Il ricatto morale contro la Palestina
___________________________________________________________________
C’è un riflesso condizionato che
torna puntuale ogni volta che il mondo prova, timidamente, a
riconoscere la dignità del popolo palestinese: l’urlo “è un
premio per Hamas”. Lo hanno gridato dirigenti americani, lo
ripetono fedelmente i media più allineati a Washington, lo
amplificano editorialisti e talk show nei paesi che vivono di luce
riflessa della politica estera statunitense, Italia compresa.
È
una formula tanto comoda quanto tossica: se riconosci la Palestina,
se chiedi il cessate il fuoco, se denunci la carneficina di Gaza,
stai “favorendo il terrorismo”. E così si evita il discorso
vero: che da due anni assistiamo a un massacro di civili, a un
assedio punitivo che ha trasformato Gaza in una distesa di macerie, a
un esperimento di disumanizzazione di un intero popolo.
Parlare
di “premio per Hamas” è una vigliaccata. È un tentativo di
sovrapporre Hamas e i palestinesi, di cancellare milioni di persone,
bambini compresi, dietro il volto di un gruppo armato. È la stessa
logica che permette di bombardare ospedali, campi profughi, scuole
delle Nazioni Unite, e chiamarlo “autodifesa”. È il modo in cui
l’Occidente si autoassolve: se tutti i palestinesi sono Hamas,
allora ogni loro morte è una vittoria della civiltà.
Il
riconoscimento della Palestina da parte di Francia e di altri paesi
europei non è un premio a nessuno. È un atto minimo di giustizia,
un passo tardivo ma necessario per affermare che il popolo
palestinese esiste, che non può essere cancellato sotto le bombe né
trasformato in esuli permanenti.
La verità è che ciò
che davvero spaventa i fautori dello status quo non è Hamas, ma la
prospettiva di una Palestina libera, riconosciuta, capace di far
valere i propri diritti sul piano internazionale. E allora il gioco è
sempre lo stesso: confondere resistenza e terrorismo, legittimità e
violenza, popolo e milizia.
Dopo due anni di genocidio a
cielo aperto, parlare di “premi” è osceno. Il vero premio, oggi,
sarebbe restituire ai palestinesi il diritto a vivere, non solo a
sopravvivere sotto assedio. Sarebbe riconoscere che il loro futuro
non può essere deciso né da Tel Aviv né da Washington, ma da loro
stessi. Sarebbe smettere di usare la parola “pace” come sinonimo
di “resa incondizionata”.
Perché la vera pace, quella
vera, comincia con una verità semplice: i palestinesi non sono
Hamas. E meritano di esistere.
LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo

Nessun commento:
Posta un commento