giovedì 23 ottobre 2025

L'impotenza di Trump

Trump presidente ma prigioniero: le lobby della guerra lo sovrastano, l’Europa si prepara al disastro

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Donald Trump è tornato alla Casa Bianca promettendo “ordine, pace e sovranità americana”. Ma la realtà del suo secondo mandato è l’esatto contrario: è il presidente più sorvegliato, più frenato e più ingabbiato del potere profondo americano.
L’America che lui governa è una macchina a motore autonomo — e chi tiene il volante non siede nello Studio Ovale.

Le lobby che vivono di conflitti — industria degli armamenti, contractor, agenzie di intelligence e grandi fondi finanziari — non solo non hanno perso influenza, ma oggi determinano la linea politica estera statunitense molto più della presidenza stessa.

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### Netanyahu annette, Trump osserva

Israele è la prova più lampante di questa impotenza.
Il 22 ottobre 2025, la Knesset ha approvato la prima lettura della legge che estende la sovranità israeliana sulla Cisgiordania. È, in tutto e per tutto, un passo verso l’annessione ufficiale di territori occupati da decenni.
Trump, pur avendo pubblicamente dichiarato che “non è questo il momento per nuove guerre o annessioni”, è stato ignorato.
Il governo Netanyahu non teme ritorsioni, perché sa perfettamente che il sistema di potere americano – Pentagono, intelligence, complesso industriale-militare – non intende interrompere il legame strategico con Israele, qualunque cosa accada.

La politica estera degli Stati Uniti continua a muoversi da sola: il presidente dichiara, ma gli apparati decidono.

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### Ucraina: il laboratorio della guerra permanente

Il secondo fronte della disfatta presidenziale è l’Ucraina.
A quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione russa, il conflitto è diventato una miniera d’oro per chi produce armi, energia e debito.
Ogni nuovo pacchetto di aiuti è una boccata d’ossigeno per le corporations del settore bellico americano ed europeo, e un cappio più stretto per i bilanci pubblici occidentali.

Trump aveva promesso di “chiudere la guerra in 24 ore”. Ma non può. Perché il flusso di denaro, commesse e potere che nasce dal fronte ucraino è oggi una parte strutturale dell’economia di guerra occidentale.
Le lobby che lo sostengono — e che finanziano campagne, media e think tank — non vogliono la pace: vogliono un conflitto che si rinnova, che giustifica spese militari senza fine e nuovi debiti sovrani da cui estrarre profitti.

Il presidente può minacciare di “tagliare i fondi”, ma il Congresso, il Pentagono, i contractors e gli apparati di sicurezza gli ricordano ogni giorno che non è lui a comandare davvero.

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### Bruxelles, Washington, le stesse mani invisibili

In Europa, la stessa logica domina.
La guerra è diventata il collante di un’Unione Europea svuotata di politica: ogni governo che osa mettere in discussione la linea atlantista viene immediatamente isolato o delegittimato.
I giganti dell’energia e della finanza — che negli ultimi tre anni hanno realizzato margini record — dettano la rotta economica, mentre le istituzioni comunitarie parlano di “difesa comune” come se fosse una missione spirituale.

Eppure, la realtà è brutale: la guerra arricchisce pochi e impoverisce molti.
Gli Stati Uniti esportano armi e gas, l’Europa paga il conto con inflazione, deindustrializzazione e crisi sociale.

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### Orbán, l’unico a dire la parola proibita: pace

In questo scenario, una sola voce in Europa osa pronunciare ciò che tutti fingono di non sapere: la guerra è un suicidio politico per l’Europa.
Viktor Orbán — spesso accusato di ogni colpa possibile — è oggi l’unico leader a denunciare apertamente la strategia suicida di Bruxelles.
Da mesi ripete che “l’Unione Europea sta combattendo una guerra per conto terzi” e che “nessuno in Europa ha mai votato per questo”.

Non è un’analisi idealista, ma una lettura lucida del presente: i popoli europei pagano il prezzo di una guerra che non decidono e non controllano.

Non stupisce che Bruxelles abbia già messo l’Ungheria nel mirino delle prossime elezioni: chi parla di pace, oggi, diventa automaticamente “filorusso”.

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### La verità che nessuno vuole ammettere

Trump siede nello Studio Ovale, ma non governa la guerra, perché la guerra è ormai un ecosistema economico, un’architettura di potere che si autoalimenta.
Le lobby della difesa, i mercati finanziari, i media e gli apparati di intelligence compongono una rete troppo vasta perché anche un presidente possa realmente piegarla.

E mentre le cancellerie occidentali recitano lo stesso copione — “difendere la democrazia”, “resistere all’aggressione” — la democrazia vera, quella popolare, scompare.
Il risultato è un mondo dove la guerra è l’unico linguaggio rimasto redditizio, e la pace è un lusso che nessuno, tra i potenti, vuole permettersi.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



mercoledì 22 ottobre 2025

Dollaro : GAME OVER

 La fine del dollaro: sociologia di un impero che ha smantellato se stesso


C’è stato un tempo in cui “Made in USA” era il marchio del mondo. Poi arrivò la stagione della globalizzazione, e con essa il grande inganno: l’idea che si potesse trasferire la produzione altrove e conservare comunque la ricchezza. Gli Stati Uniti accettarono un mondo “Made in China” quando Bill Clinton spalancò le porte del WTO a Pechino. Fu l’atto fondativo di una nuova era: quella in cui l’unico bene ancora davvero americano sarebbe diventato il dollaro. Non più acciaio, automobili o semiconduttori, ma valuta. Denaro puro, esportato come fosse merce, in cambio di tutto il resto.

La potenza americana, a quel punto, si fondò su un paradosso: non produceva più beni, ma restava al centro del commercio mondiale perché il suo denaro era necessario per comprare energia, petrolio, gas, materie prime. Il dollaro divenne la linfa vitale del capitalismo globale, il biglietto d’ingresso obbligatorio al banchetto dell’economia planetaria. Gli Stati Uniti potevano così permettersi di vivere al di sopra delle proprie possibilità, stampando ciò che il mondo intero doveva usare.

Ma il sogno è finito. Dopo decenni di delocalizzazioni, di industrie smantellate, di intere comunità operaie cancellate in nome della competitività globale, l’America si è ritrovata nuda: gigantesche corporation digitali, sì, ma quasi tutte radicate altrove — Apple, Google, Nvidia, simboli del capitalismo smaterializzato che produce in Cina, contabilizza in Irlanda al due per cento di tasse, e contribuisce poco o nulla all’economia reale statunitense. Il dollaro, l’ultima merce d’esportazione del Paese, mostra crepe sempre più profonde. Rubli, rupie, yuan e persino dirham iniziano a eroderne la centralità: un lento, inesorabile disaccoppiamento dalla supremazia americana, orchestrato anche dalla lungimiranza strategica di Vladimir Putin, che ha intuito la leva geopolitica delle valute alternative.

Gli Stati Uniti tentano ora di reagire. Trump — e non solo lui — promette una reindustrializzazione a colpi di dazi, incentivi faraonici, patriottismo economico. Ma la sociologia dell’economia insegna che certi processi sono irreversibili. Una società che ha trasformato i suoi cittadini da produttori a consumatori permanenti non può tornare indietro per decreto. Quando si è smantellata la cultura del lavoro manuale, dissolta la classe operaia, e sostituita l’educazione tecnica con una scolarizzazione di massa senza più radici produttive, il tessuto sociale si disfa. Si resta con un popolo di consumatori esigenti e di algoritmi, ma senza braccia né menti abituate a costruire il mondo materiale.

La “legge non scritta” della macroeconomia è che la potenza industriale è una forma di civiltà, non solo un settore economico. Senza industria, una nazione perde la sua struttura simbolica, il suo ethos produttivo, la sua capacità di plasmare il reale. E quando la ricchezza diventa solo finanziaria, la politica si riduce a gestione del debito e della paura.

Oggi il dollaro, che per decenni è stato il vero petrolio degli Stati Uniti, mostra la stanchezza di un impero che ha venduto la propria anima industriale in cambio di capitale volatile. Il mondo multipolare che avanza — quello delle valute parallele, dei pagamenti in yuan o in rupie, delle reti energetiche sganciate da Washington — non è solo un fenomeno economico: è la conseguenza di una metamorfosi sociale profonda. La fine dell’egemonia del dollaro è, prima di tutto, la fine di una certa idea di civiltà americana: quella che credeva di poter sostituire le fabbriche con le app, il lavoro con il consumo, la produzione con la finanza.

L’impero del dollaro non crolla per una crisi monetaria. Crolla perché la società che lo ha generato ha perso la memoria del produrre.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo







martedì 21 ottobre 2025

ISEE : orrore burocratico

 ISEE: l'algoritmo burocratico più ingiusto della Repubblica

C’è una verità che nessuno ha il coraggio di dire: in Italia, lo Stato ha finito per discriminare proprio gli italiani. L’ISEE, l’indicatore nato per misurare la “situazione economica equivalente”, doveva servire a garantire equità. Invece, è diventato la trappola burocratica che ha tradito il senso stesso dello Stato sociale.

La casa: da diritto a condanna
Per generazioni, gli italiani hanno lavorato, risparmiato, costruito o ereditato una casa. Era il sogno, la sicurezza, la conquista di una vita. Oggi quello stesso bene è diventato la ragione per cui vengono esclusi da asili, borse di studio, bonus e sostegni. Perché secondo l’ISEE, possedere un tetto — anche se non produce un euro di reddito — significa “essere ricchi”. È l’assurdo di uno Stato che non distingue tra patrimonio e benessere reale, tra chi ha una casa ma fatica ad arrivare a fine mese e chi invece vive di rendite e liquidità. Il risultato è che chi ha costruito con le proprie mani l’Italia si trova tagliato fuori dal welfare che aveva contribuito a finanziare con decenni di tasse e sacrifici.

L’algoritmo che non capisce la vita
L’ISEE non guarda in faccia nessuno. È una formula, un algoritmo che non sa nulla di dignità, di fatica, di realtà quotidiana. Dentro ci finiscono redditi, case, risparmi, ma fuori resta la verità sociale: quella di famiglie che non hanno reddito sufficiente per vivere, ma che vengono considerate “agiate” solo perché non affittano. È la logica disumana della burocrazia: una cifra decide se meriti aiuto o no, anche se la tua vita reale dice tutt’altro.

Il moltiplicatore di disuguaglianze
L’ISEE oggi invade tutto: dal diritto allo studio ai bonus energia, dagli asili alle agevolazioni comunali. Ha trasformato l’accesso ai diritti in un percorso a ostacoli. E, come sempre, chi ha meno competenze, meno tempo e meno voce finisce penalizzato due volte. È uno strumento che anziché ridurre le disuguaglianze, le cristallizza. Chi parte da situazioni complicate rimane indietro, chi vive di rendite o espedienti trova il modo di rientrare nei parametri.

Un welfare che dimentica chi lo ha costruito
Il dramma più grande è che l’ISEE, nato per distribuire equità, ha finito per rovesciare la logica del diritto. Oggi accade troppo spesso che famiglie italiane, con redditi bassi ma una casa di proprietà, vengano escluse da prestazioni sociali fondamentali — mentre altri nuclei appena inseriti nel sistema, privi di patrimonio ma con redditi equivalenti o addirittura superiori, riescono ad accedere agli stessi aiuti. Non è una questione di nazionalità: è una questione di giustizia sociale e di riconoscenza. Questo Paese — con le sue scuole, i suoi ospedali, le sue pensioni e le sue infrastrutture — è stato costruito da generazioni di italiani che hanno lavorato, pagato tasse, combattuto e risparmiato. Eppure oggi, i loro figli e nipoti vengono penalizzati da un algoritmo che considera “ricchezza” una casa, ma non valuta il contributo storico, fiscale e civile di chi quella casa l’ha costruita mattone dopo mattone. È uno squilibrio che mina la coesione sociale: perché quando uno Stato non riconosce i propri cittadini come i primi destinatari del welfare che essi stessi hanno finanziato, non sta facendo giustizia — sta tradendo la propria memoria.

Il silenzio della politica
E la politica? Parla, promette, si indigna, ma non cambia nulla. Ogni governo annuncia una “riforma dell’ISEE”, poi tutto resta com’è. Anche il governo Meloni, che aveva promesso una revisione in chiave di giustizia sociale, ha lasciato il tema ai margini della nuova manovra, come se non fosse un’emergenza quotidiana per milioni di famiglie. È il solito copione: si sbandiera il patriottismo, ma quando c’è da difendere davvero gli italiani – quelli che lavorano, pagano e costruiscono – si abbassa lo sguardo davanti alla macchina burocratica.

Conclusione
L’ISEE doveva servire a misurare la giustizia. Oggi misura la distanza tra lo Stato e il suo popolo. Finché un cittadino che vive nella casa costruita da suo padre sarà trattato come un privilegiato, l’Italia resterà un Paese che punisce il merito, la stabilità e la fatica, e chiama equità ciò che è solo un algoritmo ideologico, cieco e profondamente ingiusto.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




domenica 12 ottobre 2025

Nobel per la pace: era meglio Trump?

Allora era meglio Trump


C’è un paradosso che accompagna da anni il Premio Nobel per la Pace: invece di riconoscere chi costruisce la pace, finisce spesso per incoronare chi è funzionale a un certo ordine mondiale. Lultimo caso la vittoria dellattivista venezuelana María Corina Machado sembra confermarlo.
Dietro la patina umanitaria e i sorrisi diplomatici, il messaggio politico è chiaro: la pace coincide con lallineamento allOccidente.

Certo, la buona notizia è che il Nobel non è andato a Donald Trump. Dopo tutto, se lhanno dato a Barack Obama mentre ordinava bombardamenti umanitari, non sarebbe stato così sorprendente vederlo assegnato anche al biondo imprenditore newyorkese. Ma la cattiva notizia è che il premio è andato a María Corina Machado, che in Venezuela incarna da anni lopposizione più ottusa al governo di Nicolás Maduro un governo che, con tutti i suoi limiti, continua a essere lavversario principale di Washington in America Latina. Una Washington che non vuole sbarazzarsi di Maduro per restituire libertà al popolo venezuelano, figuriamoci, gli USA vogliono solo una colonia in più. Fine.

Il punto non è difendere o condannare Maduro, ma chiedersi: che cosa significa oggi paceper chi assegna il Nobel?
Se pace” è sinonimo di sudditanza ai mercati, allineamento geopolitico e transizione democraticain chiave pro-USA, allora il premio diventa un’arma. Una promessa di guerra. Altro che pace.

Non è la prima volta. Dalla consacrazione di Obama il presidente che ha sottoscritto la distruzione del Medio Oriente voluta da Tel Avivalla recente celebrazione di oppositori in paesi non allineati, lassegnazione del Nobel sembra seguire una costante: premiare chi contribuisce, direttamente o indirettamente, a consolidare legemonia culturale e economica dellOccidente.
In questo schema, i buonisono coloro che si inchinano di fronte a Washington, a Bruxelles o a Oslo; i cattivisono quelli che difendono un ordine alternativo, o anche solo unidea diversa di sovranità.

Intanto, sulle colonne dei giornali più letti dEuropa e dAmerica, opinionisti e intellettuali cosmopoliti applaudono il verdetto come una vittoria della libertà. È la stessa narrativa che accompagnò la breve parabola di Juan Guaidó, presentato come presidente legittimodi un Venezuela che non lo aveva mai eletto.

Ma forse, più che di pace, bisognerebbe parlare di geopolitica travestita da etica.
E allora, con un sorriso amaro, si può persino arrivare a pensare che rispetto a certi moralismi di cartapesta allora era meglio Trump

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo





La dottrina sociale cattolica in Francia

Il migliore anticorpo contro totalitarismo e odio di classe: la dottrina sociale della Chiesa, e la costruzione del diritto del lavoro in Francia



C’è una domanda che ogni appassionato di storia dovrebbe porsi.

Perché, nella prima metà del XX secolo, la Francia della Terza Repubblica non è precipitata alla maniera di altre nazioni europee, tra cui le vicine (e simili) Italia e Germaniaverso il fascismo, il nazional-socialismo o il comunismo?

Concentriamoci sul tessuto morale e istituzionale che si è formato tra ceti dirigenti e proletari nella lunga stagione che va dalla metà dellOttocento ai primi decenni del Novecento. In Francia, parallelamente alle scarse riforme legislative e ai movimenti sociali, si è insinuata una nuova cultura pratica e filosofica la dottrina sociale cattolica che non ha semplicemente spento i conflitti sociali, ma ha cercato di trasformare la fabbrica stessa in luogo di umanizzazione del lavoro; una dottrina che non fu affatto un capitolo di paternalismo opportunista bensì vero principio ristrutturante l’economia della produzione industriale.

Questa è la trama che traspare con chiarezza studiando la vita di Léon Harmel e nelle teorizzazioni di René de La Tour du Pin: attori diversi l’uno imprenditore concreto, laltro pensatore e organizzatore ma un comune principio: il lavoro è destino umano, la fabbrica è comunità di destino, e la ricerca del profitto non determina il significato della vita imprenditoriale.

La risposta cattolica alla «questione sociale» nacque per gradi, ma con chiarezza di scopo. Lindustrializzazione aveva prodotto masse proletarie prive di rappresentanza morale e civile (non dimentichiamo che la Rivoluzione Francese partorisce il 14 giugno 1791 la Loi le Chapelier che vieta agli operai di associarsi); da qui il timore, reale per molti, che la rabbia sociale finisse per trovare forma in rivoluzioni o in ideologie violente.

In parte del mondo borghese, quella cattolica appunto, sopraggiunse allora una riflessione teologica e umanista che si costruì su tre pilastri: condanna degli eccessi delleconomia liberista, riaffermazione della dignità personale del lavoratore e proposta di istituzioni di protezione del proletariatocircoli, corporazioni, cooperative, assicurazioni, mutue, salari famigliari, consigli di fabbrica che fondassero con nuovo significato i legami morali tra padroni e operai.

Il documento magisteriale che cristallizzò questa riflessione fu lenciclica Rerum Novarum (1891) di Leone XIII, che difese certo il diritto alla proprietà privata ma condannò sia il socialismo rivoluzionario sia il capitalismo senza freni, e riconobbe il diritto dei lavoratori ad associarsi e affermò il principio cardine della Giusta remunerazione (che sarà riaffermato con ancora più vigore dal San Giovanni Paolo II con Laborem exercens nel 1981) e alla responsabilità morale del datore di lavoro. Di quel testo la Francia fu terra elettiva: la circolazione delle idee cattoliche sociali attraversò parrocchie, circoli operai, sindacati e industrie, producendo una risposta pratica, tanto istituzionale (leggi) quanto culturale (nuovo modo di pensare dei padroni e di giudicare l’operator dei padroni).

Per misurare il carattere concreto di quella risposta non c’è esempio più istruttivo del Val-des-Bois di Léon Harmel, la piccola «città-fabbrica» che la famiglia Harmel costruì vicino a Reims. Qui trovarono corpo dispositivi che per i contemporanei erano innovazioni radicali: casse di mutuo soccorso, assicurazioni sanitarie «di fabbrica», scuole e asili, circoli culturali e sindacati cristiani promossi e lasciati autonomi, ma anche consigli di fabbrica che prevedevano la partecipazione dei lavoratori alla gestione quotidiana.

Harmel, uomo di fede cattolica incrollabile e imprenditore razionale, smontò la contrapposizione netta tra padronato e proletariato: la modernizzazione produttiva era accompagnata da istituzioni che reintrodussero relazioni di responsabilità reciproca. Il modello non era affatto quello di un paternalismo episodico ma «impresa come comunità» — un laboratorio sociale che anticipava istituti di rappresentanza e welfare aziendale e che, soprattutto, dimostrò che si poteva produrre senza disumanizzare.

E funzionò.

A fianco dellesperienza pratica si dispiegò la riflessione intellettuale che volle sostenere quelle istituzioni. René de La Tour du Pin fu il teorico più coerente e incisivo di quella linea: militare di professione, aristocratico per nascita, cattolico vero, profondo studioso delle strutture sociali, propose unidea di corporazione moderna non più corporazioni medievali chiuse, ma organismi professionali in cui datori di lavoro e lavoratori si rappresentano insieme, esercitano funzioni di ordinamento del lavoro e di tutela reciproca, e ricostruiscono gli organismi intermedi che il mercato onnipotente aveva indebolito. La sua fu una proposta rivoluzionaria per eccellenza: fornire alla società civile strumenti di coesione per impedire alla lotta di classe di degenerare in odio di classe. Le sue idee circolarono nei cerchi di studio e nelle reti transnazionali del cattolicesimo sociale (l’«Union de Fribourg» fu uno dei luoghi in cui si tessé il discorso che avrebbe alimentato anche Rerum Novarum), e contribuirono a costruire una grammatica politica alternativa tanto al marxismo rivoluzionario quanto allindividualismo borghese.

Il passaggio dalle idee alle istituzioni non fu facile né uniforme, ma la presenza di alternative concrete, dallaltra parte della barricata, ebbe effetti politici rilevanti. A partire dagli anni Novanta dellOttocento e soprattutto dopo la Prima guerra mondiale, si strutturarono in Francia organizzazioni e reti che incarnavano la dottrina sociale in forme operative: circoscrizioni dei «cercles catholiques», che studiavano politiche abitative e sanitarie, e soprattutto il movimento dei sindacati confessionali che sfidò l’egemonia rivoluzionaria nella rappresentanza operaia. La nascita della Confédération française des travailleurs chrétiens (CFTC) nel 1919 è sintomatica: nata come alternativa ai sindacati rivoluzionari e fondata sul principio della solidarietà cristiana, la CFTC seppe attrarre una parte non trascurabile del mondo operaio che cercava miglioramento materiale senza rottura morale e violenta con la società esistente. Questesperienza creò canali di mediazione, rappresentanza e contrattazione che attenuarono le polarizzazioni sociali.

È
tuttavia cruciale, ricordare che la rilevanza dei movimenti autoritari in Francia non va sottovalutata e che, in condizioni differenti, lesito avrebbe potuto essere diverso. In Francia, nei primi anni trenta, ci fu eccome un tentativo fascista di smantellamento della Terza Repubblica, un capitolo di storia dove il nome dell’Action Française riassume un po’ tutto. Quel tentativo fallì. Perché?

Perché, ad avviso di chi scrive, la presenza del cattolicesimo sociale aveva creato una nuova cultura in Francia, una cultura dove il lavoro nell’industria aveva visto nascere contesti di dignità e mediazione, e o dove era più arduo mobilitare un odio di classe totalizzante.

Léon Harmel e gli altri protagonisti di questa pagina splendida della storia di Francia, erano riusciti trovare un antidoto politico, culturale, morale, per stemperare sia gli eccessi comunisti della Terza Repubblica, sia gli istinti fascisti di coloro che volevano abbatterla.

Tecnicamente, quali sono i meccanismi attraverso cui la dottrina sociale ha funzionato come un «sistema immunitario»? Primo, la produzione di linguaggi morali: il lavoro fu narrato non come merce neutra ma come attività che realizza la persona, con diritti (salario, riposo, sicurezza) e doveri (responsabilità). Questo linguaggio spostò il conflitto dal terreno dellannientamento a quello della negoziazione e del diritto. Secondo, la creazione di luoghi di rappresentanza non conflittuale consigli di fabbrica, cercles, corporazioni, mutue che fornivano canali di partecipazione e di soluzione pratica alle rivendicazioni: la richiesta operaia trovava sponda nella comunità produttiva stessa e non restava confinata alla piazza anarchica. Terzo, la presenza di imprenditori cattolici come Harmel che sperimentarono processi partecipativi diede prova concreta che le riforme sociali non erano antieconomiche, anzi: profitto e giustizia potevano convivere. Infine, la costruzione di rappresentanze sociali confessionali (sindacati cristiani, patronati, associazioni). Tutti questi elementi, congiunti, abbassarono la temperatura sociale e spensero il potenziale per un’«esplosione» ideologica uniforme.

L’efficacia protettiva sta nel fatto che la dottrina sociale della Chiesa e le pratiche sociali della Terza Repubblica hanno offerto alternative credibili sia alle promesse di catastrofe rivoluzionaria sia alle vocazioni totalitarie: non le hanno bandite per decreto ma le hanno resa meno appetibili perché molte richieste fondamentali casa, salario, rappresentanza potevano trovare risposta senza il ricorso alla violenza o alla distruzione del tessuto sociale. E nello stesso tempo, la maggioranza degli imprenditori e delle élite finanziarie hanno toccato con mano una realtà alla quale non volevano credere: che gli industriali cattolici come Harmel prosperavano, le fabbriche come Val-de-Bois davano frutti, eccome!

Concludendo: se oggi proviamo a leggere le vittorie e i limiti della Francia repubblicana fra Otto e Novecento, dobbiamo riconoscere che la dottrina sociale cattolica e le sue applicazioni pratiche hanno funzionato come una sorta di «sistema immunitario» applicato al corpo del lavoro. Non un algoritmo ideologico, non una garanzia eterna, ma un innesto storico che ha dato a numerosi operai e a molti imprenditori una lingua comune, istituzioni e pratiche concrete di solidarietà. Léon Harmel oggi è stato dimenticato, anche dai cattolici, anche da chi si occupa di dottrina sociale, eppure egli fu il un santo della convivenza industriale; anche René de La Tour du Pin non fu un teorico astratto ma il promotore di unidea di società che voleva ricucire ciò che la modernità aveva lacerato.

Il loro merito più grande è aver pensato la fabbrica come luogo in cui si decideva il destino umano e non soltanto masse di profitto: è in quella scelta culturale che si misura, a mio avviso, lapporto più decisivo della dottrina sociale nell’aver reso la Francia meno vulnerabile agli estremi del Novecento e nell’averla dotata nel tempo, del più solido diritto del lavoro mai concepito nella storia dell’uomo.

Viva Léon Harmel, Viva René de la Tour du Pin.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo





venerdì 10 ottobre 2025

Indignazione a geometria variabile

 Gli schiavi degli altri e i nostri: lindignazione a doppia faccia

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In Serbia, a Kragujevac, la Stellantis Fiat ha deciso di importarecentinaia di lavoratori dal Nepal e dal Marocco per produrre la nuova Grande Panda (elettrica). Il motivo è semplice, anzi brutale: gli operai serbi non vogliono più accettare condizioni di lavoro considerate ottocentesche, con stipendi che oscillano attorno ai seicento euro mensili, forse ottocento con gli straordinari, per turni pesanti e un potere dacquisto ormai falcidiato. I sindacati locali lhanno detto chiaramente: se lazienda offrisse mille euro al mese, non avrebbe bisogno di andare a cercare manodopera dallaltra parte del mondo. Ma a quanto pare, è più facile sostituire i lavoratori con altri più poveri, più ricattabili, meno inclini a rivendicare diritti.

Fin qui, i media si indignano: parlano di schiavitù moderna, di operai importati, di sfruttamento, e lopinione pubblica occidentale si straccia le vesti. Tutti a scandalizzarsi per i poveri nepalesi e marocchiniche arrivano nei Balcani per lavorare a ritmi massacranti. Tutti a riscoprire improvvisamente il concetto di giustizia sociale, di dignità del lavoro, di diritti umani calpestati.

Eppure, viene spontaneo chiedersi: ma com’è che quando la stessa dinamica si ripete in Italia da oltre trentanni nessuno dice più niente? Quando la manodopera a basso costo arriva nei nostri campi, nei magazzini della logistica, nelle cucine dei ristoranti, nelle fabbriche dove i contratti sono carta straccia, tutto tace. Anzi, si cambia discorso: si parla di integrazione, di arricchimento culturale, di migranti che ci pagano le pensioni”. È il miracolo del linguaggio: basta cambiare la cornice, e ciò che altrove è sfruttamento da condannare, da noi diventa progresso sociale.

La verità è che il caso serbo mette a nudo una realtà che in Italia preferiamo non guardare. Da noi la classe operaia è stata dissolta, sostituita da un mosaico di lavoratori precari, stranieri, stagionali, part-time, sottopagati e invisibili. Gli operai che un tempo sapevano organizzarsi, scioperare, rivendicare condizioni migliori, sono stati spazzati via prima dalle delocalizzazioni, poi da unideologia che ha trasformato il lavoro in una concessione e non più in un diritto. A chi ha rifiutato di lavorare per salari da fame, il sistema ha risposto con un sorriso: nessun problema, troviamo qualcun altro disposto a farlo.

E intanto, con la scusa della scuola obbligatoria fino ai diciotto anni, abbiamo tagliato fuori intere generazioni di giovani italiani dalla formazione tecnica e professionale. Ma davvero è meglio un venticinquenne che comincia a lavorare a McDonalds per novecento euro dopo aver fallito all’università, piuttosto che un quattordicenne che entra in fabbrica, impara un mestiere e a ventun anni guadagna già duemila euro con sette anni di contributi versati?

Ma torniamo al doppio standard dellOccidente: indignazione per gli schiavi degli altri, indifferenza per i nostri. Ma il meccanismo è identico, e si basa sempre sullo stesso principio: dividere, sostituire, comprimere. Sostituire lavoratori che hanno imparato a dire no” con altri che non possono permettersi di farlo. È così che si abbattono i salari, si annullano i diritti e si trasforma il lavoro in una catena invisibile.

In fondo, lepisodio serbo è solo uno specchio in cui lEuropa dovrebbe guardarsi. Non è una questione di geografia, ma di coerenza. Non si può condannare lo sfruttamento quando accade altrove e chiamarlo modernità” quando succede a casa propria. Se davvero ci teniamo alla dignità del lavoro, dovremmo pretendere che i diritti valessero per tutti, senza confini e senza ipocrisie. Ma finché continueremo a indignarci solo per gli schiavi degli altri, resteremo complici dei nostri.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



Risorgimento: come poteva essere

  Il Risorgimento con i “se” e con i “ma”: come sarebbe potuta andare diversamente *** La storia del Risorgimento italiano è spesso raccont...