lunedì 24 novembre 2025

Astensione record: democrazia GAME OVER

 

Astensione record alle urne: la democrazia italiana è un’illusione


Tre regioni chiave, tre elezioni appena concluse, e il dato è inquietante: meno della metà degli aventi diritto si è degnata di recarsi alle urne. Veneto, Campania, Puglia. Non è un semplice incidente statistico: è un segnale forte e inequivocabile. Gli italiani non credono più nella loro democrazia. E prima di cercare capri espiatori strani, lo diciamo chiaro: non è colpa della Russia, non sono i social, non è una “manipolazione dell’informazione”. La colpa è qui, davanti a noi, nelle piazze vuote e nei seggi deserti. La colpa è nostra, dei politici e del sistema che ha svuotato di senso il voto.

Perché votare, quando tutti sanno che le decisioni fondamentali vengono prese altrove? A Bruxelles, Londra, Washington, Pechino. Dove certo noi non possiamo andare a votare. Dove la volontà dei cittadini italiani conta quanto un alito di vento. Si va a votare, si sceglie, si spera… e poi nulla cambia. Le strade restano dissestate, i salari stagnano, i servizi pubblici arrancano, e chi è al potere continua indisturbato a fare l’agenda degli interessi globali, non dei cittadini.

L’astensione record non è un capriccio, è un grido silenzioso: “Siamo stanchi. Siamo delusi. Il nostro voto non serve a nulla.” Una democrazia che non ascolta i propri cittadini è una democrazia morente. E l’Italia, una delle nazioni fondatrici dell’Europa, rischia di esserne la prova vivente.

La realtà è cruda: finché ogni decisione strategica sarà presa lontano dai nostri confini, nei corridoi del potere globale, finché la politica italiana sarà ridotta a una farsa di tattiche e mediazioni inutili, nessun voto convincerà più gli italiani a scendere in piazza o a riempire le urne. L’astensione non è rifiuto del dovere civico: è lucidità politica. È l’unico gesto di onestà rimasto di fronte a un sistema che ha deciso, senza chiedere il permesso, di ignorare la voce dei cittadini.

E allora, sveglia, classe politica: smettete di dare la colpa agli altri. Gli italiani hanno capito tutto. E hanno scelto di non partecipare a uno spettacolo che non li rappresenta.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo





martedì 18 novembre 2025

La carica dei privati

L’Europa dei fornitori: dallAncien Régime alle privatizzazioni contemporanee

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Come il potere economico privato ritorna ogni volta che lo Stato arretra

Ci sono epoche che sembrano lontane, separate da rivoluzioni, trasformazioni tecnologiche, mutamenti politici radicali, e che tuttavia condividono una struttura profonda comune. La Francia del XVIII secolo, governata dallintreccio opaco tra monarchia e fournisseurs, e lEuropa contemporanea, attraversata da tre decenni di privatizzazioni, sembrano due mondi imparagonabili. Eppure, quando si analizza il funzionamento della politica economica, qualcosa ritorna con insistenza: là dove lo Stato abdica, nasce un nuovo ceto di intermediari privati. Questo meccanismo, antico quanto la modernità stessa, è oggi al centro del destino europeo.


I fornitori dellAncien Régime: il potere che si nutre del bisogno

Alla vigilia della Rivoluzione francese, la Francia era formalmente una monarchia assoluta, ma nella pratica era uno Stato frammentato e permeato da interessi privati che prosperavano allombra della debolezza amministrativa. Il sistema degli appalti pubblici dalle forniture militari a quelle alimentari, dai trasporti alle infrastrutture aveva generato una classe di fournisseurs che esercitava uninfluenza crescente sulle decisioni del governo.
Molti di essi e il caso di Voltaire è emblematico accumulavano ricchezze non attraverso innovazione o produzione, ma grazie a contratti garantiti dal sovrano, prezzi gonfiati, qualità scadente, corruzione aperta o dissimulata.

Questo sistema non crollò con Luigi XVI. La Rivoluzione non riuscì a spezzare il meccanismo, che anzi sopravvisse e si ampliò. I Girondini vi si affidarono per far fronte alle necessità della guerra. Il Comitato di Salute Pubblica combatté contro la speculazione, ma senza riuscire a eliminare la dipendenza dai fornitori. Il Direttorio, segnato da scandali continui, fu quasi interamente catturato da essi. Persino Napoleone, pur introducendo una severa disciplina amministrativa, non rinunciò a mantenere il sistema di contratti privati per la logistica militare.
L’intera vita dello Stato, in pace e in guerra, dipendeva da questa nuova aristocrazia economica.


Lo Stato del dopoguerra: un tentativo di emancipazione

Solo nel XX secolo, dopo crisi economiche, guerre mondiali e rivoluzioni politiche, lEuropa intraprese un percorso differente. La costruzione dello Stato sociale, gli investimenti pubblici, le nazionalizzazioni strategiche e lidea che i servizi essenziali dovessero appartenere alla collettività produssero una delle stagioni più feconde della storia europea. Energia, trasporti, comunicazioni, grandi banche pubbliche e istituti di sviluppo costituivano gli strumenti per costruire una modernità non subordinata ai privati.

Il successo di questa fase crescita stabile, accesso diffuso ai servizi, riduzione delle disuguaglianze mostrò che lo Stato, quando dotato di mezzi adeguati, può essere non solo regolatore, ma anche produttore efficiente e garante del bene comune.


Il grande arretramento: lEuropa delle privatizzazioni

A partire dagli anni Novanta, con un fervore quasi ideologico, lEuropa ha intrapreso un processo di privatizzazione sistematica di ciò che era stato costruito nei decenni precedenti. Le aziende energetiche, le autostrade, le telecomunicazioni, parte dei trasporti, molte infrastrutture portanti della vita sociale sono state cedute a operatori privati.

La promessa era semplice: più concorrenza, più efficienza, prezzi più bassi. La realtà si è presto rivelata molto diversa. I prezzi di energia, acqua, trasporto su gomma e su ferro sono cresciuti ben oltre linflazione. I servizi, in molti casi, si sono deteriorati. E una nuova classe di operatori ha occupato le posizioni lasciate libere dallo Stato, trasformando beni comuni in fonti di rendita privata.

La logica che si è instaurata è identica a quella del XVIII secolo: il cittadino non è più utente, ma prigioniero di un monopolio privato; lo Stato non è più protagonista, ma garante dellequilibrio finanziario dei concessionari; i profitti sono privatizzati, i rischi e le perdite socializzati.
Sono tornati i fournisseurs, ma con un linguaggio manageriale, un marketing brillante e la benedizione di un clima culturale che ha identificato il pubblico con linefficienza e il privato con la virtù.


Un’analogia più profonda di quanto sembri

La somiglianza tra la Francia del 1788 e lEuropa di oggi non è un artificio retorico. È una somiglianza strutturale. Allora lo Stato era indebitato, debole e incapace di controllare i propri appaltatori. Oggi gli Stati europei sono vincolati da regole fiscali rigide, dalla frammentazione politica interna, da unideologia economica che scoraggia lintervento pubblico e da un contesto globale in cui le grandi corporazioni hanno un potere negoziale superiore a quello di molte cancellerie nazionali.

In entrambi i casi, i cittadini pagano più di quanto ricevano, mentre gli intermediari accumulano profitti grazie alla posizione garantita che occupano. Lantica aristocrazia di corte e la nuova aristocrazia del mercato condividono la stessa caratteristica: prosperano sulla dipendenza dello Stato. È questo che rende il parallelo non solo suggestivo, ma profondamente istruttivo.


Conclusione: Robespierre e il destino politico di chi vuole sottrarre lo Stato ai fornitori

In questa ricostruzione storica, una figura emerge con forza particolare: Maximilien Robespierre. Al di là delle caricature che la storiografia liberale ha perpetuato per due secoli, Robespierre fu il dirigente politico che più consapevolmente cercò di spezzare il potere dei fornitori e di restituire la cosa pubblica al controllo della collettività. Nelle sue battaglie contro la speculazione, nelle sue invettive contro gli accaparratori, nella sua difesa del calmiere dei prezzi, nellidea che lo Stato dovesse garantire pane, giustizia e uguaglianza reale, vi era la chiara comprensione che la libertà politica non può esistere se la vita materiale del popolo è nelle mani di interessi privati.

Robespierre tentò di sottrarre lo Stato al ricatto dei fornitori, di imporre uneconomia repubblicana della virtù, di affermare che la nazione non potesse essere una vacca da mungere da parte di pochi privilegiati travestiti da imprenditori. E per questo fu abbattuto. Il Termidoro lo cancellò fisicamente e la storia dominante lo relegò per decenni al ruolo di tiranno sanguinario, perché nulla è più insopportabile, per le oligarchie economiche, di un potere politico che rifiuta di essere loro subordinato.

L’Europa di oggi, che non è certo il Terrore né la Convenzione, si trova tuttavia di fronte a una domanda simile: può uno Stato democratico sopravvivere se le sue funzioni essenziali sono consegnate ai nuovi fornitori?
Robespierre ci parla da lontano, non per invitarci a ripetere il suo metodo, ma per ricordarci la sua intuizione: uno Stato che non controlla le sue fondamenta economiche è uno Stato che vive di illusioni politiche.

Oggi come allora, la sovranità non si misura nei discorsi, ma nelle infrastrutture, nellenergia, nella capacità di assicurare beni comuni senza dipendere da rendite private.
La storia ha relegato Robespierre allinferno della memoria ufficiale; la realtà, silenziosamente, continua a dargli ragione.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



SUPERBONUS NO, CONDONO SÌ

SUPERBONUS NO, CONDONO SÌ : CARA GIORGIA, QUAL È IL SENSO ?

Negli ultimi giorni un emendamento alla legge di bilancio 2026 presentato dalla maggioranza in particolare Fratelli dItalia e Forza Italiacontiene la riapertura dei termini della vecchia sanatoria/condono edilizio del 2003, riproponendo così la possibilità di regolarizzare costruzioni abusive. La norma è stata inserita tra i numerosi emendamenti alla Manovra e ha subito scatenato polemiche: opposizioni, sindacati e ambientalisti lhanno definita un «colpo di spugna» pro-furbetti, e diversi commentatori la leggono anche come una mossa dallevidente valenza elettorale regionale (Campania).

Perché dobbiamo ancora e ancora sorbirci questa farsa dei condoni? Quando più conviene agli incompetenti corrotti che ci governano :un condono edilizio. E chi paga? Ma non era proprio questa la domanda di Meloni&Co contro il Superbonus : chi paga? E ora? Condono. Ma chi paga? Chi ci capisce è bravo.

Parliamo poi della questione della speculazione edilizia, delle villettopoli, degli abusivismi sistemici. Ma la Meloni non aveva affermato a più riprese di “stare dalla parte del paesaggio”?

Dove sta la dissuasione per chi vuole fare il furbo in Italia se il messaggio è sempre lo stesso fai, costruisci, e quando verrai beccato prima o poi qualcuno ti offrirà di farla franca con un bollo e una mini-tassa?

Per cinquantanni intere campagne, coste e periferie sono state sfigurate, distrutte, deturpate da chi ha messo cemento dove non si doveva, spesso con la complicità di amministrazioni cortesi o distratte. E che si fa? Si rilancia un condono che, nella pratica, premia ancora una volta gli stessi che hanno infranto regole e poi chiedono il riconoscimento pubblico della loro irregolarità. Intanto pagano il conto i cittadini onesti quelli che rispettano leggi e vincoli e lambiente, che non ha modo di chiedere il conto. È scandaloso, inaccettabile, credo perfino offensivo per chi ha trascorso anni a combattere per la bellezza d’Italia e per chi ama davvero questo Paese.

E non caschiamo nellipocrisia dei numeri: si parla sempre di salvare migliaia di abitazioni, di mettere al sicuro famiglie, ma non si dice che spesso dietro quelle case ci sono interessi immobiliari occulti e speculazione selvaggia. Non si dice che il condono è una scorciatoia che trasforma la legge in un bancomat elettorale. E se qualcuno piange per le famiglie in difficoltà, ben venga una misura mirata e equa non certo unelemosina che spalanca la porta al racket dellabuso. Il condono edilizio non può essere fatto passare per una politica del diritto alla casa in un paese civile.

E poi, domande provocatorie che gridano giustizia: perché invece non ci condonano mai le accise sul diesel, quelle che pesano sulle tasche di milioni di lavoratori e imprese? Perché non abolire la miriade di imposte indirette che schiaccia il ceto medio? Perché si trovano soldi facili per cancellare lillegalità edilizia che premia i furbi ma non si toccano i miliardi a Kiev e le armi a Netanyahu? E se il governo è così sollecito a fare regali, perché non risparmia i miliardi che partono per finanziare la mafia delle energie falsamente rinnovabili?

Il condono non è una cura: è un analgesico che nasconde la malattia. E la malattia è culturale prima che legislativa. È una cultura della scusa verso i furbi, delleccezione trasformata in regola, della complicità con chi sfigura la bellezza della nostra patria. Sin quando la politica continuerà a premiare lillegale con sanatorie periodiche, lItalia continuerà a perdere bellezza, legalità e fiducia nello Stato. Perché alla fine sono sempre i furbetti che vengono premiati.

Serve altro: serve rigore, controllo, sanzioni vere, demolizioni quando la legge lo richiede, e piani di recupero del costruito pensati per il bene comune non regali di turno. Serve trasparenza su chi beneficia davvero delle sanatorie e, soprattutto, serve che la politica smetta di barattare il patrimonio paesaggistico del Paese con decine di voti in più.

Se il governo Meloni (e i suoi alleati) desiderano davvero difendere le famiglie e il Paese, non c’è strada più semplice: sospendete questa idea di condono che puzza di compromesso e scegliete invece investimenti per la riqualificazione, controlli serrati e misure sociali mirate per chi è davvero in difficoltà.

Il condono edilizio del 2003 varato dal governo Berlusconi aveva già avuto conseguenze devastanti sul paesaggio e sulla corruzione. E ora vediamo con chiarezza di chi è erede questo governo Meloni.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo







venerdì 14 novembre 2025

Il fascino discreto della borghesia

IL FASCINO DISCRETO DELLA BORGHESIA

Ah, la borghesia: raffinati salotti dorati dove laroma del cognac si mescola al profumo dei fiori riposanti in placidi vasi Ming. Gente perbene, gente elegante e al contempo gente profondamente marcia. Sì, perché ironia della sorte, sono proprio i signori della ricchezza, i possidenti con il portafoglio più gonfio del cuore, che ci mostrano il loro volto più grottesco nellinchiesta sui cecchini del weekend” a Sarajevo.


Quando la ricchezza diventa un videogioco dellorrore

Secondo un esposto depositato presso la Procura di Milano alcuni turisti di alto bordopagavano fior di quattrini per essere trasportati sulle colline intorno a Sarajevo durante lassedio (199296) e sparare sui civili. Per questi signori, non cera nulla di male a trasformare una guerra in un safari umano: che rinfrescante escursione domenicale!

Tra i clientiamici delle armi e con la passione per il fucile di precisione, risultano (ovviamente) anche alcuni facoltosi italiani almeno cinque identificati, ma forse molti di più. Il costo della gita? Non poco: si parla di tariffari dellorroredove uccidere un bambino costava cento milioni di lire, un uomo adulto (se meglio in divisa”) la metà, una donna un pomeno, e gli anziani potevano essere ammazzati gratis.


Paradiso dei borghesi, inferno per il popolo

La borghesia da sempre autoproclamatasi custode dellordine e della moralità, del decoro e di una qualche forma di responsabilità civica, nel weekend, lontano dai riflettori, diventa mecenate dellorrore. Per puro, semplice divertimento sadico. La gente comune il popolo – è ridotta a bersaglio mobile, materiale umano da consumare a piacimento. Persone reali, carne, sangue, vita: tutto strumentalizzato per soddisfare la brama borghese di eccitazione violenta. Dopotutto lo sappiamo bene, dopo un po’ con tutti quei soldi non sai più cosa comprare, bisogna capirli. I ricchi si annoiano.

Pasolini ci aveva avvertiti: dietro la facciata luccicante della borghesia si cela una voragine morale. E il marchese de Sade, pure. Eppure, noi collettivamente abbiamo consegnato le chiavi del mondo proprio a questi soggetti: quelli che, tra un sorso di champagne e una battuta di spirito, trattano la vita altrui come un banale videogioco.


Il silenzio complice delle istituzioni

Non è un caso che tutto ciò emerga solo ora, dopo decenni. Linchiesta è partita grazie a uno scrittore, Ezio Gavazzeni, che ha raccolto testimonianze e ha presentato un esposto. La procura di Milano ha aperto il fascicolo, ma i veri colpevoli i ricchi, con i loro charter, i voli di lusso, gli elicotteri restano ignoti: perché può darsi che chiunque, purché con un conto in banca, abbia causato morte per puro divertimento. Insomma, nomi non ne avremo mai.

E poi c’è quella compagnia charter serba, infrastrutture turistiche, elicotteri. Una rete ben oliata per trasportare i clientidel terrore senza dare nell’occhio. Si sa, i grandi borghesi sono organizzati.


L’abisso

Stefano Magni, nellodierno editoriale de La Nuova Bussola, commenta con ragione che questo fenomeno: pagare per uccidere, è un atto profondamente nichilista.

Questa è borghesia 2.0, dove la distanza economica è anche distanza morale: più soldi hai, più puoi permetterti di giocare con la morte di chi non ne ha. Per il piacere perverso di contemplare una vittima che cade, di sentire il potere assoluto di decidere chi vive e chi muore.


Conclusione amara

Allombra di palazzi e ville signorili, dietro finte conversazioni su arte, filantropia e valori tradizionali, si nasconde una bestia: la brama borghese di dominio sui vivi. Non è solo un problema di ricchi che sbagliano: è la conseguenza di un sistema malato che, troppe volte, ha dato ai benestanti le chiavi del potere (e della morte).

Il marchese de Sade, Pasolini, non erano profeti solo per scherzo: ci avevano avvisati. Eppure, eccoci qua: con i fascinosi signori della borghesia che trasformano la tragedia degli altri nella loro più morbosa vacanza. È disgustoso, ma è reale. È l’occidente liberale. Fa anche rima.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 6 novembre 2025

Scusate, ma il socialismo è un’altra cosa

L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York ha scatenato titoloni pieni di entusiasmo messianico: Socialista! e, naturalmente, Musulmano!

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Sul secondo aggettivo glissiamo, perché la fede è un fatto personale e Mamdani ha il diritto di credere in ciò che vuole.
È
invece sul socialista che lOccidente mediatico in delirio merita una bella pausa riflessiva.


Socialistade che?

Perché, sia chiaro, qui non stiamo parlando dei socialisti di una volta quelli che almeno sapevano distinguere una fabbrica da un fondo speculativo. No, qui il socialismo viene brandito come unetichetta glamour, un badge da conferenza TED, un filtro Instagram applicato su una skyline di vetro e hedge fund.

Diciamocelo: c’è un che di comico (involontario) nel vedere tanta parte della stampa mondiale descrivere come paladino del popolouna figura come Mamdani immortalato spesso a braccetto di figure come George Soros. Un socialista che campeggia, metaforicamente, con il decano della finanza globale filantropica.
Un pocome se Che Guevara avesse fatto il calendario Pirelli: affascinante, sì, ma ideologicamente instabile.

E da qui il capolavoro semantico: chiamare socialismoun ecosistema che sa più di fondi etici, start-up immobiliari, capitalismo ben stirato e finanza ARN capace di replicarsi in ogni contesto mantenendo lo stesso codice genetico.

E così, nel grande laboratorio politico della metropoli più costosa e diseguale dellintero emisfero, nasce un nuovo socialismo:
quello della speculazione edilizia etica”;
del capitalismo geneticamente modificato, versione premium;
della finanza responsabile, una specie di ARN politico capace di mutare, adattarsi e riprodursi senza mai abbandonare il suo habitat naturale: la rendita.

Altro che socialismo.

Ma forse il punto non è Mamdani. Forse il punto siamo noi.
Noi, occidentali nutriti per un secolo a popcorn e narrazioni hollywoodiane.
Noi che abbiamo un bisogno quasi antropologico che, negli Stati Uniti, anche lingiustizia sistemica finisca per essere riscattata da un personaggio che, figlio delle sacre minoranze, entra in scena allultimo minuto, redime il sistema, salva il quartiere e riporta a casa tutti i valori democratici a stelle e strisce! Bravo!!!

Ci piace così: con una bella colonna sonora e un paio di controcampi drammatici.


La realtà, alla fine, è solo un fastidioso dettaglio.

E allora eccoci qui, ad applaudire il socialismonewyorkese come fosse una rinascita ideologica.
È
un film. Un film ben scritto, ben fotografato, pieno di parole che sembrano radicali e gesti che sembrano popolari.

Il socialismo, però, quello vero, dovrebbe averci insegnato che quando gentaglia come George Soros ride, il popolo piange.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



domenica 2 novembre 2025

Basta retorica USA

 Basta con la retorica dellimpero: il mondo non può più tacere davanti allarroganza USA


C’è un limite oltre il quale non si deve andare. Un minimo di decenza da rispettare. Gli Stati Uniti dAmerica da otto decenni autoproclamatisi gendarmi del mondo tornano a brandire la sfinente, logora bandiera della difesa della democraziaper giustificare ciò che in realtà è soltanto lennesimo capitolo di una politica estera predatoria, imperialista e profondamente ipocrita.

Ora lobiettivo è il Venezuela di Nicolás Maduro, uno Stato sovrano, riconosciuto dalla comunità internazionale, certo imperfetto e segnato da gravi crisi interne, ma pur sempre un paese membro di una comunità internazionale che deve garantirne i diritti alla sovranità e all’autodeterminazione del proprio popolo. Eppure, come già accaduto in Iraq, in Libia, in Serbia, in Afghanistan, Washington ricomincia con il solito copione: costruire una narrazione tossica, gonfiare accuse, mobilitare media e apparati di intelligence per preparare lopinione pubblica a un intervento necessario”.

UNA RETORICA SEMPRE UGUALE
Cambiano i paesi, ma il copione resta identico.
- In Kosovo, la giustificazione fu un presunto genocidio mai comprovato nei termini raccontati dai media occidentali.
- In Iraq, si parlò di armi di distruzione di massache non sono mai esistite.
- In Libia, si invocò la difesa dei civili per distruggere uno Stato e lasciarne le macerie in mano alle milizie.
- In Siria, si è usata la bandiera dei diritti umaniper coprire una strategia di contenimento e dominio regionale.

Oggi tocca al Venezuela, con la nuova menzogna del narcotraffico di Stato. Il tutto condito da dichiarazioni di senatori repubblicani e analisti vicini alle lobby del petrolio, pronti a evocare azioni preventive” o operazioni miratein nome della sicurezza e della libertà.

Facciamo chiarezza : secondo Trump e soci sarebbe colpa del Venezuela di Maduro se i giovani americani sono un branco di tossici dipendenti dal Fentanyl. Peccato che il Venezuela non c’entri nulla con la produzione di Fentanyl. E se anche fosse? In Europa abbiamo un problema di sovrappeso della popolazione giovanile. Questo ci autorizzerebbe a bombardare gli USA perché i McDonald’s e la CocaCola provengono da lì?

IL VERO OBIETTIVO: RISORSE E DOMINIO
Parliamoci chiaro. Non si tratta mai di libertà, né di narcotraffico, né democrazia. Gli Stati Uniti non esportano valori: allargano il proprio impero.
Il Venezuela possiede le più grandi riserve di petrolio al mondo, risorse minerarie strategiche, e una posizione geopolitica centrale nel continente sudamericano. È questo che attira lattenzione dellimpero a stelle e strisce, non certo le sorti del popolo venezuelano.

Gli USA vogliono il controllo del petrolio venezuelano. Gli USA vogliono che il petrolio venezuelano sia venduto e comprato in dollari. Gli USA hanno paura che le più importanti riserve di greggio del mondo sfuggano alla loro valuta, determinandone una perdita di valore che sarebbe spaventosa per l’economia USA.

Dopo i tentativi falliti di destabilizzare Maduro dal riconoscimento del fantoccio Guaidó alle sanzioni che hanno strangolato leconomia del Paese ora si cambia tattica: si paventa un intervento militare. È l’ennesimo passaggio di un copione scritto a Washington, applaudito nei salotti dellEuropa che tace, e amplificato dai grandi media occidentali che fingono obiettività mentre fanno da megafono al potere.

IL SILENZIO DEI MEDIA E DEI GOVERNI DELLE COLONIE USA (NOI)
È
scandaloso il silenzio della comunità internazionale. L’ONU balbetta, l’Europa tace, i media parlano solo la lingua dell’“ordine liberale. Ma la realtà è che gli USA non hanno NESSUN DIRITTO di invadere il Venezuela. L’aggressione diplomatica, economica o militare contro uno Stato sovrano rappresenta una violazione diretta del diritto internazionale e un pericolo per la stabilità globale.

BASTA
Basta con la retorica salvifica di Washington. Basta con la complicità dei media che trasformano laggressore in liberatore. Basta con la finta morale che nasconde la brama di petrolio, controllo e dominio.

Il mondo deve dire no.
Non per difendere un governo, ma per difendere un principio: quello dellindipendenza dei popoli e del diritto di ogni nazione a decidere il proprio destino senza essere piegata dagli interessi di un impero. E questo vale anche per il Venezuela.

È
tempo che lopinione pubblica internazionale si svegli, che gli intellettuali, i giornalisti e le diplomazie abbiano il coraggio di smascherare la menzogna. Perché ogni volta che il mondo tace davanti allarroganza di Washington, un altro Paese viene distrutto, un altro popolo viene impoverito, e la verità affonda sotto la propaganda.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo





Risorgimento: come poteva essere

  Il Risorgimento con i “se” e con i “ma”: come sarebbe potuta andare diversamente *** La storia del Risorgimento italiano è spesso raccont...