domenica 12 ottobre 2025

La dottrina sociale cattolica in Francia

Il migliore anticorpo contro totalitarismo e odio di classe: la dottrina sociale della Chiesa, e la costruzione del diritto del lavoro in Francia



C’è una domanda che ogni appassionato di storia dovrebbe porsi.

Perché, nella prima metà del XX secolo, la Francia della Terza Repubblica non è precipitata — alla maniera di altre nazioni europee, tra cui le vicine (e simili) Italia e Germania — verso il fascismo, il nazional-socialismo o il comunismo?

Concentriamoci sul tessuto morale e istituzionale che si è formato tra ceti dirigenti e proletari nella lunga stagione che va dalla metà dell’Ottocento ai primi decenni del Novecento. In Francia, parallelamente alle scarse riforme legislative e ai movimenti sociali, si è insinuata una nuova cultura pratica e filosofica — la dottrina sociale cattolica — che non ha semplicemente spento i conflitti sociali, ma ha cercato di trasformare la fabbrica stessa in luogo di umanizzazione del lavoro; una dottrina che non fu affatto un capitolo di paternalismo opportunista bensì vero principio ristrutturante l’economia della produzione industriale.

Questa è la trama che traspare con chiarezza studiando la vita di Léon Harmel e nelle teorizzazioni di René de La Tour du Pin: attori diversi — l’uno imprenditore concreto, l’altro pensatore e organizzatore — ma un comune principio: il lavoro è destino umano, la fabbrica è comunità di destino, e la ricerca del profitto non determina il significato della vita imprenditoriale.

La risposta cattolica alla «questione sociale» nacque per gradi, ma con chiarezza di scopo. L’industrializzazione aveva prodotto masse proletarie prive di rappresentanza morale e civile (non dimentichiamo che la Rivoluzione Francese partorisce il 14 giugno 1791 la Loi le Chapelier che vieta agli operai di associarsi); da qui il timore, reale per molti, che la rabbia sociale finisse per trovare forma in rivoluzioni o in ideologie violente.

In parte del mondo borghese, quella cattolica appunto, sopraggiunse allora una riflessione teologica e umanista che si costruì su tre pilastri: condanna degli eccessi dell’economia liberista, riaffermazione della dignità personale del lavoratore e proposta di istituzioni di protezione del proletariato — circoli, corporazioni, cooperative, assicurazioni, mutue, salari famigliari, consigli di fabbrica — che fondassero con nuovo significato i legami morali tra padroni e operai.

Il documento magisteriale che cristallizzò questa riflessione fu l’enciclica Rerum Novarum (1891) di Leone XIII, che difese certo il diritto alla proprietà privata ma condannò sia il socialismo rivoluzionario sia il capitalismo senza freni, e riconobbe il diritto dei lavoratori ad associarsi e affermò il principio cardine della Giusta remunerazione (che sarà riaffermato con ancora più vigore dal San Giovanni Paolo II con Laborem exercens nel 1981) e alla responsabilità morale del datore di lavoro. Di quel testo la Francia fu terra elettiva: la circolazione delle idee cattoliche sociali attraversò parrocchie, circoli operai, sindacati e industrie, producendo una risposta pratica, tanto istituzionale (leggi) quanto culturale (nuovo modo di pensare dei padroni e di giudicare l’operator dei padroni).

Per misurare il carattere concreto di quella risposta non c’è esempio più istruttivo del Val-des-Bois di Léon Harmel, la piccola «città-fabbrica» che la famiglia Harmel costruì vicino a Reims. Qui trovarono corpo dispositivi che per i contemporanei erano innovazioni radicali: casse di mutuo soccorso, assicurazioni sanitarie «di fabbrica», scuole e asili, circoli culturali e sindacati cristiani promossi e lasciati autonomi, ma anche consigli di fabbrica che prevedevano la partecipazione dei lavoratori alla gestione quotidiana.

Harmel, uomo di fede cattolica incrollabile e imprenditore razionale, smontò la contrapposizione netta tra padronato e proletariato: la modernizzazione produttiva era accompagnata da istituzioni che reintrodussero relazioni di responsabilità reciproca. Il modello non era affatto quello di un paternalismo episodico ma «impresa come comunità» — un laboratorio sociale che anticipava istituti di rappresentanza e welfare aziendale e che, soprattutto, dimostrò che si poteva produrre senza disumanizzare.

E funzionò.

A fianco dell’esperienza pratica si dispiegò la riflessione intellettuale che volle sostenere quelle istituzioni. René de La Tour du Pin fu il teorico più coerente e incisivo di quella linea: militare di professione, aristocratico per nascita, cattolico vero, profondo studioso delle strutture sociali, propose un’idea di corporazione moderna — non più corporazioni medievali chiuse, ma organismi professionali in cui datori di lavoro e lavoratori si rappresentano insieme, esercitano funzioni di ordinamento del lavoro e di tutela reciproca, e ricostruiscono gli organismi intermedi che il mercato onnipotente aveva indebolito. La sua fu una proposta rivoluzionaria per eccellenza: fornire alla società civile strumenti di coesione per impedire alla lotta di classe di degenerare in odio di classe. Le sue idee circolarono nei cerchi di studio e nelle reti transnazionali del cattolicesimo sociale (l’«Union de Fribourg» fu uno dei luoghi in cui si tessé il discorso che avrebbe alimentato anche Rerum Novarum), e contribuirono a costruire una grammatica politica alternativa tanto al marxismo rivoluzionario quanto all’individualismo borghese.

Il passaggio dalle idee alle istituzioni non fu facile né uniforme, ma la presenza di alternative concrete, dall’altra parte della barricata, ebbe effetti politici rilevanti. A partire dagli anni Novanta dell’Ottocento e soprattutto dopo la Prima guerra mondiale, si strutturarono in Francia organizzazioni e reti che incarnavano la dottrina sociale in forme operative: circoscrizioni dei «cercles catholiques», che studiavano politiche abitative e sanitarie, e — soprattutto — il movimento dei sindacati confessionali che sfidò l’egemonia rivoluzionaria nella rappresentanza operaia. La nascita della Confédération française des travailleurs chrétiens (CFTC) nel 1919 è sintomatica: nata come alternativa ai sindacati rivoluzionari e fondata sul principio della solidarietà cristiana, la CFTC seppe attrarre una parte non trascurabile del mondo operaio che cercava miglioramento materiale senza rottura morale e violenta con la società esistente. Quest’esperienza creò canali di mediazione, rappresentanza e contrattazione che attenuarono le polarizzazioni sociali.

È
tuttavia cruciale, ricordare che la rilevanza dei movimenti autoritari in Francia non va sottovalutata e che, in condizioni differenti, l’esito avrebbe potuto essere diverso. In Francia, nei primi anni trenta, ci fu eccome un tentativo fascista di smantellamento della Terza Repubblica, un capitolo di storia dove il nome dell’Action Française riassume un po’ tutto. Quel tentativo fallì. Perché?

Perché, ad avviso di chi scrive, la presenza del cattolicesimo sociale aveva creato una nuova cultura in Francia, una cultura dove il lavoro nell’industria aveva visto nascere contesti di dignità e mediazione, e o dove era più arduo mobilitare un odio di classe totalizzante.

Léon Harmel e gli altri protagonisti di questa pagina splendida della storia di Francia, erano riusciti trovare un antidoto politico, culturale, morale, per stemperare sia gli eccessi comunisti della Terza Repubblica, sia gli istinti fascisti di coloro che volevano abbatterla.

Tecnicamente, quali sono i meccanismi attraverso cui la dottrina sociale ha funzionato come un «sistema immunitario»? Primo, la produzione di linguaggi morali: il lavoro fu narrato non come merce neutra ma come attività che realizza la persona, con diritti (salario, riposo, sicurezza) e doveri (responsabilità). Questo linguaggio spostò il conflitto dal terreno dell’annientamento a quello della negoziazione e del diritto. Secondo, la creazione di luoghi di rappresentanza non conflittuale — consigli di fabbrica, cercles, corporazioni, mutue — che fornivano canali di partecipazione e di soluzione pratica alle rivendicazioni: la richiesta operaia trovava sponda nella comunità produttiva stessa e non restava confinata alla piazza anarchica. Terzo, la presenza di imprenditori cattolici come Harmel che sperimentarono processi partecipativi diede prova concreta che le riforme sociali non erano antieconomiche, anzi: profitto e giustizia potevano convivere. Infine, la costruzione di rappresentanze sociali confessionali (sindacati cristiani, patronati, associazioni). Tutti questi elementi, congiunti, abbassarono la temperatura sociale e spensero il potenziale per un’«esplosione» ideologica uniforme.

L’efficacia protettiva sta nel fatto che la dottrina sociale della Chiesa e le pratiche sociali della Terza Repubblica hanno offerto alternative credibili sia alle promesse di catastrofe rivoluzionaria sia alle vocazioni totalitarie: non le hanno bandite per decreto ma le hanno resa meno appetibili perché molte richieste fondamentali — casa, salario, rappresentanza — potevano trovare risposta senza il ricorso alla violenza o alla distruzione del tessuto sociale. E nello stesso tempo, la maggioranza degli imprenditori e delle élite finanziarie hanno toccato con mano una realtà alla quale non volevano credere: che gli industriali cattolici come Harmel prosperavano, le fabbriche come Val-de-Bois davano frutti, eccome!

Concludendo: se oggi proviamo a leggere le vittorie e i limiti della Francia repubblicana fra Otto e Novecento, dobbiamo riconoscere che la dottrina sociale cattolica e le sue applicazioni pratiche hanno funzionato come una sorta di «sistema immunitario» applicato al corpo del lavoro. Non un algoritmo ideologico, non una garanzia eterna, ma un innesto storico che ha dato a numerosi operai e a molti imprenditori una lingua comune, istituzioni e pratiche concrete di solidarietà. Léon Harmel oggi è stato dimenticato, anche dai cattolici, anche da chi si occupa di dottrina sociale, eppure egli fu il un santo della convivenza industriale; anche René de La Tour du Pin non fu un teorico astratto ma il promotore di un’idea di società che voleva ricucire ciò che la modernità aveva lacerato.

Il loro merito più grande è aver pensato la fabbrica come luogo in cui si decideva il destino umano e non soltanto masse di profitto: è in quella scelta culturale che si misura, a mio avviso, l’apporto più decisivo della dottrina sociale nell’aver reso la Francia meno vulnerabile agli estremi del Novecento e nell’averla dotata nel tempo, del più solido diritto del lavoro mai concepito nella storia dell’uomo.

Viva Léon Harmel, Viva René de la Tour du Pin.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo





venerdì 10 ottobre 2025

Indignazione a geometria variabile

 Gli schiavi degli altri e i nostri: l’indignazione a doppia faccia

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In Serbia, a Kragujevac, la Stellantis — Fiat — ha deciso di “importare” centinaia di lavoratori dal Nepal e dal Marocco per produrre la nuova Grande Panda (elettrica). Il motivo è semplice, anzi brutale: gli operai serbi non vogliono più accettare condizioni di lavoro considerate ottocentesche, con stipendi che oscillano attorno ai seicento euro mensili, forse ottocento con gli straordinari, per turni pesanti e un potere d’acquisto ormai falcidiato. I sindacati locali l’hanno detto chiaramente: se l’azienda offrisse mille euro al mese, non avrebbe bisogno di andare a cercare manodopera dall’altra parte del mondo. Ma a quanto pare, è più facile sostituire i lavoratori con altri più poveri, più ricattabili, meno inclini a rivendicare diritti.

Fin qui, i media si indignano: parlano di “schiavitù moderna”, di “operai importati”, di “sfruttamento”, e l’opinione pubblica occidentale si straccia le vesti. Tutti a scandalizzarsi per i “poveri nepalesi e marocchini” che arrivano nei Balcani per lavorare a ritmi massacranti. Tutti a riscoprire improvvisamente il concetto di giustizia sociale, di dignità del lavoro, di diritti umani calpestati.

Eppure, viene spontaneo chiedersi: ma com’è che quando la stessa dinamica si ripete in Italia — da oltre trent’anni — nessuno dice più niente? Quando la manodopera a basso costo arriva nei nostri campi, nei magazzini della logistica, nelle cucine dei ristoranti, nelle fabbriche dove i contratti sono carta straccia, tutto tace. Anzi, si cambia discorso: si parla di “integrazione”, di “arricchimento culturale”, di “migranti che ci pagano le pensioni”. È il miracolo del linguaggio: basta cambiare la cornice, e ciò che altrove è sfruttamento da condannare, da noi diventa progresso sociale.

La verità è che il caso serbo mette a nudo una realtà che in Italia preferiamo non guardare. Da noi la classe operaia è stata dissolta, sostituita da un mosaico di lavoratori precari, stranieri, stagionali, part-time, sottopagati e invisibili. Gli operai che un tempo sapevano organizzarsi, scioperare, rivendicare condizioni migliori, sono stati spazzati via — prima dalle delocalizzazioni, poi da un’ideologia che ha trasformato il lavoro in una concessione e non più in un diritto. A chi ha rifiutato di lavorare per salari da fame, il sistema ha risposto con un sorriso: nessun problema, troviamo qualcun altro disposto a farlo.

E intanto, con la scusa della scuola obbligatoria fino ai diciotto anni, abbiamo tagliato fuori intere generazioni di giovani italiani dalla formazione tecnica e professionale. Ma davvero è meglio un venticinquenne che comincia a lavorare a McDonald’s per novecento euro dopo aver fallito all’università, piuttosto che un quattordicenne che entra in fabbrica, impara un mestiere e a ventun anni guadagna già duemila euro con sette anni di contributi versati?

Ma torniamo al doppio standard dell’Occidente: indignazione per gli schiavi degli altri, indifferenza per i nostri. Ma il meccanismo è identico, e si basa sempre sullo stesso principio: dividere, sostituire, comprimere. Sostituire lavoratori che hanno imparato a dire “no” con altri che non possono permettersi di farlo. È così che si abbattono i salari, si annullano i diritti e si trasforma il lavoro in una catena invisibile.

In fondo, l’episodio serbo è solo uno specchio in cui l’Europa dovrebbe guardarsi. Non è una questione di geografia, ma di coerenza. Non si può condannare lo sfruttamento quando accade altrove e chiamarlo “modernità” quando succede a casa propria. Se davvero ci teniamo alla dignità del lavoro, dovremmo pretendere che i diritti valessero per tutti, senza confini e senza ipocrisie. Ma finché continueremo a indignarci solo per gli schiavi degli altri, resteremo complici dei nostri.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



lunedì 6 ottobre 2025

7 ottobre: una data da ricordare

 7 ottobre 1985: l’ultima notte da Paese libero

Sigonella e la fine dell’Italia sovrana

C’è una data che segna la fine della politica estera italiana come esercizio di sovranità: il 7 ottobre 1985.
A Sigonella, una base militare in Sicilia formalmente sotto comando italiano ma di fatto controllata dagli Stati Uniti, Bettino Craxi e Giulio Andreotti osarono ciò che nessuno dopo di loro avrebbe più tentato: difendere la giurisdizione e la dignità dello Stato italiano di fronte alla pressione americana.

Quel giorno, dopo il sequestro della nave Achille Lauro, i marines statunitensi atterrarono a Sigonella pretendendo la consegna del terrorista palestinese Abu Abbas. Craxi rifiutò. Disse no agli ordini di Washington. Disse che l’Italia non avrebbe ceduto un cittadino sotto la minaccia di truppe straniere. Per ore, carabinieri e militari americani si fronteggiarono con le armi spianate. Una sfida simbolica ma decisiva: la Repubblica italiana rivendicava, forse per l’ultima volta, di essere padrona a casa propria.

Da lì in avanti, tutto cambiò. Craxi e Andreotti — due figure lontane per storia e sensibilità, ma unite da un’idea d’Italia autonoma nello scacchiere internazionale — finirono travolti nel giro di pochi anni. La parabola del primo si chiuse con l’esilio e la demonizzazione; quella del secondo con i processi infiniti. È difficile non leggere quella stagione come l’inizio della fine di una classe dirigente che, con tutti i suoi limiti, aveva tentato di mantenere un margine di indipendenza nel rapporto con l’impero americano.

Poi venne Tangentopoli. Una “rivoluzione giudiziaria” che, al di là delle colpe individuali, ebbe un effetto politico netto: cancellare la generazione che aveva provato a tenere l’Italia in equilibrio tra Occidente e autonomia. In pochi anni nacque la Seconda Repubblica, plasmata su altri criteri: fedeltà atlantica, omologazione culturale, dipendenza diplomatica.
Da allora, la politica italiana non ha più deciso quasi nulla senza prima guardare oltreoceano.

Sigonella, dunque, non fu solo un episodio di orgoglio nazionale: fu l’ultimo atto di un’Italia che cercava di essere adulta. Dopo quella notte, è iniziata la lunga stagione dei governi che “rassicurano” Washington, delle passerelle nei salotti delle ambasciate, della subordinazione mascherata da alleanza.
La Prima Repubblica, con tutte le sue ombre, finì anche per questo: aveva osato dire no.

Oggi, quarant’anni dopo, Sigonella è quasi dimenticata. Ma resta una domanda aperta: quando un Paese rinuncia alla propria sovranità, può ancora chiamarsi libero?
Forse la risposta si trova proprio lì, in quella pista siciliana dove per un attimo l’Italia fu se stessa — e da cui iniziò la sua lunga discesa a Sud dell’Impero.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 4 ottobre 2025

Trump-Gaza: fumo negli occhi

Gaza, Cisgiordania e il piano Trump : il tramonto silenzioso della Palestina

Il piano proposto dal presidente USA Donald Trump per fermare il massacro dei palestinesi e ottenere la liberazione degli ostaggi israeliani non può essere letto semplicemente come un cessate il fuoco o un accordo umanitario. Si tratta piuttosto di un tentativo radicale di rimodellare la geografia palestinese, ridefinendone le strutture: Gaza, Cisgiordania, Israele, con implicazioni profonde sul futuro del Medio Oriente.

Gaza: tra distruzione e “ricostruzione controllata”
Gaza, oggi, è un cumulo di macerie, un cimitero, ciò che rimane del più spaventoso safari umano della storia dopo lo sterminio degli indiani d’America o del genocidio armeno. Tutte le infrastrutture civili e i quartieri sono stati rasi al suolo, ospedali e scuole sono stati colpiti, e la popolazione civile vive in condizioni impensabili, almeno quella che rimane. Il piano Trump propone di trasformare Gaza in una zona “amministrata da un’autorità transitoria”, sostitutiva ad Hamas e sotto controllo internazionale, diretto o supervisionato. Si è fatto in tal senso il nome di Tony Blair, manco fosse l'asta del fantacalcio, che senso ha sparare nomi a caso? Difficile comprenderne la logica né l’accettabilità da parte dei palestinesi.

- L’obiettivo dichiarato è la demilitarizzazione e il disarmo di Hamas, che dovrebbe rinunciare al potere politico su Gaza e andare in pensione.
- In pratica, Gaza diventerebbe lo “stato” palestinese annunciato da Trump, ma solo nominalmente: un territorio dove la sovranità effettiva dei palestinesi (quelli che rimangono) sarebbe limitata da un controllo internazionale solo sulla carta (in realtà USA/Israele), e dove gli investimenti (USA) per la ricostruzione diventano ovviamente uno strumento di becero colonialismo politico.

I nostri media (che applaudono Trump ovviamente) non pongono la domanda chiave: ok, ma chi ricostruirà Gaza? Gli aiuti internazionali e i programmi di ricostruzione dovrebbero partire subito, in teoria, ma l’entità dei finanziamenti e la capacità di aprire cantieri dipendono dalla collaborazione degli attori locali e regionali. La popolazione rimarrà durante questa fase sarà sotto stretto “monitoraggio”, con il rischio che molti palestinesi verrano trasferiti “temporaneamente” per ragioni di sicurezza e logistica. Per Trump sarebbe l’occasione di realizzare il suo sogno di Hotel Gaza, una striscia più votata a divenire una nuova Las Vegas che la casa dei palestinesi. Si intravede già per questi ultimi il destino di camerieri, colf, donne delle pulizie, ristoratori nel nuovo paradiso resort di Gaza.

Dopotutto, è inutile farsi illusioni, Netanyahu ha compiuto un vero e proprio genocidio, e parlare di stato palestinese ora pare quasi anacronistico: uno stato, ok, ma con quali palestinesi che a Gaza tra uccisi e sfollati non ne rimangono poi cosi tanti…

Hamas, come movimento politico e sociale, dovrebbe scomparire dalla scena pubblica. Qualsiasi accettazione del piano comporterebbe la rinuncia al proprio potere a Gaza, e questo rappresenta il nodo più difficile della trattativa: nessun gruppo, armato militarmente e ideologicamente, rinuncia spontaneamente alla propria esistenza senza contropartite tangibili o garanzie di sopravvivenza. Cosa pensa di fare Trump ? Si intuisce un dietro le quinte di corruzione, con milioni da destinare ai nuovi leader di Hamas (chi sono?) perché se ne stiano buoni e tranquilli a bere caipirinha negli hotel 5 stelle di Gaza.

Cisgiordania: circolare prego
Mentre l’attenzione internazionale e diplomatica si concentra su Gaza, la Cisgiordania resta paradossalmente assente nel piano Trump. Non vengono definiti limiti territoriali concreti per Israele e non sono previste garanzie politiche sostanziali per i palestinesi.

La logica sottostante sembra chiara: Israele, guidato da Netanyahu, ottiene una quasi libertà d’azione sulla Cisgiordania, con la possibilità di consolidare le colonie e avanzare verso una annessione de facto e/o de jure.

Il risultato sarebbe una Palestina divisa in due blocchi:
1. Gaza, sulla carta Stato Palestinese (ma con ben pochi palestinesi), in realtà sotto controllo internazionale (cioè USA, cioè Israele).
2. Cisgiordania, preda di Israele.

Insomma, è un piano che ignora la prospettiva di uno Stato unitario palestinese e che rischia di trasformare la questione in due problemi separati e più facili da gestire per Israele, riducendo le capacità di resistenza e di negoziazione dei palestinesi.

Conclusione
Il piano Trump per Gaza non è un semplice cessate il fuoco: è una ridefinizione strategica della geografia politica della Palestina. Gaza, distrutta e da ricostruire, viene trasformata in un territorio controllato da attori esterni, e dove Hamas perde ogni ruolo politico e militare; la Cisgiordania, invece, viene lasciata tra le fauci di Israele, con il rischio di annessione.

Se attuato, questo piano non porrebbe fine al conflitto, ma ne sposterebbe e ristrutturerebbe le dinamiche, trasformando Gaza in un “stato fantoccio” e la Cisgiordania in un territorio silenziosamente assorbito da Israele.

Non mi pare proprio un progetto da premio Nobel per la pace.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




martedì 30 settembre 2025

Dazi: una soluzione plausibile?

 

Dazi e illusioni: il vero nodo dell’America è la supremazia della finanza sulla manifattura

Il dibattito si è riacceso ieri, all’annuncio di nuovi dazi USA del 100% su film (e probabilmente videogiochi, ben presto) importati dall’estero, voluti da Donald Trump.

Le sterili polemiche sui dazi rischiano però di oscurare una verità più profonda e strutturale: l’economia statunitense è da tempo sbilanciata verso la finanza, e questo spostamento del baricentro frena ogni tentativo di rilancio industriale.

Il settore finanziario USA continua a rappresentare una quota troppo importante del PIL americano, con effetti di attrazione del capitale monetario in primis ma soprattutto umano, che condizionano le scelte d’impresa e d’investimento. In altre parole, i “dollari di Wall Street” hanno un peso tale da comprimere la vitalità del tessuto industriale.

Questo squilibrio non è neutrale rispetto alle politiche commerciali. I dazi possono, forse nel breve periodo, deviare parte della domanda verso il mercato interno, ma non rigenerano come per magia catene produttive, capitale umano e capacità industriali ormai erose.

Le tariffe introdotte nel 2018-2019 hanno mostrato risultati contraddittori, se non addirittura controproducenti: hanno aumentato i costi per le imprese che dipendono da input esteri e scatenato ritorsioni che hanno colpito l’export americano. Lo strumento tariffario, insomma, resta una protezione parziale che non tocca le radici del problema della perdita di dinamismo industriale.

A complicare ulteriormente il quadro è la questione del capitale umano. La manifattura contemporanea non si basa solo sulla manodopera generica, ma su ingegneri, tecnici e operai altamente qualificati. Eppure, il sistema formativo e il mercato del lavoro statunitensi non producono più figure tecnicamente preparate in numero sufficiente per sostenere un grande rilancio produttivo. Studi comparativi mostrano come la quota di laureati STEM e, in particolare, di ingegneri, non garantisca agli USA il primato che si tende a dare per scontato. Per fare un esempio, la Russia produce in proporzione al suo numero di abitanti, oltre il doppio di ingegneri e periti tecnici industriali degli USA. Senza una strategia che rilanci istruzione tecnica, formazione continua e incentivi a occupazioni specializzate, l’industria americana non potrà mai invertire la rotta.

E a guardare com’è messa la gioventù americana dal punto di vista intellettuale non vi è certo da stare allegri per Donald. Non è certo nei campus USA, dove gli studenti hanno la preparazione di un bambino di terza elementare, che Trump troverà le forze vive per rilanciare la produzione interna.

Va poi considerata la trasformazione tecnologica. La produzione industriale americana, in termini di output, è aumentata nel lungo periodo, ma con un’occupazione drasticamente ridotta: milioni di posti sono stati cancellati dall’automazione e dall’efficienza capital-intensive.

In questo contesto, i dazi rischiano di alimentare un’illusione: la promessa di riportare indietro posti di lavoro che, per ragioni strutturali, non torneranno più. L’alternativa è affrontare il nodo della produttività con politiche industriali mirate: investimenti pubblici e privati in infrastrutture, formazione tecnica, incentivi al capitale produttivo e strumenti che rendano meno conveniente concentrare risorse soltanto nella finanza. Ma gli USA, per ragioni ideologiche, non investono più in infrastrutture. Non sono come i cinesi o russi, gli americani diffidano dell’intervento statale perché diffidano dello Stato (parola che non esiste proprio nel loro vocabolario che impone piuttosto i termini di government o administration).

In definitiva, i dazi restano un palliativo, un gesto simbolico più che una cura economica. Dietro la scena protezionista si nasconde un problema ben più profondo: la supremazia dell’economia finanziaria, il deficit di capitale umano tecnico e la trasformazione stessa della manifattura. Senza una correzione strutturale di questi fattori, il protezionismo rischia di non riaccendere l’industria americana, ma soltanto di rinviare l’appuntamento con l’amara verità.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



martedì 23 settembre 2025

Charlie Kirk: la vera posta in gioco

 Charlie Kirk : una finestra aperta sul disastro culturale USA

Charlie Kirk è stato assassinato. Una tragedia insensata, di cui ancora sappiamo poco e di cui anche in futuro non avremo certezze per poterla spiegare. Una cosa è sicura: ormai gli Stati Uniti sono un paese pronto a risolvere le proprie tensioni politiche con la. violenza.

Ma a me, lo confesso, non è questo che colpisce di più. Kirk era il fondatore di Turning Point USA, volto giovane del conservatorismo, provocatore nato, capace di agitare gli elettroni dei campus con i suoi “prove me wrong”, i suoi dibattiti a microfono aperto dedicati a temi come l’aborto, l’immigrazione, il razzismo, il dominio woke sul mondo universitario.

Diciamo la verità, non era Aristotele, non era un pensatore raffinato, anzi, ma aveva il coraggio di esporsi, di stare lì in mezzo a una folla di giovani e dire loro quello che pensava. Interessante. Ma non ci vedo nulla di straordinario.

A me, in tutta questa storia, impressiona di più l’altra metà del quadro: i ragazzi che andavano a sfidarlo, che si presentavano davanti al microfono per dibattere con lui, e che regolarmente si trasformavano in un monumento vivente alla mediocrità. Andate sul canale YouTube di Turning Point, ci sono ore e ore di filmati di “prove me wrong”.

Osservateli. Giovani che dovrebbero rappresentare l’élite universitaria americana, i futuri quadri dirigenti di un impero, incapaci di articolare un pensiero, di formulare una frase compiuta senza scivolare nel cliché, nel meme, nello slogan da due secondi. È questo il frutto di un quarto di secolo di cultura woke nelle università USA? Ragazzi incapaci di reggere un contraddittorio anche con uno come Kirk che, ripeto, non era un genio della dialettica. Ogni volta che aprono bocca si sente il vuoto: vuoto culturale, vuoto storico, vuoto di logica elementare. Non pensano, ripetono. Sono grammofoni del politicamente corretto, marionette che non hanno nemmeno la dignità di sapere perché credono in quello che credono.

Ecco, per me questa è la notizia, molto più dell’assassinio in sé: l’America è un paese che non ha più anticorpi culturali. È un paese di imbecilli capricciosi, di consumatori ultraviolenti con la pistola e di studenti falliti con il cervello spento, di predicatori travestiti da attivisti e di influencer che sostituiscono professori dimissionari. La cultura americana ha prodotto questa generazione, e adesso ne pagherà il prezzo. Le grandi fondazioni filantropiche (Bill&Melinda, George Soros) hanno coltivato il sogno di una generazione sempre più inclusiva, sempre più sensibile, sempre più “woke” – e il risultato è un adolescente eterno, un consumatore smidollato che non legge, non studia, non si allena a discutere, ma è capace solo di gridare, indignarsi, denunciare. La destra lo sa benissimo, e usa personaggi come Kirk proprio per scuoterlo, per provocarlo, e soprattutto per arruolarlo di nuovo – ma non come cittadino consapevole: come soldato, come ingranaggio in un’altra macchina ideologica, stavolta con la bandiera e il fucile. Era questo il vero obiettivo di coloro che pagavano milioni a Kirk: ricreare una gioventù alla Full Metal Jacket, non certo cultura o spiritualità. Avete sentito cos’ha detto Trump all’omaggio MAGA a Kirk? Tutto è chiaro. L’umanesimo e il Cristianesimo non c’entrano niente.

E noi, in Europa? Davvero pensiamo di essere immuni a tutto ciò? Davvero crediamo che i nostri giovani siano diversi, che non stiamo allevando anche noi una generazione di slogan viventi, pronti a recitare la lezioncina dell’ideologia dominante senza mai sporcarsi le mani con un libro di filosofia, senza mai rischiare di cambiare idea? Guardiamo le nostre università: lo stesso linguaggio importato da oltreoceano, lo stesso clima da tribunale morale, la stessa paura del confronto. Siamo a un passo dall’avere anche noi un’intera generazione che confonde l’attivismo con la terapia di gruppo e il dibattito con il linciaggio.

Per questo l’assassinio di Kirk dovrebbe spaventarci non tanto per la violenza che rappresenta, ma per il vuoto che ha rivelato. Quel vuoto culturale è il segno del crollo di un impero, non il proiettile che lo ha colpito. E se non stacchiamo la spina da questo modello, se non torniamo a pretendere dai nostri giovani cultura, pensiero critico, logica e persino un po’ di sana cattiveria intellettuale, la stessa fine toccherà a noi. Saremo anche noi un paese di idioti litigiosi, pronti a insultarci per un like o un commento, incapaci di reggere una discussione senza scappare via a piangere.

È questo che vogliamo?

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo





lunedì 22 settembre 2025

Palestina: un ricatto morale

 Il ricatto morale contro la Palestina

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C’è un riflesso condizionato che torna puntuale ogni volta che il mondo prova, timidamente, a riconoscere la dignità del popolo palestinese: l’urlo “è un premio per Hamas”. Lo hanno gridato dirigenti americani, lo ripetono fedelmente i media più allineati a Washington, lo amplificano editorialisti e talk show nei paesi che vivono di luce riflessa della politica estera statunitense, Italia compresa.

È una formula tanto comoda quanto tossica: se riconosci la Palestina, se chiedi il cessate il fuoco, se denunci la carneficina di Gaza, stai “favorendo il terrorismo”. E così si evita il discorso vero: che da due anni assistiamo a un massacro di civili, a un assedio punitivo che ha trasformato Gaza in una distesa di macerie, a un esperimento di disumanizzazione di un intero popolo.

Parlare di “premio per Hamas” è una vigliaccata. È un tentativo di sovrapporre Hamas e i palestinesi, di cancellare milioni di persone, bambini compresi, dietro il volto di un gruppo armato. È la stessa logica che permette di bombardare ospedali, campi profughi, scuole delle Nazioni Unite, e chiamarlo “autodifesa”. È il modo in cui l’Occidente si autoassolve: se tutti i palestinesi sono Hamas, allora ogni loro morte è una vittoria della civiltà.

Il riconoscimento della Palestina da parte di Francia e di altri paesi europei non è un premio a nessuno. È un atto minimo di giustizia, un passo tardivo ma necessario per affermare che il popolo palestinese esiste, che non può essere cancellato sotto le bombe né trasformato in esuli permanenti.

La verità è che ciò che davvero spaventa i fautori dello status quo non è Hamas, ma la prospettiva di una Palestina libera, riconosciuta, capace di far valere i propri diritti sul piano internazionale. E allora il gioco è sempre lo stesso: confondere resistenza e terrorismo, legittimità e violenza, popolo e milizia.

Dopo due anni di genocidio a cielo aperto, parlare di “premi” è osceno. Il vero premio, oggi, sarebbe restituire ai palestinesi il diritto a vivere, non solo a sopravvivere sotto assedio. Sarebbe riconoscere che il loro futuro non può essere deciso né da Tel Aviv né da Washington, ma da loro stessi. Sarebbe smettere di usare la parola “pace” come sinonimo di “resa incondizionata”.

Perché la vera pace, quella vera, comincia con una verità semplice: i palestinesi non sono Hamas. E meritano di esistere.

LUCA COSTA

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