giovedì 17 aprile 2025

Globalizzazione: GAME OVER ?

Donald Trump e il Tramonto della Globalizzazione: Dall'Ingresso della Cina nel WTO all'Acquisizione di Bialetti

Nel 2001, l'amministrazione Clinton celebrava l'ingresso della Cina nella World Trade Organization (WTO) come un trionfo del libero scambio e della cooperazione globale. Questa decisione, tuttavia, ha segnato l'inizio di una trasformazione radicale dell'economia mondiale, con effetti devastanti per l'industria europea. L'apertura dei mercati occidentali ai prodotti cinesi ha portato a una concorrenza spietata, causando la perdita di milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero e la chiusura di numerose aziende storiche .

L'acquisizione di Bialetti da parte della società cinese NUO Capital nel 2025 rappresenta l'epilogo simbolico di questo processo. Fondata nel 1933, Bialetti è un'icona del design e della cultura italiana, conosciuta in tutto il mondo per la sua celebre moka. Negli ultimi anni, però, l'azienda ha affrontato difficoltà finanziarie, culminate in una perdita di 1,1 milioni di euro nel 2024 e un debito netto di 81,9 milioni di euro . L'acquisizione da parte di NUO Capital, guidata dal magnate di Hong Kong Stephen Cheng, segna la fine di un'era per l'industria italiana.


L’illusione americana: da dominatori a ostaggi del proprio modello

Quando Bill Clinton spinse per l’ingresso della Cina nel WTO, lo fece nel nome di un’ideologia economica che credeva nella fusione dei mercati come veicolo di pace e prosperità. L’idea era chiara: la Cina avrebbe prodotto a basso costo, gli Stati Uniti avrebbero fornito capitali, tecnologia e un mercato di consumo insaziabile. Il risultato, almeno nei primi anni, sembrò una vittoria per Washington: le multinazionali americane si arricchirono, Wall Street brillava, e la Silicon Valley si affermava come capitale planetaria dell’innovazione. Ma dietro l’euforia si celava una deriva strutturale pericolosa: la deindustrializzazione progressiva degli Stati Uniti.

L’industria manifatturiera americana, un tempo motore della mobilità sociale e bastione della middle class, venne svenduta sull’altare dell’efficienza e del profitto a breve termine. Le fabbriche chiudevano, le città si svuotavano, e con esse si sgretolava il tessuto stesso dell’America produttiva. La cosiddetta “working class” – quella che costruiva, combatteva, pagava le tasse e sosteneva le famiglie – veniva sostituita da una popolazione precaria e marginalizzata. Nello stesso tempo, la "fighting class", quella che aveva difeso gli interessi americani nelle guerre del secolo scorso, veniva privata del suo centro economico e simbolico: il lavoro dignitoso.

Quello che era stato pensato come un matrimonio d’interessi tra l’élite tecnologica americana e la capacità produttiva cinese, si è rivelato una trappola geopolitica. Gli Stati Uniti sono diventati un’arena dominata dalla finanza speculativa e dall’ingegneria del software, incapaci di produrre beni concreti in caso di emergenza. La pandemia di COVID-19 e la crisi dei semiconduttori lo hanno dimostrato brutalmente: una superpotenza priva di catene di approvvigionamento autonome è una superpotenza vulnerabile.



Trump : verso un nuovo modello ?

Donald Trump, già durante la sua prima presidenza, aveva denunciato gli effetti negativi della globalizzazione sull'economia americana, attribuendo la perdita di posti di lavoro e il declino dell'industria manifatturiera agli accordi commerciali internazionali e all'ingresso della Cina nel WTO . Nel suo secondo mandato, Trump ha intensificato questa retorica, imponendo tariffe elevate sulle importazioni cinesi e minacciando di ritirarsi da ulteriori accordi multilaterali .

Le politiche protezionistiche di Trump hanno già avuto un impatto significativo sul commercio globale. Secondo l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), le guerre commerciali avviate dagli Stati Uniti hanno rallentato la crescita economica mondiale e alimentato l'inflazione . La World Trade Organization ha previsto un calo dello 0,2% nel commercio globale di beni per il 2025, attribuito in gran parte alle politiche tariffarie statunitensi .

In questo contesto, l'Unione Europea si trova in una posizione precaria, stretta tra le politiche aggressive degli Stati Uniti e l'espansione economica della Cina. La mancanza di una strategia industriale comune e la dipendenza da attori esterni hanno indebolito la sovranità economica europea, rendendo il continente vulnerabile a influenze straniere.

L'acquisizione di Bialetti da parte di NUO Capital non è un caso isolato, ma parte di una tendenza più ampia che vede aziende europee storiche passare sotto il controllo di investitori stranieri. Questo fenomeno solleva interrogativi sulla capacità dell'Europa di proteggere il proprio patrimonio industriale e culturale in un mondo sempre più globalizzato.



Europa: personaggi in cerca d’autore

Nel mezzo di questo scontro tra titani – Stati Uniti e Cina – l’Europa appare come un continente disorientato, stanco, privo di una visione propria. Gli anni della globalizzazione l’hanno ridotta a un parco giochi per capitali stranieri, un museo a cielo aperto dove si consuma cultura ma non si produce futuro. La sua industria è stata delocalizzata, il suo debito è esploso, la bilancia commerciale è ormai strutturalmente negativa. E ora, come se non bastasse, la politica europea cerca risposte elemosinando attenzione a Washington e Pechino, invece di interrogarsi su come riconquistare un minimo di autonomia.

Giorgia Meloni mandata da Ursula von der Leyen a cercare “dialogo” con Donald Trump rappresenta plasticamente la condizione della politica continentale: l’Europa non decide più, supplica. Non guida, insegue. Invece di elaborare una strategia per ricostruire una filiera industriale, investire in ricerca, difendere il proprio patrimonio produttivo e culturale, i governi europei si affidano a narrative di corto respiro e a politiche cerotto.

Ma senza industria, senza visione, senza identità, quale posto può avere l’Europa nel mondo che si va configurando? Da ex faro della cultura normativa globale, ci siamo ridotti a personaggi in cerca d’autore, spettatori della grande storia scritta altrove. Il rischio più grave non è solo economico, ma esistenziale: diventare irrilevanti. E l’irrilevanza, nella storia, è spesso solo il preludio alla dissoluzione.


LUCA COSTA

articoli di Luca Costa



mercoledì 16 aprile 2025

Ideologia per tutti, trasparenza per nessuno

 

L’UE, il bancomat del wokismo: miliardi per ONG, ideologia per tutti, trasparenza per nessuno


Siamo sinceri: qualcuno si stupisce ancora che l’Unione Europea non sappia dove finiscono i soldi che distribuisce a pioggia? Sorpresa: miliardi di euro dei contribuenti europei — i soliti fessi che lavorano, pagano le tasse e tirano la cinghia — finiscono regolarmente in quella gigantesca cloaca ideologica che è la galassia delle ONG. E nessuno, ma proprio nessuno, è in grado di dire dove vadano a finire davvero.

Secondo un rapporto fresco fresco della Corte dei conti europea, tra il 2021 e il 2023, Bruxelles ha distribuito più di 7 miliardi di euro a ben 12.000 ONG. E indovina un po’? Non c’è uno straccio di controllo serio, nessuna tracciabilità sui fondi, zero trasparenza. Ma chi se ne frega, no? L’importante è “fare il bene”, cioè finanziare la nuova religione laica dell’Unione: wokismo, diritti arcobaleno, immigrazione senza freni, minoranze coccolate come panda in via d’estinzione. E il popolo? Il popolo può tranquillamente andare a morire di bollette, tasse e burocrazia. Silenziosamente, possibilmente.

Il punto è chiaro: questi soldi non finanziano progetti sociali, ma servono a irrorare con fertilizzante ideologico una rete di organizzazioni che hanno il compito di rieducare i cittadini europei. Ogni euro diventa una bandierina arcobaleno, una campagna contro l’“odio”, un centro culturale “inclusivo”, un’“emergenza migratoria” da gestire con altri miliardi. È la nuova morale europea: l’importante è essere virtuosi, anche se non si sa bene in che direzione stiamo andando.

E nel frattempo? Un fondo da 5 miliardi per l’Africa pensato per ridurre l’immigrazione finisce per comprare frullatori in villaggi senza elettricità. Il simbolo perfetto dell’UE: spesa assurda, risultato zero, ma piena soddisfazione morale. E se osi criticare, sei populista, fascista, o peggio, euroscettico.

Siamo nell’epoca dell’ecologismo, ma qui ci vorrebbe una bonifica ambientale della spesa pubblica. Serve disinquinare le istituzioni europee da questa sbornia ideologica che ormai ha superato ogni livello di guardia. Serve un po’ di igiene contabile, ma anche culturale. Perché non è solo un problema di soldi buttati: è un problema di visione del mondo. Una visione che calpesta la realtà, ignora i problemi concreti e continua a pretendere il plauso del gregge.

E intanto, ogni mattina, il contribuente europeo si sveglia e scopre che l’UE gli ha preso altri dieci euro per finanziare il nulla. Ma non preoccuparti: lo fanno per il tuo bene. Per l’inclusione. Per la sostenibilità. Per la diversità.

E se poi non arrivi a fine mese… beh, problema tuo.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 12 aprile 2025

Ipocrisie atomiche

 

Chi decide chi può e chi non può?

Ipocrisie atomiche a stelle e strisce

Donald Trump è tornato a parlare di Iran e nucleare. In un’intervista recente, ha ribadito con tono categorico: "L’Iran non può avere la bomba atomica. Non può." Un “non può” ripetuto con la solennità di una legge naturale, di quelle che non si discutono, non si interpretano: si obbediscono. Ma da quale pulpito arriva questa verità assoluta? E soprattutto: chi decide davvero cosa si può e cosa non si può fare nel mondo?

Gli Stati Uniti — che continuano a fornire armi, protezione politica e impunità morale a un alleato come Israele, impegnato in una campagna militare che ha causato oltre 30.000 morti tra i civili palestinesi, inclusi migliaia di bambini — si arrogano ancora una volta il ruolo di giudici supremi della legittimità internazionale. Ma come può un Paese che giustifica (o peggio, ignora) l’uccisione sistematica di innocenti, parlare di “non possibilità” altrui?

C’è una sproporzione oscena tra ciò che gli Stati Uniti si permettono e ciò che pretendono dagli altri. Israele può bombardare scuole, ospedali, rifugi. Può sfidare risoluzioni ONU, ignorare appelli umanitari, occupare territori, costruire muri e apartheid. Può avere armi nucleari non dichiarate, fuori da ogni trattato. Può. Tutto può. E chi lo sostiene, lo copre, lo finanzia, può a sua volta ergersi a giudice e dire all’Iran che non può.

Ecco l’ipocrisia che ci soffoca. La questione iraniana è complessa, certo. Ma non può essere affrontata da chi ha trasformato la potenza in diritto, l’arbitrio in norma, il doppio standard in regola diplomatica. Gli Stati Uniti si sono fatti scudo di un ordine mondiale a senso unico, dove loro possono invadere, bombardare, destabilizzare, armare dittature, finanziare massacri — e al contempo pretendere dagli altri sobrietà, trasparenza e obbedienza.

Che legittimità ha oggi Washington di parlare di "pace", "diritti umani" o "non proliferazione"? Zero. Il mondo intero vede la contraddizione, ma pochi osano dirlo. Trump grida che Teheran non può avere la bomba, ma chi risponde che forse nemmeno Tel Aviv dovrebbe averla? O che forse nessuno dovrebbe averla, a partire proprio dagli USA, che ne hanno usate due sulle popolazioni civili di Hiroshima e Nagasaki, e che ancora oggi mantengono l’arsenale nucleare più vasto del pianeta?

Nel momento in cui la parola "non può" viene pronunciata da chi ha sempre fatto ciò che voleva, allora non è più una norma. È una minaccia. È un ricatto. È l'ennesima conferma che la geopolitica è ancora un teatro in cui i forti scrivono le regole e gli altri le subiscono.

L’Iran forse non può. Ma non perché lo dice Trump. Perché lo dice la pace, il diritto internazionale, l’equilibrio globale. Ma allora diciamolo a tutti. Anche a Israele. Anche agli USA. Anche alla NATO. Diciamolo senza ipocrisie, senza eccezioni, senza doppi pesi e misure.

Altrimenti, quel “non può” non vale nulla. È solo l’eco arrogante di un impero in declino, che si aggrappa ai suoi privilegi come un vecchio sovrano impaurito. E il mondo, stanco, comincia a non ascoltarlo più.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



martedì 8 aprile 2025

La guerra è pace...

"La Guerra è Pace, il Riarmo è Necessario, la Coerenza è Facoltativa"

Ah, che meraviglia l’aria frizzantina che si respira in questi giorni nei salotti editoriali della stampa italiana benpensante e ultra-liberale. Non si parla d’altro: RIARMARSI. Ma non come un vezzo, non come un capriccio. No no, è necessario. L’aggettivo riecheggia tra le colonne dei quotidiani come un mantra laico. Le armi, oggi, non sono solo strumenti di morte: sono simboli di virtù, di civiltà, di progresso. Anzi, di valori europei. Un Kalashnikov per la libertà. Un missile per la pace. Una fregata militare per l’inclusività.

Dove una volta si combatteva per pane, lavoro e diritti, oggi si scende in piazza per… droni? Il paradosso è servito, e ce lo servono con il ditino alzato. Le stesse firme che per decenni hanno difeso l’austerità come se fosse un sacramento economico, oggi diventano pasdaran della spesa pubblica militare. Lo chiamano "investimento". Dicono: “Dobbiamo difendere l’Europa!” Ma da chi, esattamente? Dai nostri stessi fantasmi?

C'è qualcosa di sublime — e perfino comico — nel vedere questi editorialisti scoprire il significato della parola “necessario”. Dove erano, i paladini della necessità, quando si chiudevano ospedali a colpi di spending review? Quando gli infermieri venivano pagati come stagisti? Quando gli insegnanti, ridotti allo status di sacerdoti precari, dovevano comprarsi la carta igienica per la classe? Dove erano i "valori" mentre franavano le infrastrutture, si sventravano i paesaggi e si derubricava la cultura a orpello?

Silenzio. Anzi, peggio: c'era l'applauso. “Bisogna fare sacrifici”. Ma ora, per i carri armati, nessun sacrificio è troppo grande. È NECESSARIO.

E il bello è che la stessa Unione Europea — quella tecnocratica, laica, iperrazionale — ora ci viene a dire che dobbiamo armarci. E lo dice con l’autorità... di chi non ha alcuna competenza in materia. Già, perché l’UE, in teoria, non ha giurisdizione sugli eserciti dei singoli Stati. Ma in pratica, da qualche tempo, sembra più lo zio militarizzato che fa irruzione alle feste e ti spiega perché è meglio comprare un Leopard 2 piuttosto che ristrutturare la scuola elementare cadente.

E nel frattempo, chi osa sollevare un sopracciglio viene etichettato come nostalgico, pacifista da salotto, irresponsabile. È la nuova ortodossia: o sei per il riarmo, o sei contro la civiltà.

L’Europa dei diritti è diventata l’Europa dei droni. L’Europa dei popoli è diventata l’Europa dei contractor. E tutto questo viene ammantato da un’epica da film bellico: “dobbiamo difendere i nostri valori”. Ma viene da chiedersi: quali valori? La coerenza, evidentemente, non rientra tra questi.

In fondo, forse avevano ragione loro sin dall'inizio. La pace era solo un intermezzo. Il vero progetto europeo — quello inconfessato, quello ReamEurope — ha finalmente gettato la maschera. Non più "uniti nella diversità", ma "uniti negli armamenti". E chi non si accoda, è fuori dal coro. Anzi, fuori dall’Europa.

D’altronde, nel 2025, nulla è più rivoluzionario del chiedere fondi per un ospedale. Nulla è più eversivo del dire: “abbiamo bisogno di insegnanti, non di caccia F-35”. E nulla è più sarcasticamente tragico del fatto che dire questo significhi essere etichettati come ingenui.

Ma chi vuole essere cinico oggi, ha il mondo in mano. Basta dire una sola parola, con voce ferma, sguardo fiero, e una lacrimuccia patriottica:
NECESSARIO.

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LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo


domenica 6 aprile 2025

Magistratura alla deriva

 Italia, sicurezza alla deriva: quando la magistratura dimentica il popolo in nome del quale dovrebbe giudicare

C’è un’Italia che chiede sicurezza. Un’Italia che non ne può più. Donne che hanno paura a camminare da sole la sera. Anziani barricati in casa. Genitori che non osano più mandare i figli a scuola da soli. È la realtà quotidiana: violenze gratuite, stupri, accoltellamenti, aggressioni, risse, rapine. Una spirale crescente che ha travolto il Paese e che mostra, ogni giorno di più, la totale impotenza dello Stato nel garantire l’ordine e la legalità.

Il sentimento diffuso, in ogni classe sociale e in ogni fascia d’età, è uno solo: insicurezza. Una paura ormai radicata, non più frutto di percezioni alterate, ma confermata giorno dopo giorno dai fatti. Anche in quelle realtà di provincia un tempo simbolo di pace e tranquillità. E di fronte a tutto questo, la risposta dello Stato è rimasta la stessa: inadeguata, farraginosa, permissiva.

Il nostro impianto penale e processuale — costruito per una società diversa (e scomparsa) — è divenuto un ostacolo strutturale alla giustizia (quella vera). Un sistema che ha smarrito il principio basilare della deterrenza, sostituito da un’ideologia buonista degna di un “liberi tutti” incondizionato. Sconti di pena “di default”, misure alternative alla detenzione estese anche ai recidivi, sospensioni condizionali, rinvii, cavilli, attenuanti generiche — tutto ruota attorno al reo, mai attorno alla vittima.

Oggi in Italia si può aggredire una donna e non fare nemmeno un giorno di carcere. Si può accoltellare per una lite e tornare liberi in meno di ventiquattr’ore. Si può vivere da ladro seriale e continuare a godere dei benefici di un sistema “rieducativo” che ha completamente perso contatto con la realtà.

Questo non è più tollerabile. Non esiste civiltà senza ordine, e non esiste ordine senza la certezza che ogni gesto criminale porti conseguenze vere, rapide, visibili. Il cittadino deve sapere che lo Stato lo protegge. Il delinquente deve sapere che lo Stato lo punirà. Subito.

Occorre dunque una svolta radicale: un nuovo automatismo tra reato e carcere, soprattutto per i reati violenti. Chi agisce con violenza deve essere immediatamente allontanato dalla società. Senza se, senza ma. Basta scorciatoie, basta buonismo ideologico.

Ed è proprio in questo contesto che il governo Meloni — pur con ritardo e timidezza — ha presentato un nuovo Disegno di Legge Sicurezza, recentemente approvato alla Camera. Il provvedimento introduce misure che vanno in parte nella giusta direzione:

  • Inasprimento delle pene per occupazioni abusive di immobili, con reclusione da 2 a 7 anni.

  • Reintroduzione del reato di blocco stradale o ferroviario, con pene da 6 mesi a 2 anni.

  • Aggravanti per reati commessi in stazioni o mezzi pubblici.

  • Possibilità per il giudice di negare il rinvio della pena per madri condannate se sussiste rischio di recidiva.

  • Divieto di vendita di SIM a migranti irregolari.

  • Classificazione della cannabis light come sostanza stupefacente.

  • Uso esteso delle bodycam per le forze dell’ordine.

  • Aumento delle pene per resistenza e violenza a pubblico ufficiale.

  • Estensione del Daspo urbano anche a chi ha commesso reati contro la persona o il patrimonio in contesti pubblici.

Misure condivisibili, per certi aspetti. Ma diciamolo con franchezza: largamente e totalmente insufficienti a fronteggiare la gravità della situazione. Si tratta di aggiustamenti, correzioni di rotta marginali, non di una riforma organica. Il codice penale e il codice di procedura rimangono inadeguati e in ritardo di trent’anni. La violenza continua a camminare indisturbata nelle nostre strade.

E proprio quando un governo — seppure con goffaggine e ritardo — prova almeno in parte a toccare questi temi, ecco che una parte della magistratura scende in campo per attaccare il DdL, non per ragioni tecniche, non per rilievi costituzionali, ma per esplicite prese di posizione ideologiche e politiche. È l’ANM, l’Associazione Nazionale Magistrati, a prendere la parola con toni da comizio, schierandosi apertamente contro l’impostazione del governo.

Ma chi ha autorizzato questi magistrati a comportarsi da attori politici? Dove finisce l’imparzialità e comincia l’attivismo? La magistratura non ha il diritto di dettare la linea politica a un governo democraticamente eletto, soprattutto su temi — come la sicurezza pubblica — che riguardano direttamente la volontà popolare.

La Costituzione parla chiaro: i magistrati giudicano in nome del popolo italiano. Ma oggi una parte della magistratura ha evidentemente dimenticato chi è quel popolo, cosa vive ogni giorno, cosa chiede da anni. Si mostrano imparziali con i criminali, ma militanti contro chi cerca — finalmente — di ridare senso alla legge.

È legittimo chiedersi: da che parte stanno queste toghe? Difendono i cittadini o difendono sé stesse? Difendono la legalità o un’ideologia? Vogliono applicare la legge o usarla per combattere chi non la pensa come loro?

Attenzione: qui non si tratta di difendere il governo. Anzi, il governo Meloni è colpevole di mendacio ed è colpevolmente in ritardo su tutto, le sue risposte sono deboli e insufficienti. Ma proprio per questo è ancora più grave che una parte della magistratura decida di usare la sua funzione per ostacolare, pubblicamente e politicamente, ogni tentativo di intervento, anche minimo.

La separazione dei poteri non è un pretesto per fare politica in toga. Se un magistrato vuole partecipare al dibattito pubblico, ha uno strumento: si candidi. Altrimenti taccia, e giudichi — in silenzio, con equilibrio, con rispetto per il popolo da cui trae legittimità.

Oggi l’Italia ha bisogno di sicurezza. E ha bisogno di una giustizia che non sia né militante né complice. Ha bisogno di riforme serie, radicali, urgenti. Ma ha anche bisogno che ognuno torni al proprio posto, e rispetti il confine tra la funzione che esercita e il potere che non gli compete.

Il tempo delle parole è finito. Adesso serve serietà, responsabilità, coraggio. O la frattura tra Stato e cittadini diventerà definitiva.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 5 aprile 2025

Mortalità infantile... in Europa

Mortalità infantile: il dato che l’Europa finge di non vedere

In un’Unione Europea che si autocelebra quotidianamente come paladina dei diritti, della modernità e del progresso sociale, nessuno — e dico nessuno — sembra voler parlare del dato più crudo, più imbarazzante, più rivelatore dello stato reale delle nostre società: l’esplosione della mortalità infantile.

I media prevalenti cercano di convincerci che temi come “diritto all’aborto”, “eutanasia”, siano i soli che interessino i cittadini e non dicono una parola — nemmeno una! — sul diritto di un bambino a nascere e sopravvivere. Non una parola sulla salute delle giovani madri. Eppure, nulla dice di più sulla salute di una società del modo in cui protegge i suoi membri più fragili: i neonati.

La Francia: da faro mondiale della sanità pubblica a caso da manuale del disastro europeo

Una volta, non troppo tempo fa, la Francia era l’esempio mondiale di sanità pubblica ed efficienza ospedaliera. Parliamo degli anni '70, '80 e '90, prima dell’ingresso in un’Unione Europea che avrebbe lentamente ma inesorabilmente corroso l’impalcatura stessa dello Stato sociale francese. A quel tempo, il sistema sanitario francese era considerato il migliore al mondo. La mortalità infantile? Tra le più basse di tutto il pianeta, inferiore persino a quella dei Paesi nordici. Ogni francese, ricco o povero, rurale o urbano, poteva contare su un ospedale pubblico funzionante, su medici presenti, su infermieri formati, su reparti maternità ovunque, anche nei paesi di campagna.

Poi, è arrivata l'Europa. E con essa il vincolo di bilancio, il pareggio strutturale, la riduzione dei “costi fissi”. Un’espressione tecnica elegante per dire: meno medici, meno letti, meno ambulanze, meno pediatri, meno infermiere, meno umanità. Oggi, dopo 20 anni di dogmatismo europeo e 8 anni di macronismo sfrenato, la Francia è in ginocchio. Gli ospedali chiudono, i reparti sono al collasso, il personale sanitario fugge all’estero o cambia mestiere, i pronto soccorso scoppiano. E la mortalità infantile aumenta in maniera folgorante.



L’UE ha fallito. E lo ha fatto clamorosamente.

Oggi la Francia – un Paese considerato centrale nella costruzione dell’Europa sociale – ha un tasso di mortalità infantile superiore alla media europea. E non parliamo di qualche decimale: 3,7 per mille in Francia contro 3,0 della media dei Paesi europei. Peggio ancora, la Francia si piazza al 23° posto su 27 nella classifica europea.

Chi guida la classifica? I soliti Paesi nordici: Finlandia, Svezia, Estonia. Ma non grazie all’UE: grazie a sistemi nazionali che, malgrado Bruxelles, hanno resistito allo smantellamento del pubblico.

Perché sì: l’UE ha abbracciato il modello privatistico americano. Ospedali pubblici chiusi, maternità svuotate, ostetriche in sciopero, infermieri sotto pagati e una burocrazia sanitaria degna di una distopia kafkiana. Il mantra è sempre lo stesso: tagli, “razionalizzazioni”, efficienza di bilancio.

Intanto, negli USA, modello ispiratore, la mortalità infantile è peggiore della Russia.

Sì, hai letto bene. La Russia di Putin ha una mortalità infantile più bassa degli Stati Uniti. Nel 2023, 4,8 per mille in Russia contro 5,6 negli USA. E questo nonostante le sanzioni, l’isolamento economico, le guerre, le crisi interne. Ma evidentemente, quando si investe seriamente nella sanità pubblica, i risultati si vedono. E non dobbiamo dimenticare da dove è partito Putin, non possiamo dimenticare che la mortalità infantile in Russia era del 16,8% nel 1999 !

In Russia, nonostante tutto, il sistema sanitario pubblico è stato rafforzato. Mentre l’Occidente "liberale" tagliava e privatizzava, Mosca costruiva ospedali. Mentre in Europa interi reparti chiudevano, in Russia si investiva in medicina prenatale. E i numeri parlano da soli.



La sanità è la cartina tornasole di tutto

Vuoi sapere se un Paese sta andando nella giusta direzione? Guarda la sanità. Vuoi sapere se una società è giusta, civile, equa? Guarda come tratta i suoi neonati. E l’UE, sotto questo punto di vista, è un fallimento colossale.

Certo, possiamo continuare a dibattere su "diritti", sempre più astratti e ideologici. Ma quando manca il diritto a nascere e vivere dignitosamente, tutto il resto è solo propaganda.



Putin riesce dove noi falliamo

Fa male dirlo, ma è così. Mentre l’Europa si guarda allo specchio e si racconta di essere la culla dei valori e della giustizia, la realtà la smentisce, un neonato alla volta.

E finché non avremo il coraggio di rimettere la salute pubblica al centro del progetto europeo, la nostra decadenza continuerà, silenziosa, nascosta dietro dati che nessuno vuole leggere.

Ma la mortalità infantile non mente, e troppi bambini muoiono prematuramente nell’UE di Ursula. Si manderà un kit di sopravvivenza anche alle giovani madri?


LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



La gioventù francese presenta il conto

  Notre jeunesse : La gioventù francese presenta il conto a Macron *** Da alcune settimane la Francia assiste a una mobilitazione studente...