Venezuela, Iran, Siria. Nelle ultime settimane la spavalderia statunitense sembra ritrovare smalto. Trump fa il bullo un giorno si e uno pure, arrivando a minacciare persino un’annessione della Groenlandia. Come comprendere tutto cio? Davvero siamo di fronte a un ritorno in forze della superpotenza militare americana, che vuole dimostrare a tutti chi è il più forte?
I dubbi circa questa narrazione, supportata da media europei in estasi di fronte a tutta questa esportazione di democrazia, sono più che legittimi.
Negli ultimi mesi, la strategia estera degli Stati Uniti si è rivelata, più che un progetto coerente di leadership globale, una sequela di interventi militari abusivi e di politiche economiche ultra-aggressive che non hanno risolto i problemi strutturali del paese.
La lunga serie di bombardamenti (dal Medio Oriente alle operazioni più recenti in Venezuela) — non ha nulla a che fare con la difesa dei diritti o promozione della democrazia. L’operazione militare statunitense di inizio gennaio 2026 in Venezuela, in cui il presidente Nicolás Maduro è stato rapito dall’esercito americano, ha causato numerose vittime civili e suscitato accuse di violazione del diritto internazionale. Il motivo sono le riserve energetiche infinite del Venezuela, che Trump vuole sottrarre ai concorrenti (Mosca e Pechino) per regalarli alla propria industria.
Tuttavia, l’industria americana, nonostante politiche interne di stimolo ormai inconcepibili per noi europei (tenuti al guinzaglio dall’UE) e da un protezionismo commerciale inaudito, non riesce a ripartire.
Trump ha fatto di tutto per stimolare la produzione industriale del suo paese : energia a costo zero (o quasi), incentivi faraonici, protezionismo, forzatura dei mercati esteri ad accogliere prodotti made in USA. Eppure non basta.
Questo semi-fallimento non è un problema marginale di numeri o di grafici economici: è un problema culturale e umano. Gli Stati Uniti non riescono più a costituire una nuova generazione di operai, tecnici e ingegneri; la loro forza lavoro industriale si è erosa, e il sistema educativo non riesce a compensare questa carenza tramite la formazione di competenze tecniche avanzate. Nel frattempo la Cina, l’India, la Russia e altre potenze emergenti hanno investito nella formazione ingegneristica, nella tecnologia e nella produzione industriale con una visione a lungo termine, rafforzando le catene globali del valore attorno alle proprie capacità produttive e di esportazione. Senza dimenticare che le scuole di queste potenze producono ancora operai. Specializzati e non. In massa. Senza dimenticare che la Russia ha superato gli USA nel numero di ingegneri formati ogni anno.
Il sistema scolastico americano, se escludiamo qualche oasi elitista riservata ai figli di, è un disastro senza nome. Diciamolo pure: una vergogna.
In tale contesto, la tensione che domina la relazione tra Stati Uniti e Cina non è una questione di singoli episodi isolati, ma il risultato di un disallineamento strategico profondo. La guerra dei dazi, l’accresciuta presenza militare statunitense nell’Indo-Pacifico e le alleanze rafforzate con paesi come Giappone, Australia e Filippine riflettono la strategia americana di deterrenza, ma non cancellano il fatto che gli Stati Uniti fatichino a trasformare questa deterrenza in risultati concreti.
La questione di Taiwan è il nodo cruciale. Gli Stati Uniti hanno intensificato il loro supporto militare e diplomatico a Taipei come elemento di bilanciamento strategico, ma Pechino ha chiarito più volte che considera Taiwan una questione interna, opponendosi fermamente a qualsiasi interferenza esterna sulla sua sovranità.
Contrariamente a quanto sostiene la narrazione mediatica occidentale, la leadership cinese non desidera una guerra aperta. Una guerra su larga scala con gli Stati Uniti sarebbe devastante per qualsiasi economia, e anche per gli interessi cinesi nel mondo. La strategia di Pechino non è l’escalation militare incontrollata, ma piuttosto una pressione costante che spinge per un riconoscimento tacito della sua superiorità economica e geopolitica, e per una progressiva revisione dell’ordine internazionale che tenga conto della sua posizione di potenza egemone nel continente asiatico. Il vantaggio competitivo cinese in settori chiave dell’economia globale, unito a una visione di lungo periodo circa la produzione e l’innovazione, mette in evidenza una China che vuole consolidare il proprio ruolo senza necessariamente scatenare un conflitto totale.
La vera scelta, quindi, non si trova nei deserti del Medio Oriente né nelle acque agitate del Mar Cinese Meridionale: si trova nella decisione americana tra accettare un proprio declino relativo e riallineare la propria politica verso la pace e la coesistenza, oppure tentare il tutto per tutto in una guerra che nessun gadget militare è oggi in grado di vincere sulla carta. Anche con gli ultimi interventi — come l’operazione nel Venezuela o le pressioni in Medio Oriente — gli Stati Uniti non hanno dimostrato di poter convertire la potenza militare in dominio economico o culturale duraturo.
Gli alleati di Washington che hanno abbastanza forza e autonomia per muoversi con volontà propria sullo scacchiere internazionale, Turchia e Israele, mostrano come Trump non abbia affatto il controllo della situazione. Israele in primis sta facendo quel che vuole in Cisgiordania, fregandosene degli inviti alla prudenza di Trump e soci.
Questo è il paradosso centrale: la potenza che vuole imporre la propria volontà nel mondo non riesce a imporla dentro casa propria. Industria, istruzione tecnica e la forza lavoro USA stanno vivendo una crisi profonda, in una società letteralmente (e presto violentemente?) spaccata in due che anch’essa sta covando le premesse per una crisi profonda e duratura.
E forse irrimediabile.
LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo

Nessun commento:
Posta un commento