martedì 23 settembre 2025

Charlie Kirk: la vera posta in gioco

 Charlie Kirk : una finestra aperta sul disastro culturale USA

Charlie Kirk è stato assassinato. Una tragedia insensata, di cui ancora sappiamo poco e di cui anche in futuro non avremo certezze per poterla spiegare. Una cosa è sicura: ormai gli Stati Uniti sono un paese pronto a risolvere le proprie tensioni politiche con la. violenza.

Ma a me, lo confesso, non è questo che colpisce di più. Kirk era il fondatore di Turning Point USA, volto giovane del conservatorismo, provocatore nato, capace di agitare gli elettroni dei campus con i suoi prove me wrong, i suoi dibattiti a microfono aperto dedicati a temi come l’aborto, l’immigrazione, il razzismo, il dominio woke sul mondo universitario.

Diciamo la verità, non era Aristotele, non era un pensatore raffinato, anzi, ma aveva il coraggio di esporsi, di stare lì in mezzo a una folla di giovani e dire loro quello che pensava. Interessante. Ma non ci vedo nulla di straordinario.

A me, in tutta questa storia, impressiona di più l’altra metà del quadro: i ragazzi che andavano a sfidarlo, che si presentavano davanti al microfono per dibattere con lui, e che regolarmente si trasformavano in un monumento vivente alla mediocrità. Andate sul canale YouTube di Turning Point, ci sono ore e ore di filmati di “prove me wrong”.

Osservateli. Giovani che dovrebbero rappresentare l’élite universitaria americana, i futuri quadri dirigenti di un impero, incapaci di articolare un pensiero, di formulare una frase compiuta senza scivolare nel cliché, nel meme, nello slogan da due secondi. È questo il frutto di un quarto di secolo di cultura woke nelle università USA? Ragazzi incapaci di reggere un contraddittorio anche con uno come Kirk che, ripeto, non era un genio della dialettica. Ogni volta che aprono bocca si sente il vuoto: vuoto culturale, vuoto storico, vuoto di logica elementare. Non pensano, ripetono. Sono grammofoni del politicamente corretto, marionette che non hanno nemmeno la dignità di sapere perché credono in quello che credono.

Ecco, per me questa è la notizia, molto più dellassassinio in sé: lAmerica è un paese che non ha più anticorpi culturali. È un paese di imbecilli capricciosi, di consumatori ultraviolenti con la pistola e di studenti falliti con il cervello spento, di predicatori travestiti da attivisti e di influencer che sostituiscono professori dimissionari. La cultura americana ha prodotto questa generazione, e adesso ne pagherà il prezzo. Le grandi fondazioni filantropiche (Bill&Melinda, George Soros) hanno coltivato il sogno di una generazione sempre più inclusiva, sempre più sensibile, sempre più “woke” – e il risultato è un adolescente eterno, un consumatore smidollato che non legge, non studia, non si allena a discutere, ma è capace solo di gridare, indignarsi, denunciare. La destra lo sa benissimo, e usa personaggi come Kirk proprio per scuoterlo, per provocarlo, e soprattutto per arruolarlo di nuovo ma non come cittadino consapevole: come soldato, come ingranaggio in unaltra macchina ideologica, stavolta con la bandiera e il fucile. Era questo il vero obiettivo di coloro che pagavano milioni a Kirk: ricreare una gioventù alla Full Metal Jacket, non certo cultura o spiritualità. Avete sentito cos’ha detto Trump all’omaggio MAGA a Kirk? Tutto è chiaro. L’umanesimo e il Cristianesimo non c’entrano niente.

E noi, in Europa? Davvero pensiamo di essere immuni a tutto ciò? Davvero crediamo che i nostri giovani siano diversi, che non stiamo allevando anche noi una generazione di slogan viventi, pronti a recitare la lezioncina dellideologia dominante senza mai sporcarsi le mani con un libro di filosofia, senza mai rischiare di cambiare idea? Guardiamo le nostre università: lo stesso linguaggio importato da oltreoceano, lo stesso clima da tribunale morale, la stessa paura del confronto. Siamo a un passo dallavere anche noi unintera generazione che confonde lattivismo con la terapia di gruppo e il dibattito con il linciaggio.

Per questo lassassinio di Kirk dovrebbe spaventarci non tanto per la violenza che rappresenta, ma per il vuoto che ha rivelato. Quel vuoto culturale è il segno del crollo di un impero, non il proiettile che lo ha colpito. E se non stacchiamo la spina da questo modello, se non torniamo a pretendere dai nostri giovani cultura, pensiero critico, logica e persino un podi sana cattiveria intellettuale, la stessa fine toccherà a noi. Saremo anche noi un paese di idioti litigiosi, pronti a insultarci per un like o un commento, incapaci di reggere una discussione senza scappare via a piangere.

È questo che vogliamo?

LUCA COSTA

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