sabato 4 ottobre 2025

Trump-Gaza: fumo negli occhi

Gaza, Cisgiordania e il piano Trump : il tramonto silenzioso della Palestina

Il piano proposto dal presidente USA Donald Trump per fermare il massacro dei palestinesi e ottenere la liberazione degli ostaggi israeliani non può essere letto semplicemente come un cessate il fuoco o un accordo umanitario. Si tratta piuttosto di un tentativo radicale di rimodellare la geografia palestinese, ridefinendone le strutture: Gaza, Cisgiordania, Israele, con implicazioni profonde sul futuro del Medio Oriente.

Gaza: tra distruzione e ricostruzione controllata
Gaza, oggi, è un cumulo di macerie, un cimitero, ciò che rimane del più spaventoso safari umano della storia dopo lo sterminio degli indiani d’America o del genocidio armeno. Tutte le infrastrutture civili e i quartieri sono stati rasi al suolo, ospedali e scuole sono stati colpiti, e la popolazione civile vive in condizioni impensabili, almeno quella che rimane. Il piano Trump propone di trasformare Gaza in una zona amministrata da unautorità transitoria, sostitutiva ad Hamas e sotto controllo internazionale, diretto o supervisionato. Si è fatto in tal senso il nome di Tony Blair, manco fosse l'asta del fantacalcio, che senso ha sparare nomi a caso? Difficile comprenderne la logica né l’accettabilità da parte dei palestinesi.

- Lobiettivo dichiarato è la demilitarizzazione e il disarmo di Hamas, che dovrebbe rinunciare al potere politico su Gaza e andare in pensione.
- In pratica, Gaza diventerebbe lostatopalestinese annunciato da Trump, ma solo nominalmente: un territorio dove la sovranità effettiva dei palestinesi (quelli che rimangono) sarebbe limitata da un controllo internazionale solo sulla carta (in realtà USA/Israele), e dove gli investimenti (USA) per la ricostruzione diventano ovviamente uno strumento di becero colonialismo politico.

I nostri media (che applaudono Trump ovviamente) non pongono la domanda chiave: ok, ma chi ricostruirà Gaza? Gli aiuti internazionali e i programmi di ricostruzione dovrebbero partire subito, in teoria, ma lentità dei finanziamenti e la capacità di aprire cantieri dipendono dalla collaborazione degli attori locali e regionali. La popolazione rimarrà durante questa fase sarà sotto stretto monitoraggio, con il rischio che molti palestinesi verrano trasferiti temporaneamente per ragioni di sicurezza e logistica. Per Trump sarebbe l’occasione di realizzare il suo sogno di Hotel Gaza, una striscia più votata a divenire una nuova Las Vegas che la casa dei palestinesi. Si intravede già per questi ultimi il destino di camerieri, colf, donne delle pulizie, ristoratori nel nuovo paradiso resort di Gaza.

Dopotutto, è inutile farsi illusioni, Netanyahu ha compiuto un vero e proprio genocidio, e parlare di stato palestinese ora pare quasi anacronistico: uno stato, ok, ma con quali palestinesi che a Gaza tra uccisi e sfollati non ne rimangono poi cosi tanti…

Hamas, come movimento politico e sociale, dovrebbe scomparire dalla scena pubblica. Qualsiasi accettazione del piano comporterebbe la rinuncia al proprio potere a Gaza, e questo rappresenta il nodo più difficile della trattativa: nessun gruppo, armato militarmente e ideologicamente, rinuncia spontaneamente alla propria esistenza senza contropartite tangibili o garanzie di sopravvivenza. Cosa pensa di fare Trump ? Si intuisce un dietro le quinte di corruzione, con milioni da destinare ai nuovi leader di Hamas (chi sono?) perché se ne stiano buoni e tranquilli a bere caipirinha negli hotel 5 stelle di Gaza.

Cisgiordania: circolare prego
Mentre lattenzione internazionale e diplomatica si concentra su Gaza, la Cisgiordania resta paradossalmente assente nel piano Trump. Non vengono definiti limiti territoriali concreti per Israele e non sono previste garanzie politiche sostanziali per i palestinesi.

La logica sottostante sembra chiara: Israele, guidato da Netanyahu, ottiene una quasi libertà d’azione sulla Cisgiordania, con la possibilità di consolidare le colonie e avanzare verso una annessione de facto e/o de jure.

Il risultato sarebbe una Palestina divisa in due blocchi:
1. Gaza, sulla carta Stato Palestinese (ma con ben pochi palestinesi), in realtà sotto controllo internazionale (cioè USA, cioè Israele).
2. Cisgiordania, preda di Israele.

Insomma, è un piano che ignora la prospettiva di uno Stato unitario palestinese e che rischia di trasformare la questione in due problemi separati e più facili da gestire per Israele, riducendo le capacità di resistenza e di negoziazione dei palestinesi.

Conclusione
Il piano Trump per Gaza non è un semplice cessate il fuoco: è una ridefinizione strategica della geografia politica della Palestina. Gaza, distrutta e da ricostruire, viene trasformata in un territorio controllato da attori esterni, e dove Hamas perde ogni ruolo politico e militare; la Cisgiordania, invece, viene lasciata tra le fauci di Israele, con il rischio di annessione.

Se attuato, questo piano non porrebbe fine al conflitto, ma ne sposterebbe e ristrutturerebbe le dinamiche, trasformando Gaza in un stato fantoccioe la Cisgiordania in un territorio silenziosamente assorbito da Israele.

Non mi pare proprio un progetto da premio Nobel per la pace.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




Nessun commento:

Posta un commento

Risorgimento: come poteva essere

  Il Risorgimento con i “se” e con i “ma”: come sarebbe potuta andare diversamente *** La storia del Risorgimento italiano è spesso raccont...