mercoledì 14 gennaio 2026

Risorgimento: come poteva essere

 Il Risorgimento con i “se” e con i “ma”: come sarebbe potuta andare diversamente

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La storia del Risorgimento italiano è spesso raccontata come una sequenza di eventi inesorabili, una marcia lineare che conduce dall’Italia frammentata dell’età della Restaurazione allo Stato unitario nato tra il 1861 e il 1870. In questa narrazione, le sconfitte, le rivoluzioni fallite e le alternative abortite diventano semplici tappe verso un esito già scritto: l’Italia sabauda, liberale.

Eppure, se ci si sofferma con maggiore attenzione sul biennio 1848-1849, emerge che la storia italiana si trovò allora di fronte a un vero bivio. Il Risorgimento avrebbe potuto andare diversamente, e non in modo irrealistico o fantasioso, ma secondo linee di sviluppo che erano allora pensabili, possibili, discusse, sostenute da uomini e correnti di primo piano.

Il 1848 non fu semplicemente l’anno delle rivoluzioni europee; fu il momento in cui l’idea di nazione, fino ad allora coltivata soprattutto da élites intellettuali e patriottiche, sembrò poter diventare principio organizzatore degli Stati. In Italia, questo significò che l’unità non appariva più come un sogno lontano ma come una possibilità concreta. Tuttavia, ciò che oggi appare inevitabile – l’unificazione sotto la monarchia dei Savoia – allora non lo era affatto. Al contrario, convivevano almeno tre grandi ipotesi di soluzione della “questione italiana”: una soluzione repubblicana, ispirata a Mazzini; una soluzione monarchica e liberale, guidata dal Regno di Sardegna; e una soluzione federale e neoguelfa, che vedeva nel Papato il perno morale e politico di una confederazione (o una federazione) degli Stati italiani.

È quest’ultima ipotesi, spesso liquidata come velleitaria, a meritare una riflessione più profonda. Il neoguelfismo, teorizzato soprattutto da Vincenzo Gioberti (Torino, 1801 – Parigi, 1852), non proponeva un passatismo medievale né una teocrazia mascherata, ma una risposta moderna al problema italiano. In un’Europa in cui gli Stati-nazione stavano emergendo con forza, l’Italia rappresentava un caso anomalo: una nazione antichissima per identità culturale e storica, ma priva di unità politica. Roma, il diritto romano, la Chiesa, l’umanesimo, il Rinascimento avevano costruito nei secoli un’idea di Italia ben prima che altrove nascessero identità nazionali comparabili. Per questo motivo, l’Italia non era percepita – almeno da molti contemporanei – come una nazionalità “tra le altre”, come cechi, croati o sloveni all’interno dell’Impero asburgico, ma come una civiltà fondativa dell’Europa stessa.

In questo quadro, l’idea di una federazione italiana, composta dagli Stati preunitari trasformati in entità autonome ma coordinate, con un’unione doganale, codici comuni, un esercito federale e una politica estera condivisa, non era affatto peregrina. Il Papa, sovrano temporale e autorità spirituale universale, avrebbe potuto fungere da garante dei principi fondamentali, senza esercitare un potere diretto di governo su tutta la penisola. Una simile soluzione avrebbe risposto a molte delle paure dell’epoca: avrebbe rassicurato i moderati, evitato rivoluzioni violente o guerre civili, contenuto il radicalismo repubblicano e, soprattutto, avrebbe potuto integrare la questione italiana nell’equilibrio europeo senza subordinare l’Italia riunificata agli interessi di altre potenze continentali.

Il nodo centrale di questa “possibilità alternativa” era il rapporto con l’Austria. Il Lombardo-Veneto, sotto dominio asburgico, era l’epicentro del problema. È significativo notare come il malcontento italiano verso Vienna non fosse dovuto principalmente a un regime particolarmente oppressivo, non dispiaccia ai nostri sussidiari. Al contrario, l’amministrazione asburgica era spesso efficiente, razionale, persino più moderna di quella di molti Stati italiani. Il vero elemento di rottura era un altro: l’essere governati da stranieri, l’esclusione sistematica degli italiani dai posti civili e militari di vertice, una percezione reale di occupazione. Non si trattava solo di leggi, ma di dignità politica.

Da questo punto di vista, l’ipotesi di un Lombardo-Veneto autonomo, governato e amministrato da italiani, ma ancora legato all’Impero asburgico e inserito in una più ampia federazione italiana, non era intrinsecamente impossibile. Si sarebbe potuto immaginare un territorio formalmente asburgico, ma governato e amministrato da italiani, un’economia di libero scambio con l’Impero e al tempo stesso parte di una costruzione nazionale italiana più ampia. Trieste, porto vitale per Vienna, avrebbe potuto restare austriaca, preservando gli interessi economici e marittimi di Vienna. Una soluzione di compromesso, senza bisogno di stragi.

Il grande interrogativo è allora il ruolo di Pio IX. Nei primi mesi del suo pontificato, il Papa era percepito come un riformatore, un pontefice aperto, capace di incarnare le speranze di rinnovamento senza distruggere l’ordine. Molti italiani credettero sinceramente che egli potesse “gettare il cuore oltre l’ostacolo” e guidare un processo di emancipazione nazionale, pacifico, nei limiti del possibile. Il Papa non era un sovrano nazionale come gli altri: era il capo di una Chiesa universale, e l’Austria era una delle principali potenze cattoliche d’Europa. Schierarsi apertamente contro Vienna significava trasformare il Papato in un attore nazionale, rinunciando alla sua funzione super partes. Quando, il 29 aprile 1848, Pio IX dichiarò di non poter sostenere una guerra contro l’Austria, il progetto neoguelfo perse il suo perno. Da quel momento, l’unità italiana non poté più essere inclusiva: divenne necessariamente il prodotto della forza di uno Stato contro gli altri.

Resta però il rimpianto. L’Austria, nel 1848, scelse la via della repressione e del centralismo, convinta che ogni concessione avrebbe accelerato la dissoluzione dell’Impero. Eppure, meno di vent’anni dopo, nel 1867, accettò il compromesso con l’Ungheria, trasformandosi in una monarchia duplice. Questo dimostra che una riforma federale non era impossibile in sé, ma solo politicamente impraticabile prima di una sconfitta umiliante. Se Vienna avesse meno arroganza e più lungimiranza avrebbe potuto anticipare la traiettoria, concedendo autonomia alle sue diverse nazionalità, compresa quella italiana, l’Impero asburgico avrebbe potuto sopravvivere come grande struttura federale europea. Un simile impero, stabilizzato e riformato, avrebbe probabilmente attenuato molte delle tensioni che scossero il Novecento.

Da qui nasce l’ipotesi più radicale e affascinante: un’Europa diversa, in cui Roma e Vienna avrebbero potuto rappresentare due poli di un equilibrio continentale. Un’Italia unita in forma federale, non nata contro il Papato ma con il Papato; un Impero asburgico trasformato in una comunità di popoli; un sistema europeo meno fondato sullo Stato-nazione centralizzato e più su grandi strutture pluralistiche.

Il Risorgimento seguì un’altra strada. Fu una strada efficace, ma traumatica; vittoriosa, ma brutale. L’Italia nacque liberale, ma contro una parte significativa del suo stesso popolo cattolico; nacque unita, ma centralizzata; moderna, ma spesso estranea e aliena alle sue masse contadine. Guardare al Risorgimento con i “se” e con i “ma” non significa negarne l’importanza, ma restituirgli la sua inestricabile complessità. Significa riconoscere che la storia non è fatta solo di ciò che accade, ma anche di ciò che avrebbe potuto accadere, e che non è stato. In quel non-accaduto, l’Italia e l’Europa hanno forse perso un’occasione di civiltà, l’occasione di costruire qualcosa di cui sentiamo ancor oggi la mancanza.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



martedì 13 gennaio 2026

IL DECLINO DELL’IMPERO AMERICANO

Venezuela, Iran, Siria. Nelle ultime settimane la spavalderia statunitense sembra ritrovare smalto. Trump fa il bullo un giorno si e uno pure, arrivando a minacciare persino un’annessione della Groenlandia. Come comprendere tutto cio? Davvero siamo di fronte a un ritorno in forze della superpotenza militare americana, che vuole dimostrare a tutti chi è il più forte?

I dubbi circa questa narrazione, supportata da media europei in estasi di fronte a tutta questa esportazione di democrazia, sono più che legittimi.

Negli ultimi mesi, la strategia estera degli Stati Uniti si è rivelata, più che un progetto coerente di leadership globale, una sequela di interventi militari abusivi e di politiche economiche ultra-aggressive che non hanno risolto i problemi strutturali del paese.

La lunga serie di bombardamenti (dal Medio Oriente alle operazioni più recenti in Venezuela) — non ha nulla a che fare con la difesa dei diritti o promozione della democrazia. L’operazione militare statunitense di inizio gennaio 2026 in Venezuela, in cui il presidente Nicolás Maduro è stato rapito dall’esercito americano, ha causato numerose vittime civili e suscitato accuse di violazione del diritto internazionale. Il motivo sono le riserve energetiche infinite del Venezuela, che Trump vuole sottrarre ai concorrenti (Mosca e Pechino) per regalarli alla propria industria.

Tuttavia, l’industria americana, nonostante politiche interne di stimolo ormai inconcepibili per noi europei (tenuti al guinzaglio dall’UE) e da un protezionismo commerciale inaudito, non riesce a ripartire.

Trump ha fatto di tutto per stimolare la produzione industriale del suo paese : energia a costo zero (o quasi), incentivi faraonici, protezionismo, forzatura dei mercati esteri ad accogliere prodotti made in USA. Eppure non basta.

Questo semi-fallimento non è un problema marginale di numeri o di grafici economici: è un problema culturale e umano. Gli Stati Uniti non riescono più a costituire una nuova generazione di operai, tecnici e ingegneri; la loro forza lavoro industriale si è erosa, e il sistema educativo non riesce a compensare questa carenza tramite la formazione di competenze tecniche avanzate. Nel frattempo la Cina, l’India, la Russia e altre potenze emergenti hanno investito nella formazione ingegneristica, nella tecnologia e nella produzione industriale con una visione a lungo termine, rafforzando le catene globali del valore attorno alle proprie capacità produttive e di esportazione. Senza dimenticare che le scuole di queste potenze producono ancora operai. Specializzati e non. In massa. Senza dimenticare che la Russia ha superato gli USA nel numero di ingegneri formati ogni anno.

Il sistema scolastico americano, se escludiamo qualche oasi elitista riservata ai figli di, è un disastro senza nome. Diciamolo pure: una vergogna.

In tale contesto, la tensione che domina la relazione tra Stati Uniti e Cina non è una questione di singoli episodi isolati, ma il risultato di un disallineamento strategico profondo. La guerra dei dazi, l’accresciuta presenza militare statunitense nell’Indo-Pacifico e le alleanze rafforzate con paesi come Giappone, Australia e Filippine riflettono la strategia americana di deterrenza, ma non cancellano il fatto che gli Stati Uniti fatichino a trasformare questa deterrenza in risultati concreti.

La questione di Taiwan è il nodo cruciale. Gli Stati Uniti hanno intensificato il loro supporto militare e diplomatico a Taipei come elemento di bilanciamento strategico, ma Pechino ha chiarito più volte che considera Taiwan una questione interna, opponendosi fermamente a qualsiasi interferenza esterna sulla sua sovranità.

Contrariamente a quanto sostiene la narrazione mediatica occidentale, la leadership cinese non desidera una guerra aperta. Una guerra su larga scala con gli Stati Uniti sarebbe devastante per qualsiasi economia, e anche per gli interessi cinesi nel mondo. La strategia di Pechino non è l’escalation militare incontrollata, ma piuttosto una pressione costante che spinge per un riconoscimento tacito della sua superiorità economica e geopolitica, e per una progressiva revisione dell’ordine internazionale che tenga conto della sua posizione di potenza egemone nel continente asiatico. Il vantaggio competitivo cinese in settori chiave dell’economia globale, unito a una visione di lungo periodo circa la produzione e l’innovazione, mette in evidenza una China che vuole consolidare il proprio ruolo senza necessariamente scatenare un conflitto totale.

La vera scelta, quindi, non si trova nei deserti del Medio Oriente né nelle acque agitate del Mar Cinese Meridionale: si trova nella decisione americana tra accettare un proprio declino relativo e riallineare la propria politica verso la pace e la coesistenza, oppure tentare il tutto per tutto in una guerra che nessun gadget militare è oggi in grado di vincere sulla carta. Anche con gli ultimi interventi — come l’operazione nel Venezuela o le pressioni in Medio Oriente — gli Stati Uniti non hanno dimostrato di poter convertire la potenza militare in dominio economico o culturale duraturo.

Gli alleati di Washington che hanno abbastanza forza e autonomia per muoversi con volontà propria sullo scacchiere internazionale, Turchia e Israele, mostrano come Trump non abbia affatto il controllo della situazione. Israele in primis sta facendo quel che vuole in Cisgiordania, fregandosene degli inviti alla prudenza di Trump e soci.

Questo è il paradosso centrale: la potenza che vuole imporre la propria volontà nel mondo non riesce a imporla dentro casa propria. Industria, istruzione tecnica e la forza lavoro USA stanno vivendo una crisi profonda, in una società letteralmente (e presto violentemente?) spaccata in due che anch’essa sta covando le premesse per una crisi profonda e duratura.

E forse irrimediabile.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




sabato 10 gennaio 2026

ITALEXIT subito!

 Apriamo gli occhi.

È tempo di abbandonare l’Unione Europea : ITALEXIT

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L’Italia è arrivata a un punto di non ritorno. Non si tratta di una crisi congiunturale, né dell’ennesimo ciclo economico sfavorevole: siamo di fronte a un declino strutturale, sociale, produttivo e democratico. Se vogliamo sopravvivere come Paese, se vogliamo invertire una traiettoria che ci sta portando all’irrilevanza e alla povertà diffusa, esiste una sola strada possibile: uscire dall’Unione Europea e recuperare pienamente la nostra sovranità. Non è uno slogan, non è un gesto ideologico. È una necessità storica, che andiamo a spiegare punto dopo punto.

Il primo nodo è quello della sovranità energetica, una ferita mai rimarginata. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli alleati decisero – senza che fosse mai chiarito con quale legittimità – che l’Italia non avrebbe dovuto essere autonoma dal punto di vista energetico. Chi provò a spezzare quella dipendenza, Enrico Mattei, venne eliminato nel 1962 con la complicità della mafia, per volontà anglo-americana. Da allora, il Paese paga, letteralmente. Oggi abbiamo uno dei costi dell’energia più alti al mondo, un costo che soffoca famiglie e imprese e che non ha nulla di naturale. È il risultato diretto della follia del cosiddetto mercato libero dell’energia, della decisione criminale di trasformare un bene strategico in una merce, e di miliardi di euro di incentivi alle rinnovabili distribuiti come rendite parassitarie a promotori pseudo-mafiosi che i cittadini e le imprese continuano a pagare in bolletta. È arrivato il momento di dire basta. L’energia deve tornare a essere un servizio pubblico essenziale, gestito da un unico ente pubblico proprietario e responsabile della rete, con un prezzo del kilowattora fissato esclusivamente per coprire i costi, senza profitti per nessuno. Serve il nucleare subito, senza ipocrisie ideologiche, e va fermata la devastazione del nostro paesaggio, sfigurato da inutili pale eoliche che violano lo spirito e la lettera dell’articolo 9 della Costituzione, che quel paesaggio lo tutela come bene primario della Nazione. Un bene del quale non possiamo essere spossessati.

Il secondo pilastro della sovranità perduta è quello monetario. Non può esistere una moneta senza Stato, così come non può esistere una moneta senza popolo. L’euro è esattamente questo: una costruzione artificiale, una moneta tecnocratica che ha sottratto agli Stati ogni strumento di governo dell’economia. Per l’Italia è stata una calamità, non un’opportunità. Senza il controllo della moneta non puoi investire quando serve, non puoi sostenere l’occupazione, non puoi reagire alle crisi, non puoi rilanciare infrastrutture e industria. Sei costretto all’austerità permanente, al taglio dei servizi, alla compressione dei salari. Recuperare la sovranità monetaria non significa irresponsabilità, significa tornare a fare ciò che fanno tutti gli Stati sovrani del mondo: usare la politica monetaria come strumento al servizio dell’economia reale e del lavoro, anche attraverso una politica coraggiosa di impiego pubblico quando necessario.

Da qui discende il terzo punto, forse il più importante: la difesa dello Stato sociale. Sanità, scuola, sicurezza, trasporti non sono voci di bilancio da ridurre, ma pilastri della Repubblica. Il nostro Stato sociale deve essere sottratto definitivamente alla logica ultraliberale imposta dall’Unione Europea, una logica che considera i diritti come costi fissi e il welfare come un’anomalia. Servono ospedali pubblici funzionanti, scuole pubbliche di qualità, strade sicure, forze dell’ordine, infermieri, insegnanti, tecnici. E devono essere i nostri giovani, formati seriamente e pagati dignitosamente, a svolgere questi lavori. Tutto questo non è utopia né nostalgia: è l’attuazione piena della Costituzione, che definisce l’Italia una Repubblica democratica, fondata sul lavoro e orientata alla giustizia sociale.

La nostra Carta è chiarissima anche su un altro punto fondamentale: la sovranità appartiene al popolo italiano, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Quel potere non appartiene a Ursula von der Leyen, non appartiene a Kaja Kallas, non appartiene a organismi sovranazionali che non rispondono ai cittadini italiani e che agiscono ignorando deliberatamente i principi costituzionali. Questa non è cooperazione tra Stati, è espropriazione democratica. È il trasferimento del potere decisionale dalle istituzioni rappresentative a un’oligarchia tecnocratica impermeabile al voto popolare.

Infine, la politica estera. L’Italia deve smettere di essere l’utile idiota degli Stati Uniti, della NATO della CIA. Non siamo nati per fomentare guerre, per finanziarle, per subirne le conseguenze economiche e sociali. Dobbiamo tornare a essere un Paese che costruisce la pace, che sa dire no, che sa dire stop a chi distrugge, minaccia, rapisce e ruba ciò che non gli appartiene. Serve una politica estera fondata solo ed esclusivamente su accordi bilaterali, decisi da noi, dall’Italia, con tutti gli altri paesi del mondo (Russia in primis) sulla base dell’interesse reciproco, sulla collaborazione tra Stati sovrani, sulla reciprocità e sul rispetto dei principi fondamentali del diritto e della convivenza internazionale.

Uscire dall’Unione Europea non significa isolarsi. Significa tornare alla democrazia. Significa restituire senso alla Costituzione. Significa riaffermare la sovranità popolare come unico fondamento legittimo del potere. Cosi come lo voleva chi ha combattuto la resistenza ottant’anni fa.

E come scriveva Ungaretti, per rendere loro omaggio :

Qui
Vivono per sempre
Gli occhi che furono chiusi alla luce
Perché tutti
Li avessero aperti
Per sempre
Alla luce”

Italiani, aprite gli occhi.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




mercoledì 7 gennaio 2026

Il benessere non basta

IL BENESSERE NON BASTA : una riflessione sulla tragedia di Crans Montana

La tragedia di Crans-Montana è, prima di tutto, una tragedia. Cinquanta giovani morti bruciati in una discoteca non sono un fatto “commentabile” con leggerezza, né tantomeno riducibile a statistica. Davanti a una simile carneficina il rispetto è dovuto, e il dolore non va messo in discussione. Proprio per questo, però, una riflessione si impone. Non per sminuire, ma per capire cosa racconta davvero questa vicenda, anche oltre la sua dimensione emotiva.

Il primo elemento che colpisce è la sproporzione del racconto mediatico. Giornate intere di dirette, approfondimenti, commemorazioni, minuti di silenzio negli stadi, un lutto collettivo quasi imposto. Tutto legittimo, per carità. Ma inevitabile nasce una domanda scomoda: perché questa tragedia sì, e altre no? Non ricordo – e se sbaglio qualcuno mi corregga – lo stesso spiegamento di dolore pubblico per i bambini massacrati a Gaza, per quelli annegati nel Mediterraneo, per le migliaia di vittime del terremoto in Turchia di un anno fa. Il sospetto è brutale, ma difficile da scacciare: quando muoiono i figli dei ricchi, dei privilegiati, dei “nostri simili”, la morte pesa di più. Dopo un simile bombardamento emotivo, il dubbio non è cinismo, è legittima difesa del pensiero.

La seconda questione, ancora più inquietante, riguarda i video. Le immagini circolate subito sui social mostrano giovani che, mentre l’incendio divampa, filmano. Riprendono il soffitto che prende fuoco, le fiamme che si allargano, il fumo che scende. Secondi preziosi sprecati non per aiutare, non per fuggire, ma per documentare. È vero: il fuoco si è propagato in modo rapidissimo, in meno di un minuto. Ma proprio quei primi istanti, quando il panico non è ancora totale, sono quelli decisivi. Dieci, venti persone in più forse avrebbero potuto salvarsi se la reazione fosse stata immediata, se qualcuno avesse pensato a scappare, a gridare, a organizzare una fuga ordinata prima del caos.

Ed è qui che la domanda diventa più scomoda. Com’è possibile che ragazzi cresciuti nella meglio borghesia europea, abituati a scuole d’élite, viaggi, esperienze, comfort, non abbiano riconosciuto un pericolo elementare? Un fuoco che divora un soffitto di plastica non è un segnale ambiguo, non è un rischio astratto. È un allarme primario, ancestrale. Eppure, davanti a quell’evidenza, il primo impulso non è stato salvarsi, ma filmare.

Crans-Montana non è un posto qualsiasi. È una stazione sciistica per pochi, per l’élite, per la crème de la crème. Skipass da cento euro al giorno, hotel da migliaia di euro a notte, ristoranti da trecento euro a cena, birre da dieci euro. Quei giovani erano privilegiati. Avevano ricevuto tutto ciò che, in teoria, dovrebbe formare individui consapevoli, pronti, capaci di reagire. Il loro cervello avrebbe dovuto funzionare diversamente. E invece no.

Perché? Non è facile rispondere, e forse non è nemmeno necessario arrivare a una spiegazione definitiva. La fatalità esiste, e a volte travolge tutto. Ma il dubbio resta, ed è un dubbio educativo. E se questi ragazzi fossero stati troppo protetti, troppo accompagnati, troppo coccolati? Se fossero cresciuti nell’idea che c’è sempre qualcuno che sistema le cose, che interviene, che mette una pezza, che nulla di veramente grave può accadere a chi è nato sotto una buona stella? In quella notte non c’era il padre a parlare con l’insegnante, con il preside, con il poliziotto. Non c’era la madre a riparare l’ennesima bischerata. La bischerata – giocare con fuochi d’artificio sotto un soffitto di plastica per divertirsi da ubriachi – stavolta non ha lasciato il tempo ai genitori di arrivare.

Forse questi rampolli, educati all’onnipotenza, alle possibilità infinite, all’assenza di conseguenze, sono stati privati proprio di ciò che serve nei momenti decisivi: la capacità di riconoscere l’urgenza, di stabilire priorità, di assumersi una responsabilità immediata. Quando tutto è sempre reversibile, quando qualcuno ti salva sempre, anche il pericolo diventa un contenuto da postare.

E allora sì, oltre al dolore e al rispetto, ci sono gli elementi per parlare di un fallimento educativo. Non individuale, ma di un modello che ha scambiato la protezione per crescita, il privilegio per competenza, l’assenza di limiti per libertà. In quella discoteca non sono morti solo cinquanta giovani. È bruciata anche l’illusione che il benessere, da solo, basti a insegnare come si sta al mondo.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



Abbiamo ancora qualcosa da dire?

Un cattolico non può non avere una solida coscienza critica di fronte alla storia, perché non avere il polso della storia significa non avere strumenti per giudicare (o anche solo riconoscere) i loschi progetti di totalitarismo o di disumanizzazione del potere.

Quando l’Europa si è sbriciolata, quando la politica ha preteso di farsi religione, la Chiesa ha (talvolta con coraggio, a volte con prudenza) saputo dire no. Ha detto no al totalitarismo nazista, no all’ateismo di Stato sovietico, no alla predazione napoleonica. In quei momenti ha affermato che esiste un limite che il potere non può superare.

Oggi quel limite sembra evaporato. Dal crollo del Muro, il mondo vive sotto una forma di dominio che non ama farsi chiamare impero ma che dell’impero possiede tutte le caratteristiche: proiezione militare (e giuridica) globale, controllo delle risorse, imposizioni narrative ai media prevalenti di mezzo mondo, punizioni dei paesi non allineati. Guerre preventive, interventi “umanitari”, destabilizzazioni permanenti, sanzioni che colpiscono popoli più dei governi. Il tutto accompagnato da un linguaggio moraleggiante che pretende di assolvere in anticipo ogni devastazione. Marmellate di parole ormai indigeribili. Insopportabili. Come « esportazione di democrazia » o « lotta al terrorismo ». È l’impero a stelle e strisce. I padroni del mondo. Gli Stati Uniti d’America.

Afghanistan, Iraq, Kosovo, Cecenia, Libia, Medio Oriente, Ucarina, America Latina: l’elenco non è un esercizio retorico, è una scia di morte. Ogni volta la promessa è la stessa, democrazia, diritti, stabilità. Ogni volta il risultato è identico: Stati distrutti, società frantumate, estremismi alimentati, flussi di disperazione che non scompaiono ma si spostano. E mentre si finge di non vedere il nesso causale, l’Europa paga il prezzo. Sempre. Energia più cara, dipendenza strategica, impoverimento industriale, tensioni sociali, insicurezza crescente, terrorismo. Siamo sudditi, non alleati. Dobbiamo approvare, mai discutere. Mai criticare.

Sì padrone. Yes you can.

Di fronte a tutto questo, la voce cattolica, laica o istituzionale che sia, balbetta.

Anzi, le poche voci “cattoliche” che ancora dispongono di spazio sui media (esempio: Antonio Socci) sono schierate con l’impero a stelle e strisce, che essi invocano come difensore di un Occidente che non si sa più cosa sia. Anche negli anni Trenta, in Francia, coloro che sarbbero poi stati i collaboratori dell’occupante nazista parlavano di Hitler come del baluardo dell’Occidente contro l’ogre russo. Un triste precedente. Perché lo fanno? Forse la CIA arrotonda lo stipendio anche a loro (come d’altronde all’intera redazione di certi quotidiani che altrimenti non sfamerebbero neanche due stagisti, viste le vendite…).

Ok, il Papa invoca la pace. Condanna la violenza. Certo.

Ma invoca la pace senza mai nominare i responsabili della guerra. Condanna la violenza senza interpellare chi la rende sistemica. Parla di dialogo mentre accetta come dato naturale l’egemonia di una potenza che si arroga il diritto di definire chi è legittimo e chi no, chi è buono e chi è il nemico dell’umanità. È una neutralità apparente che, nei fatti, coincide con l’accettazione dell’ordine imposto. Imposto con la violenza. Dura e pura. Eppure il papa è statunitense, questo dovrebbe legittimare un minimo di spavalderia in più.

Eppure la dottrina sociale della Chiesa esiste. Sa che l’ingiustizia può essere organizzata, normalizzata, mascherata da bene. Sa che l’idolatria non è solo religiosa ma politica, quando una nazione, un modello economico, un sistema di potere si presenta come inevitabile e indiscutibile. Autoreferenziale.

Oggi, in Europa, se una voce osa deviare dalla la narrazione dominante, se qualcuno accenna al ruolo dei media allineati, al conformismo occidentale, all’ipocrisia di un moralismo armato, la reazione è immediata: ridicolizzazione, isolamento, sospetto. Questo fatto allarmante è stato denunciato senza ambiguità da Leone XIV. Bene. Ma non si fanno mai nomi. Perché? E non è solo questione di Stati Uniti. Sarebbe troppo comodo.

Perché la Chiesa non denuncia con coraggio la folle posizione dell’UE, dell’Inghilterra, di Ursula von der Leyen e di Kaja Kallas, della NATO e di Mark Rutte sulla guerra in Ucraina?

Perché il papa non unisce la sua voce a quella di Pizzaballa, per dire basta. Basta a Israele e a quel macellaio di Netanyahu. Basta al più scandaloso safari umano del secolo.

Ma torniamo agli USA. Oggi, con la scusa di una lotta al narcotraffico che farebbe ridere se non ci fosse da piangere, invadono il Venezuela e ne rapiscono il presidente Nicolas Maduro. Maduro non è un santo. Forse non è nemmeno un buon presidente. Ma gli Stati Uniti vogliono la sua pelle e il dominio sul Venezuela non certo per portarvi giustizia e libertà. Vogliono il petrolio venezuelano. Da svendere alle compagnie anglo-americane, da svendere all’industria statunitense. E chi paga? L’automobilista e l’industriale europeo, come al solito. Il popolo venezuelano pagherà anche, come hanno sempre pagato i popoli “liberati” dai marines. Con lacrime e sangue.

Arabia Saudita, EAU, Pakistan, Turchia, Ucraina, sono forse grandi esempi di democrazia? No. Però fanno quel che dice Washington, quindi lì il problema non si pone. Questo noi non possiamo non dirlo!

La domanda allora è brutale e non più rinviabile: quando i cattolici avranno il coraggio di dire basta? Basta all’idea che il mondo sia il cortile degli USA. Basta con la menzogna secondo cui tutto questo corrisponde “al bene dell’umanità”. Basta al ricatto morale che impone il silenzio in nome dell’alleanza. Non si tratta di schierarsi contro un popolo, questo mai, ma contro una logica imperiale che riduce i popoli, tutti, a strumenti. A oggetti. Anche il popolo americano è vittima di questa folle ipocrisia imperialista senza scrupoli.

Se la Chiesa rinuncia a questa denuncia, rinuncia a una responsabilità fondamentale: quella di giudicare il potere. Guardare negli occhi i potenti e i prepotenti. La libertà di dire: il re è nudo.

A noi laici il compito di accompagnarla. Ma noi laici, abbiamo ancora qualcosa da dire?

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




domenica 4 gennaio 2026

Venezuela: botti di Capodanno

 Il bombardamento del 3 gennaio 2026 su Caracas, ordinato da Donald Trump, segna l’ennesimo capitolo di un copione che gli Stati Uniti recitano da più di un secolo: la forza militare come strumento di disciplina contro uno Stato sovrano colpevole di possedere troppe risorse e troppa indipendenza. Non è un’azione difensiva, non è una risposta a una minaccia imminente, non è nemmeno una guerra “per valori”. È un atto di imperialismo nudo, che usa le bombe per ribadire chi decide del destino energetico dell’emisfero occidentale.


Il Venezuela non è nel mirino perché autoritario o corrotto — lo sono molti alleati di Washington — ma perché siede sulle più grandi riserve di petrolio del pianeta e ha osato sottrarle al controllo diretto delle compagnie statunitensi. Le sanzioni di questi anni non sono state un errore di calcolo: erano progettate per distruggere PDVSA, strangolare l’economia, ridurre un paese a un giacimento in rovina, pronto a essere riaperto da capitale e tecnologia occidentali. Il crollo della produzione, da milioni di barili al giorno a una frazione di essi, non è un effetto collaterale ma il risultato voluto di una guerra economica che precede e accompagna quella militare.

Dietro la retorica tossica del narcotraffico e della democrazia c’è una partita geopolitica precisa: togliere il petrolio venezuelano a Cina e Russia. Pechino aveva trasformato il greggio in garanzia strategica per i suoi prestiti; Mosca, tramite Rosneft e reti parallele, aveva messo piede in un’infrastruttura energetica che Washington considera da sempre “il proprio cortile di casa”. L’amministrazione Trump ha deciso che questo era intollerabile. Non si trattava solo di Caracas, ma di spezzare una piattaforma energetica anti-americana alle porte degli Stati Uniti.

C’è poi l’aspetto meno raccontato ma più concreto: il petrolio venezuelano è greggio pesante, perfetto per le raffinerie del Golfo del Messico. È materia prima ideale per il sistema industriale statunitense. Riportarlo sotto influenza USA significa rafforzare l’industria domestica, stabilizzare i prezzi, ridurre dipendenze esterne e vendere all’elettorato l’illusione dell’“America First” energetica. Non a caso, anche quando il linguaggio si è fatto più morbido, le licenze petrolifere — come quella concessa a Chevron — sono rimaste la vera leva politica, la moneta con cui si compra obbedienza o si concede ossigeno.

Questo bombardamento non difende la libertà, la calpesta. Non protegge il diritto internazionale, lo ridicolizza. È la Dottrina Monroe riscritta in chiave petrolifera, dove la sovranità vale meno di un barile e un paese può essere affamato, isolato e infine colpito se rifiuta di piegarsi. Il Venezuela viene trattato non come una nazione, ma come una risorsa ribelle da rimettere in riga. Ed è proprio questa logica, coloniale e predatoria, che andrebbe stroncata senza ambiguità, perché oggi tocca a Caracas, domani a qualunque Stato osi decidere da solo cosa fare della propria ricchezza.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo




Luca Costa

mercoledì 31 dicembre 2025

I due Tolstoj

 Tolstoj: il genio di Guerra e Pace e il pasticcio moralista post Anna Karenina

Lev Tolstoj è uno scrittore la cui grandezza non ha bisogno di presentazioni. La condizione umana è dipinta con profondità e forza straordinarie in Guerra e Pace (1867).

Contrariamente a quanto potrebbe suggerire l’immagine che abbiamo oggi di Tolstoï, Guerra e Pace non è affatto un manifesto pacifista. La borghesia russa oziosa, immersa in balli, discussioni filosofiche e mondanità, è incapace di percepire la gravità dell’invasione napoleonica; solo la sconfitta e l’orrore di Austerlitz risvegliano l’umanità dei protagonisti, permettendo loro di comprendere il senso dell’esistenza (individuale e collettiva) in una Russia minacciata dalla distruzione.

È in questo confronto con la necessità che Tolstoj è geniale: Napoleone non è un tiranno immaginario, ma un uomo in carne ed ossa; la Russia non è un semplice teatrino, è la vita, è la patria. La guerra non è un gioco, è una necessità. Azione, dolore, impegno, sacrificio. Altro che balli e ricevimenti. Qui risiede il Tolstoj che si può ammirare senza riserve: colui che coglie l’uomo nel dramma delle sue contraddizioni, che vede la vita come tragedia e non come semplice materia per lezioni morali, che non idealizza né l’individuo né la società, ma li osserva nei loro bisogni primari. Resistere, esistere, sopravvivere. Vivere.

Di fronte a questo capolavoro, comprendere il Tolstoj post-1870 appare pressoché impossibile.

La sua improvvisa conversione a un pacifismo tanto assoluto quanto astratto, la sua dottrina morale post-cristiana e il rifiuto della chiesa ortodossa sembrano estranei all’esperienza tragica che egli stesso aveva magistralmente rappresentato. È un paradosso impressionante: l’autore che aveva capito che la storia e la necessità impongono scelte talvolta terribili, l’autore che aveva mostrato l’inesorabilità del confronto con il reale, diventa un moralista che impone regole che ignorano la concretezza del mondo.

Applicato alla Russia, il pacifismo del Tolstoj di fine anni 70 del XIX secolo è assurdo: un paese a più riprese minacciato nella propria esistenza non può permettersi brodini di buoni sentimenti mascherati da ideale etico astratto. Tale atteggiamento può essere compreso solo come conseguenza di una terribile crisi spirituale: lo choc con la potenza distruttiva dell’individuo e il disagio di fronte alla violenza che esso può generare in seno alla società.

In Anna Karenina (1878) si osserva, quasi sperimentalmente, ciò che scatena questa crisi nell’anima di Tolstoj. La passione vitale e sessuale di Anna per Vronskij. A prima vista, la trama potrebbe sembrare banale: una giovane donna sposata si innamora di un altro. Capirai. Ma Tolstoj trasforma questa banalità in catastrofe esistenziale. Anna non è certo un’ingenua: è una donna intelligente che sa le conseguenze delle sue azioni, sa cosa significhi infrangere le convenzioni e vivere secondo il proprio desiderio. Eppure, la tragedia si manifesta. Anna distrugge chi le sta intorno, distrugge stessa, e la società reagisce come un sistema immunitario che impone le proprie sanzioni.

Nella sua rivoluzione morale tardiva, la passione, la forza vitale e il desiderio sessuale diventano sospetti per Tolstoj, quasi immorali. Ciò che il romanziere aveva celebrato come rivelatore della vita umana, il moralista lo condanna. Sessualità, passione, desiderio diventano fonti di caos e generano una risposta violenta a prescindere. La tragedia di Anna — il fatto che volesse semplicemente essere felice e che ciò provocasse vittime attorno a sé e dentro di sé — diventa, per Tolstoj, il simbolo del pericolo della libertà individuale. La soluzione morale proposta nei suoi scritti tardivi, in particolare ne Il regno di Dio è in voi, consiste nell’imporre un freno assoluto a questa libertà, nel subordinare l’individuo a una legge morale universale, nel negare la violenza e ciò che il desiderio vitale può generare Tolstoj nega la libertà.

Questo passaggio dal romanzesco al moralista rappresenta un rovesciamento profondo: il genio capace di percepire e rendere la complessità della vita diventa il guru che semplifica ciò che dieci anni prima aveva osservato nella sua ricchezza.

Anna Karenina diventa un laboratorio anticipatore della dottrina morale che seguirà: la passione, l’errore e la tragedia del singolo sono l’esperimento che conduce Tolstoj a voler estirpare la potenza distruttiva dell’individuo e della socie. Così il Tolstoj post-Anna Karenina perde il senso del tragico reale. La vita, prima materia di osservazione infinita e sfumata, diventa terreno di morale astratta e prescrittiva. La passione, che aveva compreso e rappresentato con acume, diventa sospetta. Il conflitto tra individuo e società, tra libertà e necessità, diventa un problema da risolvere con principi etici astratti, non più una tragedia da contemplare.

È impossibile, leggendo Tolstoj, separare l’ammirazione per il romanziere dalla critica al moralista. Guerra e Pace rimane un vertice della profondità e della complessità dell’umana condizione, un monumento alla grandezza e alla fragilità dell’uomo di fronte alla storia. Anna Karenina, pur ammirabile come romanzo, anticipa il Tolstoj che rifiuta ciò che aveva celebrato: la passione, il desiderio, la libertà irrefrenabile. Il pacifismo radicale e la morale assoluta dei suoi scritti tardivi sono la conseguenza logica di questa fuga dalla vita concreta.

Ma la caduta morale di Tolstoj non si limita al pacifismo. Le sue contraddizioni religiose — negare la divinità di Cristo, rifiutare la Trinità e trasformare la fede in un codice personale — rivelano una dissociazione pericolosa tra arte e dottrina. Egli pretende di impartire verità etiche assolute, facendo finta che il Vangelo non parli anche della risurrezione di Gesù. Pretende di fondare la sua morale su un Vangelo che non esiste che nella sua mente.

Il Tolstoj post-Anna Karenina è un moralista che sacrifica la coerenza e la ricchezza dell’esperienza umana sull’altare di una spiritualità spersonalizzata e autoreferenziale.

Tolstoj resta un autore straordinario e paradossale. Tuttavia, il Tolstoj post-Anna Karenina — pacifista radicale, moralista assoluto, post-cristiano — mostra come un genio possa perdersi, sostituendo la profondità di uno sguardo tipica del grande artista con un ideale morale piatto e astratto, perdendo cosi contatto con la complessità della vita.

Luca Costa

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