martedì 27 ottobre 2026

Israele: il silenzio assordante dell'Occidente

HEBRON, IL DIRITTO CALPESTATO E LA COMPLICITÀ DELL'OCCIDENTE

Netanyahu occupa, espelle e punisce. L'Europa fa finta di non vedere.

Duemiladuecento palestinesi costretti ad abbandonare le proprie case. Bambini, donne incinte, anziani e malati espulsi dai loro quartieri. Abitazioni e attività commerciali demolite. Una città sottoposta a restrizioni militari. Case sequestrate sulle quali vengono issate bandiere israeliane.

Una conquista, un’invasione, un’occupazione. Questo fa Israele, oggi, in Cisgiordania.

Di fronte a fatti di questa gravità, a interrogarci non sono solo gli orrori commessi da Benjamin Netanyahu e dai suoi scagnozzi. La domanda è quale idea di diritto internazionale, quale concezione della giustizia e quale credibilità morale possano ancora rivendicare i governi occidentali che assistono a quanto accade in Cisgiordania senza alzare un dito. Senza dire o fare qualcosa.

Ok, Israele afferma che il raid su Hebron è giustificato dall’uccisione avvenuta qualche giorno fa di due soldati israeliani, presenti sul luogo.

Ma perché erano presenti sul luogo? Con quale diritto?

Perché c'è una questione che il dibattito pubblico insiste sistematicamente a eludere: con quale diritto dei soldati israeliani si trovano a esercitare funzioni militari in Cisgiordania, territorio palestinese secondo l’ONU?

È una domanda scomoda. Ed è proprio per questo che occorre porla.


L'OCCUPAZIONE NON È UN DIRITTO

La Cisgiordania è sotto occupazione israeliana dal 1967. La Cisgiordania non è israeliana e non è una provincia di Israele. Non è territorio sul quale Israele abbia acquisito una sovranità legittima e internazionalmente riconosciuta. È un territorio palestinese, occupato, invaso e sottoposto a un controllo militare israeliano illegale e illegittimo che dura da quasi sessant'anni. E che da tre anni a questa parte si aggrava senza sosta. Nel silenzio assordante dell’Occidente, complice di Netanyahu.

Il 19 luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha concluso che la presenza di Israele in Cisgiordania è illegale e che Israele è tenuto a porvi fine il più rapidamente possibile.

La Corte ha inoltre chiarito che le esigenze di sicurezza israeliane non possono giustificare l'acquisizione di sovranità sul territorio palestinese né cancellare il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione.

Non stiamo parlando di uno slogan politico. Stiamo parlando delle conclusioni formulate dalla massima giurisdizione internazionale delle Nazioni Unite in materia di controversie fra Stati. Questo è il diritto internazionale di cui tanto parliamo in Occidente. Allora perché non lo facciamo applicare quando si tratta di Israele?

E allora com'è possibile continuare a raccontare ciò che accade in Cisgiordania esclusivamente attraverso la prospettiva della sicurezza israeliana, come se si trattasse di un normale problema di ordine pubblico all'interno dei confini di uno Stato sovrano?

Non lo è. Quei due soldati uccisi erano soldati di un esercito di occupazione illegale, punto.

Israele esercita un potere militare su un territorio che non gli appartiene. La sua presenza continuativa è stata dichiarata illegale dalla Corte internazionale di giustizia. Eppure, nella rappresentazione mediatica occidentale, questa realtà viene taciuta, mentre ogni violenza viene presentata come se tutto cominciasse nel momento in cui un soldato israeliano viene ucciso.

È una distorsione intollerabile dei fatti e della realtà.

La storia dell'occupazione non comincia con la morte di due soldati a un posto di blocco. L'occupazione esisteva prima di quell'episodio. Il controllo militare esisteva prima di quell'episodio. Le restrizioni imposte alla popolazione palestinese esistevano prima di quell'episodio.

La morte dei due militari è una tragedia umana. I responsabili dell'uccisione devono essere identificati e perseguiti secondo il diritto legittimamente applicabile in quel territorio. E non è il diritto israeliano.


NETANYAHU NON PUÒ TRASFORMARE LA SICUREZZA IN LICENZA DI PUNIRE

Il governo Netanyahu presenta l'operazione di invasione e occupazione di Hebron come un'iniziativa antiterrorismo diretta contro Hamas e altri gruppi armati. La lotta contro il terrorismo è una responsabilità legittima degli Stati, ma non costituisce una deroga generale al diritto internazionale.

E la punizione collettiva dei civili è vietata dal diritto internazionale umanitario. Figuriamoci da punizione dei civili a casa loro, da parte di uno stato invasore e occupante.

L'articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra vieta le punizioni collettive. La protezione della popolazione civile non è una concessione che una potenza occupante può accordare o ritirare a propria discrezione.

Se due uomini hanno ucciso due soldati, devono essere ricercati e, se catturati, sottoposti alle procedure previste dal diritto applicabile.

Ma quale principio consente di invadere una città, occuparla e costringere migliaia di persone ad abbandonare le proprie case per fatti che non hanno commesso? Quale principio permette di demolire le loro case senza una decisione conforme al diritto? E sulla base di quale norma si può annunciare che il ritorno nei propri quartieri resterà vietato fino a quando il governo israeliano non lo deciderà in maniera totalmente arbitraria ?

Le evacuazioni in un territorio occupato sono sottoposte a condizioni rigorose. I trasferimenti forzati sono vietati. Anche quando un'evacuazione temporanea è giustificata dalla sicurezza della popolazione o da imperative ragioni militari, devono essere rispettate le garanzie previste dalla legge, compreso il ritorno degli sfollati una volta cessate le ragioni dell'evacuazione.

Non basta dunque dichiarare che si sta “combattendo il terrorismo”.

E quando migliaia di persone vengono allontanate, le case vengono demolite e il ministro della Difesa israeliano annuncia che gli abitanti non potranno tornare fino a una decisione delle autorità israeliane, la questione non può essere liquidata con un comunicato militare.

La sicurezza non autorizza uno Stato occupante a trattare un'intera popolazione come ostaggio delle proprie decisioni militari.

C'è poi un particolare che rende questa vicenda ancora più inquietante: secondo l'articolo, alcune abitazioni requisite per scopi militari sono state contrassegnate dall'esposizione di bandiere israeliane.

Un'immagine che impone una domanda: si tratta soltanto di un'operazione militare temporanea oppure siamo di fronte a un'ulteriore trasformazione delle condizioni di vita e della presenza palestinese sul territorio?


IL VERO SCANDALO È LA SELETTIVITÀ DEL DIRITTO

E adesso veniamo all'Occidente.

L'Unione europea, la Francia, la Germania, l'Italia, il Regno Unito e gli Stati Uniti amano presentarsi come difensori dell'ordine internazionale fondato sulle regole. Condannano le violazioni della sovranità, denunciano le occupazioni illegali, invocano la protezione dei civili e ricordano agli altri governi che il diritto internazionale deve essere rispettato.

Ma che cosa accade quando quelle stesse regole chiamano in causa un “alleato” (virgolette obbligatorie) strategico?

Improvvisamente il linguaggio diventa il silenzio. Le responsabilità si dissolvono in formule diplomatiche.

E il diritto diventa uno strumento a geometria variabile.

Quando si tratta della illegale presenza israeliana nei territori palestinesi occupati, la cui continuazione la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale, perché la reazione politica occidentale non si traduce in una pressione altrettanto coerente per ottenere il rispetto del diritto?

Il divieto di acquisire territorio con la forza, il diritto all'autodeterminazione dei popoli e la protezione della popolazione civile non sono norme valide soltanto quando il loro rispetto coincide con gli interessi strategici delle potenze occidentali?

Se il diritto internazionale vincola i nemici ma non produce conseguenze quando a violarlo è un alleato, non siamo davanti a un ordinamento universale: siamo davanti a un sistema di privilegi geopolitici.

Ed è precisamente questa contraddizione a distruggere la credibilità morale dell'Occidente.


L'EUROPA: TANTA RETORICA, POCHE CONSEGUENZE

Dove sono le istituzioni europee quando a Hebron migliaia di persone vengono allontanate dalle proprie case?

Dove sono i governi che chiedono il rispetto dello Stato di diritto in ogni vertice internazionale?

Dove sono le dichiarazioni inequivocabili, le richieste pubbliche di garanzie sul ritorno degli sfollati, le iniziative diplomatiche coordinate per verificare la legalità delle operazioni e ottenere la cessazione delle misure incompatibili con il diritto internazionale?

Non basta esprimere preoccupazione. Non basta invitare genericamente tutte le parti alla moderazione. Non basta ripetere che la soluzione dei due Stati resta l'obiettivo della politica europea mentre, sul terreno, le condizioni necessarie alla sua realizzazione continuano a essere compromesse.

Una politica estera credibile deve produrre conseguenze.

L'Unione europea dispone di strumenti diplomatici, commerciali e politici. I singoli Stati possono chiedere verifiche indipendenti, pretendere garanzie verificabili, sostenere i meccanismi internazionali di accertamento delle responsabilità e subordinare le proprie decisioni al rispetto degli obblighi giuridici applicabili.

Se le autorità israeliane impediscono arbitrariamente il ritorno degli sfollati, se emergono prove di trasferimenti forzati illeciti o di punizioni collettive, quali conseguenze intendono trarre i governi europei?

Questa è la domanda alla quale devono rispondere.

E se i governi europei ritengono che la loro pressione non sarebbe efficace, devono spiegare quali alternative concrete intendano perseguire. La difficoltà di ottenere un risultato non costituisce una ragione sufficiente per rinunciare a ogni iniziativa.

L'Europa non può pretendere di essere una potenza normativa se, davanti a una questione fondamentale come l'occupazione di un territorio e i diritti della sua popolazione, si limita a recitare i propri principi senza assumersi il costo politico della loro applicazione.


NETANYAHU DEVE RISPONDERE DELLE PROPRIE DECISIONI

Il governo Netanyahu non può essere considerato immune da critiche soltanto perché Israele è una democrazia e perché il Paese ha subito attacchi terroristici.

Democrazia non è un’etichetta autoreferenziale di giustizia, non è nemmeno una patente di esenzione dal diritto internazionale. Non lo è per Israele, non lo è per gli Stati Uniti, non lo è per nessun altro Paese.

Le responsabilità di un governo devono essere valutate sulla base delle sue decisioni, delle sue azioni e degli obblighi giuridici che gli competono.

Nel caso di Hebron, la questione è grave e urgente.

Quali obiettivi militari giustificano l’invasione della città? Quali sono le ragioni specifiche delle demolizioni? Quali garanzie sono state adottate per proteggere bambini, donne incinte, anziani e malati? Qual è il fondamento giuridico dell'allontanamento dei residenti? In quali condizioni e con quali tempi potranno tornare nelle proprie abitazioni?

E soprattutto: come si concilia l'annunciato divieto di ritorno con gli obblighi di protezione della popolazione civile nei territori occupati?

Netanyahu deve fornire risposte verificabili. Non slogan. Non dichiarazioni elettorali. Non accuse generiche contro Hamas (da lui finanziata sottobanco per anni con milioni di dollari).


IL SILENZIO NON È NEUTRALE QUANDO SI RIFIUTA DI AGIRE

Occorre essere precisi: il silenzio diplomatico non equivale automaticamente a una complicità giuridica. La responsabilità internazionale di uno Stato dipende da obblighi specifici e da circostanze concrete, non dalla semplice assenza di una dichiarazione pubblica.

Ma politicamente e moralmente la questione è diversa.

Quando un governo conosce una situazione potenzialmente incompatibile con il diritto internazionale, dispone di strumenti per intervenire e sceglie di non esercitare alcuna pressione significativa, la sua inerzia può contribuire a creare le condizioni nelle quali quelle pratiche continuano senza conseguenze.

Non è necessario immaginare accordi segreti o attribuire intenzioni che non possiamo dimostrare. È sufficiente guardare alla relazione tra potere, responsabilità e conseguenze.

Un governo che non subisce costi diplomatici rilevanti ha meno incentivi a modificare le proprie decisioni rispetto a un governo sottoposto a una pressione internazionale coerente.

Per questo il comportamento degli alleati di Israele non è un elemento secondario della vicenda. È parte del problema politico.

Se l'Occidente ritiene che l'occupazione debba terminare, deve agire coerentemente con questa posizione. Se considera inaccettabili i trasferimenti forzati e le punizioni collettive, deve chiedere che cessino e che le eventuali violazioni siano accertate. Se sostiene il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione, deve opporsi alle misure che ne compromettono concretamente la realizzazione.

Altrimenti le sue dichiarazioni diventano un esercizio di autoconservazione retorica: servono a preservare l'immagine morale delle democrazie occidentali senza obbligarle a modificare le proprie scelte.

È questo il significato più profondo della doppia misura: non necessariamente un'identica risposta a situazioni differenti, ma l'applicazione di criteri diversi a seconda dell'identità dell'autore della violazione e della convenienza politica di intervenire.

E questa selettività ha un prezzo. Indebolisce la credibilità delle istituzioni internazionali, alimenta la sfiducia verso le democrazie occidentali e rende più difficile pretendere il rispetto delle stesse regole altrove.

Chi difende davvero il diritto internazionale dovrebbe essere il primo a comprenderlo.


IL DIRITTO O È UNIVERSALE O DIVENTA UN PRIVILEGIO

A Hebron non è in discussione soltanto un'operazione militare. È in discussione il significato concreto dell'universalità dei diritti.

Un bambino palestinese non ha meno diritto alla sicurezza di un bambino israeliano. Una famiglia palestinese non ha meno diritto alla propria casa di una famiglia europea. Un anziano palestinese non perde la propria dignità perché vive in un territorio occupato o perché il governo che controlla quel territorio dichiara di combattere il terrorismo.

Questi diritti non dipendono dalla nazionalità, dalla religione, dall'appartenenza politica o dalla convenienza strategica dei governi.

Se (come diceva giustamente Benedetto Croce) noi italiani non possiamo non dirci cristiani, allora non possiamo ammettere che si pongano gerarchie tra esseri umani in base alla loro etnia, religione, cittadinanza quando si tratta di diritti fondamentali. Questo lo fanno Netanyahu e suoi complici. Non noi.

Quel che i palestinesi (che siano essi musulmani, atei o cristiani non importa) subiscono a Hebron e in tutta la Cisgiordania non è accettabile. Non possiamo accettarlo.

La questione palestinese in Cisgiordania mette l'Occidente davanti a una scelta che non può essere elusa indefinitamente.

Nessuno Stato può essere al di sopra del diritto. Nemmeno Israele.

La legalità internazionale non è un privilegio concesso ad honorem dalle grandi potenze ai loro amichetti.

A Hebron, oggi, migliaia di persone attendono di sapere se potranno tornare nelle proprie case. Non hanno bisogno di nuove dichiarazioni solenni. Hanno bisogno che i loro diritti siano tutelati, che le misure adottate contro di loro siano sottoposte a un controllo indipendente e che le autorità responsabili siano chiamate a rispondere delle proprie decisioni.

Il governo Netanyahu deve essere giudicato sulla base delle sue azioni. I governi occidentali devono essere giudicati sulla base della coerenza tra i principi che proclamano e le scelte che compiono.

È questa la prova dello Stato di diritto.

Se il diritto internazionale vale soltanto quando non disturba gli interessi strategici delle grandi potenze, allora non è più il diritto a limitare la forza: è la forza a decidere quando il diritto debba essere rispettato.

E se l'Europa non vuole riconoscere questa contraddizione, dovrebbe almeno smettere di presentarsi come la custode disinteressata dei valori universali.

Perché la credibilità non si misura nelle dichiarazioni dei vertici internazionali. Si misura nella capacità di difendere quei principi quando farlo è difficile, scomodo e politicamente costoso.

A Hebron, come a Gaza, la questione non è solamente ciò che Netanyahu fa. Il problema è ciò che l'Occidente è disposto a lasciargli fare.

Luca Costa

LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



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