Georgescu: E adesso?!?
Calin Georgescu non era un agente di Putin, la magistratura rumena, a quasi due anni dall'annullamento della vittoria al primo turno dell'elezione presidenziale in Romania, non ha potuto confermare le accuse congiunte di Bruxelles e della corte costituzionale di Bucarest.
C'è una domanda che, a distanza di quasi due anni da quella che fu una delle più incredibili vicende politiche dell'Europa contemporanea, continua a rimanere sospesa nell'aria, quasi che pronunciarla fosse già di per sé sconveniente: e adesso? Che cosa resta, oggi, della decisione con cui la Romania cancellò il risultato del primo turno delle proprie elezioni presidenziali? Che cosa resta delle accuse di ingerenza russa mosse a Georgescu, che furono utilizzate per giustificare una misura tanto eccezionale? E, soprattutto, che cosa resta di quei milioni di rumeni che il 24 novembre 2024 avevano votato Călin Georgescu e che si videro improvvisamente spiegare che il loro voto, anziché essere semplicemente una vittoria politica, era diventato il prodotto di una manipolazione straniera?
Il punto di partenza è un fatto semplice, e proprio per questo difficilissimo da aggirare: il 24 novembre 2024 Călin Georgescu arrivò primo al primo turno delle elezioni presidenziali rumene, con il 22,94 per cento dei voti. Non aveva vinto le elezioni, non era ancora presidente e avrebbe dovuto affrontare il secondo turno. Ma aveva ottenuto il maggior numero di voti. Quel risultato poteva piacere oppure no ma, qualunque fosse il giudizio politico che se ne volesse dare, rimaneva un risultato elettorale. Una parte enorme dell'elettorato rumeno aveva scelto.
Pochi giorni dopo, tuttavia, la questione cessò di essere soltanto politica. Furono rese pubbliche vaghe informazioni provenienti dai servizi di sicurezza rumeni relative a una presunta operazione di influenza straniera, attribuita alla Russia, che avrebbe utilizzato non si sa quale social network per favorire la candidatura di Georgescu. Il 6 dicembre 2024 la Corte costituzionale rumena, incoraggiata (costretta) dalla Commissione Europea, decise allora di annullare l'intero processo elettorale e di far ripartire da zero le elezioni presidenziali. Giubilo a Bruxelles. Ursula in estasi.
Eppure era una decisione di una gravità eccezionale, perché in una democrazia moderna non c'è atto più delicato dell'intervento delle istituzioni sul risultato di un'elezione. Si può comprendere che uno Stato debba difendersi da un'operazione clandestina di una potenza straniera; ciò che è molto più difficile da accettare è che una simile decisione possa essere presa senza che venga fornita all'opinione pubblica una ricostruzione dettagliata e verificabile delle prove che l'hanno resa necessaria.
Ed è precisamente qui che la vicenda rumena continua a porre una domanda che non dovrebbe essere considerata né filorussa né antieuropea, perché riguarda il funzionamento stesso della democrazia. Una cosa è avanzare il sospetto che esistesse una campagna coordinata sui social network; un'altra è dimostrare che tale campagna fosse effettivamente esistente e effettivamente organizzata da Mosca; e dimostrare che Georgescu ne fosse consapevole, che avesse rapporti operativi con gli organizzatori e che fosse dunque, come venne rapidamente rappresentato nel dibattito pubblico occidentale, «l'uomo di Putin» in Romania.
La domanda, dunque, non è se Călin Georgescu fosse un uomo simpatico, un buon politico, un democratico esemplare o un futuro grande presidente della Romania. Non lo sappiamo e, dopo tutto, non è questo il punto. La domanda è molto più elementare: con quali criteri una corte costituzionale, e con essa la commissione europea, decidono che un cittadino non può candidarsi alle elezioni e tantomeno vincerle?
Qui emerge una contraddizione che l'Europa dovrebbe avere il coraggio di affrontare senza rifugiarsi nelle formule rassicuranti della geopolitica. Supponiamo pure che un candidato rumeno abbia rapporti con la Russia. Supponiamo che incontri funzionari russi, che parli con loro, che abbia interlocutori politici a Mosca, che consideri necessario mantenere o ricucire rapporti con il Cremlino, che sia contrario a determinate sanzioni o che ritenga sbagliata la politica UE/NATO nei confronti della guerra in Ucraina. Nulla di tutto questo, preso in sé, può costituire una colpa democratica. Perché è il popolo, il popolo e solo il popolo, chiamato alle urne, che deve valutarne l'opportunità.
Un'altra domanda diventa allora inevitabile: perché la stessa logica non dovrebbe valere per i rapporti con gli Stati Uniti?
Un politico europeo può avere rapporti strettissimi con Washington, incontrare dirigenti americani, essere ricevuto alla Casa Bianca, avere relazioni con organizzazioni politiche americane, sostenere apertamente la linea strategica degli Stati Uniti, considerare l'America il principale punto di riferimento della propria politica estera e costruire la propria carriera politica all'interno di una cultura profondamente atlantista. Nulla di tutto ciò in UE costituisce una ragione per impedirgli di candidarsi.
Ma proprio per questo bisogna avere il coraggio di applicare lo stesso principio dall'altra parte. Se un candidato che ha rapporti con Washington non diventa per questo un agente americano, neppure un candidato che ha rapporti con Mosca diventa automaticamente un agente russo. Se invece riteniamo che i rapporti con una potenza straniera possano essere sufficienti per impedire a un uomo di presentarsi agli elettori, allora dobbiamo essere pronti ad applicare la medesima regola indipendentemente dal colore della bandiera.
Ed è qui che la questione rumena assume un significato che va ben oltre Georgescu e perfino oltre la Romania. Quando il governo russo impedisce a un candidato di partecipare alle elezioni perché questi ha incontrato funzionari americani, ha ricevuto sostegno politico da Washington o sostiene la NATO, noi consideriamo quell'esclusione una prova dell'autoritarismo russo. Ci strappiamo i capelli e urliamo ai quattro venti che i cittadini russi devono essere liberi di scegliere anche un candidato apertamente filoamericano, purché non abbia commesso un reato.
Ebbene, se questo principio è giusto quando viene applicato dalla Russia, deve essere giusto anche quando viene applicato in Europa. Altrimenti non abbiamo un vero principio democratico universale: abbiamo semplicemente una gerarchia geopolitica nella quale il rapporto con la potenza amica è considerato normale e quello con la potenza nemica viene trasformato, quasi automaticamente, in un sospetto politico.
La distinzione fondamentale dovrebbe essere un'altra. Se un candidato riceve illegalmente denaro da una potenza straniera, si indaghi. Se agisce clandestinamente come agente di quella potenza, si proceda contro di lui. Se coordina un'operazione di interferenza straniera, si dimostri e si giudichi il fatto. Se falsifica il finanziamento della propria campagna, risponda del finanziamento illecito. Se viola la legge, venga processato. Se questo si facesse, non resterebbero molti candidati nei paesi UE, dal momento che quasi tutti sono pupazzi di Washington e di Tel Aviv.
La vicenda di Georgescu dovrebbe preoccuparci, anche se non condividessimo una sola delle sue idee. Perché la libertà politica non viene mai messa in discussione quando il candidato è liberale, atlantista, europeista e filo-sionista. Viene messa alla prova quando compare un non allineato, qualcuno che mette in discussione il pensiero dominante, qualcuno che propone una politica estera diversa, qualcuno che raccoglie voti che le classi dirigenti non si aspettavano e che magari non desideravano.
Il 22,94 per cento ottenuto da Georgescu è dunque il dato che più di ogni altro dovrebbe rimanere nella memoria europea. Quasi un quarto degli elettori rumeni aveva scelto quell'uomo e non possiamo cancellare la natura politica di quel voto spiegandolo semplicemente come il prodotto di un'operazione russa. Quegli elettori avevano delle paure, delle speranze, delle frustrazioni, un'idea della Romania e dell'Europa. Avevano scelto.
Forse una parte dell'establishment europeo ha trovato più semplice spiegare il fenomeno Georgescu attraverso Mosca che interrogarsi sulle ragioni profonde per cui quasi un rumeno su quattro aveva deciso di votarlo. È sempre più facile attribuire il malessere politico a un nemico esterno che ammettere che quel malessere possa avere radici interne. È più rassicurante pensare che dietro un successo elettorale inatteso ci sia un algoritmo straniero che chiedersi perché cittadini di un Paese membro dell'Unione europea abbiano perso fiducia nei partiti tradizionali, nelle istituzioni, nelle élite economiche e nella direzione politica del proprio Paese.
Eppure è proprio questa domanda che una democrazia dovrebbe porsi. Se un quarto degli elettori sceglie un candidato che il sistema politico considera marginale o inaccettabile, non basta dire che quegli elettori sono stati manipolati. Occorre capire perché erano disponibili a essere manipolati, ammesso che lo siano stati. Occorre capire che cosa stava succedendo nella società rumena. Occorre ascoltare il malessere invece di dichiararlo semplicemente patologico.
La decisione del dicembre 2024 ha invece prodotto una conseguenza che non può essere ignorata: il risultato elettorale è stato cancellato e il candidato che lo aveva ottenuto non ha potuto sottoporsi nuovamente al giudizio degli elettori. Nel maggio 2025 Nicuşor Dan ha vinto le nuove elezioni tra gli applausi dell'Unione europea. I rumeni sono contenti? Non molto, se si ha voglia e curiosità di ascoltare quel si dice a Bucarest.
Non è questa la democrazia che l'Occidente avea promesso agli altri Paesi del mondo.
Abbiamo detto alla Russia, alla Cina e alle dittature di ogni continente che un regime democratico non può scegliere preventivamente quali candidati siano presentabili ai cittadini. Abbiamo spiegato che la libertà politica consiste anche nel diritto di votare qualcuno che non piace al potere. Abbiamo denunciato come autoritaria la pratica di eliminare un avversario prima che possa essere giudicato dagli elettori. Abbiamo sostenuto che la legittimità del voto non dipende dal fatto che il risultato sia gradito alle istituzioni.
Sono principi giusti. Ma proprio perché sono giusti non possono essere applicati a geometria variabile. Rispettateli voi che poi vediamo...
La democrazia non può essere un principio che invochiamo quando Mosca esclude un candidato filoamericano e che dimentichiamo quando un candidato europeo viene associato a Mosca. Se un candidato russo viene escluso perché intrattiene rapporti con gli Stati Uniti, consideriamo la sua esclusione antidemocratica perché riteniamo che la relazione internazionale non costituisca di per sé una colpa.
Ma non possiamo trasformare un semplice rapporto politico, diplomatico o economico con la Russia in una criterio di indegnità politica.
Perché il giorno in cui accetteremo questo principio avremo smesso di difendere la democrazia per cominciare a difendere un sistema geopolitico. In Italia è già cosi, purtroppo.
Ed è proprio questa la cosa che dovrebbe spaventarci.
Non Călin Georgescu in quanto tale. Non le sue idee. Non la Russia. Non gli Stati Uniti. Non l'Unione europea. Ciò che dovrebbe spaventarci è l'idea che la libertà politica possa dipendere dall'approvazione preventiva di istituzioni sovranazionali senza alcuna legittimità democratica, che decidono, infischiandosene dei popoli in questione, quali siano le alleanze moralmente accettabili per un candidato.
Forse Georgescu sarebbe stato un pessimo presidente. Forse avrebbe commesso errori gravissimi. Forse avrebbe condotto la Romania verso una politica estera disastrosa. Forse avrebbe perso clamorosamente il secondo turno. Forse, al contrario, avrebbe vinto e governato bene. Non lo sapremo mai. Ed è proprio questo il problema. Non sapremo mai che cosa avrebbero deciso gli elettori rumeni al secondo turno di quelle elezioni.
Sappiamo soltanto che il 24 novembre 2024 quasi un rumeno su quattro aveva scelto Călin Georgescu e che quella scelta è stata resa politicamente impossibile prima che potesse essere completato il processo elettorale. Se le istituzioni rumene avevano ragione a intervenire, allora devono ancora alla propria popolazione — e, per la parte che le riguarda, all'intera Europa — una spiegazione all'altezza della gravità dell'atto compiuto. Se invece le prove non erano sufficienti a sostenere ciò che venne politicamente raccontato, allora qualcuno dovrebbe avere il coraggio di riconoscerlo per garantire qualcosa di importante: che le regole valgano indipendentemente da chi è il candidato, da quale potenza straniera viene considerata amica o nemica e da quanto il suo successo sia gradito alle classi dirigenti.
Questo è ciò che l'Europa avrebbe dovuto chiedere. Non se Georgescu fosse simpatico. Non se fosse filorusso. Non se fosse nazionalista. Non se piacesse a Washington o a Bruxelles. Avrebbe dovuto chiedere quali fossero le prove, quali fossero le responsabilità individuali, quali fossero i limiti dell'intervento istituzionale e quale garanzia avessimo che un simile meccanismo non sarebbe stato utilizzato nuovamente contro un altro candidato, magari appartenente a un'altra area politica e sostenuto da un altro quarto dell'elettorato.
Perché la democrazia non consiste nel garantire che vincano gli uomini giusti. Consiste nel garantire che gli uomini siano scelti dagli elettori. È il rischio e il fondamento stesso della libertà politica. Il compito delle istituzioni democratiche non è quello di impedire ai cittadini di scegliere, ma di impedire che qualcuno scelga al posto loro.
Se Călin Georgescu era davvero un agente di una potenza straniera, bisognava dimostrarlo. Se aveva commesso reati, bisognava processarlo. Se la sua candidatura era giuridicamente incompatibile con la legge rumena, bisognava motivarlo con precisione. Se un'operazione russa aveva realmente falsato il processo elettorale, bisognava mostrarne le prove.
Ma se nulla di tutto questo oggi può essere dimostrato nella misura necessaria a giustificare la cancellazione di un'elezione, allora resta una domanda che non può essere archiviata con il trascorrere degli anni: chi ha deciso che quel voto non dovesse più contare, e sulla base di quali prove?
E soprattutto, adesso che la storia ha fatto il suo corso, chi avrà il coraggio di chiedere: e adesso?
Luca Costa
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