mercoledì 22 ottobre 2025

Dollaro : GAME OVER

 La fine del dollaro: sociologia di un impero che ha smantellato se stesso


C’è stato un tempo in cui “Made in USA” era il marchio del mondo. Poi arrivò la stagione della globalizzazione, e con essa il grande inganno: l’idea che si potesse trasferire la produzione altrove e conservare comunque la ricchezza. Gli Stati Uniti accettarono un mondo “Made in China” quando Bill Clinton spalancò le porte del WTO a Pechino. Fu l’atto fondativo di una nuova era: quella in cui l’unico bene ancora davvero americano sarebbe diventato il dollaro. Non più acciaio, automobili o semiconduttori, ma valuta. Denaro puro, esportato come fosse merce, in cambio di tutto il resto.

La potenza americana, a quel punto, si fondò su un paradosso: non produceva più beni, ma restava al centro del commercio mondiale perché il suo denaro era necessario per comprare energia, petrolio, gas, materie prime. Il dollaro divenne la linfa vitale del capitalismo globale, il biglietto d’ingresso obbligatorio al banchetto dell’economia planetaria. Gli Stati Uniti potevano così permettersi di vivere al di sopra delle proprie possibilità, stampando ciò che il mondo intero doveva usare.

Ma il sogno è finito. Dopo decenni di delocalizzazioni, di industrie smantellate, di intere comunità operaie cancellate in nome della competitività globale, l’America si è ritrovata nuda: gigantesche corporation digitali, sì, ma quasi tutte radicate altrove — Apple, Google, Nvidia, simboli del capitalismo smaterializzato che produce in Cina, contabilizza in Irlanda al due per cento di tasse, e contribuisce poco o nulla all’economia reale statunitense. Il dollaro, l’ultima merce d’esportazione del Paese, mostra crepe sempre più profonde. Rubli, rupie, yuan e persino dirham iniziano a eroderne la centralità: un lento, inesorabile disaccoppiamento dalla supremazia americana, orchestrato anche dalla lungimiranza strategica di Vladimir Putin, che ha intuito la leva geopolitica delle valute alternative.

Gli Stati Uniti tentano ora di reagire. Trump — e non solo lui — promette una reindustrializzazione a colpi di dazi, incentivi faraonici, patriottismo economico. Ma la sociologia dell’economia insegna che certi processi sono irreversibili. Una società che ha trasformato i suoi cittadini da produttori a consumatori permanenti non può tornare indietro per decreto. Quando si è smantellata la cultura del lavoro manuale, dissolta la classe operaia, e sostituita l’educazione tecnica con una scolarizzazione di massa senza più radici produttive, il tessuto sociale si disfa. Si resta con un popolo di consumatori esigenti e di algoritmi, ma senza braccia né menti abituate a costruire il mondo materiale.

La “legge non scritta” della macroeconomia è che la potenza industriale è una forma di civiltà, non solo un settore economico. Senza industria, una nazione perde la sua struttura simbolica, il suo ethos produttivo, la sua capacità di plasmare il reale. E quando la ricchezza diventa solo finanziaria, la politica si riduce a gestione del debito e della paura.

Oggi il dollaro, che per decenni è stato il vero petrolio degli Stati Uniti, mostra la stanchezza di un impero che ha venduto la propria anima industriale in cambio di capitale volatile. Il mondo multipolare che avanza — quello delle valute parallele, dei pagamenti in yuan o in rupie, delle reti energetiche sganciate da Washington — non è solo un fenomeno economico: è la conseguenza di una metamorfosi sociale profonda. La fine dell’egemonia del dollaro è, prima di tutto, la fine di una certa idea di civiltà americana: quella che credeva di poter sostituire le fabbriche con le app, il lavoro con il consumo, la produzione con la finanza.

L’impero del dollaro non crolla per una crisi monetaria. Crolla perché la società che lo ha generato ha perso la memoria del produrre.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo







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