Tu chiamale, se vuoi… elezioni
Dividendi elettorali, la nuova moda dalla più grande democrazia del mondo
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«Tu chiamale, se vuoi, emozioni», cantava Lucio Battisti. Ma erano altri tempi. Oggi, negli Stati Uniti d’America, potremmo più prosaicamente chiamarle elezioni. Oppure, se preferiamo attenerci al nuovo vocabolario della democrazia occidentale, potremmo chiamarle promozioni commerciali.
Donald Trump, infatti, ha appena inventato una formula elettorale di rara semplicità: votate per noi (Repubblicani) e avrete 5.000 dollari (se vinciamo). Non metaforicamente. Non sotto forma di riforma fiscale, investimento pubblico, abbassamento delle tasse o miracolosa crescita del PIL. Cinquemila dollari. Un assegno. Un dividendo. Il «Trump dividend», come lo ha battezzato lui stesso (e chi se no?).
La condizione è altrettanto semplice: i repubblicani devono conservare il controllo della Camera e del Senato. «Se i repubblicani vincono, voi vincete con noi e ricevete 5.000 dollari», ha spiegato il presidente.
È difficile immaginare una definizione più limpida del concetto di democrazia come programma fedeltà.
Avete presente quelle carte del supermercato? Fate la spesa, accumulate punti e, dopo un certo numero di acquisti, ricevete un premio. Ecco: la democrazia americana entra definitivamente nella sua fase supermercato. Non più «We the People», ma «Buy one Congress, get $5,000».
Naturalmente qualcuno potrebbe osservare che manca un piccolo dettaglio: i soldi. Trump non ha spiegato precisamente da dove dovrebbero arrivare. Il conto, secondo le prime stime, potrebbe superare i mille miliardi di dollari.
Ma è un dettaglio. In fondo, che importanza può avere l'origine del denaro quando si dispone della stampante della valuta di riserva mondiale e soprattutto di una fantasia politica sufficientemente grande?
E poi, sia chiaro, non si tratta di comprare voti. Assolutamente no. Si tratta di un «dividendo». Una parola molto più elegante. Il cittadino non è più un elettore che esercita liberamente la propria sovranità: è un azionista. E il presidente non è più semplicemente il capo dell'esecutivo: è il CEO che annuncia agli azionisti la distribuzione degli utili, possibilmente qualche settimana prima dell'assemblea.
Del resto, perché fermarsi ai 5.000 dollari?
Si potrebbe promettere una Tesla a chi vota repubblicano. Un buono benzina. Due settimane di assicurazione sanitaria. Un biglietto per Disneyland. Un barbecue. Oppure, per i più patriottici, una confezione famiglia di hot dog con bandierina americana inclusa.
La logica è perfetta: più grande è la promessa, più grande sarà la libertà.
E qui si arriva al punto veramente interessante.
Perché gli Stati Uniti non sono semplicemente un paese fra gli altri. Sono il paese che da decenni ama presentarsi come il custode della democrazia liberale, il difensore dell'Occidente, il garante dell'ordine internazionale, il faro della libertà politica. Sono gli alleati che noi europei siamo invitati a seguire quando il mondo diventa pericoloso, quelli che ci ricordano continuamente quanto siano fragili le nostre democrazie e quanto sia necessario difenderle.
E allora sorge spontanea una domanda, forse ingenua: è davvero questa la più grande democrazia del mondo?
Una democrazia nella quale il presidente promette pubblicamente un assegno di 5.000 dollari se il suo partito conserverà il potere nel Congresso?
La politica diventa una televendita permanente. Il programma politico diventa una lista di promesse. Il candidato diventa il prodotto. L'elettore diventa il consumatore. E la scheda elettorale, alla fine, assomiglia terribilmente al coupon dello sconto.
Naturalmente, ci sarà sempre qualcuno per spiegarci che non bisogna essere «anti-americani». Ma non è questione di essere anti-americani. È semplicemente voglia di porsi degli interrogativi, di farsi e di fare domande: è davvero questa la civiltà alla quale vogliamo assomigliare? Sono davvero questi i nostri valori? Il nostro destino?
Perché se il destino dell'Occidente consiste nel convincere i propri cittadini che la libertà vale 5.000 dollari, allora forse il problema non è più soltanto Donald Trump.
Forse il problema è che abbiamo cominciato a confondere la democrazia con gli altri beni di consumo. Allora presto saranno guai...
E, per una volta, Battisti ci perdonerà se correggiamo il ritornello.
Capire tu non puoi. Tu chiamale, se vuoi… elezioni.
Luca Costa
LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo

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