Il materialismo dispettoso
Cecco Angiolieri e i saccheggiatori del malcontento
Se il mondo mi nega ciò che voglio, che bruci il mondo.
C'è un poeta medievale che se potesse affacciarsi oggi sulle strade di Milano, Parigi o Marsiglia, forse riconoscerebbe con fierezza qualcosa di familiare nella rabbia di chi spacca le vetrine e saccheggia i negozi. Non perché condividerebbe le loro ragioni, ma perché saprebbe riconoscere quella insopprimibile disposizione dell'animo umano da lui celebrata: il desiderio insoddisfatto, il risentimento contro il mondo, la pretesa che la realtà debba piegarsi ai nostri appetiti. Quel poeta si chiama Cecco Angiolieri, è vissuto nella ricchissima e godereccia Siena della fine del Duecento. Una delle voci più irriverenti della nostra letteratura.
Oggi ho voluto dare un nome alla sua (anti)filosofia: il materialismo dispettoso.
Per capirlo, basti leggere il suo celebre: Tre cose solamente mi so' 'n grado:
Tre cose solamente mi so' 'n grado,
le quali posso non ben fornir mai:
ciò è la donna, la taverna e 'l dado.
La donna, la taverna, il dado: il sesso, la buona tavola e il vino, il gioco d’azzardo. Una felicità terrena, concreta, fatta di corpi, bevute e soldi da mettere sul tavolo. Nessuna aspirazione alla gloria eterna, nessuna elevazione spirituale: Cecco sa che cosa vuole dalla vita e non sente il bisogno di moralità, etica, spiritualità. Godere. Ecco cosa vuole.
Il problema è che non sempre può permetterselo. I piaceri costano, il denaro a volte manca. E qui comincia il divertimento: Cecco non sembra disposto a mettere in discussione i propri desideri. Non pensa di dover diventare più saggio, più moderato, più virtuoso. Se non può godere quanto vorrebbe, la colpa deve essere del mondo, che non gli concede abbastanza in termini di fortuna.
Non vuole correggere i propri appetiti: vorrebbe che fosse la realtà a smettere di ostacolarli.
È una disposizione dell'animo che ritroviamo, in una forma infinitamente più prosaica e meno letteraria, in chi approfitta delle manifestazioni contro il caro vita per sfondare vetrine, rubare merci e incendiare edifici. Le cronache di questi giorni, in Francia e in Italia, hanno raccontato episodi di devastazione accanto a proteste nate da sacrosante rivendicazioni economiche e sociali. Rivendicazioni legittime, e che non devono essere confuse con le azioni di chi trasforma la rabbia in un'occasione per arraffare tutto ciò che riesce a portare via.
Naturalmente, non sappiamo che cosa pensi ogni singolo saccheggiatore, né sarebbe corretto attribuire a tutti le stesse motivazioni. Ma il gesto, nella sua immediatezza, presenta una logica che Cecco Angiolieri ci aiuta a mettere a fuoco: voglio qualcosa, posso prenderla, dunque la prendo. Il limite non viene riconosciuto come una regola da rispettare o una condizione da discutere: diventa un ostacolo da abbattere.
Ed è proprio qui che il nostro poeta ci offre il suo capolavoro.
Nel sonetto S'i' fosse foco, Cecco immagina di possedere un potere smisurato:
S'i' fosse foco, arderei 'l mondo;
s'i' fosse vento, lo tempestarei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo.
Fuoco, vento, acqua, Dio: niente meno che le forze della natura e la potenza divina. Cecco immagina di poter distruggere il mondo intero, di rovesciare ogni ordine, di annientare tutto ciò che esiste. Ma alla fine la sua furia cosmica si restringe a un desiderio molto più personale:
S'i' fosse Cecco, com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre.
Ecco la grandezza comica del poeta: io vorrei un grande potere, ma non per fare un mondo migliore, più giusto, ma per farmi le belle donne, mangiare e bere le cose più buone, poter sperperare a piacere nelle bische clandestine.
Il mondo intero viene convocato sul banco degli imputati non perché iniquo, ma perché non offre abbastanza soddisfazioni a un singolo uomo.
Certo, non si deve trasformare Cecco in un teorico della guerriglia urbana. La sua è una maschera poetica, costruita sull'esagerazione, sulla provocazione e sul rovesciamento delle convenzioni morali. Ma proprio per questo ci permette di riconoscere un tratto umano che attraversa i secoli: quando i propri desideri diventano l'unica misura del bene, ogni limite può apparire un'ingiustizia e ogni ostacolo un nemico da distruggere.
Il saccheggiatore che spacca una vetrina per impossessarsi di una merce non è Cecco Angiolieri reincarnato. E ci mancherebbe, figuriamoci. Ma possiamo riconoscere, nel gesto, una versione moderna e priva della distanza ironica del sonetto: il desiderio che non accetta il limite e che, invece di cercare una soluzione, si concede il diritto di imporre agli altri il prezzo della propria soddisfazione.
Il paradosso è evidente. Una protesta contro le ingiustizie economiche può essere legittima; il saccheggio, invece, rischia di colpire proprio persone che non hanno alcuna responsabilità dimostrata per quelle ingiustizie. Il piccolo commerciante, il lavoratore, il cittadino che paga le conseguenze della devastazione non sono necessariamente i responsabili del sistema contro cui si protesta.
Così, una rivendicazione collettiva può essere svuotata di significato da chi la usa come copertura per un interesse immediato e individuale. La rabbia contro un sistema impersonale si abbatte su persone concrete. E il desiderio di giustizia finisce confuso con la possibilità di prendere ciò che si vuole.
È questo il punto sul quale Cecco ci costringe a riflettere. Non è il piacere materiale in sé a essere condannabile: desiderare il benessere, godere delle cose belle sono aspirazioni umane del tutto legittime. Il problema comincia quando il desiderio diventa una pretesa assoluta, quando la frustrazione viene scambiata per un diritto e quando la libertà viene confusa con la possibilità di fare ciò che si vuole, a spese degli altri.
Cecco, nella sua maschera comica, non vuole rinunciare a nulla. Vuole la donna, la taverna, il dado; e se il denaro non basta, se la fortuna gli è avversa, se il mondo non si piega ai suoi appetiti, allora che bruci tutto.
Nella poesia, questa sproporzione ci fa sorridere. Ecco perché il materialismo dispettoso è una formula che parla anche al nostro tempo. Non descrive semplicemente chi desidera beni materiali, ma chi sembra riconoscere come unico criterio di valore la soddisfazione dei propri desideri.
La politica dovrebbe saper distinguere le ragioni della protesta dalla violenza di chi se ne appropria. Dovrebbe ascoltare chi fatica ad arrivare alla fine del mese e, nello stesso tempo, proteggere chi subisce devastazioni e saccheggi. Perché affrontare le ingiustizie economiche è necessario; trasformarle in una licenza di distruggere non le risolve, e spesso ne produce di nuove.
Cecco Angiolieri non ci offre una morale edificante. Ci consegna qualcosa di più scomodo: il ritratto comico di un uomo che vorrebbe piegare il mondo ai propri appetiti e che, non potendolo fare, fantastica di distruggerlo.
Il problema non è desiderare qualcosa. È credere che il fatto di desiderarla basti a darci il diritto di prenderla.
E allora il poeta senese, con sette secoli di anticipo, ci lascia una domanda che è anche politica: che cosa accade a una società quando ciascuno considera la propria frustrazione una giustificazione sufficiente per calpestare i limiti e i diritti degli altri?
La risposta, purtroppo, non è più soltanto letteraria.
Cecco poteva permettersi di bruciare il mondo con la fantasia. Noi dovremmo almeno evitare di prendere la sua battuta per un programma d'azione.
Siamo ormai posseduti dall’incubo di macchine pensanti, di intelligenze artificiali che distruggono l’umanità. Ma la vera minaccia per l’umanità è la disumanizzazione di giovani che diventano macchine di consumo, che si battono solo per la soddisfazione di piaceri immediati.
Perché una società dove tutti pretendono la taverna, il dado e la donna, dove nessuno riconosce limiti al proprio desiderio, rischia di diventare rapidamente un mondo che brucia per davvero.
Cecco Angiolieri, poeta senese vissuto tra la seconda metà del Duecento e l'inizio del Trecento, è una delle voci più irriverenti della poesia medievale italiana, capace di rovesciare con ironia e provocazione i valori e le convenzioni del suo tempo. Nei sonetti Tre cose solamente mi so' 'n grado e S'i' fosse foco, mette in scena una voce poetica che rivendica i piaceri terreni e fantastica di distruggere il mondo quando la realtà non soddisfa i suoi desideri. A oltre sette secoli di distanza, questi versi ci offrono una lente sorprendentemente attuale per interrogare il rapporto fra desiderio individuale, frustrazione e disprezzo dei limiti che rendono possibile la convivenza civile.
Luca Costa
LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo

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