Allora era meglio Trump
C’è
un paradosso che accompagna da anni il Premio Nobel per la Pace:
invece di riconoscere chi costruisce
la pace, finisce spesso per incoronare chi è funzionale a un certo
ordine mondiale. L’ultimo
caso —
la
vittoria dell’attivista
venezuelana María
Corina Machado —
sembra
confermarlo.
Dietro
la patina umanitaria e i sorrisi diplomatici, il messaggio politico è
chiaro: la pace coincide con l’allineamento
all’Occidente.
Certo,
la buona notizia è che il Nobel non è andato a Donald Trump. Dopo
tutto, se l’hanno
dato a Barack Obama mentre ordinava bombardamenti “umanitari”,
non sarebbe stato così
sorprendente
vederlo assegnato anche al biondo imprenditore newyorkese. Ma la
cattiva notizia è che il premio è andato a María
Corina Machado, che
in
Venezuela incarna da anni l’opposizione
più ottusa
al governo di Nicolás
Maduro —
un
governo che, con tutti i suoi limiti, continua a essere l’avversario
principale di Washington in America Latina.
Una Washington che non vuole sbarazzarsi di Maduro per restituire
libertà al popolo venezuelano, figuriamoci, gli USA vogliono solo
una colonia in più. Fine.
Il
punto non è difendere o condannare Maduro, ma chiedersi: che cosa
significa oggi “pace”
per
chi assegna il Nobel?
Se
“pace”
è sinonimo di sudditanza
ai mercati, allineamento geopolitico e “transizione
democratica”
in
chiave pro-USA,
allora il premio diventa un’arma.
Una
promessa di guerra. Altro che pace.
Non
è la prima volta. Dalla consacrazione di Obama —
il
presidente che
ha sottoscritto la distruzione del Medio Oriente voluta da Tel Aviv—
alla
recente celebrazione di oppositori in paesi “non
allineati”,
l’assegnazione
del Nobel sembra seguire una costante: premiare chi contribuisce,
direttamente o indirettamente, a consolidare l’egemonia
culturale e
economica dell’Occidente.
In
questo schema, i “buoni”
sono
coloro che si
inchinano di fronte
a Washington, a Bruxelles o a Oslo; i “cattivi”
sono
quelli che difendono un ordine alternativo, o anche solo un’idea
diversa di sovranità.
Intanto,
sulle colonne dei giornali più letti d’Europa
e d’America,
opinionisti e intellettuali cosmopoliti applaudono il verdetto come
una vittoria della libertà.
È
la stessa narrativa che accompagnò la breve parabola di Juan Guaidó,
presentato come “presidente
legittimo”
di
un Venezuela
che non lo aveva mai eletto.
Ma
forse, più che di pace, bisognerebbe parlare di geopolitica
travestita da etica.
E
allora, con un sorriso amaro, si può persino arrivare a pensare che
—
rispetto
a certi moralismi di cartapesta —
allora
era meglio Trump…
LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo

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