martedì 18 novembre 2025

La carica dei privati

L’Europa dei fornitori: dallAncien Régime alle privatizzazioni contemporanee

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Come il potere economico privato ritorna ogni volta che lo Stato arretra

Ci sono epoche che sembrano lontane, separate da rivoluzioni, trasformazioni tecnologiche, mutamenti politici radicali, e che tuttavia condividono una struttura profonda comune. La Francia del XVIII secolo, governata dallintreccio opaco tra monarchia e fournisseurs, e lEuropa contemporanea, attraversata da tre decenni di privatizzazioni, sembrano due mondi imparagonabili. Eppure, quando si analizza il funzionamento della politica economica, qualcosa ritorna con insistenza: là dove lo Stato abdica, nasce un nuovo ceto di intermediari privati. Questo meccanismo, antico quanto la modernità stessa, è oggi al centro del destino europeo.


I fornitori dellAncien Régime: il potere che si nutre del bisogno

Alla vigilia della Rivoluzione francese, la Francia era formalmente una monarchia assoluta, ma nella pratica era uno Stato frammentato e permeato da interessi privati che prosperavano allombra della debolezza amministrativa. Il sistema degli appalti pubblici dalle forniture militari a quelle alimentari, dai trasporti alle infrastrutture aveva generato una classe di fournisseurs che esercitava uninfluenza crescente sulle decisioni del governo.
Molti di essi e il caso di Voltaire è emblematico accumulavano ricchezze non attraverso innovazione o produzione, ma grazie a contratti garantiti dal sovrano, prezzi gonfiati, qualità scadente, corruzione aperta o dissimulata.

Questo sistema non crollò con Luigi XVI. La Rivoluzione non riuscì a spezzare il meccanismo, che anzi sopravvisse e si ampliò. I Girondini vi si affidarono per far fronte alle necessità della guerra. Il Comitato di Salute Pubblica combatté contro la speculazione, ma senza riuscire a eliminare la dipendenza dai fornitori. Il Direttorio, segnato da scandali continui, fu quasi interamente catturato da essi. Persino Napoleone, pur introducendo una severa disciplina amministrativa, non rinunciò a mantenere il sistema di contratti privati per la logistica militare.
L’intera vita dello Stato, in pace e in guerra, dipendeva da questa nuova aristocrazia economica.


Lo Stato del dopoguerra: un tentativo di emancipazione

Solo nel XX secolo, dopo crisi economiche, guerre mondiali e rivoluzioni politiche, lEuropa intraprese un percorso differente. La costruzione dello Stato sociale, gli investimenti pubblici, le nazionalizzazioni strategiche e lidea che i servizi essenziali dovessero appartenere alla collettività produssero una delle stagioni più feconde della storia europea. Energia, trasporti, comunicazioni, grandi banche pubbliche e istituti di sviluppo costituivano gli strumenti per costruire una modernità non subordinata ai privati.

Il successo di questa fase crescita stabile, accesso diffuso ai servizi, riduzione delle disuguaglianze mostrò che lo Stato, quando dotato di mezzi adeguati, può essere non solo regolatore, ma anche produttore efficiente e garante del bene comune.


Il grande arretramento: lEuropa delle privatizzazioni

A partire dagli anni Novanta, con un fervore quasi ideologico, lEuropa ha intrapreso un processo di privatizzazione sistematica di ciò che era stato costruito nei decenni precedenti. Le aziende energetiche, le autostrade, le telecomunicazioni, parte dei trasporti, molte infrastrutture portanti della vita sociale sono state cedute a operatori privati.

La promessa era semplice: più concorrenza, più efficienza, prezzi più bassi. La realtà si è presto rivelata molto diversa. I prezzi di energia, acqua, trasporto su gomma e su ferro sono cresciuti ben oltre linflazione. I servizi, in molti casi, si sono deteriorati. E una nuova classe di operatori ha occupato le posizioni lasciate libere dallo Stato, trasformando beni comuni in fonti di rendita privata.

La logica che si è instaurata è identica a quella del XVIII secolo: il cittadino non è più utente, ma prigioniero di un monopolio privato; lo Stato non è più protagonista, ma garante dellequilibrio finanziario dei concessionari; i profitti sono privatizzati, i rischi e le perdite socializzati.
Sono tornati i fournisseurs, ma con un linguaggio manageriale, un marketing brillante e la benedizione di un clima culturale che ha identificato il pubblico con linefficienza e il privato con la virtù.


Un’analogia più profonda di quanto sembri

La somiglianza tra la Francia del 1788 e lEuropa di oggi non è un artificio retorico. È una somiglianza strutturale. Allora lo Stato era indebitato, debole e incapace di controllare i propri appaltatori. Oggi gli Stati europei sono vincolati da regole fiscali rigide, dalla frammentazione politica interna, da unideologia economica che scoraggia lintervento pubblico e da un contesto globale in cui le grandi corporazioni hanno un potere negoziale superiore a quello di molte cancellerie nazionali.

In entrambi i casi, i cittadini pagano più di quanto ricevano, mentre gli intermediari accumulano profitti grazie alla posizione garantita che occupano. Lantica aristocrazia di corte e la nuova aristocrazia del mercato condividono la stessa caratteristica: prosperano sulla dipendenza dello Stato. È questo che rende il parallelo non solo suggestivo, ma profondamente istruttivo.


Conclusione: Robespierre e il destino politico di chi vuole sottrarre lo Stato ai fornitori

In questa ricostruzione storica, una figura emerge con forza particolare: Maximilien Robespierre. Al di là delle caricature che la storiografia liberale ha perpetuato per due secoli, Robespierre fu il dirigente politico che più consapevolmente cercò di spezzare il potere dei fornitori e di restituire la cosa pubblica al controllo della collettività. Nelle sue battaglie contro la speculazione, nelle sue invettive contro gli accaparratori, nella sua difesa del calmiere dei prezzi, nellidea che lo Stato dovesse garantire pane, giustizia e uguaglianza reale, vi era la chiara comprensione che la libertà politica non può esistere se la vita materiale del popolo è nelle mani di interessi privati.

Robespierre tentò di sottrarre lo Stato al ricatto dei fornitori, di imporre uneconomia repubblicana della virtù, di affermare che la nazione non potesse essere una vacca da mungere da parte di pochi privilegiati travestiti da imprenditori. E per questo fu abbattuto. Il Termidoro lo cancellò fisicamente e la storia dominante lo relegò per decenni al ruolo di tiranno sanguinario, perché nulla è più insopportabile, per le oligarchie economiche, di un potere politico che rifiuta di essere loro subordinato.

L’Europa di oggi, che non è certo il Terrore né la Convenzione, si trova tuttavia di fronte a una domanda simile: può uno Stato democratico sopravvivere se le sue funzioni essenziali sono consegnate ai nuovi fornitori?
Robespierre ci parla da lontano, non per invitarci a ripetere il suo metodo, ma per ricordarci la sua intuizione: uno Stato che non controlla le sue fondamenta economiche è uno Stato che vive di illusioni politiche.

Oggi come allora, la sovranità non si misura nei discorsi, ma nelle infrastrutture, nellenergia, nella capacità di assicurare beni comuni senza dipendere da rendite private.
La storia ha relegato Robespierre allinferno della memoria ufficiale; la realtà, silenziosamente, continua a dargli ragione.

Luca Costa

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