giovedì 23 ottobre 2025

L'impotenza di Trump

Trump presidente ma prigioniero: le lobby della guerra lo sovrastano, l’Europa si prepara al disastro

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Donald Trump è tornato alla Casa Bianca promettendo “ordine, pace e sovranità americana”. Ma la realtà del suo secondo mandato è l’esatto contrario: è il presidente più sorvegliato, più frenato e più ingabbiato del potere profondo americano.
L’America che lui governa è una macchina a motore autonomo — e chi tiene il volante non siede nello Studio Ovale.

Le lobby che vivono di conflitti — industria degli armamenti, contractor, agenzie di intelligence e grandi fondi finanziari — non solo non hanno perso influenza, ma oggi determinano la linea politica estera statunitense molto più della presidenza stessa.

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### Netanyahu annette, Trump osserva

Israele è la prova più lampante di questa impotenza.
Il 22 ottobre 2025, la Knesset ha approvato la prima lettura della legge che estende la sovranità israeliana sulla Cisgiordania. È, in tutto e per tutto, un passo verso l’annessione ufficiale di territori occupati da decenni.
Trump, pur avendo pubblicamente dichiarato che “non è questo il momento per nuove guerre o annessioni”, è stato ignorato.
Il governo Netanyahu non teme ritorsioni, perché sa perfettamente che il sistema di potere americano – Pentagono, intelligence, complesso industriale-militare – non intende interrompere il legame strategico con Israele, qualunque cosa accada.

La politica estera degli Stati Uniti continua a muoversi da sola: il presidente dichiara, ma gli apparati decidono.

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### Ucraina: il laboratorio della guerra permanente

Il secondo fronte della disfatta presidenziale è l’Ucraina.
A quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione russa, il conflitto è diventato una miniera d’oro per chi produce armi, energia e debito.
Ogni nuovo pacchetto di aiuti è una boccata d’ossigeno per le corporations del settore bellico americano ed europeo, e un cappio più stretto per i bilanci pubblici occidentali.

Trump aveva promesso di “chiudere la guerra in 24 ore”. Ma non può. Perché il flusso di denaro, commesse e potere che nasce dal fronte ucraino è oggi una parte strutturale dell’economia di guerra occidentale.
Le lobby che lo sostengono — e che finanziano campagne, media e think tank — non vogliono la pace: vogliono un conflitto che si rinnova, che giustifica spese militari senza fine e nuovi debiti sovrani da cui estrarre profitti.

Il presidente può minacciare di “tagliare i fondi”, ma il Congresso, il Pentagono, i contractors e gli apparati di sicurezza gli ricordano ogni giorno che non è lui a comandare davvero.

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### Bruxelles, Washington, le stesse mani invisibili

In Europa, la stessa logica domina.
La guerra è diventata il collante di un’Unione Europea svuotata di politica: ogni governo che osa mettere in discussione la linea atlantista viene immediatamente isolato o delegittimato.
I giganti dell’energia e della finanza — che negli ultimi tre anni hanno realizzato margini record — dettano la rotta economica, mentre le istituzioni comunitarie parlano di “difesa comune” come se fosse una missione spirituale.

Eppure, la realtà è brutale: la guerra arricchisce pochi e impoverisce molti.
Gli Stati Uniti esportano armi e gas, l’Europa paga il conto con inflazione, deindustrializzazione e crisi sociale.

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### Orbán, l’unico a dire la parola proibita: pace

In questo scenario, una sola voce in Europa osa pronunciare ciò che tutti fingono di non sapere: la guerra è un suicidio politico per l’Europa.
Viktor Orbán — spesso accusato di ogni colpa possibile — è oggi l’unico leader a denunciare apertamente la strategia suicida di Bruxelles.
Da mesi ripete che “l’Unione Europea sta combattendo una guerra per conto terzi” e che “nessuno in Europa ha mai votato per questo”.

Non è un’analisi idealista, ma una lettura lucida del presente: i popoli europei pagano il prezzo di una guerra che non decidono e non controllano.

Non stupisce che Bruxelles abbia già messo l’Ungheria nel mirino delle prossime elezioni: chi parla di pace, oggi, diventa automaticamente “filorusso”.

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### La verità che nessuno vuole ammettere

Trump siede nello Studio Ovale, ma non governa la guerra, perché la guerra è ormai un ecosistema economico, un’architettura di potere che si autoalimenta.
Le lobby della difesa, i mercati finanziari, i media e gli apparati di intelligence compongono una rete troppo vasta perché anche un presidente possa realmente piegarla.

E mentre le cancellerie occidentali recitano lo stesso copione — “difendere la democrazia”, “resistere all’aggressione” — la democrazia vera, quella popolare, scompare.
Il risultato è un mondo dove la guerra è l’unico linguaggio rimasto redditizio, e la pace è un lusso che nessuno, tra i potenti, vuole permettersi.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



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