lunedì 22 settembre 2025

Palestina: un ricatto morale

 Il ricatto morale contro la Palestina

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C’è un riflesso condizionato che torna puntuale ogni volta che il mondo prova, timidamente, a riconoscere la dignità del popolo palestinese: l’urlo “è un premio per Hamas”. Lo hanno gridato dirigenti americani, lo ripetono fedelmente i media più allineati a Washington, lo amplificano editorialisti e talk show nei paesi che vivono di luce riflessa della politica estera statunitense, Italia compresa.

È una formula tanto comoda quanto tossica: se riconosci la Palestina, se chiedi il cessate il fuoco, se denunci la carneficina di Gaza, stai “favorendo il terrorismo”. E così si evita il discorso vero: che da due anni assistiamo a un massacro di civili, a un assedio punitivo che ha trasformato Gaza in una distesa di macerie, a un esperimento di disumanizzazione di un intero popolo.

Parlare di “premio per Hamas” è una vigliaccata. È un tentativo di sovrapporre Hamas e i palestinesi, di cancellare milioni di persone, bambini compresi, dietro il volto di un gruppo armato. È la stessa logica che permette di bombardare ospedali, campi profughi, scuole delle Nazioni Unite, e chiamarlo “autodifesa”. È il modo in cui l’Occidente si autoassolve: se tutti i palestinesi sono Hamas, allora ogni loro morte è una vittoria della civiltà.

Il riconoscimento della Palestina da parte di Francia e di altri paesi europei non è un premio a nessuno. È un atto minimo di giustizia, un passo tardivo ma necessario per affermare che il popolo palestinese esiste, che non può essere cancellato sotto le bombe né trasformato in esuli permanenti.

La verità è che ciò che davvero spaventa i fautori dello status quo non è Hamas, ma la prospettiva di una Palestina libera, riconosciuta, capace di far valere i propri diritti sul piano internazionale. E allora il gioco è sempre lo stesso: confondere resistenza e terrorismo, legittimità e violenza, popolo e milizia.

Dopo due anni di genocidio a cielo aperto, parlare di “premi” è osceno. Il vero premio, oggi, sarebbe restituire ai palestinesi il diritto a vivere, non solo a sopravvivere sotto assedio. Sarebbe riconoscere che il loro futuro non può essere deciso né da Tel Aviv né da Washington, ma da loro stessi. Sarebbe smettere di usare la parola “pace” come sinonimo di “resa incondizionata”.

Perché la vera pace, quella vera, comincia con una verità semplice: i palestinesi non sono Hamas. E meritano di esistere.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



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