Gli schiavi degli altri e i nostri: l’indignazione a doppia faccia
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In
Serbia, a Kragujevac, la Stellantis —
Fiat —
ha
deciso di “importare”
centinaia
di lavoratori dal Nepal e dal Marocco per produrre la nuova Grande
Panda
(elettrica).
Il motivo è semplice, anzi brutale: gli operai serbi non vogliono
più accettare condizioni di lavoro considerate ottocentesche, con
stipendi che oscillano attorno ai seicento euro mensili, forse
ottocento con gli straordinari, per turni pesanti e un potere
d’acquisto
ormai falcidiato. I sindacati locali l’hanno
detto chiaramente: se l’azienda
offrisse mille euro al mese, non avrebbe bisogno di andare a cercare
manodopera dall’altra
parte del mondo. Ma a quanto pare, è più
facile sostituire i lavoratori con altri più poveri, più
ricattabili, meno inclini a rivendicare diritti.
Fin
qui, i media si indignano: parlano di “schiavitù
moderna”,
di “operai
importati”,
di “sfruttamento”,
e l’opinione
pubblica occidentale si straccia le vesti. Tutti a scandalizzarsi per
i “poveri
nepalesi e marocchini”
che
arrivano nei Balcani per lavorare a ritmi massacranti. Tutti a
riscoprire improvvisamente il concetto di giustizia sociale, di
dignità del
lavoro, di diritti umani calpestati.
Eppure,
viene spontaneo chiedersi: ma com’è che quando la stessa dinamica
si ripete in Italia —
da
oltre trent’anni
—
nessuno
dice più niente? Quando la manodopera a basso costo arriva nei
nostri campi, nei magazzini della logistica, nelle cucine dei
ristoranti, nelle fabbriche dove i contratti sono carta straccia,
tutto tace. Anzi, si cambia discorso: si parla di “integrazione”,
di “arricchimento
culturale”,
di “migranti
che ci pagano le pensioni”.
È
il miracolo del linguaggio: basta cambiare la cornice, e ciò che
altrove è sfruttamento da condannare, da noi diventa progresso
sociale.
La
verità è che il caso serbo mette a nudo una realtà
che
in Italia preferiamo non guardare. Da noi la classe operaia è stata
dissolta, sostituita da un mosaico di lavoratori precari, stranieri,
stagionali, part-time, sottopagati e invisibili. Gli operai che un
tempo sapevano organizzarsi, scioperare, rivendicare condizioni
migliori, sono stati spazzati via —
prima
dalle delocalizzazioni, poi da un’ideologia
che ha trasformato il lavoro in una concessione e non più in un
diritto. A chi ha rifiutato di lavorare per salari da fame, il
sistema ha risposto con un sorriso: nessun problema, troviamo qualcun
altro disposto a farlo.
E
intanto, con la scusa della scuola obbligatoria fino ai diciotto
anni, abbiamo tagliato fuori intere generazioni di giovani italiani
dalla formazione tecnica e professionale. Ma
davvero è meglio
un venticinquenne
che comincia a lavorare a McDonald’s
per novecento euro
dopo aver fallito all’università,
piuttosto che un quattordicenne che entra in fabbrica, impara un
mestiere e a ventun anni guadagna già
duemila
euro con sette anni di contributi versati?
Ma
torniamo al
doppio standard dell’Occidente:
indignazione per gli schiavi degli altri, indifferenza per i nostri.
Ma il meccanismo è identico, e si basa sempre sullo stesso
principio: dividere, sostituire, comprimere. Sostituire lavoratori
che hanno imparato a dire “no”
con
altri che non possono permettersi di farlo. È così
che
si abbattono i salari, si annullano i diritti e si trasforma il
lavoro in una catena invisibile.
In
fondo, l’episodio
serbo è solo uno specchio in cui l’Europa
dovrebbe guardarsi. Non è una questione di geografia, ma di
coerenza. Non si può condannare lo sfruttamento quando accade
altrove e chiamarlo “modernità”
quando
succede a casa propria. Se davvero ci teniamo alla dignità
del
lavoro, dovremmo pretendere che i diritti valessero per tutti, senza
confini e senza ipocrisie. Ma finché
continueremo
a indignarci solo per gli schiavi degli altri, resteremo complici dei
nostri.
LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo

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