venerdì 5 settembre 2025

San Frassati: la vetta e l'abisso

 San Pier Giorgio Frassati: la vetta e l’abisso

In questi giorni l’attenzione dei media (cattolici e non) è rivolta a Carlo Acutis, il giovane beato dell’era digitale che la Chiesa si prepara a proclamare santo. È un segno potente, un linguaggio nuovo che incontra le generazioni cresciute tra computer e rete. Ma nello stesso giorno, apparentemente con più discrezione, sarà canonizzato anche Pier Giorgio Frassati, e sarebbe bizzarro dimenticare una delle pagine più luminose della santità del Novecento.

Torino, negli anni della sua giovinezza (Pier Giorgio Frassati : 6 aprile 1901 - 4 luglio 1925), era una città che respirava fatica e speranza. Le fabbriche che crescevano attorno a Mirafiori e alle officine del Lingotto fagocitavano la vita di migliaia di operai, uomini e donne costretti a ritmi di lavoro massacranti, a salari miseri, senza diritti e senza voce. La fine dell’Italia liberale e l’ascesa del fascismo non fecero che aggravare tensioni, conflitti e disuguaglianze. In quel contesto, tanti preferivano volgere lo sguardo altrove, difendere i propri privilegi o rifugiarsi nell’indifferenza. Pier Giorgio, figlio del senatore Alfredo, direttore de La Stampa, diplomatico a Berlino, avrebbe potuto essere uno di loro. Avrebbe potuto trascorrere i suoi ventiquattro anni tra comodità, studi e salotti, lontano dal dolore che percorreva le strade popolari della sua città. E invece scelse di scendere, come chi, dalla cima, non teme di affrontare l’abisso.

Frassati non guardava i poveri dall’alto in basso: li incontrava, li ascoltava, li serviva. Visitava i malati, portava medicine, aiutava chi non aveva di che vivere. Per lui, la Messa del mattino non era un rito isolato, ma il carburante spirituale e fisico di una giornata che trovava il suo compimento tra i bisogni concreti degli ultimi. Amava ripetere che l’Eucaristia e i poveri erano un unico altare: «Gesù mi visita la mattina in Comunione, io ricambio la visita servendo i poveri». Così la sua fede diventava azione sociale incarnata, non beneficenza né attivismo, ma testimonianza che univa contemplazione e giustizia.

Erede naturale di quella tradizione torinese che aveva già conosciuto santi come Giuseppe Cottolengo e don Bosco, Frassati raccolse il testimone dei “santi sociali” in una stagione nuova e drammatica. Non fondò opere monumentali, ma con la sua vita concreta costruì i mattoni di una dottrina sociale della Chiesa che faticava a radicarsi in Italia. Le encicliche Rerum Novarum (Leone XIII, 1891) e un secolo più tardi Laborem Exercens di Giovanni Paolo II sembrano trovare in lui una forza profetica: il lavoro è una vocazione divina, la dignità del lavoratore primo passo per la giustizia, la lotta alla schiavitù salariale come condizione per salvare l’anima stessa di un popolo.

Pier Giorgio non era un mistico, ma un giovane immerso nel suo tempo, capace di scegliere anche l’impegno politico: militante del Partito Popolare, partecipava a cortei, difendeva operai e studenti quando le squadracce fasciste cercavano di zittirli, rischiava sulla propria pelle pur di restare fedele a un’idea di società più giusta. Non era un rivoluzionario ideologico, ma un cristiano che viveva la radicalità del Vangelo nel cuore della polis.

Eppure, la sua vita non si esauriva nelle strade di Torino. Frassati aveva un’altra patria: la montagna. Era sulle vette che cercava la forza, la vicinanza a Dio, l’aria pura che tempra e sostiene. Quelle giornate tra le rocce e i ghiacciai non erano fuga, ma respiro: la fede, per lui, era solida come la roccia, e proprio sulle cime imparava a guardare più lontano, per poi scendere rinvigorito nel corpo e nello spirito, senza paura nell’abisso dei bassifondi urbani. Ancora oggi il suo amore per la montagna rimane scolpito nei sentieri delle Alpi piemontesi che portano il suo nome. Tra tutti, il Sentiero Frassati della Valle Maira, che si snoda tra boschi di larici, laghi alpini e pascoli silenziosi, vette solenni, è forse il più evocativo: un cammino che diventa parabola della sua esistenza, durezza e dolcezza, salita e discesa, contemplazione e servizio.

La sua canonizzazione, allora, non è solo memoria. È una chiamata per il nostro tempo. Perché oggi, come allora, il mondo del lavoro si sgretola: salari insufficienti, precarietà, sfruttamento, disprezzo, sgretolamento dei diritti, ingiustizie ormai non lontane dalle condizioni del proletariato degli anni Venti. Oggi come allora, la dottrina sociale della Chiesa rischia di restare parola se non diventa carne. E la carne comincia dal lavoro, dal riconoscere che la vocazione al lavoro è inscritta nel piano divino, e che soltanto quando il lavoro è vero lavoro – libero, giusto, degno – possiamo compiere il primo passo verso l’alto.

Frassati, come Bosco e Cottolengo, ci ricorda che per salvare la nostra anima dobbiamo prima riconoscere di averne una, e che questo passa anche dalla dignità con cui possiamo guadagnare il pane e costruire il futuro. E allora, nelle sue parole, quel motto che divenne il senso della sua esistenza – «Verso l’Alto» – non troviamo soltanto il richiamo alle cime alpine, ma un programma sociale e spirituale insieme: salire per incontrare Dio, poi scendere per servire l’uomo, e salire ancora, per non smarrire la speranza.

Domenica 7 settembre 2025, quando la Chiesa lo proclamerà santo, Pier Giorgio Frassati sarà per tutti bussola di una dottrina sociale che oggi ha bisogno di giovani, di coraggio e di fede rocciosa come la montagna. E la sua voce, limpida come l’aria dei ghiacciai e forte come il grido degli operai che difendeva, ci inviterà ancora una volta a non rimanere spettatori. Perché la santità, per lui, non era fuga dal mondo, ma immersione nelle sue ferite, fino a farne il luogo stesso dell’incontro con Cristo.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 4 settembre 2025

Eurovergogna

 Europa, la vergogna di tutte le vergogne: una sottocolonia USA governata da avidi corrotti

Che spettacolo grottesco quello dell’Europa contemporanea. Una manica di burocrati senza volto, premier impauriti e parlamenti ridotti a uffici esattoriali di Washington, che non esitano a massacrare i propri popoli pur di inchinarsi al padrone d’oltreoceano. E tutto con una faccia tosta che sfiora il sublime: ci raccontano di “difendere la libertà” mentre svuotano le tasche dei cittadini per riempire i container di armi made in USA da spedire a Kiev.

Perché sì, il business è questo: miliardi di euro estorti ai contribuenti europei, costretti a vivere in Stati che non hanno più medici negli ospedali, scuole che cadono a pezzi, forze dell’ordine ridotte all’osso. Ma per Zelensky e per i contractors americani i soldi ci sono sempre. Magicamente. Quando serve finanziare pensioni, ospedali, sicurezza, “non ci sono le coperture”. Quando si tratta di comprare missili Lockheed Martin o droni Raytheon, ecco spuntare decine di miliardi come funghi.

E non è neppure vero che Washington “ordina” e Bruxelles esegue. La realtà è ancora più squallida: sono i nostri governanti a correre a vendersi, a offrirsi come servi ancor prima che qualcuno li chiami. Non agiscono da vittime, ma da commercialisti zelanti, sempre pronti a cercare il favore delle lobby americane, della NATO, della CIA, di Wall Street. Non lavorano per un presidente eletto, nemmeno per Trump che almeno un’elezione l’ha vinta. Lavorano per quello che viene chiamato “stato profondo”: la fusione tossica tra il peggio dell’industria USA (armi e petrolio) e il peggio della finanza USA (i veri padroni sia dell’industria che della politica a stelle e strisce).

E la tragedia è che ci riescono.
Abbiamo governi che, davanti a milioni di cittadini ridotti in povertà, alzano la manina per firmare assegni miliardari a un regime corrotto come quello di Kiev, noto per oligarchi, repressioni e censura, ma che improvvisamente viene dipinto come un faro di democrazia. Una farsa degna della peggior commedia, se non fosse che le conseguenze sono morte, fame e macerie.

Siamo governati da corrotti avidi, incapaci perfino di simulare un minimo di dignità. Si vendono al miglior offerente, e il miglior offerente è sempre lo stesso: lo Stato Profondo americano, quella macchina infernale che produce guerre come altri producono automobili. E i cittadini europei? Carne da macello fiscale. Vacche da mungere. Pagatori forzati di una guerra che non è la loro.

Questa è l’Europa: non più un continente libero, ma la vergogna di tutte le vergogne. Una colonia, anzi peggio: una sottocolonia, dove i caporali al potere non sono altro che agenti di vendita delle multinazionali americane. Si sono messi l’elmetto, si riempiono la bocca di parole come “valori” e “difesa comune”, ma in realtà difendono solo i profitti dell’industria bellica e della finanza a stelle e strisce.

E intanto i cittadini muoiono negli ospedali senza medici, nelle strade senza sicurezza, nelle scuole senza futuro.
Questo è il risultato della “grande alleanza occidentale”. Una rapina a mano armata ai danni dei popoli europei, travestita da missione di civiltà.

Vergogna. Vergogna senza fine.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




martedì 2 settembre 2025

Ursula Airlines

 Ursula Airlines: volare alto, coi nostri soldi


C’è chi dice che la politica europea sia fatta di visioni, strategie, grandi ideali. Poi scopri che Ursula von der Leyen gira con l’aereo privato pagato dai contribuenti e capisci che la vera “visione” è il finestrino panoramico.

La presidente della Commissione UE, donna che predica la transizione verde, i treni notturni, la sostenibilità e l’Europa a misura di cittadino, quando deve muoversi non prende certo un Intercity con la carrozza rotta. No: sale sul suo jet scintillante. E noi paghiamo.

Il tragicomico episodio dell’altro giorno – l’aereo “costretto a navigare a vista” dopo un presunto attacco russo – è solo la ciliegina sulla torta. Il problema non è la Russia. Il problema è: perché Ursula ha un aereo?

Non eravamo nell’Europa dell’austerità, dei sacrifici, delle bollette da abbassare, delle emissioni da tagliare? Ai cittadini si dice di spegnere la luce e abbassare il termostato, mentre a Bruxelles si finanzia l’ennesimo jet presidenziale che vola da capitale a capitale come un Uber con le ali.

La scena è grottesca: mentre milioni di europei stringono la cinghia, la “Capa” sorvola i cieli con il suo taxi volante. E quando l’aereo ha problemi tecnici? Panico. Ma non per il rischio in sé: per il rischio che i cittadini si accorgano di quanto ridicolo sia tutto questo.

La verità è semplice: il vero scandalo non è un attacco russo, ma un attacco al buon senso. E firmato da chi governa l’Unione.

Ursula Airlines: biglietto a carico nostro, destinazione ignota, comfort garantito.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



lunedì 1 settembre 2025

Il mondo cambia in Cina

 Teheran, Mosca e Pechino: il mondo non è più un cortile di casa dell’Occidente


Al summit della SCO in Cina, Vladimir Putin e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si sono trovati faccia a faccia per discutere del dossier più “intoccabile” di tutti: il diritto dell’Iran a sviluppare energia nucleare civile. Un diritto che per il blocco euro-atlantico sembra un crimine da punire, salvo quando a impianti atomici ci pensano Parigi, Londra o Tel Aviv.

Ancora una volta, l’Europa e i suoi compari angloamericani hanno attivato la solita arma spuntata delle sanzioni, tentando di strangolare economicamente Teheran con lo “snapback”. Ma questa mossa, respinta con fermezza da Mosca, Pechino e dallo stesso Iran, appare sempre più come l’ultimo riflesso condizionato di un sistema che non accetta di non essere più il padrone del gioco.

Il vertice di Tianjin ha mostrato con chiarezza che il mondo è cambiato: Xi Jinping ha accusato apertamente “i Paesi bulli” di piegare le regole a proprio piacimento, mentre Putin ha riaffermato che nessuna nazione può essere privata del suo diritto sovrano all’autodeterminazione energetica. Il sostegno russo a Teheran è stato netto: l’Iran ha il pieno diritto di dotarsi di centrali nucleari, al pari di Francia, Regno Unito o Stati Uniti, senza essere umiliato da diktat arbitrari.

La verità è semplice: gli Stati Uniti, la NATO, l’UE e Israele non sopportano l’idea che l’energia, la tecnologia e il futuro non passino più esclusivamente attraverso i loro cancelli. Vogliono mantenere il privilegio di decidere chi può e chi non può usare l’atomo civile, come se il pianeta fosse il loro liceo e gli altri popoli studenti da intimidire nel corridoio. Ma questa stagione è finita.

Il summit SCO non è stato un incontro di routine, bensì un segnale inequivocabile: esiste un mondo che non accetta più il bullismo occidentale. Un mondo che non chiede permesso a Washington o Bruxelles per produrre energia, costruire infrastrutture o decidere la propria politica estera. E in questo nuovo scenario multipolare, l’Iran non è un “problema da gestire”, ma un attore sovrano che rivendica — insieme a Russia, Cina e molti altri — la dignità che l’Occidente vorrebbe negare.

Il tempo in cui pochi governi si atteggiavano a maestri di condotta universale è tramontato. Ogni Paese, dall’Iran all’India, dalla Russia alla Cina, ha non solo il diritto ma il dovere di costruire la propria strada. E se l’Occidente grida allo scandalo, è solo perché non regge lo specchio che gli viene messo davanti: quello di un mondo che non gli appartiene più.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 23 agosto 2025

Il Meeting dei potenti

 Meeting di Rimini: dall’amicizia tra i popoli ai pulpiti dei potenti


Il Meeting dell’amicizia tra i popoli, nato come spazio di incontro, confronto e apertura, è sempre più un palco concesso ai potenti per legittimarsi, raccontare la loro versione della storia e pretendere applausi. Quest’anno l’ospite d’onore è stato Mario Draghi, l’ex banchiere, l’ex premier, il “salvatore dell’euro” che ogni volta si ripresenta sotto nuove vesti, con lo stesso mantra: più Europa, sempre e solo più Europa.

E qui sta la clamorosa contraddizione.
Draghi ci ha spiegato che l’Europa ha fallito: impotente in Ucraina, irrilevante nei negoziati di pace, spettatrice mentre Gaza veniva rasa al suolo, subalterna alla Cina sulle materie prime strategiche. Una diagnosi brutale, perfino impietosa.
E la terapia? Più Europa.
Tradotto: più debito comune, più vincoli, più centralizzazione, più poteri trasferiti a Bruxelles.

Nessuna parola – neanche di striscio – sulle vere catastrofi delle politiche europee. Nessun ripensamento sul Green Deal che ha massacrato interi settori produttivi e gonfiato le bollette. Nessuna riflessione sulla rinuncia al nucleare, scelta ideologica che ci ha reso dipendenti dal gas e dall’instabilità geopolitica. Nessuna autocritica sui costi dell’energia schizzati alle stelle, con famiglie e imprese dissanguate da un mercato “libero” sostenuto a colpi di sussidi pubblici alle rinnovabili.

Draghi denuncia l’erosione della classe media, ma tace sul fatto che quell’erosione è stata pianificata, gestita e resa inevitabile proprio dal modello di Europa che lui ha incarnato: libero mercato senza difese, austerità mascherata da virtù, precarietà spacciata per flessibilità.

Da trent’anni siamo una colonia culturale e politica degli Stati Uniti: NATO, CIA, ONG finanziate da Washington, filantropi alla Soros che impongono le loro agende. Eppure, come per magia, a Rimini arriva Draghi a spiegarci che l’Europa non conta nulla sulla scena internazionale. Un’epifania tardiva e ipocrita.

E nessuno – nemmeno in un Meeting che dovrebbe dare voce ai popoli – gli ha rinfacciato le sue stesse parole del 2022. Era l’estate degli incendi, dell’afa insopportabile, dei morti per caldo. E lui, da premier, chiedeva agli italiani: volete il condizionatore acceso o la pace in Ucraina? Un ricatto morale indegno, pronunciato mentre la gente moriva letteralmente di caldo e di bollette.

Tre anni dopo, eccolo di nuovo, accolto come un guru, un sacerdote laico: don Draghi, il prete dell’Unione Europea. L’Europa ha fallito, ma ci dicono che senza il suo fallimento non possiamo vivere. Come se il cappio fosse diventato un salvagente.

Eppure la gente comune non chiede più Europa: chiede vita, potere d’acquisto, salari dignitosi, energia a basso costo. Chiede libertà dalle sudditanze, dalle guerre per procura, dalle ideologie calate dall’alto.

A Rimini invece non ci sono state domande scomode, non ci sono state voci libere. Solo applausi.
Applausi indegni.
Al Meeting dei pulpiti, non dei popoli.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo





venerdì 22 agosto 2025

Pensiero cattoatlantista

 

La memoria corta di Socci sulla Russia e l’Occidente

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Antonio Socci, nel suo ultimo articolo, dipinge Vladimir Putin come erede del comunismo sovietico, accusandolo di usare la forza e minacciare la pace. Una lettura comoda, allineata alla narrativa atlantica, che però ignora alcuni dati di fatto essenziali della storia recente.

(articolo di Socci al seguente LINK)

Dopo la Guerra Fredda: chi fece davvero la pace?

Alla fine del confronto bipolare, fu l’Unione Sovietica a compiere i passi concreti verso la distensione:
- Scioglimento del Patto di Varsavia e ritiro delle truppe dai Paesi satelliti.
- Smantellamento delle basi e dei missili nucleari in Europa Orientale.

Intanto la NATO non si è mai ritirata: si è allargata verso Est, includendo diverse nazioni antistanti alla Russia—dal 1999 con Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia; al 2004 con Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia e i tre Stati baltici; fino all’adesione di Albania (2009), Montenegro (2017), Nord Macedonia (2020), Finlandia (2023) e Svezia (2024). Ha inoltre piazzato basi militari e sistemi missilistici alle porte della Russia. Se questo è spirito diplomatico, davvero pare un’interpretazione elastica.

Post-introduzione: l’uso della forza secondo Washington

Socci accusa Putin di usare la forza. Ma davvero Washington è il campione della non violenza? La storia recente racconta il contrario:
- Guerre di distruzione: Iraq, Afghanistan, Libia—senza mandato ONU, con intere regioni devastate.
- Guantanamo: simbolo globale della sospensione del diritto e torture legalizzate.
- Sanzioni e dazi unilaterali, anche contro alleati, sfruttando l’extraterritorialità del diritto americano.
- Interferenze sistematiche: colpi di stato, rivoluzioni colorate, instabilità pilotata in America Latina, Medio Oriente, Africa.

Se definire l’uso della forza come arma geopolitica è lecito, gli Stati Uniti ne hanno fatto la loro dottrina principale. Col passar del tempo, la furia di Socci verso Mosca rivela più che altro un doppio standard, non certo una difesa della pace.

Gli anni ’90: il paradiso secondo Socci?

Socci indica nel periodo post-sovietico una rinascita democratica, ma dimentica l'emergenza umanitaria che ne seguì. Le riforme ultraliberiste dei “Chicago boys”, caldeggiate da Washington, produssero effetti disastrosi:
- Il PIL russo crollò del 40% tra il 1991 e il 1998.
- La povertà esplose, passando dal 2% al 50% della popolazione russa nel 1993.
- L’aspettativa di vita maschile crollò, da 65 a 57 anni.
- La mortalità infantile aumentò del 15%.
- Il Paese fu svenduto a oligarchi, mentre lo Stato sociale veniva smantellato.

Ecco la “democrazia” che oggi si rimpiange: un esperimento neoliberale che consegnò la Russia al caos, all’umiliazione e all’umiliante subordinazione globale.

Putin e la stabilità ritrovata

L’avvento di Putin ha rappresentato una svolta: stabilità politica, crescita economica (con un PIL triplicato nei primi dieci anni del suo governo), calo della povertà (dal 30% a meno del 15% entro il 2010), e un ritorno al ruolo geopolitico. Certo, la Russia non è una democrazia liberale, ma è indubbio che Putin abbia fermato un progetto di smantellamento del Paese che era stato pubblicamente teorizzato da strateghi statunitensi come Zbigniew Brzezinski, per cui una Russia divisa e indebolita era prerequisito del predominio americano.

Prima conclusione: i valori occidentali e l’aborto

Socci evoca i valori dell’Occidente come modello universale. Ma da cattolico dovrebbe interrogarsi sull’altro lato della storia: milioni di aborti legittimati ogni anno in Occidente, sponsorizzati da agenzie governative USA con campagne pro choice anche in Africa—una vera e propria esportazione culturale della cultura dello scarto.

In Russia, invece, lo Stato promuove politiche opposte: incentivi alla natalità, sostegno alle giovani madri, difesa della famiglia tradizionale. È una politica che, senza pretesa di perfezione, valorizza la vita nascente—una coerenza cristiana vera che manca nei Paesi che più rimpiangono la “democrazia occidentale”.

Seconda conclusione: indipendenza o propaganda?

Chiudiamo con una domanda sullo stesso Socci e sul suo giornale di riferimento, Libero—quotidiano dalle vendite risicate, eppure in grado di sopravvivere da anni grazie a narrative perfettamente allineate a Washington.

Sorge spontaneo domandarsi: dove attingono i fondi che lo tengono in piedi? Merito editoriale o sovvenzioni provenienti da canali atlantici che sostengono una rete di opinionisti duttili alla linea americana? Se si difende “l’indipendenza”, allora servirebbe trasparenza: chi scrive, davvero lo fa con passione? O con inchiostro pagato da qualcun altro?

LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



mercoledì 20 agosto 2025

Classe media e inferno fiscale

 

Italia, l’eldorado fiscale per i ricchi… e l’inferno per chi lavora

Negli ultimi anni, quotidiani stranieri come Le Figaro hanno dipinto l’Italia come un nuovo “paradiso fiscale”. Ed è vero: per chi ha patrimoni milionari all’estero o per chi arriva con pensioni dorate, il Belpaese ha creato regimi fiscali che sembrano disegnati su misura per attrarre capitali. Ma mentre il governo apre le porte ai miliardari, chi vive e lavora in Italia continua a essere schiacciato da una pressione fiscale tra le più alte d’Europa. Una contraddizione che grida vendetta.


Regali fiscali ai super-ricchi

Dal 2017 esiste un regime che permette ai nuovi residenti stranieri facoltosi di pagare un’imposta forfettaria di 100.000 euro all’anno (diventati 200.000 nel 2024) per tutti i redditi prodotti all’estero. Poco importa se i patrimoni superano i 10, 50 o 100 milioni: il fisco italiano chiude un occhio e si accontenta di questa cifra ridicola rispetto alle aliquote normali. I familiari possono aggiungersi con un contributo di appena 25.000 euro a testa.

Tradotto: se sei un multimiliardario russo, americano o francese e decidi di comprare una villa in Toscana o a Milano, puoi mettere al sicuro il tuo impero finanziario pagando in Italia meno di quanto pagherebbe un piccolo imprenditore locale che fattura 300.000 euro all’anno.


Pensionati d’oro nel Sud

Dal 2019, i pensionati stranieri che si trasferiscono in comuni del Sud Italia con meno di 20.000 abitanti godono di un regime speciale: solo il 7% di tasse sui redditi esteri per 10 anni. L’idea ufficiale è quella di ripopolare aree depresse. Ma nella realtà, questo privilegio riguarda soprattutto pensionati benestanti del Nord Europa che comprano case a prezzi stracciati, mentre i pensionati italiani che hanno lavorato 40 anni nel Paese continuano a vedere le loro pensioni divorate dall’IRPEF e dalle addizionali regionali e comunali.


Il regime “impatriati”: sconti per chi arriva, non per chi resta

Dal 2024, chi si trasferisce in Italia per lavoro dopo almeno 3 anni all’estero può godere di un’esenzione del 50% sui redditi prodotti in Italia (60% se ha figli). Un regalo sostanzioso che dura 5 anni. Chi resta fedele al proprio Paese, invece, paga fino al 43% di IRPEF, a cui si aggiungono l’addizionale regionale (1–3,3%) e quella comunale (fino a 0,9%). In totale, un lavoratore italiano può arrivare a lasciare allo Stato quasi la metà di ciò che guadagna.


La realtà della classe media italiana

Per il cittadino medio, l’Italia non è affatto un paradiso. È un inferno fiscale e burocratico:
- Aliquote IRPEF altissime e complicate.
- Contributi previdenziali da record per dipendenti e autonomi.
- Una giungla di imposte locali, bolli, accise, balzelli assurdi che rendono la vita impossibile a chi produce davvero ricchezza.

Mentre il miliardario straniero brinda con Prosecco nella sua villa vista mare, l’artigiano, il professionista e il piccolo imprenditore italiani devono fare i conti con cartelle esattoriali, controlli fiscali soffocanti e un sistema che punisce chi lavora onestamente.


Il silenzio complice dei media

E qui sta forse lo scandalo più grande: questa vergogna passa sotto silenzio. Nessun telegiornale, nessun grande quotidiano nazionale denuncia apertamente queste misure indegne. Gli italiani comuni non hanno la minima idea che esistono miliardari che pagano meno tasse di loro grazie a regimi speciali cuciti su misura. I media preferiscono parlare di gossip, cronaca nera o polemiche superficiali, ma non toccano mai il cuore della questione: un sistema fiscale che massacra la classe media e risparmia i super-ricchi.

È un silenzio assordante, che alimenta la disinformazione e protegge l’élite economica e politica che ha creato questo meccanismo perverso.


Una scelta politica vergognosa

Queste politiche fiscali non sono frutto del caso: sono il segnale chiaro di un Paese che ha deciso di corteggiare i capitali stranieri e i ricchi “di passaggio”, ignorando completamente chi da decenni manda avanti l’Italia con il proprio lavoro e le proprie tasse. È un’ingiustizia sociale che divide il Paese in due:
- da una parte, i nuovi privilegiati, attratti da regimi fiscali speciali;
- dall’altra, i cittadini italiani, condannati a un eterno salasso fiscale.


Conclusione

L’Italia non è un paradiso fiscale. È un Paese schizofrenico: un eldorado per i miliardari, ma un inferno fiscale per la sua gente. Finché i governi continueranno a umiliare la classe media e i lavoratori con tasse insostenibili, mentre stendono tappeti rossi ai ricchi stranieri e i media tacciono vigliaccamente, la retorica dell’“attrattività” sarà solo una maschera di un’ingiustizia profonda e corrosiva.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



La gioventù francese presenta il conto

  Notre jeunesse : La gioventù francese presenta il conto a Macron *** Da alcune settimane la Francia assiste a una mobilitazione studente...