La fine del dollaro: sociologia di un impero che ha smantellato se stesso
C’è
stato un tempo in cui “Made in USA” era il marchio del mondo. Poi
arrivò la stagione della globalizzazione, e con essa il grande
inganno: l’idea che si potesse trasferire la produzione altrove e
conservare comunque la ricchezza. Gli Stati Uniti accettarono un
mondo “Made in China” quando Bill Clinton spalancò le porte del
WTO a Pechino. Fu l’atto fondativo di una nuova era: quella in cui
l’unico bene ancora davvero americano sarebbe diventato il dollaro.
Non più acciaio, automobili o semiconduttori, ma valuta. Denaro
puro, esportato come fosse merce, in cambio di tutto il resto.
La
potenza americana, a quel punto, si fondò su un paradosso: non
produceva più beni, ma restava al centro del commercio mondiale
perché il suo denaro era necessario per comprare energia, petrolio,
gas, materie prime. Il dollaro divenne la linfa vitale del
capitalismo globale, il biglietto d’ingresso obbligatorio al
banchetto dell’economia planetaria. Gli Stati Uniti potevano così
permettersi di vivere al di sopra delle proprie possibilità,
stampando ciò che il mondo intero doveva usare.
Ma il
sogno è finito. Dopo decenni di delocalizzazioni, di industrie
smantellate, di intere comunità operaie cancellate in nome della
competitività globale, l’America si è ritrovata nuda: gigantesche
corporation digitali, sì, ma quasi tutte radicate altrove — Apple,
Google, Nvidia, simboli del capitalismo smaterializzato che produce
in Cina, contabilizza in Irlanda al due per cento di tasse, e
contribuisce poco o nulla all’economia reale statunitense. Il
dollaro, l’ultima merce d’esportazione del Paese, mostra crepe
sempre più profonde. Rubli, rupie, yuan e persino dirham iniziano a
eroderne la centralità: un lento, inesorabile disaccoppiamento dalla
supremazia americana, orchestrato anche dalla lungimiranza strategica
di Vladimir Putin, che ha intuito la leva geopolitica delle valute
alternative.
Gli Stati Uniti tentano ora di reagire. Trump
— e non solo lui — promette una reindustrializzazione a colpi di
dazi, incentivi faraonici, patriottismo economico. Ma la sociologia
dell’economia insegna che certi processi sono irreversibili. Una
società che ha trasformato i suoi cittadini da produttori a
consumatori permanenti non può tornare indietro per decreto. Quando
si è smantellata la cultura del lavoro manuale, dissolta la classe
operaia, e sostituita l’educazione tecnica con una scolarizzazione
di massa senza più radici produttive, il tessuto sociale si disfa.
Si resta con un popolo di consumatori esigenti e di algoritmi, ma
senza braccia né menti abituate a costruire il mondo materiale.
La
“legge non scritta” della macroeconomia è che la potenza
industriale è una forma di civiltà, non solo un settore economico.
Senza industria, una nazione perde la sua struttura simbolica, il suo
ethos produttivo, la sua capacità di plasmare il reale. E quando la
ricchezza diventa solo finanziaria, la politica si riduce a gestione
del debito e della paura.
Oggi il dollaro, che per decenni
è stato il vero petrolio degli Stati Uniti, mostra la stanchezza di
un impero che ha venduto la propria anima industriale in cambio di
capitale volatile. Il mondo multipolare che avanza — quello delle
valute parallele, dei pagamenti in yuan o in rupie, delle reti
energetiche sganciate da Washington — non è solo un fenomeno
economico: è la conseguenza di una metamorfosi sociale profonda. La
fine dell’egemonia del dollaro è, prima di tutto, la fine di una
certa idea di civiltà americana: quella che credeva di poter
sostituire le fabbriche con le app, il lavoro con il consumo, la
produzione con la finanza.
L’impero del dollaro non
crolla per una crisi monetaria. Crolla perché la società che lo ha
generato ha perso la memoria del produrre.
LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo

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