietata l’appartenenza. Una rottura clamorosa con la massoneria organizzata, ma non certo la fine dell'influenza culturale di quest'ultima sul regime. I quadri dirigenti continuano a essere permeati da valori laicisti e statolatrici, e questa eredità culturale diventa parte integrante di un partito che è ormai Stato, regime e apparato coercitivo unico.
Il 1929 segna la firma dei Patti Lateranensi, un accordo formale che stabilisce un’alleanza tra Stato fascista e Chiesa (in realtà, per Mussolini questa è una vincente operazione di marketing, oltre al sogno di fare della Chiesa un apparato amministrativo dello Stato fascista, un po' come aveva fatto Napoleone). Tuttavia, nei quadri dirigenti del regime continuano a operare sensibilità anticlericali ereditate dalla cultura liberale e dalla massoneria.
L’equilibrio apparente si spezza pochi anni dopo, quando il regime intensifica il controllo sulle associazioni e sulla gioventù, fino alla repressione finale dell’Azione Cattolica e di tutte le associazioni giovanili cattoliche. Qui entra in scena l’enciclica Non abbiamo bisogno di Pio XI, documento chiave per comprendere la percezione papale del fascismo come veicolo di ideologia massonica.
In Non abbiamo bisogno, Pio XI non parla a caso: consapevole della concentrazione di potere nel partito unico e dei quadri dirigenti permeati da valori massonici, afferma che:
“Non possiamo invece Noi, Chiesa, Religione, fedeli cattolici (e non soltanto noi) essere grati a chi dopo aver messo fuori socialismo e massoneria, nemici nostri (e non nostri soltanto) dichiarati, li ha così largamente riammessi, come tutti vedono e deplorano, e fatti tanto più forti e pericolosi e nocivi quanto più dissimulati e insieme favoriti dalla nuova divisa.”
Con questa frase, il Papa indica chiaramente che il pericolo non risiede in logge sparse e autonome, bensì nel partito-stato totalitario che incorpora i valori massonici e li rende operativi in maniera centralizzata. Lo spirito massonico, secondo Pio XI, si manifesta non attraverso cospirazioni o rituali (certamente no), ma nella cultura politica dei dirigenti, nell’autorità dello Stato e nella volontà di subordinare la Chiesa al potere totalitario. È questo, più della massoneria organizzata, a rendere il fascismo una minaccia ideologica reale e concreta. Un fascismo che ha metabolizzato l'ideologia massonica e che agisce come braccio amministrativo (e armato) di essa. Lo scioglimento delle associazioni giovanili cattoliche è un fatto violento, compiuto con la violenza, e che non trova giustificazioni. La reazione di Pio XI con l'enciclica "Non abbiamo bisogno" fu certo fin troppo prudente. C'erano, eccome, gli estremi per denunciare una rottura unilaterale del concordato.
Certo il Papa ha dimostrato una lucida comprensione della situazione. Non condannando l’esistenza di logge o di massoni in generale, ma condannando un regime che, pur formalmente alleato della Chiesa, era permeato di valori e mentalità che essa ha sempre considerato pericolosi.
La differenza è essenziale: la massoneria tradizionale è frammentata, con orientamenti spesso divergenti e potere limitato, mentre il fascismo totalitario unifica in un’unica macchina partito-Stato l'ideologia massonica rendendola operativa su scala nazionale. Anche per quanto riguarda il suo più bieco e violento anticristianesimo, sfociato nelle violenze del 1931 e nello scioglimento dell'associazionismo giovanile cattolico.
In definitiva, il legame tra fascismo e massoneria fu ideologico e culturale. Tuttavia, nel 1931 si osserva che l’assorbimento di uomini, idee e sensibilità provenienti da ambienti massonici, unito alla concentrazione del potere nello Stato totalitario, rende la “minaccia massonica” agli occhi di Pio XI più grave e immediata di quanto sarebbe stata una massoneria tradizionale e frammentata in logge certo influenti, ma eterogenee e con sensibilità diverse.
Luca Costa
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