Gaza, Cisgiordania e il piano Trump : il tramonto silenzioso della Palestina
Il piano proposto dal presidente USA Donald Trump per fermare il massacro dei palestinesi e ottenere la liberazione degli ostaggi israeliani non può essere letto semplicemente come un cessate il fuoco o un accordo umanitario. Si tratta piuttosto di un tentativo radicale di rimodellare la geografia palestinese, ridefinendone le strutture: Gaza, Cisgiordania, Israele, con implicazioni profonde sul futuro del Medio Oriente.
Gaza:
tra distruzione e “ricostruzione
controllata”
Gaza,
oggi, è un cumulo di macerie, un cimitero,
ciò che rimane del più spaventoso safari
umano della storia dopo lo sterminio degli indiani d’America o del
genocidio armeno. Tutte le
infrastrutture civili e i quartieri
sono stati rasi al suolo, ospedali e scuole sono stati colpiti, e la
popolazione civile vive in condizioni impensabili,
almeno quella che rimane. Il piano Trump
propone di trasformare Gaza in una zona “amministrata
da un’autorità transitoria”,
sostitutiva ad
Hamas e sotto controllo internazionale,
diretto o supervisionato. Si è fatto in
tal senso il nome di Tony Blair, manco fosse l'asta del fantacalcio,
che senso ha sparare nomi a caso? Difficile comprenderne la logica né
l’accettabilità da parte dei palestinesi.
-
L’obiettivo dichiarato è la
demilitarizzazione e il disarmo di Hamas, che dovrebbe rinunciare al
potere politico su Gaza e andare in
pensione.
- In pratica, Gaza
diventerebbe lo
“stato” palestinese
annunciato da Trump, ma solo
nominalmente: un territorio dove la sovranità effettiva
dei palestinesi (quelli che rimangono)
sarebbe limitata
da un controllo internazionale solo sulla carta (in realtà
USA/Israele), e dove gli investimenti (USA)
per la ricostruzione diventano ovviamente
uno strumento di becero colonialismo
politico.
I nostri media (che applaudono Trump ovviamente) non pongono la domanda chiave: ok, ma chi ricostruirà Gaza? Gli aiuti internazionali e i programmi di ricostruzione dovrebbero partire subito, in teoria, ma l’entità dei finanziamenti e la capacità di aprire cantieri dipendono dalla collaborazione degli attori locali e regionali. La popolazione rimarrà durante questa fase sarà sotto stretto “monitoraggio”, con il rischio che molti palestinesi verrano trasferiti “temporaneamente” per ragioni di sicurezza e logistica. Per Trump sarebbe l’occasione di realizzare il suo sogno di Hotel Gaza, una striscia più votata a divenire una nuova Las Vegas che la casa dei palestinesi. Si intravede già per questi ultimi il destino di camerieri, colf, donne delle pulizie, ristoratori nel nuovo paradiso resort di Gaza.
Dopotutto, è inutile farsi illusioni, Netanyahu ha compiuto un vero e proprio genocidio, e parlare di stato palestinese ora pare quasi anacronistico: uno stato, ok, ma con quali palestinesi che a Gaza tra uccisi e sfollati non ne rimangono poi cosi tanti…
Hamas, come movimento politico e sociale, dovrebbe scomparire dalla scena pubblica. Qualsiasi accettazione del piano comporterebbe la rinuncia al proprio potere a Gaza, e questo rappresenta il nodo più difficile della trattativa: nessun gruppo, armato militarmente e ideologicamente, rinuncia spontaneamente alla propria esistenza senza contropartite tangibili o garanzie di sopravvivenza. Cosa pensa di fare Trump ? Si intuisce un dietro le quinte di corruzione, con milioni da destinare ai nuovi leader di Hamas (chi sono?) perché se ne stiano buoni e tranquilli a bere caipirinha negli hotel 5 stelle di Gaza.
Cisgiordania:
circolare
prego
Mentre l’attenzione
internazionale e diplomatica si concentra su Gaza, la Cisgiordania
resta paradossalmente assente nel
piano Trump. Non vengono definiti limiti territoriali concreti per
Israele e non sono previste garanzie politiche sostanziali per i
palestinesi.
La logica sottostante sembra chiara: Israele, guidato da Netanyahu, ottiene una quasi libertà d’azione sulla Cisgiordania, con la possibilità di consolidare le colonie e avanzare verso una annessione de facto e/o de jure.
Il
risultato sarebbe una Palestina divisa in due blocchi:
1.
Gaza, sulla carta Stato Palestinese (ma con ben
pochi palestinesi), in realtà sotto
controllo internazionale (cioè USA, cioè
Israele).
2. Cisgiordania,
preda di Israele.
Insomma, è un piano che ignora la prospettiva di uno Stato unitario palestinese e che rischia di trasformare la questione in due problemi separati e più facili da gestire per Israele, riducendo le capacità di resistenza e di negoziazione dei palestinesi.
Conclusione
Il
piano Trump per Gaza non è un semplice cessate il fuoco: è una
ridefinizione strategica della geografia politica della Palestina.
Gaza, distrutta e da ricostruire, viene trasformata in un territorio
controllato da attori esterni, e dove
Hamas perde ogni
ruolo politico e militare; la Cisgiordania, invece, viene
lasciata tra le fauci di
Israele, con il rischio di annessione.
Se attuato, questo piano non porrebbe fine al conflitto, ma ne sposterebbe e ristrutturerebbe le dinamiche, trasformando Gaza in un “stato fantoccio” e la Cisgiordania in un territorio silenziosamente assorbito da Israele.
Non mi pare proprio un progetto da premio Nobel per la pace.
LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo

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