Il Risorgimento con i “se”
e con i “ma”: come sarebbe potuta andare diversamente
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La
storia del Risorgimento italiano è spesso raccontata come una
sequenza di eventi inesorabili, una marcia lineare che conduce
dall’Italia frammentata dell’età della Restaurazione allo Stato
unitario nato tra il 1861 e il 1870. In questa narrazione, le
sconfitte, le rivoluzioni fallite e le alternative abortite diventano
semplici tappe verso un esito già scritto: l’Italia sabauda,
liberale.
Eppure,
se ci si sofferma con maggiore attenzione sul biennio 1848-1849,
emerge che la storia italiana si trovò allora di fronte a un vero
bivio. Il Risorgimento avrebbe potuto andare diversamente, e non in
modo irrealistico o fantasioso, ma secondo linee di sviluppo che
erano allora pensabili, possibili, discusse, sostenute da uomini e
correnti di primo piano.
Il
1848 non fu semplicemente l’anno delle rivoluzioni europee; fu il
momento in cui l’idea di nazione, fino ad allora coltivata
soprattutto da élites intellettuali e patriottiche,
sembrò poter diventare principio organizzatore degli Stati. In
Italia, questo significò che l’unità non appariva più come un
sogno lontano ma come una possibilità concreta. Tuttavia, ciò che
oggi appare inevitabile – l’unificazione sotto la monarchia dei
Savoia – allora non lo era affatto. Al contrario, convivevano
almeno tre grandi ipotesi di soluzione della “questione italiana”:
una soluzione repubblicana, ispirata a Mazzini; una soluzione
monarchica e liberale, guidata dal Regno di Sardegna; e una soluzione
federale e neoguelfa, che vedeva nel Papato il perno morale e
politico di una confederazione (o una federazione) degli Stati
italiani.
È
quest’ultima ipotesi, spesso liquidata come velleitaria, a meritare
una riflessione più profonda. Il neoguelfismo, teorizzato
soprattutto da Vincenzo Gioberti (Torino, 1801 – Parigi, 1852), non
proponeva un passatismo medievale né una teocrazia mascherata, ma
una risposta moderna al problema italiano. In un’Europa in cui gli
Stati-nazione stavano emergendo con forza, l’Italia rappresentava
un caso anomalo: una nazione antichissima per identità culturale e
storica, ma priva di unità politica. Roma, il diritto romano, la
Chiesa, l’umanesimo, il Rinascimento avevano costruito nei secoli
un’idea di Italia ben prima che altrove nascessero identità
nazionali comparabili. Per questo motivo, l’Italia non era
percepita – almeno da molti contemporanei – come una nazionalità
“tra le altre”, come cechi, croati o sloveni all’interno
dell’Impero asburgico, ma come una civiltà fondativa dell’Europa
stessa.
In
questo quadro, l’idea di una federazione italiana, composta dagli
Stati preunitari trasformati in entità autonome ma coordinate, con
un’unione doganale, codici comuni, un esercito federale e una
politica estera condivisa, non era affatto peregrina. Il Papa,
sovrano temporale e autorità spirituale universale, avrebbe potuto
fungere da garante dei principi fondamentali, senza esercitare un
potere diretto di governo su tutta la penisola. Una simile soluzione
avrebbe risposto a molte delle paure dell’epoca: avrebbe
rassicurato i moderati, evitato rivoluzioni violente o guerre civili,
contenuto il radicalismo repubblicano e, soprattutto, avrebbe potuto
integrare la questione italiana nell’equilibrio europeo senza
subordinare l’Italia riunificata agli interessi di altre potenze
continentali.
Il
nodo centrale di questa “possibilità alternativa” era il
rapporto con l’Austria. Il Lombardo-Veneto, sotto dominio
asburgico, era l’epicentro del problema. È significativo notare
come il malcontento italiano verso Vienna non fosse dovuto
principalmente a un regime particolarmente oppressivo, non dispiaccia
ai nostri sussidiari. Al contrario, l’amministrazione asburgica era
spesso efficiente, razionale, persino più moderna di quella di molti
Stati italiani. Il vero elemento di rottura era un altro: l’essere
governati da stranieri, l’esclusione sistematica degli italiani dai
posti civili e militari di vertice, una percezione reale di
occupazione. Non si trattava solo di leggi, ma di dignità politica.
Da
questo punto di vista, l’ipotesi di un Lombardo-Veneto autonomo,
governato e amministrato da italiani, ma ancora legato all’Impero
asburgico e inserito in una più ampia federazione italiana, non era
intrinsecamente impossibile. Si sarebbe potuto immaginare un
territorio formalmente asburgico, ma governato e amministrato da
italiani, un’economia di libero scambio con l’Impero e al tempo
stesso parte di una costruzione nazionale italiana più ampia.
Trieste, porto vitale per Vienna, avrebbe potuto restare austriaca,
preservando gli interessi economici e marittimi di Vienna. Una
soluzione di compromesso, senza bisogno di stragi.
Il
grande interrogativo è allora il ruolo di Pio IX. Nei primi mesi del
suo pontificato, il Papa era percepito come un riformatore, un
pontefice aperto, capace di incarnare le speranze di rinnovamento
senza distruggere l’ordine. Molti italiani credettero sinceramente
che egli potesse “gettare il cuore oltre l’ostacolo” e guidare
un processo di emancipazione nazionale, pacifico, nei limiti del
possibile. Il Papa non era un sovrano nazionale come gli altri: era
il capo di una Chiesa universale, e l’Austria era una delle
principali potenze cattoliche d’Europa. Schierarsi apertamente
contro Vienna significava trasformare il Papato in un attore
nazionale, rinunciando alla sua funzione super partes. Quando,
il 29 aprile 1848, Pio IX dichiarò di non poter sostenere una guerra
contro l’Austria, il progetto neoguelfo perse il suo perno. Da quel
momento, l’unità italiana non poté più essere inclusiva: divenne
necessariamente il prodotto della forza di uno Stato contro gli
altri.
Resta
però il rimpianto. L’Austria, nel 1848, scelse la via della
repressione e del centralismo, convinta che ogni concessione avrebbe
accelerato la dissoluzione dell’Impero. Eppure, meno di vent’anni
dopo, nel 1867, accettò il compromesso con l’Ungheria,
trasformandosi in una monarchia duplice. Questo dimostra che
una riforma federale non era impossibile in sé, ma solo
politicamente impraticabile prima di una sconfitta umiliante. Se
Vienna avesse meno arroganza e più lungimiranza avrebbe potuto
anticipare la traiettoria, concedendo autonomia alle sue diverse
nazionalità, compresa quella italiana, l’Impero asburgico avrebbe
potuto sopravvivere come grande struttura federale europea. Un simile
impero, stabilizzato e riformato, avrebbe probabilmente attenuato
molte delle tensioni che scossero il Novecento.
Da
qui nasce l’ipotesi più radicale e affascinante: un’Europa
diversa, in cui Roma e Vienna avrebbero potuto rappresentare due poli
di un equilibrio continentale. Un’Italia unita in forma federale,
non nata contro il Papato ma con il Papato; un Impero asburgico
trasformato in una comunità di popoli; un sistema europeo meno
fondato sullo Stato-nazione centralizzato e più su grandi strutture
pluralistiche.
Il
Risorgimento seguì un’altra strada. Fu una strada efficace, ma
traumatica; vittoriosa, ma brutale. L’Italia nacque liberale, ma
contro una parte significativa del suo stesso popolo cattolico;
nacque unita, ma centralizzata; moderna, ma spesso estranea e aliena
alle sue masse contadine. Guardare al Risorgimento con i “se” e
con i “ma” non significa negarne l’importanza, ma restituirgli
la sua inestricabile complessità. Significa riconoscere che la
storia non è fatta solo di ciò che accade, ma anche di ciò che
avrebbe potuto accadere, e che non è stato. In quel non-accaduto,
l’Italia e l’Europa hanno forse perso un’occasione di civiltà,
l’occasione di costruire qualcosa di cui sentiamo ancor oggi la
mancanza.
Luca Costa
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