martedì 27 gennaio 2026

L'equivoco liberale

 Il grande equivoco occidentale: dal liberalismo al capitalismo di connivenza

Nel dibattito pubblico occidentale si ricorre con sorprendente leggerezza a due parole divenute ormai passepartout: capitalismo e liberalismo. Le si evocano per descrivere — o per condannare — la società contemporanea dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Svizzera. Ogni distorsione del presente viene ricondotta a un indistinto “liberismo”: disuguaglianze, caro vita, precarietà, concentrazione della ricchezza.
Eppure, osservando la realtà concreta dei nostri sistemi economici, emerge una verità scomoda:
l’Occidente non è affatto liberale. E ciò che chiamiamo capitalismo ha ben poco a che fare con il capitalismo concorrenziale descritto dalla tradizione dell’economia politica.

Siamo entrati da tempo in una fase diversa, più opaca e meno confessabile: quella del capitalismo di connivenza, un sistema fondato sull’alleanza strutturale tra grandi conglomerati industriali-finanziari e Stati sempre più invadenti, lenti e affamati di risorse.

Adam Smith, padre putativo del capitalismo moderno, è spesso ridotto a una caricatura: il cantore dell’egoismo e della mano invisibile. Ma Smith era prima di tutto un filosofo morale, e diffidava profondamente dei grandi interessi organizzati. Scriveva senza ambiguità:

Le persone dello stesso mestiere raramente si riuniscono senza che la conversazione finisca in una cospirazione contro il pubblico.”

Il capitalismo, per Smith, non era il regno del più forte, ma un meccanismo per impedire le rendite e i monopoli. La concorrenza serviva a limitare il potere, non a concentrarlo. E soprattutto, una società non poteva dirsi prospera se la ricchezza di pochi si reggeva sulla miseria dei molti.

Eppure oggi, proprio nei Paesi che si proclamano campioni del libero mercato, osserviamo l’esatto contrario. Negli Stati Uniti, la forza delle lobby del petrolio, delle armi, della grande finanza e dei fondi speculativi non è un incidente del sistema, ma la sua architettura portante. Questi settori non prosperano grazie alla competizione, bensì grazie a regolazioni su misura, sussidi, protezioni politiche e salvataggi pubblici. Il mercato non decide: negozia. E negozia non con i cittadini, ma con il potere.

Friedrich Hayek aveva previsto con lucidità questo esito. Il suo timore non era l’assenza dello Stato, ma la sua cattura da parte di interessi particolari:

Il peggior intervento dello Stato non è quello che regola, ma quello che favorisce alcuni a scapito di altri.”

Quando lo Stato smette di essere arbitro e diventa socio, il mercato si deforma. Non nasce giustizia sociale, ma privilegio istituzionalizzato.

In Europa il meccanismo assume forme più discrete, ma non meno pervasive. Prendiamo il caso delle accise e della tassazione indiretta sui beni di prima necessità. I prezzi di energia, carburanti e generi alimentari aumentano anche perché così lo Stato incassa di più. Il consumatore non è più un soggetto da tutelare, ma una base imponibile da spremere. Il consumo diventa una rendita fiscale.

Alexis de Tocqueville aveva già intuito questo esito nel XIX secolo, descrivendo uno Stato che non opprime apertamente, ma avvolge:

Il potere provvede ai bisogni, regola le successioni, dirige l’industria… e riduce infine ogni cittadino a un animale timido e industrioso.”

È una forma di dominio morbido, amministrativo, che non nega la libertà in teoria, ma la svuota nella pratica.

Lo stesso schema si ripete oggi con il riarmo europeo. Il ReArm Europe non è solo una risposta geopolitica, ma un gigantesco doping pubblico per l’industria bellica e per i fondi finanziari che la controllano. Non concorrenza, ma concentrazione. Non pluralismo industriale, ma oligopolio benedetto dal potere politico.

E lo vediamo ancora più chiaramente con il Green Deal. Dietro una retorica moralmente inattaccabile, si costruisce spesso un sistema di incentivi selettivi che favorisce grandi promotori, fondi infrastrutturali, operatori capaci di navigare la burocrazia. Pale eoliche e pannelli solari diventano asset finanziari prima ancora che soluzioni energetiche. La transizione ecologica si trasforma in una transazione per pochi.

Karl Polanyi, spesso invocato contro il mercato, offre in realtà una chiave decisiva per comprendere il presente:

Il laissez-faire non è spontaneo: è il risultato di una pianificazione.”

Ma quando questa pianificazione serve a proteggere interessi consolidati, la società non reagisce con maggiore equità, bensì con corporazioni, rendite e immobilismo.

Il risultato è sotto i nostri occhi: la vera industria — familiare, territoriale, innovativa — non viene galvanizzata, ma soffocata. Schiacciata tra burocrazia, pressione fiscale e concorrenza drogata. Il consumatore non viene protetto, ma educato alla rassegnazione. Prezzi alti come normalità, scelte ridotte come destino.

Luigi Einaudi lo aveva espresso con una chiarezza che oggi suona quasi scandalosa:

Favorire è corrompere.”

Il problema dell’Occidente non è lo Stato in sé, ma lo Stato che sceglie i vincitori. Che ingrassa pochi perché pochi, nella loro opulenza, permettono allo Stato di essere a sua volta grasso, lento e inefficiente.

Il vero virus dell’Occidente è questo patto silenzioso tra potere economico e potere politico. Un virus di cui si parla poco, perché denunciarlo significherebbe mettere in discussione un equilibrio che conviene a entrambi.

Ma una società che rinuncia alla concorrenza reale, alla tutela del consumatore e al pluralismo economico non è più né liberale né dinamica. È una società amministrata, gestita, ottimizzata.
E lentamente svuotata.

Luca Costa

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