Trump presidente ma prigioniero: le lobby della guerra lo sovrastano, l’Europa si prepara al disastro
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Donald
Trump è tornato alla Casa Bianca promettendo “ordine, pace e
sovranità americana”. Ma la realtà del suo secondo mandato è
l’esatto contrario: è il presidente più sorvegliato, più frenato
e più ingabbiato del potere profondo americano.
L’America
che lui governa è una macchina a motore autonomo — e chi tiene il
volante non siede nello Studio Ovale.
Le lobby che vivono di conflitti — industria degli armamenti, contractor, agenzie di intelligence e grandi fondi finanziari — non solo non hanno perso influenza, ma oggi determinano la linea politica estera statunitense molto più della presidenza stessa.
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### Netanyahu annette, Trump osserva
Israele
è la prova più lampante di questa impotenza.
Il 22 ottobre
2025, la Knesset ha approvato la prima lettura della legge che
estende la sovranità israeliana sulla Cisgiordania. È, in tutto e
per tutto, un passo verso l’annessione ufficiale di territori
occupati da decenni.
Trump, pur avendo pubblicamente
dichiarato che “non è questo il momento per nuove guerre o
annessioni”, è stato ignorato.
Il governo Netanyahu non
teme ritorsioni, perché sa perfettamente che il sistema di potere
americano – Pentagono, intelligence, complesso industriale-militare
– non intende interrompere il legame strategico con Israele,
qualunque cosa accada.
La politica estera degli Stati Uniti continua a muoversi da sola: il presidente dichiara, ma gli apparati decidono.
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### Ucraina: il laboratorio della guerra permanente
Il
secondo fronte della disfatta presidenziale è l’Ucraina.
A
quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione russa, il conflitto
è diventato una miniera d’oro per chi produce armi, energia e
debito.
Ogni nuovo pacchetto di aiuti è una boccata
d’ossigeno per le corporations del settore bellico americano ed
europeo, e un cappio più stretto per i bilanci pubblici occidentali.
Trump
aveva promesso di “chiudere la guerra in 24 ore”. Ma non può.
Perché il flusso di denaro, commesse e potere che nasce dal fronte
ucraino è oggi una parte strutturale dell’economia di guerra
occidentale.
Le lobby che lo sostengono — e che finanziano
campagne, media e think tank — non vogliono la pace: vogliono un
conflitto che si rinnova, che giustifica spese militari senza fine e
nuovi debiti sovrani da cui estrarre profitti.
Il presidente può minacciare di “tagliare i fondi”, ma il Congresso, il Pentagono, i contractors e gli apparati di sicurezza gli ricordano ogni giorno che non è lui a comandare davvero.
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### Bruxelles, Washington, le stesse mani invisibili
In
Europa, la stessa logica domina.
La guerra è diventata il
collante di un’Unione Europea svuotata di politica: ogni governo
che osa mettere in discussione la linea atlantista viene
immediatamente isolato o delegittimato.
I giganti dell’energia
e della finanza — che negli ultimi tre anni hanno realizzato
margini record — dettano la rotta economica, mentre le istituzioni
comunitarie parlano di “difesa comune” come se fosse una missione
spirituale.
Eppure,
la realtà è brutale: la guerra arricchisce pochi e impoverisce
molti.
Gli Stati Uniti esportano armi e gas, l’Europa paga
il conto con inflazione, deindustrializzazione e crisi sociale.
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### Orbán, l’unico a dire la parola proibita: pace
In
questo scenario, una sola voce in Europa osa pronunciare ciò che
tutti fingono di non sapere: la guerra è un suicidio politico per
l’Europa.
Viktor Orbán — spesso accusato di ogni colpa
possibile — è oggi l’unico leader a denunciare apertamente la
strategia suicida di Bruxelles.
Da mesi ripete che “l’Unione
Europea sta combattendo una guerra per conto terzi” e che “nessuno
in Europa ha mai votato per questo”.
Non è un’analisi idealista, ma una lettura lucida del presente: i popoli europei pagano il prezzo di una guerra che non decidono e non controllano.
Non stupisce che Bruxelles abbia già messo l’Ungheria nel mirino delle prossime elezioni: chi parla di pace, oggi, diventa automaticamente “filorusso”.
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### La verità che nessuno vuole ammettere
Trump
siede nello Studio Ovale, ma non governa la guerra, perché la guerra
è ormai un ecosistema economico, un’architettura di potere che si
autoalimenta.
Le lobby della difesa, i mercati finanziari, i
media e gli apparati di intelligence compongono una rete troppo vasta
perché anche un presidente possa realmente piegarla.
E
mentre le cancellerie occidentali recitano lo stesso copione —
“difendere la democrazia”, “resistere all’aggressione” —
la democrazia vera, quella popolare, scompare.
Il risultato è
un mondo dove la guerra è l’unico linguaggio rimasto redditizio, e
la pace è un lusso che nessuno, tra i potenti, vuole permettersi.
LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo

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