giovedì 18 settembre 2025

Il Papa e la NATO

 Il Papa e la NATO: quando la diplomazia ignora le cause reali della guerra


Il 16 settembre, lasciando Castel Gandolfo per rientrare in Vaticano, Papa Leone XIV ha dichiarato ai giornalisti che “la NATO non ha cominciato nessuna guerra”. Un’affermazione che suona rassicurante, quasi ingenua, ma che stride con le parole dello stesso segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, pronunciate davanti al Parlamento Europeo nel 2023. Il Papa invita alla pace, certo, ma nel farlo rimuove il nodo politico all’origine di questo conflitto: la strategia dell’Alleanza Atlantica di spingersi a Est fino ai confini della Russia, ignorando per anni i ripetuti avvertimenti di Mosca.

Stoltenberg non parlava da analista indipendente, ma da capo dell’alleanza. E ammise, davanti ai deputati europei, che nell’autunno del 2021 la Russia chiese formalmente un trattato per fermare l’espansione della NATO e per ritirare le infrastrutture militari dai Paesi entrati dopo il 1997. La risposta dell’Occidente fu un rifiuto. È lo stesso Stoltenberg a spiegare che, una volta respinte queste richieste, la Russia considerò il passo successivo inevitabile: l’uso della forza. Che piaccia o no, sono parole ufficiali. E descrivono un contesto in cui la NATO ha scelto di non negoziare, pur sapendo che il rischio di guerra cresceva.

Per questo è fuorviante affermare, come fa il Papa, che la NATO non ha “cominciato” la guerra. Certo, non è stata l’Alleanza ad attraversare per prima un confine con i carri armati. Ma il punto non è chi ha sparato il primo colpo: il punto è chi ha creato le condizioni affinché quel colpo diventasse inevitabile. L’allargamento a Est, l’addestramento delle forze ucraine, la prospettiva concreta di un ingresso di Kiev nella NATO sono state la miccia che ha innescato il conflitto. Stoltenberg lo dice chiaramente: senza quell’espansione, la guerra non sarebbe scoppiata.

Ridurre la questione a un semplice atto di aggressione russa, come fanno i media occidentali e come sembra fare il Pontefice, significa chiudere gli occhi sulla responsabilità politica dell’Occidente. Significa assolvere la strategia che ha trasformato l’Ucraina in un campo di battaglia per procura. La guerra non è nata dal nulla: è stata il frutto di una scelta precisa, quella di preferire l’accerchiamento della Russia alla trattativa, di esporre l’Ucraina al conflitto piuttosto che garantirle una neutralità stabile.

Se davvero si vuole la pace, bisogna avere il coraggio di dire che la NATO ha provocato questa guerra. Non per giustificare l’invasione russa, ma per evitare di ripetere lo stesso errore: spingere altri Paesi verso lo stesso destino, in nome di una sicurezza che finisce per produrre solo più guerra.


Luca COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 13 settembre 2025

Francia declassata

 Macron, il presidente che ha tradito la Francia: dieci anni per distruggere una nazione

12 settembre 2025 - Fitch declassa la Francia da AA- ad A+ : Fitch declassa il debito francese, ma non è questa la notizia. Una decade è stata sufficiente per sbriciolare il più importante stato sociale della storia. Un progetto voluto da Bruxelles, Londra e Washington, eseguito da una banda di scagnozzi incompetenti e corrotti aventi come leader un giovanotto ambizioso e senza scrupoli : Emmanuel Macron


Ci sono presidenti che passano alla storia per aver ricostruito una nazione. Macron passerà alla storia per averla distrutta. Il declassamento di Fitch non è una notizia tecnica: è il sigillo sulla fine di un’illusione. La Francia è oggi un paese più povero, più fragile, più disarmato, più succube di quando Macron è arrivato all’Eliseo. E non è frutto del caso: è la conseguenza di un disegno lucido, di un progetto politico che ha scelto di sacrificare il modello sociale e industriale francese sull’altare della globalizzazione e dell’ultra-liberalismo di Bruxelles.

La traiettoria era già chiara quando Macron era ministro dell’Economia (del “socialista” Hollande, virgolette quantomai obligatoires). È lui a supervisionare la svendita di Alstom (il gioiello dell’ingegneria nucleare francese) a General Electric, portando via brevetti cruciali per le turbine che alimentavano centrali e sottomarini nucleari. Un colpo mortale alla sovranità industriale francese, travestito da “modernizzazione”. I media suonarono la musica. Quando anni dopo lo Stato (con Macron presidente) ricomprerà Alstom, lo farà senza riprendersi i brevetti, pagando un prezzo esorbitante per un guscio vuoto. Roba che neanche in Italia ai tempi di Tangentopoli…

Poi, da presidente, Macron inaugura il regno dell’austerità per i poveri e dei regali per i ricchi. Abolisce l’ISF, l’imposta sulla fortuna, regala miliardi all’oligarchia finanziaria e compensa con tasse sempre più pesanti sulla classe media. Nel 2018 la Francia esplode: i Gilets Jaunes non sono solo una protesta, sono la rivolta di un popolo tradito, che vede aumentare i carburanti del 40% in un giorno (!) per finanziare la transizione ecologica imposta dall’alto e gonfiata di miliardi di sussidi alle lobby delle rinnovabili. Miliardi che entrano delle tasche dei soliti furbetti e che escono da quelle dei lavoratori.

La risposta di Macron? Repressione brutale, manganellate, stato di polizia.

Macron non si limita a smantellare lo Stato sociale. Lo odia. Taglia fondi agli ospedali, chiude reparti nelle province, pronti soccorso chiusi, personale sanitario al collasso. Degrada la scuola pubblica, dove insegnanti malpagati vengono insultati, minacciati, uccisi. La sicurezza è un miraggio, la giustizia una caricatura. Riformare codice penale e codice di procedura per restituire sicurezza ai francesi? Non se ne parla.

E mentre la Francia si disfa, Macron piega la testa davanti a Bruxelles, Berlino e Washington. Accetta regole europee che strangolano l’industria francese, umilia gli agricoltori francesi, costretti a rispettare regole soffocanti mentre gli scaffali dei supermercati sono infondati di pollo all’ammoniaca brasiliana e prodotti agricoli made in USA o in Ucraina.

Sacrifica il nucleare sull’altare dell’ideologia green tedesca, rendendo impossibile fare industria.

Spinge il paese nella guerra diplomatica con la Russia. La Russia non era un nemico: era una possibile sponda, un mercato naturale per l’industria meccanica, l’agroalimentare, il lusso, l’informatica. Era un partner con cui rilanciare il nucleare civile, magari riaprire il capitolo SuperPhénix e costruire una piattaforma europea competitiva rispetto alla Cina. Invece Macron ha scelto la via dell’allineamento cieco alla NATO, perdendo ogni autonomia strategica e condannando la Francia a pagare gas e grano il doppio del prezzo. Una Francia alleata alla Russia avrebbe per sempre abbassato la cresta all’arroganza tedesca.

La Francia avrebbe potuto essere l’equilibratore dell’Eurasia, il ponte tra UE e Mosca, la voce che conta nei BRICS invece che il gregario di Berlino e Washington. Ma Macron non vuole un’Europa indipendente, vuole un’Europa vassalla, perché sa che lì, sotto l’ombrello atlantico, il suo potere personale è protetto.

A tutto questo si aggiunge l’aspetto culturale e morale. Macron è l’uomo che ha cercato di ridisegnare l’anima della Francia.

Il Macron ultramassone e ultra-progressista si è scagliato contro l’identità cristiana, cercando di interferire perfino nella successione papale, spingendo per l’ascesa di Aveline (un media che lo abbia sottolineato?), il vescovo di Marsiglia, per avere un complice in Vaticano per i suoi progetti di ingegneria sociale. Il suo obiettivo finale? L’eutanasia, come firma in calce del suo regno: un atto ideologico sovversivo, un messaggio di rottura con la tradizione umanista francese.

Scandali su scandali completano il quadro: il caso Benalla, il caso McKinsey, le consulenze milionarie pagate con soldi pubblici, ministri inquisiti e mai allontanati, affari torbidi nella gestione della pandemia. Macron non è il presidente della trasparenza, ma quello dell’impunità per i suoi amici e della punizione per i suoi oppositori, persino con la chiusura di conti bancari di giornalisti scomodi.

La riforma delle pensioni: atto di disprezzo verso il popolo. Vergogna totale nel paese fondatore della dottrina sociale del lavoro. Una misura rigettata da milioni di francesi, imposta con il 49.3, la “ghigliottina parlamentare” che evita il voto. Macron governa contro il popolo, contro l’Assemblea, contro il principio stesso della democrazia rappresentativa.

Fitch oggi declassa la Francia e ci dice che i conti non tornano. Ma non serviva Fitch: lo si sapeva da anni. Nelle bollette impossibili, nei supermercati vuoti senza burro né uova, nelle scuole fatiscenti, negli ospedali dove si muore in barella. Macron non ha riformato la Francia: l’ha ridotta in macerie.

La verità è che Macron non è una parentesi: è una frattura. Ha frantumato il contratto sociale, la fiducia nelle istituzioni, l’orgoglio nazionale. Lascerà un paese diviso, povero, sottomesso. Ma arrabbiato. Perché i francesi non sono un popolo pantalone smarrito tra pizza e fantacalcio. I francesi sono pronti a scendere in piazza. Ancora.

Ma la domanda è : cosa resta della Francia oggi? Cosa resta di quella luminosa sintesi di orgoglio repubblicano e umanesimo cattolico? Cosa resta di Blaise Pascal e di JJ Rousseau? Cosa resta di Léon Harmel e di René de la Tour du Pin? (amici di Leone XIII e fondatori del diritto del lavoro francese in linea con la dottrina sociale della Chiesa). La Francia di San Charles de Foucauld.

Macron passerà, e con lui finirà un decennio di disonore. Ma se la Francia vuole tornare a essere se stessa, deve avere il coraggio di rompere con questo sistema di svendite, di umiliazioni, di inchini. Deve tornare a scegliere la sovranità, la dignità, il rispetto per il lavoro, per la vita, per la sua anima cristiana e repubblicana. Perché anche nei francesi vive una doppia anima, anche in loro Don Camillo e Peppone si stringono la mano ogni giorno.

Ma se una nazione perde la sua anima, con quali forze spirituali e morali potrà risorgere?

Francia ricordarti delle promesse del tuo battesimo.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



venerdì 5 settembre 2025

San Frassati: la vetta e l'abisso

 San Pier Giorgio Frassati: la vetta e l’abisso

In questi giorni l’attenzione dei media (cattolici e non) è rivolta a Carlo Acutis, il giovane beato dell’era digitale che la Chiesa si prepara a proclamare santo. È un segno potente, un linguaggio nuovo che incontra le generazioni cresciute tra computer e rete. Ma nello stesso giorno, apparentemente con più discrezione, sarà canonizzato anche Pier Giorgio Frassati, e sarebbe bizzarro dimenticare una delle pagine più luminose della santità del Novecento.

Torino, negli anni della sua giovinezza (Pier Giorgio Frassati : 6 aprile 1901 - 4 luglio 1925), era una città che respirava fatica e speranza. Le fabbriche che crescevano attorno a Mirafiori e alle officine del Lingotto fagocitavano la vita di migliaia di operai, uomini e donne costretti a ritmi di lavoro massacranti, a salari miseri, senza diritti e senza voce. La fine dell’Italia liberale e l’ascesa del fascismo non fecero che aggravare tensioni, conflitti e disuguaglianze. In quel contesto, tanti preferivano volgere lo sguardo altrove, difendere i propri privilegi o rifugiarsi nell’indifferenza. Pier Giorgio, figlio del senatore Alfredo, direttore de La Stampa, diplomatico a Berlino, avrebbe potuto essere uno di loro. Avrebbe potuto trascorrere i suoi ventiquattro anni tra comodità, studi e salotti, lontano dal dolore che percorreva le strade popolari della sua città. E invece scelse di scendere, come chi, dalla cima, non teme di affrontare l’abisso.

Frassati non guardava i poveri dall’alto in basso: li incontrava, li ascoltava, li serviva. Visitava i malati, portava medicine, aiutava chi non aveva di che vivere. Per lui, la Messa del mattino non era un rito isolato, ma il carburante spirituale e fisico di una giornata che trovava il suo compimento tra i bisogni concreti degli ultimi. Amava ripetere che l’Eucaristia e i poveri erano un unico altare: «Gesù mi visita la mattina in Comunione, io ricambio la visita servendo i poveri». Così la sua fede diventava azione sociale incarnata, non beneficenza né attivismo, ma testimonianza che univa contemplazione e giustizia.

Erede naturale di quella tradizione torinese che aveva già conosciuto santi come Giuseppe Cottolengo e don Bosco, Frassati raccolse il testimone dei “santi sociali” in una stagione nuova e drammatica. Non fondò opere monumentali, ma con la sua vita concreta costruì i mattoni di una dottrina sociale della Chiesa che faticava a radicarsi in Italia. Le encicliche Rerum Novarum (Leone XIII, 1891) e un secolo più tardi Laborem Exercens di Giovanni Paolo II sembrano trovare in lui una forza profetica: il lavoro è una vocazione divina, la dignità del lavoratore primo passo per la giustizia, la lotta alla schiavitù salariale come condizione per salvare l’anima stessa di un popolo.

Pier Giorgio non era un mistico, ma un giovane immerso nel suo tempo, capace di scegliere anche l’impegno politico: militante del Partito Popolare, partecipava a cortei, difendeva operai e studenti quando le squadracce fasciste cercavano di zittirli, rischiava sulla propria pelle pur di restare fedele a un’idea di società più giusta. Non era un rivoluzionario ideologico, ma un cristiano che viveva la radicalità del Vangelo nel cuore della polis.

Eppure, la sua vita non si esauriva nelle strade di Torino. Frassati aveva un’altra patria: la montagna. Era sulle vette che cercava la forza, la vicinanza a Dio, l’aria pura che tempra e sostiene. Quelle giornate tra le rocce e i ghiacciai non erano fuga, ma respiro: la fede, per lui, era solida come la roccia, e proprio sulle cime imparava a guardare più lontano, per poi scendere rinvigorito nel corpo e nello spirito, senza paura nell’abisso dei bassifondi urbani. Ancora oggi il suo amore per la montagna rimane scolpito nei sentieri delle Alpi piemontesi che portano il suo nome. Tra tutti, il Sentiero Frassati della Valle Maira, che si snoda tra boschi di larici, laghi alpini e pascoli silenziosi, vette solenni, è forse il più evocativo: un cammino che diventa parabola della sua esistenza, durezza e dolcezza, salita e discesa, contemplazione e servizio.

La sua canonizzazione, allora, non è solo memoria. È una chiamata per il nostro tempo. Perché oggi, come allora, il mondo del lavoro si sgretola: salari insufficienti, precarietà, sfruttamento, disprezzo, sgretolamento dei diritti, ingiustizie ormai non lontane dalle condizioni del proletariato degli anni Venti. Oggi come allora, la dottrina sociale della Chiesa rischia di restare parola se non diventa carne. E la carne comincia dal lavoro, dal riconoscere che la vocazione al lavoro è inscritta nel piano divino, e che soltanto quando il lavoro è vero lavoro – libero, giusto, degno – possiamo compiere il primo passo verso l’alto.

Frassati, come Bosco e Cottolengo, ci ricorda che per salvare la nostra anima dobbiamo prima riconoscere di averne una, e che questo passa anche dalla dignità con cui possiamo guadagnare il pane e costruire il futuro. E allora, nelle sue parole, quel motto che divenne il senso della sua esistenza – «Verso l’Alto» – non troviamo soltanto il richiamo alle cime alpine, ma un programma sociale e spirituale insieme: salire per incontrare Dio, poi scendere per servire l’uomo, e salire ancora, per non smarrire la speranza.

Domenica 7 settembre 2025, quando la Chiesa lo proclamerà santo, Pier Giorgio Frassati sarà per tutti bussola di una dottrina sociale che oggi ha bisogno di giovani, di coraggio e di fede rocciosa come la montagna. E la sua voce, limpida come l’aria dei ghiacciai e forte come il grido degli operai che difendeva, ci inviterà ancora una volta a non rimanere spettatori. Perché la santità, per lui, non era fuga dal mondo, ma immersione nelle sue ferite, fino a farne il luogo stesso dell’incontro con Cristo.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 4 settembre 2025

Eurovergogna

 Europa, la vergogna di tutte le vergogne: una sottocolonia USA governata da avidi corrotti

Che spettacolo grottesco quello dell’Europa contemporanea. Una manica di burocrati senza volto, premier impauriti e parlamenti ridotti a uffici esattoriali di Washington, che non esitano a massacrare i propri popoli pur di inchinarsi al padrone d’oltreoceano. E tutto con una faccia tosta che sfiora il sublime: ci raccontano di “difendere la libertà” mentre svuotano le tasche dei cittadini per riempire i container di armi made in USA da spedire a Kiev.

Perché sì, il business è questo: miliardi di euro estorti ai contribuenti europei, costretti a vivere in Stati che non hanno più medici negli ospedali, scuole che cadono a pezzi, forze dell’ordine ridotte all’osso. Ma per Zelensky e per i contractors americani i soldi ci sono sempre. Magicamente. Quando serve finanziare pensioni, ospedali, sicurezza, “non ci sono le coperture”. Quando si tratta di comprare missili Lockheed Martin o droni Raytheon, ecco spuntare decine di miliardi come funghi.

E non è neppure vero che Washington “ordina” e Bruxelles esegue. La realtà è ancora più squallida: sono i nostri governanti a correre a vendersi, a offrirsi come servi ancor prima che qualcuno li chiami. Non agiscono da vittime, ma da commercialisti zelanti, sempre pronti a cercare il favore delle lobby americane, della NATO, della CIA, di Wall Street. Non lavorano per un presidente eletto, nemmeno per Trump che almeno un’elezione l’ha vinta. Lavorano per quello che viene chiamato “stato profondo”: la fusione tossica tra il peggio dell’industria USA (armi e petrolio) e il peggio della finanza USA (i veri padroni sia dell’industria che della politica a stelle e strisce).

E la tragedia è che ci riescono.
Abbiamo governi che, davanti a milioni di cittadini ridotti in povertà, alzano la manina per firmare assegni miliardari a un regime corrotto come quello di Kiev, noto per oligarchi, repressioni e censura, ma che improvvisamente viene dipinto come un faro di democrazia. Una farsa degna della peggior commedia, se non fosse che le conseguenze sono morte, fame e macerie.

Siamo governati da corrotti avidi, incapaci perfino di simulare un minimo di dignità. Si vendono al miglior offerente, e il miglior offerente è sempre lo stesso: lo Stato Profondo americano, quella macchina infernale che produce guerre come altri producono automobili. E i cittadini europei? Carne da macello fiscale. Vacche da mungere. Pagatori forzati di una guerra che non è la loro.

Questa è l’Europa: non più un continente libero, ma la vergogna di tutte le vergogne. Una colonia, anzi peggio: una sottocolonia, dove i caporali al potere non sono altro che agenti di vendita delle multinazionali americane. Si sono messi l’elmetto, si riempiono la bocca di parole come “valori” e “difesa comune”, ma in realtà difendono solo i profitti dell’industria bellica e della finanza a stelle e strisce.

E intanto i cittadini muoiono negli ospedali senza medici, nelle strade senza sicurezza, nelle scuole senza futuro.
Questo è il risultato della “grande alleanza occidentale”. Una rapina a mano armata ai danni dei popoli europei, travestita da missione di civiltà.

Vergogna. Vergogna senza fine.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




martedì 2 settembre 2025

Ursula Airlines

 Ursula Airlines: volare alto, coi nostri soldi


C’è chi dice che la politica europea sia fatta di visioni, strategie, grandi ideali. Poi scopri che Ursula von der Leyen gira con l’aereo privato pagato dai contribuenti e capisci che la vera “visione” è il finestrino panoramico.

La presidente della Commissione UE, donna che predica la transizione verde, i treni notturni, la sostenibilità e l’Europa a misura di cittadino, quando deve muoversi non prende certo un Intercity con la carrozza rotta. No: sale sul suo jet scintillante. E noi paghiamo.

Il tragicomico episodio dell’altro giorno – l’aereo “costretto a navigare a vista” dopo un presunto attacco russo – è solo la ciliegina sulla torta. Il problema non è la Russia. Il problema è: perché Ursula ha un aereo?

Non eravamo nell’Europa dell’austerità, dei sacrifici, delle bollette da abbassare, delle emissioni da tagliare? Ai cittadini si dice di spegnere la luce e abbassare il termostato, mentre a Bruxelles si finanzia l’ennesimo jet presidenziale che vola da capitale a capitale come un Uber con le ali.

La scena è grottesca: mentre milioni di europei stringono la cinghia, la “Capa” sorvola i cieli con il suo taxi volante. E quando l’aereo ha problemi tecnici? Panico. Ma non per il rischio in sé: per il rischio che i cittadini si accorgano di quanto ridicolo sia tutto questo.

La verità è semplice: il vero scandalo non è un attacco russo, ma un attacco al buon senso. E firmato da chi governa l’Unione.

Ursula Airlines: biglietto a carico nostro, destinazione ignota, comfort garantito.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



lunedì 1 settembre 2025

Il mondo cambia in Cina

 Teheran, Mosca e Pechino: il mondo non è più un cortile di casa dell’Occidente


Al summit della SCO in Cina, Vladimir Putin e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si sono trovati faccia a faccia per discutere del dossier più “intoccabile” di tutti: il diritto dell’Iran a sviluppare energia nucleare civile. Un diritto che per il blocco euro-atlantico sembra un crimine da punire, salvo quando a impianti atomici ci pensano Parigi, Londra o Tel Aviv.

Ancora una volta, l’Europa e i suoi compari angloamericani hanno attivato la solita arma spuntata delle sanzioni, tentando di strangolare economicamente Teheran con lo “snapback”. Ma questa mossa, respinta con fermezza da Mosca, Pechino e dallo stesso Iran, appare sempre più come l’ultimo riflesso condizionato di un sistema che non accetta di non essere più il padrone del gioco.

Il vertice di Tianjin ha mostrato con chiarezza che il mondo è cambiato: Xi Jinping ha accusato apertamente “i Paesi bulli” di piegare le regole a proprio piacimento, mentre Putin ha riaffermato che nessuna nazione può essere privata del suo diritto sovrano all’autodeterminazione energetica. Il sostegno russo a Teheran è stato netto: l’Iran ha il pieno diritto di dotarsi di centrali nucleari, al pari di Francia, Regno Unito o Stati Uniti, senza essere umiliato da diktat arbitrari.

La verità è semplice: gli Stati Uniti, la NATO, l’UE e Israele non sopportano l’idea che l’energia, la tecnologia e il futuro non passino più esclusivamente attraverso i loro cancelli. Vogliono mantenere il privilegio di decidere chi può e chi non può usare l’atomo civile, come se il pianeta fosse il loro liceo e gli altri popoli studenti da intimidire nel corridoio. Ma questa stagione è finita.

Il summit SCO non è stato un incontro di routine, bensì un segnale inequivocabile: esiste un mondo che non accetta più il bullismo occidentale. Un mondo che non chiede permesso a Washington o Bruxelles per produrre energia, costruire infrastrutture o decidere la propria politica estera. E in questo nuovo scenario multipolare, l’Iran non è un “problema da gestire”, ma un attore sovrano che rivendica — insieme a Russia, Cina e molti altri — la dignità che l’Occidente vorrebbe negare.

Il tempo in cui pochi governi si atteggiavano a maestri di condotta universale è tramontato. Ogni Paese, dall’Iran all’India, dalla Russia alla Cina, ha non solo il diritto ma il dovere di costruire la propria strada. E se l’Occidente grida allo scandalo, è solo perché non regge lo specchio che gli viene messo davanti: quello di un mondo che non gli appartiene più.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 23 agosto 2025

Il Meeting dei potenti

 Meeting di Rimini: dall’amicizia tra i popoli ai pulpiti dei potenti


Il Meeting dell’amicizia tra i popoli, nato come spazio di incontro, confronto e apertura, è sempre più un palco concesso ai potenti per legittimarsi, raccontare la loro versione della storia e pretendere applausi. Quest’anno l’ospite d’onore è stato Mario Draghi, l’ex banchiere, l’ex premier, il “salvatore dell’euro” che ogni volta si ripresenta sotto nuove vesti, con lo stesso mantra: più Europa, sempre e solo più Europa.

E qui sta la clamorosa contraddizione.
Draghi ci ha spiegato che l’Europa ha fallito: impotente in Ucraina, irrilevante nei negoziati di pace, spettatrice mentre Gaza veniva rasa al suolo, subalterna alla Cina sulle materie prime strategiche. Una diagnosi brutale, perfino impietosa.
E la terapia? Più Europa.
Tradotto: più debito comune, più vincoli, più centralizzazione, più poteri trasferiti a Bruxelles.

Nessuna parola – neanche di striscio – sulle vere catastrofi delle politiche europee. Nessun ripensamento sul Green Deal che ha massacrato interi settori produttivi e gonfiato le bollette. Nessuna riflessione sulla rinuncia al nucleare, scelta ideologica che ci ha reso dipendenti dal gas e dall’instabilità geopolitica. Nessuna autocritica sui costi dell’energia schizzati alle stelle, con famiglie e imprese dissanguate da un mercato “libero” sostenuto a colpi di sussidi pubblici alle rinnovabili.

Draghi denuncia l’erosione della classe media, ma tace sul fatto che quell’erosione è stata pianificata, gestita e resa inevitabile proprio dal modello di Europa che lui ha incarnato: libero mercato senza difese, austerità mascherata da virtù, precarietà spacciata per flessibilità.

Da trent’anni siamo una colonia culturale e politica degli Stati Uniti: NATO, CIA, ONG finanziate da Washington, filantropi alla Soros che impongono le loro agende. Eppure, come per magia, a Rimini arriva Draghi a spiegarci che l’Europa non conta nulla sulla scena internazionale. Un’epifania tardiva e ipocrita.

E nessuno – nemmeno in un Meeting che dovrebbe dare voce ai popoli – gli ha rinfacciato le sue stesse parole del 2022. Era l’estate degli incendi, dell’afa insopportabile, dei morti per caldo. E lui, da premier, chiedeva agli italiani: volete il condizionatore acceso o la pace in Ucraina? Un ricatto morale indegno, pronunciato mentre la gente moriva letteralmente di caldo e di bollette.

Tre anni dopo, eccolo di nuovo, accolto come un guru, un sacerdote laico: don Draghi, il prete dell’Unione Europea. L’Europa ha fallito, ma ci dicono che senza il suo fallimento non possiamo vivere. Come se il cappio fosse diventato un salvagente.

Eppure la gente comune non chiede più Europa: chiede vita, potere d’acquisto, salari dignitosi, energia a basso costo. Chiede libertà dalle sudditanze, dalle guerre per procura, dalle ideologie calate dall’alto.

A Rimini invece non ci sono state domande scomode, non ci sono state voci libere. Solo applausi.
Applausi indegni.
Al Meeting dei pulpiti, non dei popoli.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo





La gioventù francese presenta il conto

  Notre jeunesse : La gioventù francese presenta il conto a Macron *** Da alcune settimane la Francia assiste a una mobilitazione studente...