sabato 20 giugno 2026

Il partito che manca

 IL PARTITO CHE MANCA

Si parla spesso delle ferite originarie della Repubblica italiana e l'attenzione cade quasi sempre sul 1947, ovvero sull'estromissione dei comunisti dal governo De Gasperi. Le pressioni americane, il piano Marshall, l'inizio della Guerra Fredda. L'Italia che diviene uno dei principali fronti dello scontro tra Washington e Mosca.

È una lettura fondata. Ma incompleta.

Perché alla lettura dell'esclusione del Partito Comunista Italiano dall'area di governo andrebbe associata l'analisi della scomparsa del Partito d'Azione.

Il PCI, al netto delle patetiche diffidenze americane e delle paure delle élites occidentali, era una forza immensa, radicata nelle fabbriche, nelle campagne, nelle amministrazioni locali. Era il partito di milioni di italiani. Era il partito che aveva dato un contributo decisivo alla Resistenza. Era il partito di Palmiro Togliatti, che comprese come l'Italia non fosse la Russia e che arrivò ad accettare l'inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione.

L'esclusione del PCI non fu una necessità geopolitica. Fu un'ingiustizia. Resta comunque il fatto che il Partito Comunista sopravvisse. Crebbe. Governò città e regioni. Divenne una delle più grandi forze comuniste dell'Occidente. Il Partito d'Azione, invece, morì. E con lui morì una possibilità italiana.

Nato dall'antifascismo liberale e socialista, erede ideale di Carlo Rosselli e del movimento Giustizia e Libertà, il Partito d'Azione rappresentava qualcosa che oggi fatichiamo perfino a immaginare. Era socialista senza essere marxista. Era patriottico senza essere nazionalista. Era laico senza essere anticlericale. Era europeista nella cultura e sovranista nella concezione dello Stato. Era rivoluzionario nei fini e democratico nei metodi.

Nelle montagne del Piemonte, nelle Langhe, nelle vallate alpine, nelle brigate di Giustizia e Libertà, si scrissero alcune delle pagine più nobili della guerra di Liberazione. Uomini come Dante Livio Bianco, Nuto Revelli, Duccio Galimberti e tanti altri combatterono non per sostituire una dittatura con un'altra, ma per costruire una Repubblica fondata sulla libertà politica e sulla giustizia sociale.

Ferruccio Parri incarnò come pochi quell'ideale. Partigiano, antifascista, presidente del Consiglio nel momento più difficile della rinascita nazionale. Eppure la sua esperienza fu rapidamente archiviata.

Ma la Guerra Fredda non aveva bisogno di una terza via. Aveva bisogno di due blocchi.

Da una parte il campo "occidentale" guidato dagli Stati Uniti. Dall'altra il mondo sovietico. In mezzo non c'era spazio. Non per gli azionisti. Non per il socialismo liberale di Emilio Lussu. Non per il repubblicanesimo radicale di Ugo La Malfa. Non per una sinistra nazionale che non fosse né marxista né conservatrice.

Così, nel 1947, il Partito d'Azione si dissolse.

Una parte dei suoi dirigenti confluì nel Partito Repubblicano. Altri si avvicinarono al socialismo. Altri ancora si ritirarono dalla vita politica. Ma il progetto originario scomparve.

E con esso scomparve la possibilità di costruire una Repubblica che non fosse costretta a definirsi sempre per appartenenza: filoamericana o filosovietica, comunista o anticomunista, atlantica o neutralista.

L'Italia che uscì dal dopoguerra divenne una democrazia imperfetta e smise progressivamente di pensarsi come una nazione pienamente sovrana, rassegnandosi alla subordinazione decisa dagli Alleati alla fine della guerra (in barba alla resistenza e ai due anni di cobelligeranza dell'Italia al loro fianco). Una subordinazione che ebbe due direttrici: dipendenza energetica dalla Francia e dalle Sette sorelle, industria di subcommesse dell'industria della Germania Ovest.

La politica italiana del dopoguerra si è svolta entro confini stabiliti altrove. Prima dalla logica dei blocchi. Poi dalla globalizzazione a stelle e strisce. Poi dai vincoli delle grandi strutture sovranazionali. In breve: decide Washington. Decide Bruxelles. Decide Londra.

Allora è qui che il lascito del Partito d'Azione torna improvvisamente attuale.

Non perché si debbano riproporre formule del Novecento. Non perché il 1945 possa essere rivissuto. Ma perché gli azionisti avevano intuito una verità che oggi appare più viva che mai: una democrazia esiste davvero solo quando il popolo può decidere del proprio destino.

La nostra Costituzione non si apre con il mercato. Non si apre con la finanza. Non si apre con gli equilibri geopolitici. Ecco perché, a distanza di ottant'anni, il Partito d'Azione continua a parlarci.

Non perché rappresenti una nostalgia. Non perché la storia possa tornare indietro. Ma perché in quel piccolo partito sconfitto sopravvive un'idea di sovranità che oggi sembra scomparsa dal dibattito pubblico.

Da una parte c'è il falso sovranismo delle paure, delle frontiere trasformate in feticcio, delle identità brandite come una clava, degli slogan che promettono la grandezza nazionale e spesso producono soltanto rancore.

Dall'altra c'è il cosmopolitismo del capitale, che predica l'abbattimento di ogni confine non per liberare i popoli, ma per liberare sé stesso da ogni controllo. Un capitale che pretende di attraversare il mondo senza limiti, senza appartenenze, senza responsabilità. Un capitale che accetta la democrazia soltanto finché la democrazia non pretende di governarlo.

Il sovranismo degli azionisti era un'altra cosa.

Era la convinzione che lo Stato democratico dovesse essere abbastanza forte da difendere il lavoro, abbastanza autorevole da disciplinare il mercato, abbastanza libero da scegliere il proprio destino.

Perché la verità che il nostro tempo sembra aver dimenticato è semplice: ogni volta che uno Stato tenta di proteggere i salari, redistribuire la ricchezza, guidare lo sviluppo industriale, difendere i propri interessi strategici, il capitale globale risponde con la minaccia della fuga. Se tassate, ce ne andiamo. Se regolate, ce ne andiamo. Se governate, ce ne andiamo.

È il ricatto permanente della globalizzazione.

Ed è precisamente contro questo ricatto che la sovranità democratica diventa necessaria.

E forse la più grande ironia della storia è che l'unica autentica tradizione sovranista della Repubblica non nasce nelle nostalgie identitarie della destra, ma nelle montagne della Resistenza. Nasce tra uomini che combattevano per la libertà e per la giustizia sociale nello stesso momento. Nasce tra partigiani che volevano uno Stato più forte contro i privilegi, non più debole davanti ai potenti.

Parri, Lussu, La Malfa e i combattenti di Giustizia e Libertà avevano compreso una verità che oggi torna a bussare alle porte della storia: senza sovranità popolare la democrazia si svuota; senza giustizia sociale la libertà diventa un privilegio; senza uno Stato capace di governare l'economia, il potere passa inevitabilmente a chi possiede il denaro.

E allora forse il futuro dell'Italia non consiste nell'inventare nuove ideologie.

Forse consiste nel ritrovare quella dimenticata.

Quella che vedeva nella Repubblica non un mercato, non una piattaforma, non una provincia di imperi più grandi.

Ma una comunità di cittadini liberi, padroni del proprio destino, sovrani nella propria casa.

E responsabili davanti alla propria storia.

Luca Costa

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