venerdì 22 agosto 2025

Pensiero cattoatlantista

 

La memoria corta di Socci sulla Russia e l’Occidente

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Antonio Socci, nel suo ultimo articolo, dipinge Vladimir Putin come erede del comunismo sovietico, accusandolo di usare la forza e minacciare la pace. Una lettura comoda, allineata alla narrativa atlantica, che però ignora alcuni dati di fatto essenziali della storia recente.

(articolo di Socci al seguente LINK)

Dopo la Guerra Fredda: chi fece davvero la pace?

Alla fine del confronto bipolare, fu l’Unione Sovietica a compiere i passi concreti verso la distensione:
- Scioglimento del Patto di Varsavia e ritiro delle truppe dai Paesi satelliti.
- Smantellamento delle basi e dei missili nucleari in Europa Orientale.

Intanto la NATO non si è mai ritirata: si è allargata verso Est, includendo diverse nazioni antistanti alla Russia—dal 1999 con Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia; al 2004 con Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia e i tre Stati baltici; fino all’adesione di Albania (2009), Montenegro (2017), Nord Macedonia (2020), Finlandia (2023) e Svezia (2024). Ha inoltre piazzato basi militari e sistemi missilistici alle porte della Russia. Se questo è spirito diplomatico, davvero pare un’interpretazione elastica.

Post-introduzione: l’uso della forza secondo Washington

Socci accusa Putin di usare la forza. Ma davvero Washington è il campione della non violenza? La storia recente racconta il contrario:
- Guerre di distruzione: Iraq, Afghanistan, Libia—senza mandato ONU, con intere regioni devastate.
- Guantanamo: simbolo globale della sospensione del diritto e torture legalizzate.
- Sanzioni e dazi unilaterali, anche contro alleati, sfruttando l’extraterritorialità del diritto americano.
- Interferenze sistematiche: colpi di stato, rivoluzioni colorate, instabilità pilotata in America Latina, Medio Oriente, Africa.

Se definire l’uso della forza come arma geopolitica è lecito, gli Stati Uniti ne hanno fatto la loro dottrina principale. Col passar del tempo, la furia di Socci verso Mosca rivela più che altro un doppio standard, non certo una difesa della pace.

Gli anni ’90: il paradiso secondo Socci?

Socci indica nel periodo post-sovietico una rinascita democratica, ma dimentica l'emergenza umanitaria che ne seguì. Le riforme ultraliberiste dei “Chicago boys”, caldeggiate da Washington, produssero effetti disastrosi:
- Il PIL russo crollò del 40% tra il 1991 e il 1998.
- La povertà esplose, passando dal 2% al 50% della popolazione russa nel 1993.
- L’aspettativa di vita maschile crollò, da 65 a 57 anni.
- La mortalità infantile aumentò del 15%.
- Il Paese fu svenduto a oligarchi, mentre lo Stato sociale veniva smantellato.

Ecco la “democrazia” che oggi si rimpiange: un esperimento neoliberale che consegnò la Russia al caos, all’umiliazione e all’umiliante subordinazione globale.

Putin e la stabilità ritrovata

L’avvento di Putin ha rappresentato una svolta: stabilità politica, crescita economica (con un PIL triplicato nei primi dieci anni del suo governo), calo della povertà (dal 30% a meno del 15% entro il 2010), e un ritorno al ruolo geopolitico. Certo, la Russia non è una democrazia liberale, ma è indubbio che Putin abbia fermato un progetto di smantellamento del Paese che era stato pubblicamente teorizzato da strateghi statunitensi come Zbigniew Brzezinski, per cui una Russia divisa e indebolita era prerequisito del predominio americano.

Prima conclusione: i valori occidentali e l’aborto

Socci evoca i valori dell’Occidente come modello universale. Ma da cattolico dovrebbe interrogarsi sull’altro lato della storia: milioni di aborti legittimati ogni anno in Occidente, sponsorizzati da agenzie governative USA con campagne pro choice anche in Africa—una vera e propria esportazione culturale della cultura dello scarto.

In Russia, invece, lo Stato promuove politiche opposte: incentivi alla natalità, sostegno alle giovani madri, difesa della famiglia tradizionale. È una politica che, senza pretesa di perfezione, valorizza la vita nascente—una coerenza cristiana vera che manca nei Paesi che più rimpiangono la “democrazia occidentale”.

Seconda conclusione: indipendenza o propaganda?

Chiudiamo con una domanda sullo stesso Socci e sul suo giornale di riferimento, Libero—quotidiano dalle vendite risicate, eppure in grado di sopravvivere da anni grazie a narrative perfettamente allineate a Washington.

Sorge spontaneo domandarsi: dove attingono i fondi che lo tengono in piedi? Merito editoriale o sovvenzioni provenienti da canali atlantici che sostengono una rete di opinionisti duttili alla linea americana? Se si difende “l’indipendenza”, allora servirebbe trasparenza: chi scrive, davvero lo fa con passione? O con inchiostro pagato da qualcun altro?

LUCA COSTA
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