martedì 30 settembre 2025

Dazi: una soluzione plausibile?

 

Dazi e illusioni: il vero nodo dell’America è la supremazia della finanza sulla manifattura

Il dibattito si è riacceso ieri, all’annuncio di nuovi dazi USA del 100% su film (e probabilmente videogiochi, ben presto) importati dall’estero, voluti da Donald Trump.

Le sterili polemiche sui dazi rischiano però di oscurare una verità più profonda e strutturale: leconomia statunitense è da tempo sbilanciata verso la finanza, e questo spostamento del baricentro frena ogni tentativo di rilancio industriale.

Il settore finanziario USA continua a rappresentare una quota troppo importante del PIL americano, con effetti di attrazione del capitale monetario in primis ma soprattutto umano, che condizionano le scelte dimpresa e dinvestimento. In altre parole, i dollari di Wall Streethanno un peso tale da comprimere la vitalità del tessuto industriale.

Questo squilibrio non è neutrale rispetto alle politiche commerciali. I dazi possono, forse nel breve periodo, deviare parte della domanda verso il mercato interno, ma non rigenerano come per magia catene produttive, capitale umano e capacità industriali ormai erose.

Le tariffe introdotte nel 2018-2019 hanno mostrato risultati contraddittori, se non addirittura controproducenti: hanno aumentato i costi per le imprese che dipendono da input esteri e scatenato ritorsioni che hanno colpito lexport americano. Lo strumento tariffario, insomma, resta una protezione parziale che non tocca le radici del problema della perdita di dinamismo industriale.

A complicare ulteriormente il quadro è la questione del capitale umano. La manifattura contemporanea non si basa solo sulla manodopera generica, ma su ingegneri, tecnici e operai altamente qualificati. Eppure, il sistema formativo e il mercato del lavoro statunitensi non producono più figure tecnicamente preparate in numero sufficiente per sostenere un grande rilancio produttivo. Studi comparativi mostrano come la quota di laureati STEM e, in particolare, di ingegneri, non garantisca agli USA il primato che si tende a dare per scontato. Per fare un esempio, la Russia produce in proporzione al suo numero di abitanti, oltre il doppio di ingegneri e periti tecnici industriali degli USA. Senza una strategia che rilanci istruzione tecnica, formazione continua e incentivi a occupazioni specializzate, lindustria americana non potrà mai invertire la rotta.

E a guardare com’è messa la gioventù americana dal punto di vista intellettuale non vi è certo da stare allegri per Donald. Non è certo nei campus USA, dove gli studenti hanno la preparazione di un bambino di terza elementare, che Trump troverà le forze vive per rilanciare la produzione interna.

Va poi considerata la trasformazione tecnologica. La produzione industriale americana, in termini di output, è aumentata nel lungo periodo, ma con unoccupazione drasticamente ridotta: milioni di posti sono stati cancellati dallautomazione e dallefficienza capital-intensive.

In questo contesto, i dazi rischiano di alimentare unillusione: la promessa di riportare indietro posti di lavoro che, per ragioni strutturali, non torneranno più. L’alternativa è affrontare il nodo della produttività con politiche industriali mirate: investimenti pubblici e privati in infrastrutture, formazione tecnica, incentivi al capitale produttivo e strumenti che rendano meno conveniente concentrare risorse soltanto nella finanza. Ma gli USA, per ragioni ideologiche, non investono più in infrastrutture. Non sono come i cinesi o russi, gli americani diffidano dell’intervento statale perché diffidano dello Stato (parola che non esiste proprio nel loro vocabolario che impone piuttosto i termini di government o administration).

In definitiva, i dazi restano un palliativo, un gesto simbolico più che una cura economica. Dietro la scena protezionista si nasconde un problema ben più profondo: la supremazia delleconomia finanziaria, il deficit di capitale umano tecnico e la trasformazione stessa della manifattura. Senza una correzione strutturale di questi fattori, il protezionismo rischia di non riaccendere lindustria americana, ma soltanto di rinviare lappuntamento con l’amara verità.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



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