mercoledì 3 giugno 2026

La guerra al tempo di Palantir

MINAB E STAROBILSK, DUE STRAGI CHE INTERROGANO: QUANDO L’UCCIDENTE DELEGA ALL’IA LA RESPONABILITA DI SCEGLIERE DOVE COLPIRE

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Starobilsk e Minab sono due nomi che, nel rumore continuo delle guerre contemporanee, rischiano di diventare rapidamente materiale archivio. Eppure, eppure, rappresentano qualcosa che va oltre il singolo episodio militare: sono il giro di boa della guerra moderna, la trasformazione definitiva, dove la distinzione tra analisi dei dati e decisione di chi, dove e quando colpire diventa così sottile da mettere in crisi l’intero concetto di responsabilità umana in campo militare.

A Starobilsk, in Russia, il 22 maggio, un attacco ucraino ha colpito una struttura scolastica e un dormitorio. Una strage di civili inermi. A Minab, in Iran, il 28 febbraio, una scuola femminile è stata devastata in un attacco che ha generato un numero altissimo di vittime innocenti. In entrambi i casi, emerge un sistema militare che opera sempre più lontano dalla percezione diretta del campo di battaglia e sempre attraverso infrastrutture digitali di interpretazione del reale. L'IA.

È qui che entra in gioco la trasformazione strutturale della guerra contemporanea. Gli eserciti delle principali potenze — Stati Uniti, Israele, Ucraina e UE — non si affidano più soltanto a ricognizione umana o intelligence tradizionale. La guerra è diventata una gigantesca macchina di fusione dati: segnali intercettati, immagini satellitari, tracciamenti telefonici, pattern comportamentali, modelli predittivi. Dentro questo ecosistema operano piattaforme come quelle sviluppate da Palantir Technologies, che non sono semplici strumenti passivi di analisi, ma infrastrutture che integrano, correlano e rendono leggibile il campo di battaglia in tempo reale per decisori militari e intelligence.

Il punto cruciale non è attribuire a Palantir o a qualunque altra azienda la responsabilità diretta di singoli attacchi. Il punto è comprendere che queste piattaforme contribuiscono a un cambiamento qualitativo nel modo in cui la guerra viene pensata e condotta: non più come una sequenza di decisioni umane lente e discrete, ma come un flusso continuo di suggerimenti, priorità e classificazioni generate da sistemi complessi, opachi e difficili da verificare nella loro interezza.

In questo contesto, la retorica della “precisione” militare assume un significato ambiguo. Più dati non significano necessariamente più verità; più modelli non significano necessariamente più comprensione. Significano, molto spesso, una crescente dipendenza dall’interpretazione automatizzata della realtà. E quando questa interpretazione si inserisce nella catena decisionale militare, il rischio non è soltanto l’errore tecnico, ma la trasformazione del giudizio umano in una ratifica di output già strutturati altrove. Ma dove? Da chi?

È qui che Starobilsk e Minab diventano emblematici. Non perché dimostrino in modo diretto un errore di un algoritmo specifico, ma perché mostrano il risultato finale di un sistema in cui la distanza tra osservazione, classificazione e azione si è ridotta al minimo storico. In una tale architettura, il decisore umano non guarda più direttamente il mondo: guarda una rappresentazione del mondo filtrata da livelli successivi di elaborazione, dove ciò che appare come “obiettivo” non è più che il prodotto di una catena di inferenze statistiche.

Il problema, allora, non è semplicemente tecnologico. È politico e morale. Perché la tradizione giuridica e culturale che l’Occidente rivendica come propria — quella impone proporzionalità e responsabilità individuale nelle decisioni chiave di una guerra in corso — si basa su un presupposto fondamentale: che qualcuno, in ogni momento della catena, sia pienamente cosciente e responsabile della decisione di colpire.

Ma quando la guerra viene progressivamente mediata da sistemi avanzati di IA come Palantir e integrata in architetture di intelligenza artificiale militare, quella responsabilità si frammenta. Non scompare formalmente, ma si distribuisce tra livelli diversi: chi progetta i sistemi, chi li addestra, chi li usa, chi li interpreta, chi li autorizza. E in questa frammentazione si apre uno spazio pericoloso: quello in cui decisioni terribili diventano il risultato di un processo collettivo così complesso da rendere impossibile individuare un centro di giudizio morale.

Ed è proprio questo il cuore della contraddizione occidentale. Da un lato si afferma la superiorità di un ordine basato sul diritto, sulla trasparenza e sulla responsabilità individuale. Dall’altro si accetta sempre più profondamente l’idea che la guerra possa essere gestita attraverso sistemi opachi, altamente automatizzati, in cui la comprensione completa del processo è accessibile solo a pochi e in cui il resto della catena decisionale si affida a output sintetici generati da infrastrutture digitali.

Il risultato non è una guerra senza umani, ma una guerra in cui l’essere umano rischia di ridursi progressivamente a mero passaggio burocratico di un processo decisionale prodotto da una serie di algoritmi.

E quando si arriva a questo punto, episodi come Starobilsk e Minab non sono più eccezioni da spiegare. Diventano sintomi strutturali. Non nel senso di una determinazione automatica della violenza, ma nel senso di una cultura militare che ha interiorizzato l’idea che la complessità dei dati possa sostituire la necessità del dubbio.

La vera domanda, allora, non è se l’intelligenza artificiale militare sia “precisa” o “imprecisa”. La domanda è se una civiltà che si definisce superiore possa continuare a delegare parti crescenti del proprio giudizio letale a sistemi che non comprendono il significato morale delle loro stesse classificazioni.

Perché se la risposta è sì, allora la superiorità non si misura più nella capacità di proteggere i civili, ma nella capacità di gestire industrialmente il rischio di ucciderli.

Stanislav Petrov, nel 1983, si trovò davanti a quello che il sistema sovietico segnalava come un imminente attacco nucleare statunitense. Le procedure avrebbero richiesto di trasmettere l’allarme ai livelli superiori, avviando una catena potenzialmente irreversibile di ritorsione. Eppure Petrov esitò. Dubitò. Soppesò l’assurdità statistica di un attacco limitato e decise di non seguire meccanicamente il segnale. Quel momento è diventato emblematico non perché il sistema funzionò, ma perché un essere umano scelse di non fidarsi completamente di esso. Ed è proprio qui che si apre la differenza più inquietante con i sistemi contemporanei di decisione automatizzata: un’intelligenza artificiale non conosce il dubbio, non conosce la responsabilità individuale e non conosce il rischio morale della decisione. Se programmata per massimizzare la coerenza con i dati disponibili e minimizzare il tempo di risposta, avrebbe semplicemente eseguito la procedura. Non avrebbe esitato. Non avrebbe “creduto” all’improbabilità dell’evento. Avrebbe trattato il segnale come input da ottimizzare, non come un giudizio da sospendere.


Papa Leone XIV ha capito la questione, ed è importante leggere la sua prima enciclica.


Luca Costa

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