La memoria corta di Socci sulla Russia e l’Occidente
________________________________________________________________________
Antonio Socci, nel suo ultimo articolo, dipinge Vladimir Putin come erede del comunismo sovietico, accusandolo di usare la forza e minacciare la pace. Una lettura comoda, allineata alla narrativa atlantica, che però ignora alcuni dati di fatto essenziali della storia recente.
(articolo di Socci al seguente LINK)
Dopo la Guerra Fredda: chi fece davvero la pace?
Alla fine del confronto bipolare, fu
l’Unione Sovietica a compiere i passi concreti verso la
distensione:
- Scioglimento del Patto di Varsavia e ritiro delle
truppe dai Paesi satelliti.
- Smantellamento delle basi e dei
missili nucleari in Europa Orientale.
Intanto la NATO non
si è mai ritirata: si è allargata verso Est, includendo diverse
nazioni antistanti alla Russia—dal 1999 con Repubblica Ceca,
Ungheria, Polonia; al 2004 con Bulgaria, Romania, Slovacchia,
Slovenia e i tre Stati baltici; fino all’adesione di Albania
(2009), Montenegro (2017), Nord Macedonia (2020), Finlandia (2023) e
Svezia (2024). Ha inoltre piazzato basi militari e sistemi
missilistici alle porte della Russia. Se questo è spirito
diplomatico, davvero pare un’interpretazione elastica.
Post-introduzione: l’uso della forza secondo Washington
Socci accusa Putin di usare la
forza. Ma davvero Washington è il campione della non violenza? La
storia recente racconta il contrario:
- Guerre di distruzione:
Iraq, Afghanistan, Libia—senza mandato ONU, con intere regioni
devastate.
- Guantanamo: simbolo globale della sospensione del
diritto e torture legalizzate.
- Sanzioni e dazi unilaterali,
anche contro alleati, sfruttando l’extraterritorialità del diritto
americano.
- Interferenze sistematiche: colpi di stato,
rivoluzioni colorate, instabilità pilotata in America Latina, Medio
Oriente, Africa.
Se definire l’uso della forza come arma
geopolitica è lecito, gli Stati Uniti ne hanno fatto la loro
dottrina principale. Col passar del tempo, la furia di Socci verso
Mosca rivela più che altro un doppio standard, non certo una difesa
della pace.
Gli anni ’90: il paradiso secondo Socci?
Socci indica nel periodo
post-sovietico una rinascita democratica, ma dimentica l'emergenza
umanitaria che ne seguì. Le riforme ultraliberiste dei “Chicago
boys”, caldeggiate da Washington, produssero effetti disastrosi:
-
Il PIL russo crollò del 40% tra il 1991 e il 1998.
- La povertà
esplose, passando dal 2% al 50% della popolazione russa nel 1993.
-
L’aspettativa di vita maschile crollò, da 65 a 57 anni.
- La
mortalità infantile aumentò del 15%.
- Il Paese fu svenduto a
oligarchi, mentre lo Stato sociale veniva smantellato.
Ecco
la “democrazia” che oggi si rimpiange: un esperimento neoliberale
che consegnò la Russia al caos, all’umiliazione e all’umiliante
subordinazione globale.
Putin e la stabilità ritrovata
L’avvento di Putin ha rappresentato una svolta: stabilità politica, crescita economica (con un PIL triplicato nei primi dieci anni del suo governo), calo della povertà (dal 30% a meno del 15% entro il 2010), e un ritorno al ruolo geopolitico. Certo, la Russia non è una democrazia liberale, ma è indubbio che Putin abbia fermato un progetto di smantellamento del Paese che era stato pubblicamente teorizzato da strateghi statunitensi come Zbigniew Brzezinski, per cui una Russia divisa e indebolita era prerequisito del predominio americano.
Prima conclusione: i valori occidentali e l’aborto
Socci evoca i valori dell’Occidente
come modello universale. Ma da cattolico dovrebbe interrogarsi
sull’altro lato della storia: milioni di aborti legittimati ogni
anno in Occidente, sponsorizzati da agenzie governative USA con
campagne pro choice anche in Africa—una vera e propria esportazione
culturale della cultura dello scarto.
In Russia, invece,
lo Stato promuove politiche opposte: incentivi alla natalità,
sostegno alle giovani madri, difesa della famiglia tradizionale. È
una politica che, senza pretesa di perfezione, valorizza la vita
nascente—una coerenza cristiana vera che manca nei Paesi che più
rimpiangono la “democrazia occidentale”.
Seconda conclusione: indipendenza o propaganda?
Chiudiamo con una domanda sullo
stesso Socci e sul suo giornale di riferimento, Libero—quotidiano
dalle vendite risicate, eppure in grado di sopravvivere da anni
grazie a narrative perfettamente allineate a Washington.
Sorge
spontaneo domandarsi: dove attingono i fondi che lo tengono in piedi?
Merito editoriale o sovvenzioni provenienti da canali atlantici che
sostengono una rete di opinionisti duttili alla linea americana? Se
si difende “l’indipendenza”, allora servirebbe trasparenza: chi
scrive, davvero lo fa con passione? O con inchiostro pagato da
qualcun altro?
LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo

Nessun commento:
Posta un commento