Eutanasia : Macron spinge la Francia verso il nichilismo più assoluto
In Francia il tema dell’eutanasia e del “diritto di morire con dignità” incendia i dibattiti politici. Diritto all'autodeterminazione, valori fondamentali e responsabilità della collettività di fronte alla sofferenza altrui. Tutto è in gioco.
Nel maggio 2025 l’Assemblée Nationale (la Camera bassa del Parlamento) ha approvato un disegno di legge che introduce condizioni precise in cui un adulto gravemente malato e sofferente potrebbe chiedere aiuto medico per porre fine alla propria vita. Superata questa prima lettura con una maggioranza significativa di voti, il testo è passato all’altro ramo del Parlamento, il Senato, che tra il 20 e il 26 gennaio 2026 lo esaminerà in aula e in commissione per discuterne i contenuti, apportare modifiche e decidere se adottarlo definitivamente.
Nel dibattito sul fine vita, i media spingono con enfasi sugli aspetti emotivi della questione e con tonnellate di retorica su alcuni emblematici casi indidividuali, facendo leva sull’idea di una sofferenza insopportabile alla quale solo la morte somministrata potrebbe porre rimedio. Si tratta però di una rappresentazione fuorviante. Compatire una persona non significa abbandonarla al dolore, né tantomeno sopprimere chi soffre: la compassione autentica consiste nel condividere la prova dell’altro e nel sostenerlo. Come? La medicina contemporanea dispone di strumenti efficaci per alleviare anche i dolori più intensi : le cure palliative. L’eutanasia non può essere presentata come l’unica risposta possibile alla sofferenza estrema.
A questa visione si lega spesso l’argomento della cosiddetta “morte nella dignità”, come se la dignità fosse qualcosa che si perde con la malattia, la dipendenza o la fragilità. In realtà, la dignità non è né una prestazione né una condizione da conquistare, ma un valore intrinseco della persona, che non viene cancellato dalla perdita di autonomia. Pensare che una persona anziana, gravemente malata o bisognosa di assistenza perda dignità, significa adottare una concezione riduttiva e profondamente ingiusta dell’essere umano. La dignità non coincide con il controllo assoluto del proprio corpo o della propria morte, ma con l’essere riconosciuti, accompagnati, amati e curati fino alla fine.
Chi sostiene la legalizzazione dell’eutanasia fa spesso riferimento alle esperienze straniere, in particolare a Belgio, Paesi Bassi e Canada, assicurando che una legge ben scritta sarebbe in grado di delimitare con precisione i casi ammessi. Tuttavia, un'osservazione di quel che accade in questi Paesi mostra una realtà assai diversa: una volta introdotta, la pratica tende ad ampliarsi progressivamente a macchia d'olio, applicandosi a situazioni ben lontane dalle necessaità ultime iniziamente previste. In Belgio, per esempio, l’eutanasia è stata estesa ben oltre i casi terminali, includendo sofferenze psichiche e persino i minori; nei Paesi Bassi sono emersi casi che coinvolgono persone affette da depressione o da forme di demenza. I criteri inizialmente presentati come rigorosi finiscono con l’allargarsi, e il controllo promesso si indebolisce nel tempo fino a eludere anche il più semplice dovere di informare i famigliari più stretti prima di procedere all'eutanasia.
Infine, l’eutanasia viene spesso giustificata in nome del diritto di disporre del proprio corpo e della propria morte. Ma la libertà individuale non è mai assoluta: è sempre inscritta in un contesto sociale e relazionale. Trasformare l’atto di dare la morte in una prestazione medica modifica radicalmente il rapporto tra medico e paziente e può esercitare una pressione silenziosa su anziani, malati e persone vulnerabili, che potrebbero sentirsi un peso per i propri cari o per la collettività. Per questo, la sola invocazione della libertà non basta a giustificare una pratica che incide in modo così profondo sul valore attribuito alla vita umana e sulle fondamenta della nostra civiltà.
Trovandosi in grande difficoltà di fronte a tutte le scadenze politiche del Paese, Emmanuel Macron persiste e firma una proposta di legge che mira puramente e semplicemente a legalizzare l’eutanasia. Tutto avviene come se, sul modello del suo predecessore, egli volesse segnare il proprio passaggio alla guida dello Stato con una riforma definita “societaria”, che avrebbe enormi conseguenze di ordine civilizzazionale. Non vi è alcun dubbio che il diritto di dare la morte, anche se incorniciato da alcune disposizioni di tutela, rappresenterebbe una rottura decisiva non solo nella legislazione, ma soprattutto nell’ordine antropologico, quello degli orientamenti filosofici del corpo sociale.
Da questo punto di vista, la Chiesa, per voce del suo magistero, afferma la sua opposizione più risoluta a questa sovversione del diritto. Essa non costituisce in alcun modo un’intrusione di un’autorità spirituale nel dominio politico. Si tratta, infatti, di un’esigenza suprema della coscienza.
A questo proposito, conviene citare l’ultima dichiarazione dei vescovi di Francia, che costituisce un utile chiarimento nella situazione attuale:
«Questo testo, tra i più permissivi al mondo, minaccerebbe i più fragili e metterebbe in discussione il rispetto dovuto a ogni vita umana».
La Chiesa cattolica in Francia, per voce dei suoi vescovi, dei laici, delle sue associazioni di solidarietà e dei suoi cappellani che operano accanto alle persone malate, non ha mai smesso di mettere in guardia dalla minaccia che grava sui più fragili e dalla messa in discussione del rispetto dovuto a ogni vita umana. Fino alla fine.
Luca Costa
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