La Giustizia Tradita: Una Riflessione Filosofica sul Fallimento delle "Riforme" Italiane
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In Italia, la parola "riforma" evoca da almeno un quarto di secolo un rituale stantio, un teatrino politico che si ripete con la puntualità di un orologio guasto. Dai tempi del governo Berlusconi II, nel lontano 2001, passando per l'orrenda e oscena riforma Cartabia – un mostro giuridico che ha ingolfato i tribunali con procedure bizantine e ha protetto i potenti sotto il velo dell’ "efficienza" – fino all'affondo finale tentato dall'attuale premier Giorgia Meloni, il discorso sulla giustizia è diventato un mantra ipocrita. Ma fermiamoci un attimo e chiediamoci, con uno sguardo filosofico al diritto: cos'è davvero la giustizia? Non è forse, come insegnava Platone nella Repubblica, l'armonia dell'anima e della polis, dove le leggi non sono mere astrazioni, ma strumenti per realizzare il bene comune? O, per dirla con Aristotele, un'abitudine virtuosa che garantisce a ciascuno ciò che gli spetta, senza favoritismi?
Eppure, queste "riforme" non hanno nulla a che fare con tale ideale. Non sono pensate per offrire agli italiani un sistema giudiziario più efficiente e trasparente. Al contrario, sono figlie di un clientelismo spudorato, cucite su misura per gli interessi del centro-destra, che da decenni agita lo spettro della "magistratura politicizzata" come alibi per smantellare l'indipendenza del potere giudiziario. Certo che la magistratura è politicizzata. Ma gli italiani davvero hanno come primo bisogno un tentativo velleitario e inutile di spoliticizzarla? No. Gli italiani non bramano la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri – un cavallo di battaglia che, in realtà, mira a creare una magistratura divisa, debole e controllabile dal potere esecutivo. No, ciò che gli italiani desiderano è una giustizia più giusta, non un ennesimo maquillage istituzionale che lascia intatti i veri problemi.
Dal punto di vista della filosofia del diritto, il cuore del problema non sta nelle strutture, ma nell'applicazione delle norme. Come sosteneva Hans Kelsen nella sua Teoria Pura del Diritto, la validità di una norma deriva dalla sua coerenza con l'ordinamento, ma la sua efficacia dipende dalla volontà di applicarla. In Italia, la giustizia non è assente perché i giudici fanno anche i pm, ma perché la magistratura – spesso complice di un sistema lassista – ha il potere di non punire i delinquenti, trasformando le pene in mere suggestioni. Il nostro codice penale e il nostro codice di procedura permettono ai giudici di non mandare in galera i criminali! Ecco il problema! La funzione retributiva della pena è stata sbriciolata a favore di un assurda funzione rieducativa che da sola non basta a fare giustizia. I delinquenti noi li "rieduchiamo" (cosi bene che poi sono tutti recidivisti) con misure alternative che si traducono in impunità sistemica. Ecco cosa sta sulle palle agli italiani!
Serve una riforma vera, non cosmetica: un intervento radicale sul codice penale e sul codice di procedura penale per strappare ai giudici quel margine discrezionale che permette di eludere la giustizia. Come? Facile! Alzare i minimi edittali delle pene, smontare tutto l'impianto della Legge Simeone e derivati (che ha aperto le porte a sconti e benefici indiscriminati), e limitare drasticamente le attenuanti e le misure alternative – queste sarebbero azioni concrete per ripristinare l'equilibrio tra colpa e castigo, nel principio kantiano della retribuzione proporzionata.
Ricordiamo le promesse di Giorgia Meloni nel 2022, durante la campagna elettorale: un pugno di ferro contro la criminalità, con pene più severe e un giro di vite sulle scappatoie. Parole che suonavano come un'eco di Beccaria, che nel Dei Delitti e delle Pene invocava proporzionalità e certezza della punizione per dissuadere il crimine. E invece? Una volta al potere, la Meloni ha optato per il fumo negli occhi: ha alzato i massimi delle pene, quei tetti teorici che nessuno – NESSUNO – si becca mai in un sistema dove le attenuanti generiche piovono come manna dal cielo, riducendo le condanne a pene simboliche. Risultato? Nulla è cambiato. I tribunali continuano a sfornare sentenze ridicole, i criminali escono con il sorriso dai tribunali, e la società italiana rimane ostaggio di un diritto che premia i carnefici e umilia le vittime.
Questa non è giustizia, è parodia. È un affronto alla filosofia del diritto, che da Locke a Rawls ci insegna che lo Stato esiste per proteggere i deboli, non per parare il culo alle canaglie. Gli italiani meritano di più: non riforme che separano carriere per far contenti imprenditori e colletti bianchi, ma leggi applicate con rigore, pene certe e proporzionate. Solo così potremo riscattare la giustizia dal pantano dell’ideologia e restituirla al popolo, come pilastro di una democrazia vera. Altrimenti, continueremo a parlare di "riforme" per altri 25 anni, mentre il paese affonda nel cinismo.
È ora di dire basta: chiediamo giustizia, non riforme.
Luca Costa
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