L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York ha scatenato titoloni pieni di entusiasmo messianico: “Socialista!” e, naturalmente, “Musulmano!”
.
Sul
secondo aggettivo glissiamo,
perché
la
fede è
un fatto personale e Mamdani ha il diritto di credere in ciò
che vuole.
È
invece
sul “socialista”
che l’Occidente
mediatico
in delirio
merita una bella pausa riflessiva.
Socialista…
de
che?
Perché, sia chiaro, qui non stiamo parlando dei socialisti di una volta – quelli che almeno sapevano distinguere una fabbrica da un fondo speculativo. No, qui il socialismo viene brandito come un’etichetta glamour, un badge da conferenza TED, un filtro Instagram applicato su una skyline di vetro e hedge fund.
Diciamocelo:
c’è un che di comico (involontario) nel vedere tanta
parte
della stampa mondiale descrivere come “paladino
del popolo”
una
figura come
Mamdani
immortalato
spesso a
braccetto di
figure come George Soros.
Un
socialista che campeggia, metaforicamente, con il decano della
finanza globale filantropica.
Un
po’ come
se Che Guevara avesse fatto il calendario Pirelli: affascinante, sì,
ma ideologicamente instabile.
E da qui il capolavoro semantico: chiamare “socialismo” un ecosistema che sa più di fondi etici, start-up immobiliari, capitalismo ben stirato e finanza ARN – capace di replicarsi in ogni contesto mantenendo lo stesso codice genetico.
E
così,
nel grande laboratorio politico della metropoli più costosa e
diseguale dell’intero
emisfero, nasce un nuovo socialismo:
–
quello
della speculazione edilizia “etica”;
–
del
capitalismo geneticamente modificato, versione premium;
–
della
finanza “responsabile”,
una specie di ARN politico –
capace
di mutare, adattarsi e riprodursi senza mai abbandonare il suo
habitat naturale: la rendita.
Altro che socialismo.
Ma
forse il punto non è Mamdani. Forse il punto siamo noi.
Noi,
occidentali nutriti per un secolo a popcorn e narrazioni
hollywoodiane.
Noi
che abbiamo un bisogno quasi antropologico che, negli Stati Uniti,
anche l’ingiustizia
sistemica finisca per essere riscattata da un personaggio che,
figlio delle sacre minoranze, entra
in scena all’ultimo
minuto, redime il sistema, salva il quartiere e riporta a casa tutti
i valori democratici a
stelle e strisce! Bravo!!!
Ci piace così: con una bella colonna sonora e un paio di controcampi drammatici.
La
realtà,
alla fine, è solo un fastidioso dettaglio.
E
allora eccoci qui, ad applaudire il “socialismo”
newyorkese
come fosse una rinascita ideologica.
È
un
film. Un film ben scritto, ben fotografato, pieno di parole che
sembrano radicali e gesti che sembrano popolari.
Il socialismo, però, quello vero, dovrebbe averci insegnato che quando gentaglia come George Soros ride, il popolo piange.
Luca Costa
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