venerdì 31 luglio 2026

6 per sempre

6 PER SEMPRE : Ciao capitano

Ci sono uomini che somigliano tanto ai grandi pioppi della pianura che li ha visti nascere: dritti, verticali, saldi, discreti, ostinati. Silenziosi. Resistono alle stagioni e al vento, alla nebbia.

Franco Baresi, all'anagrafe Franchino Baresi, Travagliato di Brescia, 8 maggio 1960, era uno di questi.

Lombardo fino al midollo, figlio di quella Bassa che insegna prima i doveri poi (forse) i diritti, orfano a 14 anni, una vita intera nella famiglia rossonera, capitano assoluto. Parlava poco, e quando il pallone cominciava a rotolare lui dominava.

Franco Baresi numero 6. Libero.

Che difensore era Franco Baresi? Domanda sciocca. Era il difensore.

L'ultimo dei grandi liberi e il primo dei difensori moderni. Non correva dietro agli eventi: anticipava. Vedeva prima, arrivava prima. E se qualche furbetto scappava verso la porta, la sua falcata, il suo scatto, erano come un uragano, inesorabili. Maradona, Romario, Baggio, Vialli, tutti i più grandi attaccanti hanno subito increduli i suoi recuperi miracolosi. Tutti hanno alzato le mani e riconosciuto la sua superiorità senza appello.

Franco Baresi. Elegante senza essere snob, cattivo senza essere violento, tecnicamente raffinato senza mai concedersi frivolezze. Veloce, resistente. Aveva tutto.

Una linea perfetta tracciata sull'erba. Il pallone era suo e l'avversario rimaneva lì, con la sensazione d'essersi perduto nella nebbia di San Siro.

Era quel Milan. Sacchi, sì. Ma sarebbe ingiusto attribuire tutto agli algoritmi dell'allenatore. Perché quello non era il calcio degli algoritmi. Quello era il calcio dei grandi campioni che si disciplinavano da soli. Fuori e dentro il campo. Era il calcio romantico dei romantici, il calcio di uomini veri, che si davano battaglia sul campo a un ritmo spaventoso. Verticalizzando appena possibile, colpendo appena possibile. Altro che tiki-taka e milioni di passaggi in orizzontale mentre tutti difendono dietro la linea della palla (ovvero l'insopportabile e soporifero calcio di oggi).

Era un grande calcio, un grande spettacolo. Non televisivo, non pubblicitario. Era un grande Milan. Che Franco Baresi dirigeva. Con uno sguardo. Con un passo avanti. Con un braccio alzato e l'attaccante smarrito: "io? Fuorigioco?". Si, tu. Palla al Milan.

Franco Baresi con il coraggio di lasciare quaranta metri di campo alle proprie spalle perché sapeva che il calcio, prima di essere corsa, è intelligenza.

Capitano della squadra che, fra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, persuase il mondo che il football potesse essere insieme scienza e poesia. Tre Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, scudetti senza contarli, notti magiche. Ma il conto dei trofei non dice nulla. Cio che conta era lui. Perché una squadra diventa immortale quando trova un capitano capace di darle un'anima. Uno spirito. Una forza. Un orgoglio. Uno stile. Una visione.

Questo era Franco Baresi. Un gigante tale che persino la sconfitta gli rese onore.

Pasadena, 17 luglio 1994. Venticinque giorni dopo un'operazione al menisco, quando la medicina avrebbe consigliato prudenza e il buon senso riposo, Franco si presentò davanti al Brasile e a Romário come se il dolore fosse un dettaglio amministrativo. Quel Romario letale, in quel momento attaccante numero uno al mondo. E Baresi cancellò dalla partita. Poi sbagliò il rigore.

Il calcio è crudele proprio perché consente agli eroi di inciampare, cadere, piangere, e diventare ancore più grandi, ancora più eroi.

Quel rigore non ha scalfito la grandezza di Franco Baresi. L'ha resa umana. E per questo ancora più alta.

Oggi il football è un'altra faccenda. Corre più veloce. Guadagna infinitamente di più. Onnipresente in tv e sui media. Un calcio pesante, noioso, invadente, capriccioso, insopportabile. Corrotto.

Si misura in dati, algoritmi, statistiche, chilometri percorsi, accelerazioni registrate, mappe di calore. Si gioca sempre, di continuo. Ok, forse era inevitabile. Ma qualcosa s'è smarrito per strada.

Lo spogliatoio. I valori. L'appartenenza a una maglia. La disciplina che nasce dall'esempio.

Franco Baresi era quel mondo. Un mondo nel quale il capitano non aveva bisogno di recitare la parte perché bastava il modo in cui si allenava, il modo in cui affrontava una partita, il modo in cui stringeva la mano all'avversario. Mai una polemica. Mai un gesto inutile. Mai una parola di troppo.

Persino quella maglia che gli usciva continuamente dai pantaloncini raccontava la sua verità. Non era civetteria. Era il segno di un mestiere operaio consumato fra scivolate, contrasti, rincorse, cadute. Certe maglie non stanno in ordine nei pantaloncini perché chi le indossa ha altro da fare. Difendere. Scivolare. Lottare. Sporcarsi le mani.

È difficile spiegare ai più giovani chi fosse Franco Baresi. Si possono mostrare i filmati. Elencare le vittorie. Raccontare i trofei. Provateci voi.

Ma resterà sempre qualcosa che sfugge. Perché alcuni uomini non abitano le statistiche.

Abitano la memoria. La memoria di un calcio che non c'è più e che non tornerà mai più.

Io so che Franco Baresi e Diego Armando Maradona ora palleggiano insieme in paradiso, si affrontano in eterni uno contro uno, ricordano vecchie sfide. I santi portano le sedie e le birre e si mettono a guardarli. Scommettono. Diego fa una finta di corpo che sembra sbilanciare Franchino e punta la porta ma un attimo dopo la palla non c'è più. Non è un miracolo, è Franco che sorride e gliela ripassa.

Dai Diego riprova, tanto qui non si passa.

Addio, Capitano. Ora 6 davvero per sempre.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



domenica 12 luglio 2026

Chi perseguita i Cristiani?

 Tucker Carlson, il coraggio di dire la verità: USA e Israele colpevoli di una spaventosa persecuzione anticristiana in Terra Santa.

Mentre l'attenzione internazionale è concentrata sul conflitto israelo-palestinese e sulla sua dimensione politico-militare, una tragedia parallela, meno mediatizzata ma profondamente simbolica, si consuma nell'indifferenza generale: il declino sistematico dei cristiani arabi in Israele e nei Territori occupati. Questa realtà inquietante è stata portata alla luce dal giornalista americano Tucker Carlson, che nel suo podcast – tra i più influenti e seguiti negli Stati Uniti – ha raccolto le testimonianze di due personalità di primo piano rappresentative delle due realtà della presenza cristiana nella regione.

Da un lato, l'arcivescovo anglicano di Gerusalemme, Hossam Naum, portavoce ufficiale e guida pastorale della comunità cristiana autoctona che vive sotto occupazione israeliana o come minoranza nel proprio Paese. Dall'altro, l'imprenditore giordano Saad Mouasher, rappresentante della borghesia cristiana integrata e prospera, testimonia che la convivenza pacifica in un Paese a maggioranza musulmana non solo è possibile, ma costituisce un modello di successo. Le loro testimonianze, convergenti nella diagnosi della crisi, delineano un quadro cupo di abbandono, in cui la fede che ha avuto origine in queste terre rischia di diventare soltanto una reliquia, schiacciata tra l'occupazione israeliana e l'ipocrisia di un Occidente che si proclama cristiano.

Un esodo silenzioso: dai numeri alla vita quotidiana

La storia recente dei cristiani palestinesi è segnata da un inesorabile declino demografico. L'arcivescovo Naum, nato a Nazareth, fornisce dati allarmanti: la popolazione cristiana si è dimezzata nel 1948 durante la Nakba, l'espulsione di massa dei palestinesi che accompagnò la nascita dello Stato di Israele. Questo fatto smentisce un mito persistente, spesso diffuso anche in Occidente: quello secondo cui i rifugiati palestinesi sarebbero stati esclusivamente musulmani. «Assolutamente no, molti erano cristiani», afferma Naum, riferendosi alle centinaia di migliaia di persone espulse.

Oggi la tendenza non si è invertita. A Betlemme, città della Natività, il numero dei cristiani è passato da circa 100.000 a meno di 30.000 nell'arco di pochi decenni. Nazareth, la città di Gesù, continua a registrare un'emigrazione costante. Non si tratta di crescita né di prosperità: è, nelle parole dell'arcivescovo, una semplice e disperata «sopravvivenza». Un declino che non è un incidente demografico, bensì la diretta conseguenza di pressioni politiche, economiche e sociali.

Queste pressioni si traducono in una quotidianità fatta di umiliazioni e paura per molti cristiani, soprattutto a Gerusalemme. L'arcivescovo Naum racconta di essere stato personalmente e ripetutamente bersaglio di sputi da parte di estremisti ebrei mentre camminava in abito talare nella Città Vecchia. Descrive gruppi radicali la cui missione dichiarata è quella di «purificare Gerusalemme dagli infedeli» – cioè dai cristiani – e che compiono atti di vandalismo contro le chiese.

La reazione delle autorità israeliane, secondo la sua testimonianza, è stata timida, se non addirittura complice: «Ci dicono che sputare addosso alle persone non è un reato», afferma con amarezza. Per i pellegrini, inoltre, l'accesso ai luoghi santi è sempre più limitato. Le celebrazioni pasquali presso il Santo Sepolcro, spiega Naum, sono sottoposte a restrizioni «senza precedenti» da parte della polizia israeliana, che riduce il numero dei partecipanti da 10.000 a 1.500 per motivi di sicurezza, una giustificazione che l'arcivescovo respinge con decisione, ricordando che da secoli non si registrano incidenti di quel tipo.

In Cisgiordania, anche la violenza dei coloni israeliani colpisce indistintamente i villaggi cristiani. Naum cita gli attacchi a Taybeh e Bir Zeit, dove agricoltori sono stati minacciati, proprietà incendiate e una donna è stata colpita alla testa con una pietra. L'arresto del figlio della donna, intervenuto per difenderla, conferma, secondo lui, un quadro di assoluta arbitrarietà. È il risultato di un'occupazione militare che, perseguendo obiettivi politici nazionalisti, non distingue tra musulmani e cristiani, erodendo il tessuto sociale di entrambe le comunità.

Il paradosso americano

La tragedia assume contorni ancora più paradossali se si considera il ruolo degli Stati Uniti e, in particolare, di una parte significativa del cristianesimo evangelico americano. L'America, nazione a maggioranza cristiana, è il principale sostenitore militare e politico di Israele. Attraverso le proprie tasse, i cristiani americani finanziano indirettamente un governo che, secondo queste testimonianze, opprime i loro fratelli e sorelle nella fede.

Ma non è tutto. Una corrente influente del cristianesimo statunitense, il sionismo cristiano, offre sostegno teologico e finanziario non solo allo Stato di Israele, ma anche agli insediamenti in Cisgiordania, spesso costruiti su terre confiscate a proprietari cristiani.

L'arcivescovo Naum non usa mezzi termini: «Le Chiese cristiane degli Stati Uniti inviano più denaro agli insediamenti ebraici della Cisgiordania che ai cristiani di Nazareth, la città natale di Gesù». È un'osservazione profondamente imbarazzante. Mentre la Basilica della Natività a Betlemme cade in rovina e le comunità locali lottano per sopravvivere, ingenti flussi di denaro provenienti dall'Occidente alimentano il sistema dell'occupazione.

L'ipocrisia raggiunge il suo culmine nell'episodio raccontato da Naum: durante un incontro con esponenti del sionismo cristiano, quando espresse la propria preoccupazione per le terre confiscate, si sentì rispondere: «A volte bisogna fare dei sacrifici per il bene comune». Il commento dell'arcivescovo è inequivocabile: «Ero con un gruppo di giovani. Vi assicuro che erano in lacrime. Come può un fratello o una sorella cristiana, in qualsiasi parte del mondo, considerarmi uno strumento, qualunque cosa mi accada?».

La politica estera americana in Medio Oriente, con i suoi interventi militari spesso avventati e destabilizzanti, ha ulteriormente aggravato la situazione. Saad Mouasher, banchiere giordano, lo spiega con chiarezza: ogni volta che un intervento militare statunitense – come quello in Iraq – crea un vuoto di potere, questo viene colmato dall'estremismo e dal caos. Le prime vittime sono sempre le minoranze, in particolare i cristiani.

Ne consegue una nuova ondata di rifugiati che Paesi come la Giordania, già fortemente sotto pressione, sono costretti ad accogliere. «Ogni volta che c'è un intervento militare americano nella regione, siamo noi a pagarne il prezzo», afferma Mouasher, sottolineando il costo umano e sociale che l'Occidente tende a dimenticare una volta spenta l'attenzione dei media. L'ossessione per le soluzioni militari, a discapito della costruzione di una pace giusta e duratura, si è rivelata un fallimento catastrofico per tutti, cristiani compresi.

Il modello giordano: una convivenza possibile

L'intervista a Saad Mouasher offre una prospettiva fondamentale, dimostrando che un destino diverso per i cristiani del Medio Oriente non solo è possibile, ma esiste già. In Giordania, Paese a maggioranza musulmana (97%), i cristiani (circa il 3%) prosperano, sono ben rappresentati nella politica, nell'economia e nella società e si sentono pienamente integrati.

«Ho mai subito discriminazioni in quanto cristiano? Assolutamente no», afferma Mouasher. La soluzione, secondo lui, poggia su tre pilastri: la tutela dei diritti costituzionali (libertà religiosa ed eguaglianza), la stabilità politica ed economica e una leadership impegnata con saggezza nel dialogo interreligioso, come quella della monarchia hashemita.

Questo modello smonta la narrazione semplicistica e islamofoba dello «scontro di civiltà». Mouasher ricorda che Gesù e Maria sono figure profondamente venerate nel Corano e che le tradizioni abramitiche condividono radici comuni. Il re di Giordania, discendente del profeta Maometto, ha finanziato personalmente il restauro del sepolcro di Cristo nella Basilica del Santo Sepolcro. Un gesto altamente simbolico che l'arcivescovo Naum elogia, sottolineando il ruolo unico del sovrano giordano quale custode dei luoghi santi cristiani e musulmani di Gerusalemme, baluardo contro la politicizzazione e l'esclusivismo nazionalista.

Un appello alla consapevolezza e al cambiamento

Le testimonianze raccolte costituiscono un duro atto d'accusa su due fronti: da un lato l'occupazione israeliana, che attraverso pratiche sistematiche sta svuotando la Terra Santa della sua originaria anima cristiana; dall'altro l'Occidente cristiano, colpevole di un duplice peccato: finanziare l'oppressore e voltare le spalle alle vittime.

L'appello finale dell'arcivescovo Naum è rivolto proprio ai cristiani occidentali: «Cari fratelli e sorelle in Cristo... non divideteci con le vostre preghiere. Pregate per tutto il popolo della Terra Santa».

La sopravvivenza dei cristiani in Palestina non è una questione confessionale secondaria. È il barometro della giustizia nell'intera questione israelo-palestinese. Se una comunità pacifica, radicata da duemila anni e spiritualmente legata all'Occidente, viene schiacciata dall'indifferenza, quale speranza può rimanere per una pace giusta e duratura?

Proteggere i cristiani della Terra Santa non significa favorire una parte a scapito dell'altra, ma difendere il principio stesso del pluralismo, della dignità umana e del diritto alla propria terra e alla propria identità. Ciò richiede alla comunità internazionale, e in particolare agli Stati Uniti e alle loro Chiese, un profondo e doloroso esame di coscienza: smettere di essere complici di un sistema militare e coloniale e diventare finalmente costruttori di quella stabilità e di quella giustizia senza le quali, come dimostra la Giordania, nessuna minoranza – e nessuna pace – può sopravvivere.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 11 luglio 2026

Il socialista e il cattolico

 «Un modello per tutti»

La lezione di apologetica cattolica di Filippo Turati davanti a Pier Giorgio Frassati

Fra le molte pagine dedicate a Pier Giorgio Frassati, poche possiedono la forza persuasiva di quella scritta dal leader del socialismo Filippo Turati all'indomani della sua morte.

Un paradosso solo apparente. A renderla così preziosa non è tanto il valore letterario, quanto l'identità del suo autore. Turati non era un cattolico, non era uomo incline alla devozione. Era il padre del socialismo riformista italiano, un protagonista della cultura laica, un uomo che proveniva da una tradizione politica nella quale il cattolicesimo era spesso considerato un interlocutore ostile, e il clericalismo un avversario.

Proprio per questo il suo articolo, pubblicato sul settimanale La Giustizia dell'8 luglio 1925, quattro giorni dopo la morte di Pier Giorgio, due giorni dopo i funerali, possiede un valore documentario straordinario. Non è il tributo di un discepolo al proprio maestro, né l'omaggio di un credente a un altro credente. È lo sguardo di chi osserva da fuori e, proprio perché osserva da fuori, non ha alcun interesse ad attribuire a Frassati qualità che non riconosca sinceramente.

Il testo colpisce anzitutto per ciò che non fa. Turati non tenta mai di separare la grandezza morale di Pier Giorgio dalla sua fede. Sarebbe stata l'operazione più semplice, e forse anche la più prevedibile: celebrare il giovane come un generoso filantropo, come un altruista, come un esempio di impegno civile, lasciando sullo sfondo la sua identità cristiana. È un meccanismo che conosciamo bene ancora oggi. Di molti santi si esaltano le opere, quasi chiedendo il permesso di apprezzarle a condizione di dimenticare ciò che le ha generate (avete presente il film Schindler's List, dove la fede cattolica di Oscar Schindler viene totalmente occultata?)

Turati, invece, compie il percorso opposto. Egli individua precisamente nella fede il principio esplicativo della vita di Frassati.

Scrive infatti:

«Pier Giorgio Frassati confessava la sua fede con aperta manifestazione di culto, concependola come una milizia, come una divisa che si indossa in faccia al mondo, senza mutarla con l'abito consueto per comodità, per opportunismo, per rispetto umano.»

In poche righe viene delineato un ritratto di straordinaria precisione. La fede di Pier Giorgio non appare come una pratica privata né come una convenzione sociale. È una forma di esistenza. Turati coglie con lucidità ciò che molti contemporanei avevano percepito vivendo accanto Pier Giorgio: quel giovane non adattava le proprie convinzioni alle circostanze, non cercava di renderle più accettabili, non le occultava quando potevano procurargli ironie o incomprensioni. La sua religione non era un ornamento della sua vita borghese, ma il criterio con cui interpretava ogni scelta.

È significativo che Turati aggiunga come Frassati «disfidava i facili scherni degli scettici, dei volgari, dei mediocri». Non è il linguaggio di chi descrive un uomo chiuso nel proprio mondo confessionale. È piuttosto il riconoscimento di una libertà interiore tutta cristiana. Frassati non appare come un militante aggressivo, ma come un uomo sufficientemente saldo da non avere bisogno dell'approvazione altrui per vivere ciò in cui credeva.

L'intuizione decisiva, tuttavia, arriva nelle righe conclusive dell'articolo, quelle che ancora oggi sorprendono per profondità:

«Quel giovane cattolico era anzitutto un credente... Questo "cristiano" che crede, e opera come crede, e parla come sente, e fa come parla, questo "intransigente" della sua religione, è pure un modello che può insegnare qualcosa a tutti

Sono parole di un'importanza capitale. Esse non rappresentano una conversione di Turati, e non sarebbe corretto leggerle in questa prospettiva. Il leader socialista rimase ciò che era. Ma proprio perché rimase ciò che era, il suo giudizio acquista un peso particolare. Egli riconosce che esiste una forma di umanità generata dal cristianesimo che perfino chi non ne condivide la fede è costretto a prendere sul serio. Il riconoscimento che il cristianesimo, vissuto fino in fondo, produce un tipo umano che perfino un avversario ideologico è proprio costretto ad ammirare.

In fondo, il ragionamento implicito di Turati potrebbe essere formulato così: non ho la fede ma non posso ignorare gli effetti la fede ha prodotto su questo ragazzo. Se il cristianesimo è capace di formare personalità di questa statura morale, allora esso custodisce qualcosa che riguarda ogni uomo, non soltanto i credenti.

Questa osservazione conduce a una riflessione che supera la figura stessa di Frassati. Il cristianesimo non si presenta come filosofia morale o come sistema di idee. Non è il socialismo. Certamente esso possiede una dottrina, una teologia, un patrimonio intellettuale immenso; ma la sua pretesa originaria è un'altra: quella di rendere possibile una vita trasformata dall'incontro con Cristo.

Paolo VI osservò che l'uomo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e ascolta i maestri soltanto quando sono anche testimoni. Benedetto XVI, a sua volta, definì i santi la vera apologetica del cristianesimo. Non intendeva dire che essi sostituiscono la ragione o dispensano dalla riflessione teologica. Voleva dire qualcosa di più sottile: una vita dove il Vangelo diventa esperienza vissuta possiede una forza persuasiva che nessun argomento astratto può eguagliare.

Se io non ho incontrato Cristo, nessun maestro potrebbe convincermi o convertirmi. Ma se lo incontro, nessuno potrebbe poi convincermi che Cristo non c'è. E Turati capisce che Frassati Cristo lo ha incontrato. E Turati capisce che incontrare Frassati non lascia indifferenti.

Il suo articolo non è una dimostrazione filosofica dell'esistenza di Dio, né un'adesione al cristianesimo. È il riconoscimento che una certa forma di vita esiste davvero. Una vita nella quale, come egli stesso scrive, un uomo «crede, e opera come crede». Non è una definizione della coerenza; è la descrizione di ciò che la tradizione cristiana ha sempre chiamato santità.

Naturalmente il cristianesimo distingue con chiarezza il santo da Cristo. Nessun credente identifica il discepolo con il Maestro. E tuttavia il Nuovo Testamento afferma che il cristiano è chiamato a rendere visibile Cristo nella propria esistenza. «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me», scrive san Paolo ai Galati. È un'affermazione che potrebbe apparire eccessiva, se non fosse proprio la vita dei santi come Frassati a mostrarne la concreta possibilità.

Per questo motivo la vicenda di Pier Giorgio suggerisce una considerazione che va oltre il suo tempo. Chi incontra un autentico cristiano incontra Cristo nel senso che gli si apre una possibilità, la possibilità di aprire il cuore e credere, incontra una vita che rimanda a Lui, una trasparenza della sua presenza, un riflesso della sua persona.

Io non conoscevo mio figlio! dirà il padre, Alfredo Frassati, il giorno del funerale, di fronte alla folla oceanica accorsa per l'ultimo saluto a Pier Giorgio. Ma l'aver finalmente capito chi fosse suo figlio, quale forza, Chi lo animasse, la sua fede, cambierà la sua esistenza. Frassati padre non potrà più ignorare il cristianesimo, perché ha visto il Figlio nella vita del figlio. Ora lo conosco! Ora ho capito!

È difficile non cogliere il parallelismo tra Filippo Turati e Alfredo Frassati. Da una parte il padre, dall'altra il leader socialista; due uomini lontanissimi tra loro, accomunati però da una medesima esperienza. Entrambi si trovano davanti a una vita che eccede le categorie con cui erano abituati a interpretare il mondo. Entrambi comprendono che la spiegazione di quella vita non può essere cercata soltanto nel temperamento, nell'educazione o nella sensibilità sociale di Pier Giorgio. Per entrambi, in modi diversi, si impone una domanda: quale forza è capace di generare un uomo così?

È qui, forse, che l'articolo di Turati assume un valore che va oltre la cronaca. Senza volerlo, egli offre una delle più efficaci descrizioni del rapporto tra santità e fede. Non propone una teoria; registra un fatto. Osserva che la fede di Frassati non era un elemento accessorio della sua personalità, ma il principio da cui scaturiva la sua straordinaria unità interiore. E proprio questa unità rendeva la sua vita convincente perfino agli occhi di chi non condivideva le sue convinzioni religiose.

Turati riconosce di essersi trovato davanti a un tipo umano che il proprio orizzonte culturale fatica a spiegare fino in fondo. È un'ammissione discreta, quasi involontaria, ma proprio per questo tanto più significativa.

Forse il vero significato dell'articolo apparso su La Giustizia non consiste nel fatto che un socialista abbia elogiato un cattolico. Questo, da solo, sarebbe un episodio curioso della storia italiana. La sua importanza risiede piuttosto nell'aver riconosciuto che il cristianesimo, quando è vissuto integralmente, produce una forma di umanità capace di parlare anche a chi non ne condivide la fede. In quelle righe non c'è una professione di fede, ma c'è qualcosa che le si avvicina per onestà intellettuale: il riconoscimento che una vita come quella di Pier Giorgio Frassati costituisce, di per sé, un argomento.

Ed è forse proprio questo il lascito più attuale di quelle pagine. In un tempo nel quale il cristianesimo viene spesso discusso come un sistema di idee da accettare o respingere, la vicenda di Frassati ricorda che esso chiede anzitutto di essere giudicato dai frutti che produce. Se questi frutti hanno il volto di un giovane che spende la propria esistenza per i poveri, vive con limpida coerenza ciò che professa e suscita l'ammirazione perfino dei suoi avversari ideologici, allora la domanda posta implicitamente da Turati continua a interpellare anche noi: quale forza è all'origine di una simile umanità?

Il 4 luglio è stata la prima ricorrenza della memoria liturgica dopo la canonizzazione del 7 settembre 2025, quando Pier Giorgio Frassati è stato proclamato santo da papa Leone XIV.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 2 luglio 2026

Rearm Europe: una rapina!

L'Europa paga, Washington incassa. E il sovranismo italiano abbassa lo sguardo di fronte alla rapina

ReArm Europe è un insieme di misure volute dall'UE per spingere gli Stati membri ad aumentare la spesa per la difesa ad oltre il 3% del PIL. Ma chi incasserà questi soldi?

***

Non è facile spiegarsi il livello infimo dell'attuale dibattito pubblico europeo.

Da una parte, si ripete con una costanza metodica che non ci sono più soldi per la sanità, per la scuola, per le pensioni, per il sostegno alle famiglie, per il rilancio dell'industria e per la coesione sociale. Tutto quel che si fa viene grattato, grattugiato, raccolto come briciole che non possono essere sufficienti a garantire ai popoli europei un livello sufficiente di qualità del servizio pubblico. Dall'altra, ci viene presentata come un'urgenza assoluta il sacrificio di centinaia di miliardi destinati alla spesa militare. Miliardi improvvisamente disponibili, indiscutibili. Ineluttabili.

Allora facciamole noi le domande:

Perché nessuno dice chiaramente che Rearm Europe in realtà consiste a una rapina a mano armata di una fetta del PIL europeo per alimentare l'industria della difesa americana, leader mondiale in numerosi sistemi d'arma e già profondamente integrata nelle forze armate europee?

Perché nessuno spiega al contribuente che Rearm Europe non è altro che il trasferimento di una quota crescente della ricchezza prodotta qui in Europa verso il sistema industriale degli Stati Uniti?

Perché la questione decisiva non è se esista una minaccia internazionale. E non esiste. Chi minaccia il mondo se non la NATO, gli USA e Israele? Chi ha deciso che i popoli europei debbano essere espropriati di una parte della loro ricchezza per ingrassare un'elite finanziaria e industriale a stelle e strisce?

Ed è qui che il termine "sovranità" mostra tutta la sua fragilità.

Se un continente modifica radicalmente le proprie politiche di bilancio sotto una fortissima pressione strategica esercitata da Washington, è lecito domandarsi quanto spazio rimanga per una scelta realmente autonoma. Le decisioni sono formalmente europee. Ma la cornice entro cui vengono prese è plasmata da un equilibrio di potere che vede gli Stati Uniti in una posizione di indiscutibile superiorità.

Il caso italiano rende questa contraddizione ancora più evidente.

Da anni Giorgia Meloni costruisce la propria identità politica attorno a parole come patria, interesse nazionale e sovranità. Ha vinto le elezioni nel 2022 proprio grazie a questa retorica.

Eppure proprio nel momento in cui queste categorie dovrebbero essere messe alla prova, il linguaggio cambia. La fermezza lascia spazio all'allineamento. Le grandi dichiarazioni identitarie cedono il posto all'accettazione di un'agenda definita altrove.

È una contraddizione che meriterebbe almeno un confronto pubblico serio.

Ma qui emerge un secondo problema, forse ancora più inquietante. Il silenzio.

Non il silenzio assoluto, naturalmente, ma manca una discussione approfondita sulle conseguenze economiche e politiche di lungo periodo. Quanto costerà tutto questo? Quali capitoli di spesa pubblica rischiano di essere compressi? Quale parte della nuova spesa rafforzerà davvero la capacità industriale europea e quale finirà invece ad alimentare industrie straniere? Quali alternative sono state realmente valutate?

Sono domande legittime in una democrazia. Eppure sembrano rimanere ai margini del dibattito.

Nel frattempo, ai cittadini europei viene chiesto di accettare sacrifici sul welfare come se fossero inevitabili, mentre la crescita della spesa militare viene presentata come una necessità sottratta a qualsiasi confronto politico.

Non si tratta di negare l'importanza della sicurezza. Si tratta di rifiutare l'idea che la sicurezza possa diventare un argomento sufficiente per sospendere ogni discussione sulla destinazione delle risorse pubbliche e sugli equilibri di potere che orientano tali scelte.

Le democrazie non si indeboliscono soltanto quando manca la libertà di voto. Si indeboliscono anche quando alcune decisioni vengono trasformate in dogmi.

Ma chi ha deciso che Rearm Europe fosse l'unica strada possibile? Chi ne ricaverà il maggiore vantaggio economico? E perché chi governa in nome della sovranità nazionale sembra così poco disposto a rispondere pubblicamente a queste domande?

Rearm Europe non è una strategia di difesa del continente.

Rearm Europe è una rapina, è l'espropriazione coatta di una parte del PIL europeo che finirà nelle tasche dei soliti furbetti negli USA. Sono i nostri soldi che finiscono nelle loro tasche.

Con la complicità di chi ci governa.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



Ranucci, Lavitola e le domande scomode

  Lavitola, Ranucci e l’eolico: in democrazia anche le domande scomode meritano una risposta *** C'è una parola che in questa storia r...