martedì 30 settembre 2025

Dazi: una soluzione plausibile?

 

Dazi e illusioni: il vero nodo dell’America è la supremazia della finanza sulla manifattura

Il dibattito si è riacceso ieri, all’annuncio di nuovi dazi USA del 100% su film (e probabilmente videogiochi, ben presto) importati dall’estero, voluti da Donald Trump.

Le sterili polemiche sui dazi rischiano però di oscurare una verità più profonda e strutturale: leconomia statunitense è da tempo sbilanciata verso la finanza, e questo spostamento del baricentro frena ogni tentativo di rilancio industriale.

Il settore finanziario USA continua a rappresentare una quota troppo importante del PIL americano, con effetti di attrazione del capitale monetario in primis ma soprattutto umano, che condizionano le scelte dimpresa e dinvestimento. In altre parole, i dollari di Wall Streethanno un peso tale da comprimere la vitalità del tessuto industriale.

Questo squilibrio non è neutrale rispetto alle politiche commerciali. I dazi possono, forse nel breve periodo, deviare parte della domanda verso il mercato interno, ma non rigenerano come per magia catene produttive, capitale umano e capacità industriali ormai erose.

Le tariffe introdotte nel 2018-2019 hanno mostrato risultati contraddittori, se non addirittura controproducenti: hanno aumentato i costi per le imprese che dipendono da input esteri e scatenato ritorsioni che hanno colpito lexport americano. Lo strumento tariffario, insomma, resta una protezione parziale che non tocca le radici del problema della perdita di dinamismo industriale.

A complicare ulteriormente il quadro è la questione del capitale umano. La manifattura contemporanea non si basa solo sulla manodopera generica, ma su ingegneri, tecnici e operai altamente qualificati. Eppure, il sistema formativo e il mercato del lavoro statunitensi non producono più figure tecnicamente preparate in numero sufficiente per sostenere un grande rilancio produttivo. Studi comparativi mostrano come la quota di laureati STEM e, in particolare, di ingegneri, non garantisca agli USA il primato che si tende a dare per scontato. Per fare un esempio, la Russia produce in proporzione al suo numero di abitanti, oltre il doppio di ingegneri e periti tecnici industriali degli USA. Senza una strategia che rilanci istruzione tecnica, formazione continua e incentivi a occupazioni specializzate, lindustria americana non potrà mai invertire la rotta.

E a guardare com’è messa la gioventù americana dal punto di vista intellettuale non vi è certo da stare allegri per Donald. Non è certo nei campus USA, dove gli studenti hanno la preparazione di un bambino di terza elementare, che Trump troverà le forze vive per rilanciare la produzione interna.

Va poi considerata la trasformazione tecnologica. La produzione industriale americana, in termini di output, è aumentata nel lungo periodo, ma con unoccupazione drasticamente ridotta: milioni di posti sono stati cancellati dallautomazione e dallefficienza capital-intensive.

In questo contesto, i dazi rischiano di alimentare unillusione: la promessa di riportare indietro posti di lavoro che, per ragioni strutturali, non torneranno più. L’alternativa è affrontare il nodo della produttività con politiche industriali mirate: investimenti pubblici e privati in infrastrutture, formazione tecnica, incentivi al capitale produttivo e strumenti che rendano meno conveniente concentrare risorse soltanto nella finanza. Ma gli USA, per ragioni ideologiche, non investono più in infrastrutture. Non sono come i cinesi o russi, gli americani diffidano dell’intervento statale perché diffidano dello Stato (parola che non esiste proprio nel loro vocabolario che impone piuttosto i termini di government o administration).

In definitiva, i dazi restano un palliativo, un gesto simbolico più che una cura economica. Dietro la scena protezionista si nasconde un problema ben più profondo: la supremazia delleconomia finanziaria, il deficit di capitale umano tecnico e la trasformazione stessa della manifattura. Senza una correzione strutturale di questi fattori, il protezionismo rischia di non riaccendere lindustria americana, ma soltanto di rinviare lappuntamento con l’amara verità.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



martedì 23 settembre 2025

Charlie Kirk: la vera posta in gioco

 Charlie Kirk : una finestra aperta sul disastro culturale USA

Charlie Kirk è stato assassinato. Una tragedia insensata, di cui ancora sappiamo poco e di cui anche in futuro non avremo certezze per poterla spiegare. Una cosa è sicura: ormai gli Stati Uniti sono un paese pronto a risolvere le proprie tensioni politiche con la. violenza.

Ma a me, lo confesso, non è questo che colpisce di più. Kirk era il fondatore di Turning Point USA, volto giovane del conservatorismo, provocatore nato, capace di agitare gli elettroni dei campus con i suoi prove me wrong, i suoi dibattiti a microfono aperto dedicati a temi come l’aborto, l’immigrazione, il razzismo, il dominio woke sul mondo universitario.

Diciamo la verità, non era Aristotele, non era un pensatore raffinato, anzi, ma aveva il coraggio di esporsi, di stare lì in mezzo a una folla di giovani e dire loro quello che pensava. Interessante. Ma non ci vedo nulla di straordinario.

A me, in tutta questa storia, impressiona di più l’altra metà del quadro: i ragazzi che andavano a sfidarlo, che si presentavano davanti al microfono per dibattere con lui, e che regolarmente si trasformavano in un monumento vivente alla mediocrità. Andate sul canale YouTube di Turning Point, ci sono ore e ore di filmati di “prove me wrong”.

Osservateli. Giovani che dovrebbero rappresentare l’élite universitaria americana, i futuri quadri dirigenti di un impero, incapaci di articolare un pensiero, di formulare una frase compiuta senza scivolare nel cliché, nel meme, nello slogan da due secondi. È questo il frutto di un quarto di secolo di cultura woke nelle università USA? Ragazzi incapaci di reggere un contraddittorio anche con uno come Kirk che, ripeto, non era un genio della dialettica. Ogni volta che aprono bocca si sente il vuoto: vuoto culturale, vuoto storico, vuoto di logica elementare. Non pensano, ripetono. Sono grammofoni del politicamente corretto, marionette che non hanno nemmeno la dignità di sapere perché credono in quello che credono.

Ecco, per me questa è la notizia, molto più dellassassinio in sé: lAmerica è un paese che non ha più anticorpi culturali. È un paese di imbecilli capricciosi, di consumatori ultraviolenti con la pistola e di studenti falliti con il cervello spento, di predicatori travestiti da attivisti e di influencer che sostituiscono professori dimissionari. La cultura americana ha prodotto questa generazione, e adesso ne pagherà il prezzo. Le grandi fondazioni filantropiche (Bill&Melinda, George Soros) hanno coltivato il sogno di una generazione sempre più inclusiva, sempre più sensibile, sempre più “woke” – e il risultato è un adolescente eterno, un consumatore smidollato che non legge, non studia, non si allena a discutere, ma è capace solo di gridare, indignarsi, denunciare. La destra lo sa benissimo, e usa personaggi come Kirk proprio per scuoterlo, per provocarlo, e soprattutto per arruolarlo di nuovo ma non come cittadino consapevole: come soldato, come ingranaggio in unaltra macchina ideologica, stavolta con la bandiera e il fucile. Era questo il vero obiettivo di coloro che pagavano milioni a Kirk: ricreare una gioventù alla Full Metal Jacket, non certo cultura o spiritualità. Avete sentito cos’ha detto Trump all’omaggio MAGA a Kirk? Tutto è chiaro. L’umanesimo e il Cristianesimo non c’entrano niente.

E noi, in Europa? Davvero pensiamo di essere immuni a tutto ciò? Davvero crediamo che i nostri giovani siano diversi, che non stiamo allevando anche noi una generazione di slogan viventi, pronti a recitare la lezioncina dellideologia dominante senza mai sporcarsi le mani con un libro di filosofia, senza mai rischiare di cambiare idea? Guardiamo le nostre università: lo stesso linguaggio importato da oltreoceano, lo stesso clima da tribunale morale, la stessa paura del confronto. Siamo a un passo dallavere anche noi unintera generazione che confonde lattivismo con la terapia di gruppo e il dibattito con il linciaggio.

Per questo lassassinio di Kirk dovrebbe spaventarci non tanto per la violenza che rappresenta, ma per il vuoto che ha rivelato. Quel vuoto culturale è il segno del crollo di un impero, non il proiettile che lo ha colpito. E se non stacchiamo la spina da questo modello, se non torniamo a pretendere dai nostri giovani cultura, pensiero critico, logica e persino un podi sana cattiveria intellettuale, la stessa fine toccherà a noi. Saremo anche noi un paese di idioti litigiosi, pronti a insultarci per un like o un commento, incapaci di reggere una discussione senza scappare via a piangere.

È questo che vogliamo?

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo





lunedì 22 settembre 2025

Palestina: un ricatto morale

 Il ricatto morale contro la Palestina

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C’è un riflesso condizionato che torna puntuale ogni volta che il mondo prova, timidamente, a riconoscere la dignità del popolo palestinese: l’urlo “è un premio per Hamas”. Lo hanno gridato dirigenti americani, lo ripetono fedelmente i media più allineati a Washington, lo amplificano editorialisti e talk show nei paesi che vivono di luce riflessa della politica estera statunitense, Italia compresa.

È una formula tanto comoda quanto tossica: se riconosci la Palestina, se chiedi il cessate il fuoco, se denunci la carneficina di Gaza, stai “favorendo il terrorismo”. E così si evita il discorso vero: che da due anni assistiamo a un massacro di civili, a un assedio punitivo che ha trasformato Gaza in una distesa di macerie, a un esperimento di disumanizzazione di un intero popolo.

Parlare di “premio per Hamas” è una vigliaccata. È un tentativo di sovrapporre Hamas e i palestinesi, di cancellare milioni di persone, bambini compresi, dietro il volto di un gruppo armato. È la stessa logica che permette di bombardare ospedali, campi profughi, scuole delle Nazioni Unite, e chiamarlo “autodifesa”. È il modo in cui l’Occidente si autoassolve: se tutti i palestinesi sono Hamas, allora ogni loro morte è una vittoria della civiltà.

Il riconoscimento della Palestina da parte di Francia e di altri paesi europei non è un premio a nessuno. È un atto minimo di giustizia, un passo tardivo ma necessario per affermare che il popolo palestinese esiste, che non può essere cancellato sotto le bombe né trasformato in esuli permanenti.

La verità è che ciò che davvero spaventa i fautori dello status quo non è Hamas, ma la prospettiva di una Palestina libera, riconosciuta, capace di far valere i propri diritti sul piano internazionale. E allora il gioco è sempre lo stesso: confondere resistenza e terrorismo, legittimità e violenza, popolo e milizia.

Dopo due anni di genocidio a cielo aperto, parlare di “premi” è osceno. Il vero premio, oggi, sarebbe restituire ai palestinesi il diritto a vivere, non solo a sopravvivere sotto assedio. Sarebbe riconoscere che il loro futuro non può essere deciso né da Tel Aviv né da Washington, ma da loro stessi. Sarebbe smettere di usare la parola “pace” come sinonimo di “resa incondizionata”.

Perché la vera pace, quella vera, comincia con una verità semplice: i palestinesi non sono Hamas. E meritano di esistere.

LUCA COSTA

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sabato 20 settembre 2025

Meloni-Fitch: una storia d'amore

La Meloni esulta : Fitch è contenta. E gli italiani?

Ieri è arrivato (l’ennesimo) applauso da parte degli amici di Fitch: lItalia, dicono, è sulla strada giusta. Bene, fantastico! La Meloni esulta e stappa lo champagne, gongola davanti alle telecamere e l’orchestra mediatica (atlantista) esulta: è la prova che la linea del governo funziona.

Ma davvero bastano le lodi di Fitch per dire che il Paese va a gonfie vele? Davvero basta il timbro di qualche analista finanziario per farci credere che l’Italia ha preso la direzione giusta?

Perché c’è (eh sì, c’è) un altro giudizio di cui la Meloni tace (e i media pure), e che purtroppo nessuno sembra voler prendere in conto: quello dei cittadini. Che cosa ne pensano loro di dieci anni di crollo del salario reale, di un potere dacquisto sceso del 20% mentre gli stipendi nominali (malgrado qualche briciola di aumento) vengono divorati da uninflazione feroce? Che cosa ne pensano di uno Stato sociale che si sta sbriciolando, mentre miliardi di euro delle loro tasse vengono spesi per armare gli ucraini (che si fanno ammazzare come mosche. tra l’altro) e per comprare armi americane (ovvio) da (ri)spedire al fronte?

Che cosa ne pensano della scuola pubblica, ormai ridotta a un circo Orfei, con strutture puzzolenti e insegnanti lasciati soli di fronte a plotoni di esecuzione woke, lgbt+++? Che cosa ne pensano delle nostre strade, che sempre più spesso diventano giungle di stupri, rapine, aggressioni?

Cara Giorgia, è bello vomitare dichiarazioni roboanti in campagna elettorale, parole altisonanti sulla patria, sullorgoglio nazionale, sulla difesa dei cittadini, molto bello. Ma se poi, una volta vinte le elezioni, tutto si riduce a fare quello che piace alle agenzie di rating e ai mercati finanziari, se tutto si riduce a un brindisi con gli amici di Fitch, allora la favola finisce. E una domanda dobbiamo farcela: qual è la differenza tra un presidente del consiglio che esulta con Fitch mentre il popolo muore di vecchiaia con cani al guinzaglio, e uno che ti dice di rinunciare al condizionatore per mandare armi a Kiev? Qual è oggi la differenza tra Draghi e Meloni per un italiano che lavora 40 ore a settimana e spreme il 99% dello stipendio in carburante, affitto e bollette?

Cara Giorgia, chiedilo agli italiani, e non a Fitch se va tutto bene, perché non basta una promozione di Fitch per pagare la spesa, per mettere benzina, per curarsi, per mandare i figli all’università.

Per sapere se davvero siamo sulla strada giusta, sarebbe ora che qualcuno si fermasse ad ascoltare chi la percorre ogni giorno, la strada, quella vera.

***

Fitch Ratings, Inc. è un'agenzia internazionale di valutazione del credito e rating (valutazione), con due quartier generali, a New York e a Londra.

Il rating (letteralmente "classificazione") è un metodo utilizzato per valutare sia i titoli obbligazionari (bond credit rating o corporate credit rating se sono bond emessi da aziende), sia le imprese stesse (vedi anche modelli di Internal rating based secondo Basilea 2) in base al loro rischio finanziario e Rischio di credito (detto anche "rischio di insolvenza").

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




giovedì 18 settembre 2025

Il Papa e la NATO

 Il Papa e la NATO: quando la diplomazia ignora le cause reali della guerra


Il 16 settembre, lasciando Castel Gandolfo per rientrare in Vaticano, Papa Leone XIV ha dichiarato ai giornalisti che la NATO non ha cominciato nessuna guerra”. Un’affermazione che suona rassicurante, quasi ingenua, ma che stride con le parole dello stesso segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, pronunciate davanti al Parlamento Europeo nel 2023. Il Papa invita alla pace, certo, ma nel farlo rimuove il nodo politico allorigine di questo conflitto: la strategia dellAlleanza Atlantica di spingersi a Est fino ai confini della Russia, ignorando per anni i ripetuti avvertimenti di Mosca.

Stoltenberg non parlava da analista indipendente, ma da capo dellalleanza. E ammise, davanti ai deputati europei, che nellautunno del 2021 la Russia chiese formalmente un trattato per fermare lespansione della NATO e per ritirare le infrastrutture militari dai Paesi entrati dopo il 1997. La risposta dellOccidente fu un rifiuto. È lo stesso Stoltenberg a spiegare che, una volta respinte queste richieste, la Russia considerò il passo successivo inevitabile: luso della forza. Che piaccia o no, sono parole ufficiali. E descrivono un contesto in cui la NATO ha scelto di non negoziare, pur sapendo che il rischio di guerra cresceva.

Per questo è fuorviante affermare, come fa il Papa, che la NATO non ha cominciatola guerra. Certo, non è stata lAlleanza ad attraversare per prima un confine con i carri armati. Ma il punto non è chi ha sparato il primo colpo: il punto è chi ha creato le condizioni affinché quel colpo diventasse inevitabile. Lallargamento a Est, laddestramento delle forze ucraine, la prospettiva concreta di un ingresso di Kiev nella NATO sono state la miccia che ha innescato il conflitto. Stoltenberg lo dice chiaramente: senza quellespansione, la guerra non sarebbe scoppiata.

Ridurre la questione a un semplice atto di aggressione russa, come fanno i media occidentali e come sembra fare il Pontefice, significa chiudere gli occhi sulla responsabilità politica dellOccidente. Significa assolvere la strategia che ha trasformato lUcraina in un campo di battaglia per procura. La guerra non è nata dal nulla: è stata il frutto di una scelta precisa, quella di preferire laccerchiamento della Russia alla trattativa, di esporre lUcraina al conflitto piuttosto che garantirle una neutralità stabile.

Se davvero si vuole la pace, bisogna avere il coraggio di dire che la NATO ha provocato questa guerra. Non per giustificare linvasione russa, ma per evitare di ripetere lo stesso errore: spingere altri Paesi verso lo stesso destino, in nome di una sicurezza che finisce per produrre solo più guerra.


Luca COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



sabato 13 settembre 2025

Francia declassata

 Macron, il presidente che ha tradito la Francia: dieci anni per distruggere una nazione

12 settembre 2025 - Fitch declassa la Francia da AA- ad A+ : Fitch declassa il debito francese, ma non è questa la notizia. Una decade è stata sufficiente per sbriciolare il più importante stato sociale della storia. Un progetto voluto da Bruxelles, Londra e Washington, eseguito da una banda di scagnozzi incompetenti e corrotti aventi come leader un giovanotto ambizioso e senza scrupoli : Emmanuel Macron


Ci sono presidenti che passano alla storia per aver ricostruito una nazione. Macron passerà alla storia per averla distrutta. Il declassamento di Fitch non è una notizia tecnica: è il sigillo sulla fine di unillusione. La Francia è oggi un paese più povero, più fragile, più disarmato, più succube di quando Macron è arrivato allEliseo. E non è frutto del caso: è la conseguenza di un disegno lucido, di un progetto politico che ha scelto di sacrificare il modello sociale e industriale francese sullaltare della globalizzazione e dell’ultra-liberalismo di Bruxelles.

La traiettoria era già chiara quando Macron era ministro dellEconomia (del “socialista” Hollande, virgolette quantomai obligatoires). È lui a supervisionare la svendita di Alstom (il gioiello dell’ingegneria nucleare francese) a General Electric, portando via brevetti cruciali per le turbine che alimentavano centrali e sottomarini nucleari. Un colpo mortale alla sovranità industriale francese, travestito da modernizzazione”. I media suonarono la musica. Quando anni dopo lo Stato (con Macron presidente) ricomprerà Alstom, lo fa senza riprendersi i brevetti, pagando un prezzo esorbitante per un guscio vuoto. Roba che neanche in Italia ai tempi di Tangentopoli…

Poi, da presidente, Macron inaugura il regno dell’austerità per i poveri e dei regali per i ricchi. Abolisce lISF, limposta sulla fortuna, regala miliardi alloligarchia finanziaria e compensa con tasse sempre più pesanti sulla classe media. Nel 2018 la Francia esplode: i Gilets Jaunes non sono solo una protesta, sono la rivolta di un popolo tradito, che vede aumentare i carburanti del 40% in un giorno (!) per finanziare la transizione ecologica imposta dallalto e gonfiata di miliardi di sussidi alle lobby delle rinnovabili. Miliardi che entrano delle tasche dei soliti furbetti e che escono da quelle dei lavoratori.

La risposta di Macron? Repressione brutale, manganellate, stato di polizia.

Macron non si limita a smantellare lo Stato sociale. Lo odia. Taglia fondi agli ospedali, chiude reparti nelle province, pronti soccorso chiusi, personale sanitario al collasso. Degrada la scuola pubblica, dove insegnanti malpagati vengono insultati, minacciati, uccisi. La sicurezza è un miraggio, la giustizia una caricatura. Riformare codice penale e codice di procedura per restituire sicurezza ai francesi? Non se ne parla.

E mentre la Francia si disfa, Macron piega la testa davanti a Bruxelles, Berlino e Washington. Accetta regole europee che strangolano lindustria francese, umilia gli agricoltori francesi, costretti a rispettare regole soffocanti mentre gli scaffali dei supermercati sono infondati di pollo all’ammoniaca brasiliana e prodotti agricoli made in USA o in Ucraina.

Sacrifica il nucleare sullaltare dellideologia green tedesca, rendendo impossibile fare industria.

Spinge il paese nella guerra diplomatica con la Russia. La Russia non era un nemico: era una possibile sponda, un mercato naturale per lindustria meccanica, lagroalimentare, il lusso, linformatica. Era un partner con cui rilanciare il nucleare civile, magari riaprire il capitolo SuperPhénix e costruire una piattaforma europea competitiva rispetto alla Cina. Invece Macron ha scelto la via dellallineamento cieco alla NATO, perdendo ogni autonomia strategica e condannando la Francia a pagare gas e grano il doppio del prezzo. Una Francia alleata alla Russia avrebbe per sempre abbassato la cresta all’arroganza tedesca.

La Francia avrebbe potuto essere lequilibratore dellEurasia, il ponte tra UE e Mosca, la voce che conta nei BRICS invece che il gregario di Berlino e Washington. Ma Macron non vuole unEuropa indipendente, vuole unEuropa vassalla, perché sa che lì, sotto lombrello atlantico, il suo potere personale è protetto.

A tutto questo si aggiunge laspetto culturale e morale. Macron è l’uomo che ha cercato di ridisegnare lanima della Francia.

Il Macron ultramassone e ultra-progressista si è scagliato contro lidentità cristiana, cercando di interferire perfino nella successione papale, spingendo per lascesa di Aveline (un media che lo abbia sottolineato?), il vescovo di Marsiglia, per avere un complice in Vaticano per i suoi progetti di ingegneria sociale. Il suo obiettivo finale? L’eutanasia, come firma in calce del suo regno: un atto ideologico sovversivo, un messaggio di rottura con la tradizione umanista francese.

Scandali su scandali completano il quadro: il caso Benalla, il caso McKinsey, le consulenze milionarie pagate con soldi pubblici, ministri inquisiti e mai allontanati, affari torbidi nella gestione della pandemia. Macron non è il presidente della trasparenza, ma quello dellimpunità per i suoi amici e della punizione per i suoi oppositori, persino con la chiusura di conti bancari di giornalisti scomodi.

La riforma delle pensioni: atto di disprezzo verso il popolo. Vergogna totale nel paese fondatore della dottrina sociale del lavoro. Una misura rigettata da milioni di francesi, imposta con il 49.3, la ghigliottina parlamentareche evita il voto. Macron governa contro il popolo, contro lAssemblea, contro il principio stesso della democrazia rappresentativa.

Fitch oggi declassa la Francia e ci dice che i conti non tornano. Ma non serviva Fitch: lo si sapeva da anni. Nelle bollette impossibili, nei supermercati vuoti senza burro né uova, nelle scuole fatiscenti, negli ospedali dove si muore in barella. Macron non ha riformato la Francia: lha ridotta in macerie.

La verità è che Macron non è una parentesi: è una frattura. Ha frantumato il contratto sociale, la fiducia nelle istituzioni, lorgoglio nazionale. Lascerà un paese diviso, povero, sottomesso. Ma arrabbiato. Perché i francesi non sono un popolo pantalone smarrito tra pizza e fantacalcio. I francesi sono pronti a scendere in piazza. Ancora.

Ma la domanda è : cosa resta della Francia oggi? Cosa resta di quella luminosa sintesi di orgoglio repubblicano e umanesimo cattolico? Cosa resta di Blaise Pascal e di JJ Rousseau? Cosa resta di Léon Harmel e di René de la Tour du Pin? (amici di Leone XIII e fondatori del diritto del lavoro francese in linea con la dottrina sociale della Chiesa). La Francia di San Charles de Foucauld.

Macron passerà, e con lui finirà un decennio di disonore. Ma se la Francia vuole tornare a essere se stessa, deve avere il coraggio di rompere con questo sistema di svendite, di umiliazioni, di inchini. Deve tornare a scegliere la sovranità, la dignità, il rispetto per il lavoro, per la vita, per la sua anima cristiana e repubblicana. Perché anche nei francesi vive una doppia anima, anche in loro Don Camillo e Peppone si stringono la mano ogni giorno.

Ma se una nazione perde la sua anima, con quali forze spirituali e morali potrà risorgere?

Francia ricordarti delle promesse del tuo battesimo.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



Risorgimento: come poteva essere

  Il Risorgimento con i “se” e con i “ma”: come sarebbe potuta andare diversamente *** La storia del Risorgimento italiano è spesso raccont...