martedì 8 settembre 2026

Ha stato Putin!

 HA STATO PUTIN!

L'insostenibile leggerezza delle sconfitte (in serie) dei partiti tradizionali commentata dai media

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Eccolo, puntuale come la cavalleria sovietica: Putin. L’AfD trionfa in Germania? Ha stato Putin. La destra cresce? Putin. Gli elettori smettono di votare come vorrebbero i giornali, i commentatori, i commissari europei e qualche raffinato salotto progressista? Sempre lui. Dev’essere un uomo formidabile, Vladimir Putin: riesce a manipolare milioni di tedeschi, francesi, italiani, americani, olandesi, austriaci, ungheresi e chissà quanti altri, evidentemente senza mai dormire. Altro che zar: Putin è ormai diventato il capro espiatorio universale dell’incompetenza occidentale.

Adesso, naturalmente, bisogna parlare di nazismo. È obbligatorio. Un partito che prende una quantità enorme di voti deve necessariamente essere spiegato con Hitler, il Terzo Reich e l’ombra nera che incombe sulla Germania. Se poi non basta, si aggiunge l’ingerenza russa. È una formula semplice, elegante, rassicurante: il popolo non ha votato male perché è arrabbiato; ha votato male perché è stato manipolato. Così la coscienza è salva e nessuno deve porsi domande.

Per esempio: perché?

Perché un cittadino dovrebbe affidarsi ancora ai partiti tradizionali? Perché dovrebbe ascoltare il signor Merz, Ursula von der Leyen o l’ennesimo leader europeo quando il prezzo dell’energia divora famiglie e imprese, quando l’industria tedesca perde competitività, quando il costo delle scelte energetiche ideologiche viene scaricato sulle bollette e quando interi pezzi della classe media hanno la sensazione molto concreta che qualcuno, nei palazzi del potere, viva in un altro pianeta?

Il cittadino vede una cosa semplicissima: paga.

Paga il diesel, paga l’elettricità, paga la casa, paga le tasse, paga l’inflazione, paga le conseguenze delle crisi e, quando protesta, gli viene spiegato che deve essere più europeo, più verde, più inclusivo, più resiliente. Una volta gli si diceva semplicemente di tirare la cinghia. Oggi gli si chiede di farlo in nome della transizione ecologica, della geopolitica, della sostenibilità e della superiorità morale.

E quando finalmente prende una scheda elettorale e manda un sonoro vaffanculo all’establishment, ecco che arriva l’esperto televisivo: attenzione, è Putin!

È naturalmente possibile che la Russia cerchi di influenzare le opinioni pubbliche occidentali. È possibile, persino probabile, perché lo fanno tutti gli Stati che possono farlo. Ma c’è una differenza enorme fra riconoscere un’ingerenza straniera e trasformarla nella spiegazione universale di ogni terremoto elettorale. Se metà di una regione vota contro il sistema, forse prima di cercare l’agente segreto del Cremlino conviene controllare se, per caso, il problema non sia il sistema stesso.

Perché la gente non vive nei talk show.

La gente vive nelle città, nelle periferie, nei paesi. Vede le proprie strade cambiare. Vede l’immigrazione, la criminalità, le aggressioni, il degrado di certi quartieri. Vuole sicurezza e pretende dallo Stato una cosa scandalosamente antiquata: che lo Stato faccia lo Stato. E quando questa domanda viene liquidata come xenofobia, populismo o nostalgia autoritaria, prima o poi qualcuno si presenta alle elezioni e raccoglie quella rabbia.

Poi i partiti tradizionali perdono e scoprono improvvisamente che il popolo è diventato fascista.

Meraviglioso.

È un meccanismo psicologico straordinario: finché votano noi, sono cittadini consapevoli. Quando votano altri, diventano vittime della propaganda russa.

Ma forse c’è una spiegazione molto meno sofisticata. Forse questi partiti hanno semplicemente smesso di stare tra la gente. Forse hanno perso quel misterioso strumento che un tempo permetteva alla politica di capire l’umore di una società prima che arrivasse il terremoto. Forse hanno confuso il consenso con i sondaggi, il popolo con Twitter e la realtà con le proprie conferenze stampa.

E qui viene in mente un vecchio episodio attribuito a Luchino Visconti e Vittorio De Sica. Visconti, parlando della crisi del cinema italiano, avrebbe osservato che non si facevano più i capolavori di un tempo, che non si riusciva più a raccontare la società e ci si rifugiava sempre più spesso nei grandi romanzi della letteratura. De Sica gli avrebbe risposto, più o meno: è normale; da quando siamo diventati ricchi non stiamo più in mezzo alla gente, abbiamo perso il polso della società.

Ecco.

Altro che Putin.

Forse Ursula, Merz, Macron e compagnia dovrebbero rileggersi De Sica. Dovrebbero uscire dai palazzi, dalle auto blu, dai vertici, dai salotti, dalle università, dalle conferenze e dalle redazioni amiche. Dovrebbero andare a parlare con quello che paga 2,40 euro il litro di diesel, con l’imprenditore che guarda la bolletta dell’elettricità, con la famiglia che non si sente più sicura per strada, con l’operaio che teme di perdere il posto.

Perché quando la politica perde il polso della società, arriva sempre qualcuno che glielo misura con le elezioni.

E a quel punto, naturalmente, ha stato Putin.

Luca Costa

LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



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