mercoledì 7 ottobre 2026

La gioventù francese presenta il conto

 Notre jeunesse: La gioventù francese presenta il conto a Macron

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Da alcune settimane la Francia assiste a una mobilitazione studentesca che sta crescendo rapidamente e che ha ormai superato la dimensione delle proteste locali. Licei e università sono interessati da blocchi, assemblee e cortei, mentre migliaia di studenti sono scesi nelle strade per denunciare le condizioni della scuola pubblica, la mancanza di insegnanti e di personale, il degrado degli istituti, la riforma del liceo e del baccalauréat e, più in generale, l'incertezza che pesa sul loro futuro. La mobilitazione del 6 ottobre ha segnato un ulteriore salto di scala, con centinaia di migliaia di manifestanti.

Come accade ormai quasi sistematicamente nelle grandi mobilitazioni francesi, alle manifestazioni si sono aggiunti episodi di violenza e di saccheggio provocati da gruppi di teppisti estranei alle rivendicazioni degli studenti. Scuole danneggiate, incendi, aggressioni e scontri con la polizia non possono essere giustificati in nome della protesta. Ma altrettanto grave sarebbe confondere questi gruppi con la maggioranza dei giovani che manifestano pacificamente, o considerare normale che una mobilitazione di liceali venga affrontata con dispositivi antisommossa. Gli episodi di violenza commessi dalle forze dell'ordine, alcuni dei quali sono oggetto di indagine, e soprattutto il grave ferimento di un quindicenne durante una manifestazione hanno imposto persino al governo di sospendere l'impiego di alcune granate. Una Repubblica dovrebbe sapere distinguere tra il mantenimento dell'ordine e la trasformazione della propria gioventù in un problema di ordine pubblico.

Ma il significato di queste proteste è molto più profondo delle rivendicazioni immediate. Questi ragazzi stanno portando in piazza, forse senza averne ancora pienamente coscienza, il fallimento di una delle più grandi promesse della Repubblica francese: quella di fare della scuola pubblica lo strumento dell'uguaglianza e dell'ascesa sociale.

Per generazioni, l'école républicaine è stata uno dei grandi strumenti attraverso cui la Francia ha cercato di trasformare l'uguaglianza giuridica in una possibilità concreta di emancipazione. La scuola doveva consentire al figlio dell'operaio e a quello del professionista di incontrarsi davanti allo stesso sapere, con gli stessi professori e secondo le stesse regole. Il suo compito non era semplicemente distribuire diplomi, ma trasmettere conoscenze, formare l'intelligenza e permettere a ciascuno di conquistare, attraverso lo studio, una posizione nella società diversa da quella determinata dalla nascita. È anche per questo che il modello scolastico repubblicano francese ha esercitato un'influenza enorme ben oltre i confini della Francia.

Questa missione è stata progressivamente tradita. La democratizzazione dell'accesso alla scuola è stata confusa con la democratizzazione del sapere e l'uguaglianza delle opportunità con l'uguaglianza statistica dei risultati. Il liceo si è trasformato sempre più in una macchina destinata a portare masse crescenti di adolescenti fino al baccalauréat, mentre le esigenze culturali e intellettuali venivano progressivamente ridimensionate per rendere compatibile il sistema con la sua stessa massificazione. Si è innalzata l'età della scolarità obbligatoria, si è generalizzato l'accesso al liceo, si è moltiplicato il numero dei diplomati, ma troppo spesso senza chiedersi che cosa dovesse realmente sapere un giovane di diciotto anni alla fine del percorso.

Il risultato è una delle contraddizioni più crudeli dell'educazione contemporanea: una scuola che proclama di essere diventata più democratica mentre lascia una parte crescente dei giovani impreparata ad affrontare l'università e il lavoro. Il diploma non garantisce più necessariamente una formazione solida e l'università diventa spesso il luogo in cui si scopre brutalmente ciò che il liceo non ha avuto il coraggio di dire. Nel frattempo la Francia, che ha progressivamente smantellato una parte considerevole della propria base industriale e produttiva, offre a molti di questi giovani un mercato del lavoro nel quale il titolo di studio non si traduce affatto in qualificazione, autonomia e mobilità sociale.

L'errore non appartiene a una sola maggioranza politica. È il prodotto di decenni nei quali, soprattutto dopo il 1968, una certa concezione dell'uguaglianza ha finito per considerare l'esigenza scolastica come sospetta, la selezione come necessariamente ingiusta e la trasmissione di un sapere esigente come una forma di autoritarismo. Ma l'uguaglianza autentica non consiste nel dare a tutti lo stesso diploma; consiste nel dare a tutti gli strumenti intellettuali che permettano loro di costruire la propria vita. E quando la scuola rinuncia all'esigenza, sono soprattutto i figli delle famiglie che non possiedono capitale culturale e risorse economiche sufficienti a pagare il prezzo dell'illusione.

C'è infine un'altra responsabilità dello Stato, forse ancora più profonda. Per anni la scuola francese è stata caricata di una quantità crescente di missioni ideologiche e sociali, dalle grandi campagne di sensibilizzazione alle infinite educazioni trasversali, mentre la sua funzione fondamentale veniva lentamente oscurata. L'istituzione scolastica non deve essere il laboratorio nel quale il potere insegna ai ragazzi quale causa debbano abbracciare; deve fornire loro abbastanza conoscenze, cultura e capacità critica da permettere loro di scegliere autonomamente le proprie idee. Il bene comune non è né l'ecologia, né il wokismo, né l'antirazzismo, né una qualsiasi altra ideologia particolare. Il bene comune di una Repubblica sono loro, i giovani, i ragazzi. E questo è stato dimenticato. Per ragioni ideologiche.

È per questo che Macron sbaglia profondamente se pensa di poter rispondere a questa crisi attraverso la sola logica dell'ordine pubblico. La polizia deve certamente impedire le violenze e proteggere le persone e gli edifici, ma un governo che vede nei propri liceali soprattutto una folla da manganellare ha già perso la propria autorità morale. Non si può pretendere di preparare una nazione al futuro picchiando la generazione che dovrà incarnarlo.

Questi studenti non hanno elaborato una teoria politica coerente della crisi della scuola francese, e sarebbe ridicolo attribuire loro una coscienza che non possiedono ancora. Ma la loro protesta dice qualcosa che la classe dirigente dovrebbe ascoltare: una generazione alla quale è stato promesso che l'istruzione avrebbe garantito emancipazione, dignità e mobilità sociale ora capisce che quella promessa era fasulla. Aria fritta.

La domanda che questi ragazzi pongono alla Repubblica è dunque molto più seria di quella contenuta nei loro slogan. È la domanda sulla quale si giudicherà la Francia dei prossimi decenni: la scuola della repubblica, la più francese delle istituzioni repubblicane, la più sacra, la più importante, ha ancora un senso?

Se la risposta da dare a questi ragazzi, a notre jeunesse come diceva Péguy continuerà a essere una successione di riforme amministrative, diplomi sempre più svalutati, ideologie pedagogiche e manganelli, allora non saranno gli studenti ad aver tradito la scuola repubblicana. Sarà la Repubblica ad avere tradito loro.

Luca Costa

LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




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