L'Europa paga, Washington incassa. E il sovranismo italiano abbassa lo sguardo di fronte alla rapina
ReArm Europe è un insieme di misure volute dall'UE per spingere gli Stati membri ad aumentare la spesa per la difesa ad oltre il 3% del PIL. Ma chi incasserà questi soldi?
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Non è facile spiegarsi il livello infimo dell'attuale dibattito pubblico europeo.
Da una parte, si ripete con una costanza metodica che non ci sono più soldi per la sanità, per la scuola, per le pensioni, per il sostegno alle famiglie, per il rilancio dell'industria e per la coesione sociale. Tutto quel che si fa viene grattato, grattugiato, raccolto come briciole che non possono essere sufficienti a garantire ai popoli europei un livello sufficiente di qualità del servizio pubblico. Dall'altra, ci viene presentata come un'urgenza assoluta il sacrificio di centinaia di miliardi destinati alla spesa militare. Miliardi improvvisamente disponibili, indiscutibili. Ineluttabili.
Allora facciamole noi le domande:
Perché nessuno dice chiaramente che Rearm Europe in realtà consiste a una rapina a mano armata di una fetta del PIL europeo per alimentare l'industria della difesa americana, leader mondiale in numerosi sistemi d'arma e già profondamente integrata nelle forze armate europee?
Perché nessuno spiega al contribuente che Rearm Europe non è altro che il trasferimento di una quota crescente della ricchezza prodotta qui in Europa verso il sistema industriale degli Stati Uniti?
Perché la questione decisiva non è se esista una minaccia internazionale. E non esiste. Chi minaccia il mondo se non la NATO, gli USA e Israele? Chi ha deciso che i popoli europei debbano essere espropriati di una parte della loro ricchezza per ingrassare un'elite finanziaria e industriale a stelle e strisce?
Ed è qui che il termine "sovranità" mostra tutta la sua fragilità.
Se un continente modifica radicalmente le proprie politiche di bilancio sotto una fortissima pressione strategica esercitata da Washington, è lecito domandarsi quanto spazio rimanga per una scelta realmente autonoma. Le decisioni sono formalmente europee. Ma la cornice entro cui vengono prese è plasmata da un equilibrio di potere che vede gli Stati Uniti in una posizione di indiscutibile superiorità.
Il caso italiano rende questa contraddizione ancora più evidente.
Da anni Giorgia Meloni costruisce la propria identità politica attorno a parole come patria, interesse nazionale e sovranità. Ha vinto le elezioni nel 2022 proprio grazie a questa retorica.
Eppure proprio nel momento in cui queste categorie dovrebbero essere messe alla prova, il linguaggio cambia. La fermezza lascia spazio all'allineamento. Le grandi dichiarazioni identitarie cedono il posto all'accettazione di un'agenda definita altrove.
È una contraddizione che meriterebbe almeno un confronto pubblico serio.
Ma qui emerge un secondo problema, forse ancora più inquietante. Il silenzio.
Non il silenzio assoluto, naturalmente, ma manca una discussione approfondita sulle conseguenze economiche e politiche di lungo periodo. Quanto costerà tutto questo? Quali capitoli di spesa pubblica rischiano di essere compressi? Quale parte della nuova spesa rafforzerà davvero la capacità industriale europea e quale finirà invece ad alimentare industrie straniere? Quali alternative sono state realmente valutate?
Sono domande legittime in una democrazia. Eppure sembrano rimanere ai margini del dibattito.
Nel frattempo, ai cittadini europei viene chiesto di accettare sacrifici sul welfare come se fossero inevitabili, mentre la crescita della spesa militare viene presentata come una necessità sottratta a qualsiasi confronto politico.
Non si tratta di negare l'importanza della sicurezza. Si tratta di rifiutare l'idea che la sicurezza possa diventare un argomento sufficiente per sospendere ogni discussione sulla destinazione delle risorse pubbliche e sugli equilibri di potere che orientano tali scelte.
Le democrazie non si indeboliscono soltanto quando manca la libertà di voto. Si indeboliscono anche quando alcune decisioni vengono trasformate in dogmi.
Ma chi ha deciso che Rearm Europe fosse l'unica strada possibile? Chi ne ricaverà il maggiore vantaggio economico? E perché chi governa in nome della sovranità nazionale sembra così poco disposto a rispondere pubblicamente a queste domande?
Rearm Europe non è una strategia di difesa del continente.
Rearm Europe è una rapina, è l'espropriazione coatta di una parte del PIL europeo che finirà nelle tasche dei soliti furbetti negli USA. Sono i nostri soldi che finiscono nelle loro tasche.
Con la complicità di chi ci governa.
Luca Costa
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