venerdì 13 febbraio 2026

Fascismo: fu vero consenso?

 Fascismo e consenso popolare: un mito storiografico

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C’è un luogo comune duro a morire nella narrazione pubblica italiana: l’idea che il fascismo sia stato, tra il 1925 e il 1935, un regime largamente sostenuto dal popolo, diversi storici (alcuni di essi anche in buona fede) sono addirittura giunti a definirli come “gli anni del consenso”.

Questa rappresentazione, sedimentatasi nel dopoguerra per ragioni politiche e culturali diverse, resiste (eccome!) ancora oggi. Ma se osserviamo con lucidità e lealtà i fatti, i numeri, le dinamiche istituzionali e sociali, il quadro che emerge è profondamente diverso. Il cosiddetto “consenso popolare” al regime fascista non è mai esistito, almeno come consenso effettivo, cioè spontaneo e maggioritario. L’avvento del fascismo fu il progetto di parte della borghesia italiana, un’élite che scommise sulla distruzione delle libertà politiche e su una mobilitazione violenta organizzata (e finanziata) dall’alto. Creare un sistema privo di alternative (un regime) che agisse come muro di contenimento contro il socialismo, il comunismo e la dottrina sociale della Chiesa.

Il fascismo nasce ufficialmente il 23 marzo 1919, quando a Milano, in piazza San Sepolcro, Benito Mussolini e i suoi scagnozzi (Michele Bianchi, Ferruccio Vecchi, ecc.) fondano i Fasci italiani di combattimento. I partecipanti – i cosiddetti sansepolcristi – sono poco più di duecento. Non una massa, non certo un movimento popolare radicato nel Paese profondo, ma un’avanguardia politica eterogenea composta da ex interventisti, sindacalisti rivoluzionari, futuristi, reduci, piccoli borghesi urbani. Il fascismo delle origini non affatto è il risultato di una sollevazione nazionale: è un gruppo politico minoritario che tenta di inserirsi nella crisi dello Stato liberale.

Il primo banco di prova è immediato. Alle elezioni politiche del 16 novembre 1919, le prime del dopoguerra, il movimento fascista subisce una sconfitta umiliante: nessun eletto, percentuali irrilevanti. A trionfare sono il Partito Socialista Italiano e il Partito Popolare Italiano. Se davvero il fascismo fosse stato l’espressione politica della “vittoria mutilata” e della frustrazione dei combattenti, se fosse stato il canale naturale della rabbia postbellica, le urne avrebbero dovuto premiarlo. Accade l’opposto. Il popolo italiano nel 1919 non sceglie il fascismo: lo respinge. Il popolo italiano mostra il suo vero volto : cattolico e socialista. Don Camillo e Peppone.

Esplode il Biennio Rosso. Tra il 1919 e il 1920 l’Italia è attraversata da scioperi generali, occupazioni di fabbriche, agitazioni contadine contro il latifondo, rivendicazioni salariali e contrattuali. È un movimento di massa che affonda le radici nella questione sociale irrisolta dell’Italia liberale: analfabetismo diffuso, povertà rurale, sfruttamento operaio, diseguaglianze profonde tra Nord e Sud. La mobilitazione popolare è in larga misura socialista, sindacale, cooperativa. Le masse contadine chiedono terra, gli operai chiedono rappresentanza e diritti. Non chiedono il fascismo. I latifondisti, il mondo della finanza e la grande industria vivono LA paura : la paura di una rivoluzione comunista.

In questo contesto le squadracce fasciste (pagate da chi secondo voi?) emergono come forza di repressione. L’Italia è alle soglie di una guerra civile. Le squadracce fasciste non sono certo l’espressione del popolo, ma uno strumento organizzato che trova sostegno finanziario e logistico nel latifondo e in un’industria spaventati dall’avanzata socialista. La complicità dello Stato è già evidente. Le spedizioni punitive contro le leghe contadine e le camere del lavoro non vedono mai l’ombra di una condanna, le forze dell’ordine guardano e lasciano fare. Anche la composizione originaria del movimento, con la presenza di professionisti, notabili urbani ex sottufficiali e ambienti massonici, riflette una matrice ultra-borghese. Non è un giudizio morale: è un mero dato sociologico.

Alle elezioni del 15 maggio 1921 i fascisti entrano in Parlamento con 35 deputati, inseriti nei Blocchi Nazionali insieme a liberali e conservatori. Non sono maggioranza, non sono forza dominante, non rappresentano un’onda popolare. Da un punto di vista democratico sono il nulla assoluto. Altro che consenso. Nel novembre 1921 nasce il Partito Nazionale Fascista, con alcune centinaia di migliaia di iscritti. È una crescita significativa, ma non una mobilitazione nazionale.

La svolta avviene nell’ottobre 1922 con la Marcia su Roma. Ma la Marcia non è una vittoria elettorale. È una dimostrazione di forza paramilitare in un contesto di crisi dello Stato liberale. Il governo Facta chiede lo stato d’assedio; il re Vittorio Emanuele III rifiuta di firmarlo. Mussolini riceve l’incarico di formare il governo per decisione monarchica. Decisione inflenzata dalle stesse élites che avevano avuto paura del Biennio Rosso e che non vogliono più correre rischi. Non vi è un’investitura popolare. Il fascismo accede al potere senza avere mai ottenuto una maggioranza parlamentare autonoma. Di consenso neanche l’ombra.

Il giro di boa sono le elezioni del 6 aprile 1924, svolte sotto la (vergognosa) Legge Acerbo, che assegna i due terzi dei seggi alla lista che supera il 25% dei voti. La Lista Nazionale guidata da Mussolini ottiene circa il 60–65% dei voti, ma è una coalizione ampia che comprende anche liberali e altri partiti di destra. Il clima è segnato da intimidazioni, violenze squadriste, controllo del territorio. Il 30 maggio 1924, Giacomo Matteotti denuncia in Parlamento brogli e irregolarità. Il 10 giugno 1924 viene rapito e assassinato. Un’elezione truccata seguita dall’eliminazione fisica del principale oppositore non può essere certo la prova di un consenso popolare. Se si ha un minimo di dignità.

Dal 1925-1926 il regime imbocca apertamente la strada dittatoriale: scioglimento dei partiti, soppressione della stampa libera, istituzione del Tribunale Speciale, leggi eccezionali, confino politico per gli oppositori. Dal 1926 il PNF diventa partito unico di fatto. Non esistono più elezioni competitive. Più nessuno vota. Il Parlamento è svuotato di funzione reale. In queste condizioni, come si misura il consenso? In assenza di pluralismo e libertà di voto, la verifica democratica è impossibile. Aboliti i consigli comunali elettivi. Più nessuno vota il proprio sindaco, i podestà sono nominati per regio decreto su proposta del ministro dell’interno. Alla faccia del consenso!

Negli anni Trenta il regime dichiara milioni di iscritti al partito, arrivando a cifre (impossibili da verificare) che sfiorano i dieci milioni (su quarantacinque milioni di abitanti, di cui trenta maggiorenni). Ma in un sistema totalitario la tessera è davvero indice di adesione ideologica? L’iscrizione era spesso condizione necessaria per accedere a carriere pubbliche, per ottenere promozioni, per evitare discriminazioni. Il conformismo, l’opportunismo, la necessità amministrativa si intrecciano. Un numero elevato di iscritti in un regime privo di libertà non equivale a consenso libero.

Fino al Concordato del 1929, la base del partito è prevalentemente urbana e borghese. Molti appartenenti alle élite economiche e professionali vi aderiscono per integrazione nel nuovo sistema di potere. La stragrande maggioranza della borghesia ebraica italiana aderisce al regime, fino alle leggi razziali del 1938, come ha rivelato con coraggio Giorgio Bassani (giocandosi cosi il Nobel).

Le riforme sociali annunciate dal regime – dalle 40 ore settimanali alle ferie pagate, fino alla riforma scolastica – ebbero applicazioni disomogenee. Nelle campagne l’abbandono scolastico all’età di otto anni rimase elevatissimo; la mobilità sociale quasi inesistente; il corporativismo non costituì mai una rappresentanza autonoma dei lavoratori. La propaganda fu capillare, il controllo culturale pervasivo, l’inquadramento giovanile sistematico. Ma propaganda e consenso non sono sinonimi.

Il 1935, con la guerra d’Etiopia, è spesso indicato come apice e fine del consenso. L’entusiasmo patriottico, le sanzioni della Società delle Nazioni, la retorica dell’impero sembrano mobilitare ampi strati della popolazione. Tuttavia, tale mobilitazione avviene in un contesto in cui stampa, radio, scuola e organizzazioni di massa sono rigidamente controllate; l’opposizione è clandestina; il dissenso punito. In assenza di libertà di parola e di voto, la manifestazione pubblica di entusiasmo non è facilmente distinguibile dal conformismo indotto.

Il punto centrale allora non è certo quello di negare che molti italiani aderirono al fascismo, talvolta con convinzione sincera. Il punto è distinguere tra adesione in un sistema pluralista e adesione in una dittatura. Il fascismo nasce minoritario, sale al potere senza maggioranza, consolida il regime eliminando il pluralismo e costruisce negli anni un sistema di mobilitazione e controllo che rende impossibile misurare il consenso con criteri democratici. Come si puo parlare di consenso in un contesto del genere?

Il mito del consenso popolare serve a trasformare un regime autoritario in scelta collettiva consapevole e a giustificare coloro che dopo la Seconda Guerra mondiale invece che andarsi a nascondere continuarono a fare politica, approfittando di una Costituzione e di libertà che il fascismo aveva sempre combattuto. Ma la sequenza storica – dalla sconfitta del 1919 alla violenza squadrista, dalla nomina monarchica del 1922 alle elezioni condizionate del 1924, fino alla soppressione delle libertà dal 1926 – mostra che il fascismo non fu mai espressione originaria della volontà maggioritaria del popolo italiano. Fu piuttosto il prodotto di una crisi dello Stato liberale sfruttata da un vespaio di interessi particolari, sostenuto da banche, latifondisti, grandi industriali e poi consolidato attraverso la progressiva distruzione delle (pur risibili) garanzie costituzionali dell’Italia post-risorgimentale.

Parlare di consenso circa un sistema privo di libertà significa usare categorie improprie. La storia, se vuole essere rigorosa, deve distinguere tra consenso e adesione sotto una dittatura. E questa distinzione, nel caso del fascismo, è decisiva ma ancora non è stata fatta chiarezza in Italia. E non la si vuole fare. Perché?

Se un regime vuole avere vero consenso deve smettere di essere un regime. Perché il vero consenso inizia dove (e quando) un regime finisce.

Luca Costa

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