6 PER SEMPRE : Ciao capitano
Ci sono uomini che somigliano tanto ai grandi pioppi della pianura che li ha visti nascere: dritti, verticali, saldi, discreti, ostinati. Silenziosi. Resistono alle stagioni e al vento, alla nebbia.
Franco Baresi, all'anagrafe Franchino Baresi, Travagliato di Brescia, 8 maggio 1960, era uno di questi.
Lombardo fino al midollo, figlio di quella Bassa che insegna prima i doveri poi (forse) i diritti, orfano a 14 anni, una vita intera nella famiglia rossonera, capitano assoluto. Parlava poco, e quando il pallone cominciava a rotolare lui dominava.
Franco Baresi numero 6. Libero.
Che difensore era Franco Baresi? Domanda sciocca. Era il difensore.
L'ultimo dei grandi liberi e il primo dei difensori moderni. Non correva dietro agli eventi: anticipava. Vedeva prima, arrivava prima. E se qualche furbetto scappava verso la porta, la sua falcata, il suo scatto, erano come un uragano, inesorabili. Maradona, Romario, Baggio, Vialli, tutti i più grandi attaccanti hanno subito increduli i suoi recuperi miracolosi. Tutti hanno alzato le mani e riconosciuto la sua superiorità senza appello.
Franco Baresi. Elegante senza essere snob, cattivo senza essere violento, tecnicamente raffinato senza mai concedersi frivolezze. Veloce, resistente. Aveva tutto.
Una linea perfetta tracciata sull'erba. Il pallone era suo e l'avversario rimaneva lì, con la sensazione d'essersi perduto nella nebbia di San Siro.
Era quel Milan. Sacchi, sì. Ma sarebbe ingiusto attribuire tutto agli algoritmi dell'allenatore. Perché quello non era il calcio degli algoritmi. Quello era il calcio dei grandi campioni che si disciplinavano da soli. Fuori e dentro il campo. Era il calcio romantico dei romantici, il calcio di uomini veri, che si davano battaglia sul campo a un ritmo spaventoso. Verticalizzando appena possibile, colpendo appena possibile. Altro che tiki-taka e milioni di passaggi in orizzontale mentre tutti difendono dietro la linea della palla (ovvero l'insopportabile e soporifero calcio di oggi).
Era un grande calcio, un grande spettacolo. Non televisivo, non pubblicitario. Era un grande Milan. Che Franco Baresi dirigeva. Con uno sguardo. Con un passo avanti. Con un braccio alzato e l'attaccante smarrito: "io? Fuorigioco?". Si, tu. Palla al Milan.
Franco Baresi con il coraggio di lasciare quaranta metri di campo alle proprie spalle perché sapeva che il calcio, prima di essere corsa, è intelligenza.
Capitano della squadra che, fra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, persuase il mondo che il football potesse essere insieme scienza e poesia. Tre Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, scudetti senza contarli, notti magiche. Ma il conto dei trofei non dice nulla. Cio che conta era lui. Perché una squadra diventa immortale quando trova un capitano capace di darle un'anima. Uno spirito. Una forza. Un orgoglio. Uno stile. Una visione.
Questo era Franco Baresi. Un gigante tale che persino la sconfitta gli rese onore.
Pasadena, 17 luglio 1994. Venticinque giorni dopo un'operazione al menisco, quando la medicina avrebbe consigliato prudenza e il buon senso riposo, Franco si presentò davanti al Brasile e a Romário come se il dolore fosse un dettaglio amministrativo. Quel Romario letale, in quel momento attaccante numero uno al mondo. E Baresi cancellò dalla partita. Poi sbagliò il rigore.
Il calcio è crudele proprio perché consente agli eroi di inciampare, cadere, piangere, e diventare ancore più grandi, ancora più eroi.
Quel rigore non ha scalfito la grandezza di Franco Baresi. L'ha resa umana. E per questo ancora più alta.
Oggi il football è un'altra faccenda. Corre più veloce. Guadagna infinitamente di più. Onnipresente in tv e sui media. Un calcio pesante, noioso, invadente, capriccioso, insopportabile. Corrotto.
Si misura in dati, algoritmi, statistiche, chilometri percorsi, accelerazioni registrate, mappe di calore. Si gioca sempre, di continuo. Ok, forse era inevitabile. Ma qualcosa s'è smarrito per strada.
Lo spogliatoio. I valori. L'appartenenza a una maglia. La disciplina che nasce dall'esempio.
Franco Baresi era quel mondo. Un mondo nel quale il capitano non aveva bisogno di recitare la parte perché bastava il modo in cui si allenava, il modo in cui affrontava una partita, il modo in cui stringeva la mano all'avversario. Mai una polemica. Mai un gesto inutile. Mai una parola di troppo.
Persino quella maglia che gli usciva continuamente dai pantaloncini raccontava la sua verità. Non era civetteria. Era il segno di un mestiere operaio consumato fra scivolate, contrasti, rincorse, cadute. Certe maglie non stanno in ordine nei pantaloncini perché chi le indossa ha altro da fare. Difendere. Scivolare. Lottare. Sporcarsi le mani.
È difficile spiegare ai più giovani chi fosse Franco Baresi. Si possono mostrare i filmati. Elencare le vittorie. Raccontare i trofei. Provateci voi.
Ma resterà sempre qualcosa che sfugge. Perché alcuni uomini non abitano le statistiche.
Abitano la memoria. La memoria di un calcio che non c'è più e che non tornerà mai più.
Io so che Franco Baresi e Diego Armando Maradona ora palleggiano insieme in paradiso, si affrontano in eterni uno contro uno, ricordano vecchie sfide. I santi portano le sedie e le birre e si mettono a guardarli. Scommettono. Diego fa una finta di corpo che sembra sbilanciare Franchino e punta la porta ma un attimo dopo la palla non c'è più. Non è un miracolo, è Franco che sorride e gliela ripassa.
Dai Diego riprova, tanto qui non si passa.
Addio, Capitano. Ora 6 davvero per sempre.
Luca Costa
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