L’Europa dei fornitori: dall’Ancien Régime alle privatizzazioni contemporanee
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Come il potere economico privato ritorna ogni volta che lo Stato arretra
Ci sono epoche che sembrano lontane, separate da rivoluzioni, trasformazioni tecnologiche, mutamenti politici radicali, e che tuttavia condividono una struttura profonda comune. La Francia del XVIII secolo, governata dall’intreccio opaco tra monarchia e fournisseurs, e l’Europa contemporanea, attraversata da tre decenni di privatizzazioni, sembrano due mondi imparagonabili. Eppure, quando si analizza il funzionamento della politica economica, qualcosa ritorna con insistenza: là dove lo Stato abdica, nasce un nuovo ceto di intermediari privati. Questo meccanismo, antico quanto la modernità stessa, è oggi al centro del destino europeo.
I fornitori dell’Ancien Régime: il potere che si nutre del bisogno
Alla
vigilia della Rivoluzione francese, la Francia era formalmente una
monarchia assoluta, ma nella pratica era uno Stato frammentato e
permeato da interessi privati che prosperavano all’ombra
della debolezza amministrativa. Il sistema degli appalti pubblici –
dalle
forniture militari a quelle alimentari, dai trasporti alle
infrastrutture –
aveva
generato una classe di fournisseurs
che esercitava un’influenza
crescente sulle decisioni del governo.
Molti
di essi – e
il caso di Voltaire è emblematico –
accumulavano
ricchezze non attraverso innovazione o produzione, ma grazie a
contratti garantiti dal sovrano, prezzi gonfiati, qualità
scadente,
corruzione aperta o dissimulata.
Questo
sistema non crollò con Luigi XVI. La Rivoluzione non riuscì
a
spezzare il meccanismo, che anzi sopravvisse e si ampliò.
I Girondini vi si affidarono per far fronte alle necessità
della
guerra. Il Comitato di Salute Pubblica combatté
contro
la speculazione, ma senza riuscire a eliminare la dipendenza dai
fornitori. Il Direttorio, segnato da scandali continui, fu quasi
interamente catturato da essi. Persino Napoleone, pur introducendo
una severa disciplina amministrativa, non rinunciò a mantenere il
sistema di contratti privati per la logistica militare.
L’intera
vita dello Stato, in pace e in guerra, dipendeva da questa nuova
aristocrazia economica.
Lo Stato del dopoguerra: un tentativo di emancipazione
Solo nel XX secolo, dopo crisi economiche, guerre mondiali e rivoluzioni politiche, l’Europa intraprese un percorso differente. La costruzione dello Stato sociale, gli investimenti pubblici, le nazionalizzazioni strategiche e l’idea che i servizi essenziali dovessero appartenere alla collettività produssero una delle stagioni più feconde della storia europea. Energia, trasporti, comunicazioni, grandi banche pubbliche e istituti di sviluppo costituivano gli strumenti per costruire una modernità non subordinata ai privati.
Il successo di questa fase – crescita stabile, accesso diffuso ai servizi, riduzione delle disuguaglianze – mostrò che lo Stato, quando dotato di mezzi adeguati, può essere non solo regolatore, ma anche produttore efficiente e garante del bene comune.
Il grande arretramento: l’Europa delle privatizzazioni
A partire dagli anni Novanta, con un fervore quasi ideologico, l’Europa ha intrapreso un processo di privatizzazione sistematica di ciò che era stato costruito nei decenni precedenti. Le aziende energetiche, le autostrade, le telecomunicazioni, parte dei trasporti, molte infrastrutture portanti della vita sociale sono state cedute a operatori privati.
La promessa era semplice: più concorrenza, più efficienza, prezzi più bassi. La realtà si è presto rivelata molto diversa. I prezzi di energia, acqua, trasporto su gomma e su ferro sono cresciuti ben oltre l’inflazione. I servizi, in molti casi, si sono deteriorati. E una nuova classe di operatori ha occupato le posizioni lasciate libere dallo Stato, trasformando beni comuni in fonti di rendita privata.
La
logica che si è instaurata è identica a quella del XVIII secolo: il
cittadino non è più
utente, ma prigioniero di un monopolio privato; lo Stato non è più
protagonista, ma garante dell’equilibrio
finanziario dei concessionari; i profitti sono privatizzati, i rischi
e le perdite socializzati.
Sono
tornati i fournisseurs,
ma con un linguaggio manageriale, un marketing brillante e la
benedizione di un clima culturale che ha identificato il pubblico con
l’inefficienza
e il privato con la virtù.
Un’analogia più profonda di quanto sembri
La somiglianza tra la Francia del 1788 e l’Europa di oggi non è un artificio retorico. È una somiglianza strutturale. Allora lo Stato era indebitato, debole e incapace di controllare i propri appaltatori. Oggi gli Stati europei sono vincolati da regole fiscali rigide, dalla frammentazione politica interna, da un’ideologia economica che scoraggia l’intervento pubblico e da un contesto globale in cui le grandi corporazioni hanno un potere negoziale superiore a quello di molte cancellerie nazionali.
In entrambi i casi, i cittadini pagano più di quanto ricevano, mentre gli intermediari accumulano profitti grazie alla posizione garantita che occupano. L’antica aristocrazia di corte e la nuova aristocrazia del mercato condividono la stessa caratteristica: prosperano sulla dipendenza dello Stato. È questo che rende il parallelo non solo suggestivo, ma profondamente istruttivo.
Conclusione: Robespierre e il destino politico di chi vuole sottrarre lo Stato ai fornitori
In questa ricostruzione storica, una figura emerge con forza particolare: Maximilien Robespierre. Al di là delle caricature che la storiografia liberale ha perpetuato per due secoli, Robespierre fu il dirigente politico che più consapevolmente cercò di spezzare il potere dei fornitori e di restituire la cosa pubblica al controllo della collettività. Nelle sue battaglie contro la speculazione, nelle sue invettive contro gli “accaparratori”, nella sua difesa del calmiere dei prezzi, nell’idea che lo Stato dovesse garantire pane, giustizia e uguaglianza reale, vi era la chiara comprensione che la libertà politica non può esistere se la vita materiale del popolo è nelle mani di interessi privati.
Robespierre tentò di sottrarre lo Stato al ricatto dei fornitori, di imporre un’economia repubblicana della virtù, di affermare che la nazione non potesse essere una vacca da mungere da parte di pochi privilegiati travestiti da imprenditori. E per questo fu abbattuto. Il Termidoro lo cancellò fisicamente e la storia dominante lo relegò per decenni al ruolo di tiranno sanguinario, perché nulla è più insopportabile, per le oligarchie economiche, di un potere politico che rifiuta di essere loro subordinato.
L’Europa
di oggi, che non è certo il Terrore né
la
Convenzione, si trova tuttavia di fronte a una domanda simile: può
uno Stato democratico sopravvivere se le sue funzioni essenziali sono
consegnate ai nuovi fornitori?
Robespierre
ci parla da lontano, non per invitarci a ripetere il suo metodo, ma
per ricordarci la sua intuizione: uno Stato che non controlla le sue
fondamenta economiche è uno Stato che vive di illusioni politiche.
Oggi
come allora, la sovranità
non
si misura nei discorsi, ma nelle infrastrutture, nell’energia,
nella capacità
di
assicurare beni comuni senza dipendere da rendite private.
La
storia ha relegato Robespierre all’inferno
della memoria ufficiale; la realtà,
silenziosamente, continua a dargli ragione.
Luca Costa
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