ISEE: l'algoritmo burocratico più ingiusto della Repubblica
C’è una verità che nessuno ha il coraggio di dire: in Italia, lo Stato ha finito per discriminare proprio gli italiani. L’ISEE, l’indicatore nato per misurare la “situazione economica equivalente”, doveva servire a garantire equità. Invece, è diventato la trappola burocratica che ha tradito il senso stesso dello Stato sociale.
La
casa: da diritto a condanna
Per generazioni, gli italiani hanno
lavorato, risparmiato, costruito o ereditato una casa. Era il sogno,
la sicurezza, la conquista di una vita. Oggi quello stesso bene è
diventato la ragione per cui vengono esclusi da asili, borse di
studio, bonus e sostegni. Perché secondo l’ISEE, possedere un
tetto — anche se non produce un euro di reddito — significa
“essere ricchi”. È l’assurdo di uno Stato che non distingue
tra patrimonio e benessere reale, tra chi ha una casa ma fatica ad
arrivare a fine mese e chi invece vive di rendite e liquidità. Il
risultato è che chi ha costruito con le proprie mani l’Italia si
trova tagliato fuori dal welfare che aveva contribuito a finanziare
con decenni di tasse e sacrifici.
L’algoritmo
che non capisce la vita
L’ISEE non guarda in faccia nessuno. È
una formula, un algoritmo che non sa nulla di dignità, di fatica, di
realtà quotidiana. Dentro ci finiscono redditi, case, risparmi, ma
fuori resta la verità sociale: quella di famiglie che non hanno
reddito sufficiente per vivere, ma che vengono considerate “agiate”
solo perché non affittano. È la logica disumana della burocrazia:
una cifra decide se meriti aiuto o no, anche se la tua vita reale
dice tutt’altro.
Il
moltiplicatore di disuguaglianze
L’ISEE oggi invade tutto: dal
diritto allo studio ai bonus energia, dagli asili alle agevolazioni
comunali. Ha trasformato l’accesso ai diritti in un percorso a
ostacoli. E, come sempre, chi ha meno competenze, meno tempo e meno
voce finisce penalizzato due volte. È uno strumento che anziché
ridurre le disuguaglianze, le cristallizza. Chi parte da situazioni
complicate rimane indietro, chi vive di rendite o espedienti trova il
modo di rientrare nei parametri.
Un
welfare che dimentica chi lo ha costruito
Il dramma più grande
è che l’ISEE, nato per distribuire equità, ha finito per
rovesciare la logica del diritto. Oggi accade troppo spesso che
famiglie italiane, con redditi bassi ma una casa di proprietà,
vengano escluse da prestazioni sociali fondamentali — mentre altri
nuclei appena inseriti nel sistema, privi di patrimonio ma con
redditi equivalenti o addirittura superiori, riescono ad accedere
agli stessi aiuti. Non è una questione di nazionalità: è una
questione di giustizia sociale e di riconoscenza. Questo Paese —
con le sue scuole, i suoi ospedali, le sue pensioni e le sue
infrastrutture — è stato costruito da generazioni di italiani che
hanno lavorato, pagato tasse, combattuto e risparmiato. Eppure oggi,
i loro figli e nipoti vengono penalizzati da un algoritmo che
considera “ricchezza” una casa, ma non valuta il contributo
storico, fiscale e civile di chi quella casa l’ha costruita mattone
dopo mattone. È uno squilibrio che mina la coesione sociale: perché
quando uno Stato non riconosce i propri cittadini come i primi
destinatari del welfare che essi stessi hanno finanziato, non sta
facendo giustizia — sta tradendo la propria memoria.
Il
silenzio della politica
E la politica? Parla, promette, si
indigna, ma non cambia nulla. Ogni governo annuncia una “riforma
dell’ISEE”, poi tutto resta com’è. Anche il governo Meloni,
che aveva promesso una revisione in chiave di giustizia sociale, ha
lasciato il tema ai margini della nuova manovra, come se non fosse
un’emergenza quotidiana per milioni di famiglie. È il solito
copione: si sbandiera il patriottismo, ma quando c’è da difendere
davvero gli italiani – quelli che lavorano, pagano e costruiscono –
si abbassa lo sguardo davanti alla macchina burocratica.
Conclusione
L’ISEE
doveva servire a misurare la giustizia. Oggi misura la distanza tra
lo Stato e il suo popolo. Finché un cittadino che vive nella casa
costruita da suo padre sarà trattato come un privilegiato, l’Italia
resterà un Paese che punisce il merito, la stabilità e la fatica, e
chiama equità ciò che è solo un algoritmo ideologico, cieco e
profondamente ingiusto.
LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo

Nessun commento:
Posta un commento