Il
migliore anticorpo contro totalitarismo e odio di classe:
la dottrina sociale della Chiesa,
e la costruzione
del diritto del lavoro
in
Francia
C’è
una domanda che ogni appassionato di storia dovrebbe porsi.
Perché,
nella prima metà del XX secolo,
la Francia della Terza Repubblica non è
precipitata —
alla
maniera di altre nazioni europee,
tra cui le vicine (e simili) Italia e Germania
— verso
il fascismo,
il nazional-socialismo
o il comunismo?
Concentriamoci
sul
tessuto morale e istituzionale che si è formato tra ceti dirigenti e
proletari nella lunga stagione che va dalla metà
dell’Ottocento
ai primi decenni del Novecento. In
Francia,
parallelamente
alle scarse
riforme
legislative e ai
movimenti sociali,
si è insinuata una nuova
cultura
pratica e filosofica —
la
dottrina sociale cattolica —
che
non ha semplicemente spento
i
conflitti sociali,
ma ha cercato di trasformare la fabbrica stessa in luogo di
umanizzazione del lavoro; una
dottrina che non fu affatto un capitolo di
paternalismo
opportunista
bensì
vero
principio ristrutturante
l’economia
della produzione industriale.
Questa
è la trama che traspare
con chiarezza studiando
la vita di
Léon
Harmel e nelle teorizzazioni di René
de
La Tour du Pin: attori diversi —
l’uno
imprenditore concreto, l’altro
pensatore e organizzatore —
ma
un comune principio: il lavoro è destino umano, la fabbrica è
comunità
di
destino, e la
ricerca del
profitto non determina
il significato della
vita imprenditoriale.
La
risposta cattolica alla «questione
sociale» nacque per gradi, ma con chiarezza di scopo.
L’industrializzazione
aveva prodotto masse proletarie prive di rappresentanza morale e
civile
(non dimentichiamo che la Rivoluzione Francese partorisce il 14
giugno 1791 la Loi
le Chapelier
che vieta agli operai di associarsi);
da qui il timore, reale per molti, che la rabbia sociale finisse per
trovare forma in rivoluzioni o in ideologie violente.
In
parte del mondo borghese, quella cattolica appunto,
sopraggiunse allora
una
riflessione teologica e umanista
che si
costruì su
tre pilastri: condanna degli eccessi dell’economia
liberista, riaffermazione della dignità
personale
del lavoratore e proposta di istituzioni di
protezione del proletariato
— circoli,
corporazioni, cooperative, assicurazioni,
mutue, salari famigliari, consigli
di fabbrica —
che
fondassero
con nuovo
significato
i
legami morali
tra padroni e operai.
Il
documento magisteriale che cristallizzò questa riflessione fu
l’enciclica
Rerum
Novarum
(1891) di Leone XIII, che difese
certo
il diritto alla proprietà
privata
ma condannò sia il socialismo rivoluzionario sia il capitalismo
senza freni, e
riconobbe
il diritto dei lavoratori ad associarsi e affermò
il principio
cardine
della
Giusta remunerazione
(che sarà riaffermato con ancora più vigore dal San Giovanni Paolo
II con Laborem
exercens
nel 1981)
e alla responsabilità
morale
del datore di lavoro. Di quel testo la Francia fu terra elettiva: la
circolazione delle idee cattoliche sociali attraversò parrocchie,
circoli operai, sindacati
e industrie, producendo una risposta pratica,
tanto istituzionale (leggi)
quanto
culturale
(nuovo modo di pensare dei padroni e di giudicare l’operator dei
padroni).
Per
misurare il carattere concreto di quella risposta non c’è esempio
più istruttivo del Val-des-Bois di Léon
Harmel, la piccola «città-fabbrica»
che la famiglia Harmel costruì
vicino
a Reims. Qui trovarono corpo dispositivi che per i contemporanei
erano innovazioni radicali: casse di mutuo soccorso, assicurazioni
sanitarie «di
fabbrica», scuole e asili, circoli culturali e sindacati cristiani
promossi e lasciati autonomi, ma anche consigli di fabbrica che
prevedevano la partecipazione dei lavoratori alla gestione
quotidiana.
Harmel,
uomo di fede cattolica
incrollabile e
imprenditore razionale, smontò la contrapposizione netta tra
padronato e proletariato: la modernizzazione produttiva era
accompagnata da istituzioni che reintrodussero relazioni di
responsabilità
reciproca.
Il modello non era affatto
quello di un paternalismo
episodico ma «impresa
come comunità»
— un
laboratorio sociale che anticipava istituti di rappresentanza e
welfare aziendale e che, soprattutto, dimostrò che si poteva
produrre
senza disumanizzare.
E
funzionò.
A
fianco dell’esperienza
pratica si dispiegò la riflessione intellettuale che volle sostenere
quelle istituzioni. René
de
La Tour du Pin fu il teorico più coerente e incisivo di quella
linea: militare di professione, aristocratico per nascita, cattolico
vero,
profondo studioso delle strutture sociali, propose un’idea
di corporazione moderna —
non
più corporazioni medievali chiuse, ma organismi professionali in cui
datori di lavoro e lavoratori si rappresentano insieme, esercitano
funzioni
di ordinamento del lavoro e di tutela reciproca,
e ricostruiscono gli organismi intermedi che il mercato
onnipotente
aveva indebolito. La sua fu una proposta rivoluzionaria per
eccellenza: fornire
alla
società
civile
strumenti di coesione per impedire alla lotta di classe di degenerare
in odio di classe.
Le sue idee circolarono nei cerchi di studio e nelle reti
transnazionali del cattolicesimo sociale (l’«Union
de Fribourg»
fu uno dei luoghi in cui si tessé
il
discorso che avrebbe alimentato anche Rerum Novarum), e contribuirono
a costruire una grammatica politica alternativa tanto al marxismo
rivoluzionario quanto all’individualismo
borghese.
Il
passaggio dalle idee alle istituzioni non fu facile
né
uniforme,
ma la presenza di alternative concrete, dall’altra
parte della barricata, ebbe effetti politici rilevanti. A partire
dagli anni Novanta dell’Ottocento
e soprattutto dopo la Prima guerra mondiale, si strutturarono in
Francia organizzazioni e reti che incarnavano la dottrina sociale in
forme operative: circoscrizioni dei «cercles
catholiques»,
che
studiavano politiche abitative e sanitarie, e —
soprattutto
—
il
movimento dei sindacati confessionali che sfidò l’egemonia
rivoluzionaria nella rappresentanza operaia. La nascita della
Confédération
française
des travailleurs chrétiens
(CFTC) nel 1919 è sintomatica: nata come alternativa ai sindacati
rivoluzionari e fondata sul principio della solidarietà
cristiana,
la CFTC seppe attrarre una parte non trascurabile del mondo operaio
che cercava miglioramento materiale senza rottura morale e violenta
con la società
esistente.
Quest’esperienza
creò canali di mediazione, rappresentanza e contrattazione che
attenuarono le polarizzazioni sociali.
È
tuttavia
cruciale, ricordare
che la rilevanza dei movimenti autoritari in
Francia non
va sottovalutata e che, in condizioni differenti, l’esito
avrebbe potuto essere diverso. In
Francia, nei primi anni trenta, ci fu eccome un tentativo fascista di
smantellamento della Terza Repubblica, un capitolo di storia dove il
nome dell’Action Française riassume un po’ tutto. Quel tentativo
fallì.
Perché?
Perché,
ad avviso di chi scrive, la
presenza del cattolicesimo sociale aveva
creato una nuova cultura in Francia, una cultura
dove il lavoro nell’industria
aveva
visto nascere contesti di dignità
e
mediazione, e
o dove era
più arduo mobilitare un odio di classe totalizzante.
Léon
Harmel e gli altri protagonisti di questa pagina splendida della
storia di Francia, erano riusciti trovare un antidoto politico,
culturale, morale, per stemperare sia gli eccessi comunisti della
Terza Repubblica, sia gli istinti fascisti di coloro che volevano
abbatterla.
Tecnicamente,
quali sono i meccanismi attraverso cui la dottrina sociale ha
funzionato come un «sistema
immunitario»? Primo, la produzione di linguaggi morali: il lavoro fu
narrato non come merce neutra ma come attività
che
realizza la persona, con diritti (salario, riposo, sicurezza) e
doveri (responsabilità).
Questo linguaggio spostò il conflitto dal terreno dell’annientamento
a quello della negoziazione e del diritto. Secondo, la creazione di
luoghi di rappresentanza non conflittuale —
consigli
di fabbrica, cercles, corporazioni, mutue —
che
fornivano canali di partecipazione e di soluzione pratica alle
rivendicazioni: la richiesta operaia trovava sponda nella comunità
produttiva
stessa e non restava confinata alla piazza anarchica. Terzo, la
presenza di imprenditori cattolici
come
Harmel che sperimentarono processi partecipativi diede prova concreta
che le riforme sociali non erano antieconomiche,
anzi:
profitto
e giustizia potevano convivere.
Infine, la costruzione di rappresentanze sociali confessionali
(sindacati cristiani, patronati, associazioni). Tutti questi
elementi, congiunti, abbassarono la temperatura sociale e spensero
il potenziale per un’«esplosione»
ideologica uniforme.
L’efficacia
protettiva sta nel fatto che la dottrina sociale
della Chiesa e
le pratiche sociali della
Terza Repubblica hanno
offerto alternative credibili sia alle promesse di catastrofe
rivoluzionaria sia alle vocazioni totalitarie: non le
hanno
bandite per decreto ma le
hanno
resa meno appetibili
perché
molte
richieste fondamentali —
casa,
salario, rappresentanza —
potevano
trovare risposta senza il ricorso alla violenza o alla distruzione
del tessuto sociale.
E nello stesso tempo, la maggioranza degli imprenditori e delle élite
finanziarie hanno toccato con mano una realtà alla quale non
volevano credere: che gli industriali cattolici come Harmel
prosperavano, le fabbriche come Val-de-Bois davano frutti, eccome!
Concludendo:
se oggi proviamo a leggere le vittorie e i limiti della Francia
repubblicana fra Otto e Novecento, dobbiamo riconoscere che la
dottrina sociale cattolica e le sue applicazioni pratiche hanno
funzionato come una sorta di «sistema
immunitario»
applicato al corpo del lavoro. Non un
algoritmo ideologico,
non una garanzia eterna, ma un innesto storico che ha dato a numerosi
operai e a molti imprenditori una lingua comune, istituzioni e
pratiche concrete di solidarietà.
Léon
Harmel oggi
è stato dimenticato, anche dai cattolici, anche da chi si occupa di
dottrina sociale,
eppure
egli fu il
un santo
della convivenza industriale;
anche
René
de
La Tour du Pin non fu un teorico astratto ma il promotore di un’idea
di società
che
voleva ricucire ciò che la modernità
aveva
lacerato.
Il
loro merito più grande
è
aver pensato la fabbrica come luogo in cui si decideva il destino
umano e non soltanto masse
di profitto:
è
in quella scelta culturale che si misura, a mio avviso, l’apporto
più decisivo della dottrina sociale nell’aver
reso la
Francia meno vulnerabile agli estremi del Novecento
e nell’averla dotata nel tempo, del più solido diritto del lavoro
mai concepito nella storia dell’uomo.
Viva
Léon Harmel, Viva René de la Tour du Pin.
LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo