venerdì 10 ottobre 2025

Indignazione a geometria variabile

 Gli schiavi degli altri e i nostri: lindignazione a doppia faccia

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In Serbia, a Kragujevac, la Stellantis Fiat ha deciso di importarecentinaia di lavoratori dal Nepal e dal Marocco per produrre la nuova Grande Panda (elettrica). Il motivo è semplice, anzi brutale: gli operai serbi non vogliono più accettare condizioni di lavoro considerate ottocentesche, con stipendi che oscillano attorno ai seicento euro mensili, forse ottocento con gli straordinari, per turni pesanti e un potere dacquisto ormai falcidiato. I sindacati locali lhanno detto chiaramente: se lazienda offrisse mille euro al mese, non avrebbe bisogno di andare a cercare manodopera dallaltra parte del mondo. Ma a quanto pare, è più facile sostituire i lavoratori con altri più poveri, più ricattabili, meno inclini a rivendicare diritti.

Fin qui, i media si indignano: parlano di schiavitù moderna, di operai importati, di sfruttamento, e lopinione pubblica occidentale si straccia le vesti. Tutti a scandalizzarsi per i poveri nepalesi e marocchiniche arrivano nei Balcani per lavorare a ritmi massacranti. Tutti a riscoprire improvvisamente il concetto di giustizia sociale, di dignità del lavoro, di diritti umani calpestati.

Eppure, viene spontaneo chiedersi: ma com’è che quando la stessa dinamica si ripete in Italia da oltre trentanni nessuno dice più niente? Quando la manodopera a basso costo arriva nei nostri campi, nei magazzini della logistica, nelle cucine dei ristoranti, nelle fabbriche dove i contratti sono carta straccia, tutto tace. Anzi, si cambia discorso: si parla di integrazione, di arricchimento culturale, di migranti che ci pagano le pensioni”. È il miracolo del linguaggio: basta cambiare la cornice, e ciò che altrove è sfruttamento da condannare, da noi diventa progresso sociale.

La verità è che il caso serbo mette a nudo una realtà che in Italia preferiamo non guardare. Da noi la classe operaia è stata dissolta, sostituita da un mosaico di lavoratori precari, stranieri, stagionali, part-time, sottopagati e invisibili. Gli operai che un tempo sapevano organizzarsi, scioperare, rivendicare condizioni migliori, sono stati spazzati via prima dalle delocalizzazioni, poi da unideologia che ha trasformato il lavoro in una concessione e non più in un diritto. A chi ha rifiutato di lavorare per salari da fame, il sistema ha risposto con un sorriso: nessun problema, troviamo qualcun altro disposto a farlo.

E intanto, con la scusa della scuola obbligatoria fino ai diciotto anni, abbiamo tagliato fuori intere generazioni di giovani italiani dalla formazione tecnica e professionale. Ma davvero è meglio un venticinquenne che comincia a lavorare a McDonalds per novecento euro dopo aver fallito all’università, piuttosto che un quattordicenne che entra in fabbrica, impara un mestiere e a ventun anni guadagna già duemila euro con sette anni di contributi versati?

Ma torniamo al doppio standard dellOccidente: indignazione per gli schiavi degli altri, indifferenza per i nostri. Ma il meccanismo è identico, e si basa sempre sullo stesso principio: dividere, sostituire, comprimere. Sostituire lavoratori che hanno imparato a dire no” con altri che non possono permettersi di farlo. È così che si abbattono i salari, si annullano i diritti e si trasforma il lavoro in una catena invisibile.

In fondo, lepisodio serbo è solo uno specchio in cui lEuropa dovrebbe guardarsi. Non è una questione di geografia, ma di coerenza. Non si può condannare lo sfruttamento quando accade altrove e chiamarlo modernità” quando succede a casa propria. Se davvero ci teniamo alla dignità del lavoro, dovremmo pretendere che i diritti valessero per tutti, senza confini e senza ipocrisie. Ma finché continueremo a indignarci solo per gli schiavi degli altri, resteremo complici dei nostri.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



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