mercoledì 7 gennaio 2026

Il benessere non basta

IL BENESSERE NON BASTA : una riflessione sulla tragedia di Crans Montana

La tragedia di Crans-Montana è, prima di tutto, una tragedia. Cinquanta giovani morti bruciati in una discoteca non sono un fatto “commentabile” con leggerezza, né tantomeno riducibile a statistica. Davanti a una simile carneficina il rispetto è dovuto, e il dolore non va messo in discussione. Proprio per questo, però, una riflessione si impone. Non per sminuire, ma per capire cosa racconta davvero questa vicenda, anche oltre la sua dimensione emotiva.

Il primo elemento che colpisce è la sproporzione del racconto mediatico. Giornate intere di dirette, approfondimenti, commemorazioni, minuti di silenzio negli stadi, un lutto collettivo quasi imposto. Tutto legittimo, per carità. Ma inevitabile nasce una domanda scomoda: perché questa tragedia sì, e altre no? Non ricordo – e se sbaglio qualcuno mi corregga – lo stesso spiegamento di dolore pubblico per i bambini massacrati a Gaza, per quelli annegati nel Mediterraneo, per le migliaia di vittime del terremoto in Turchia di un anno fa. Il sospetto è brutale, ma difficile da scacciare: quando muoiono i figli dei ricchi, dei privilegiati, dei “nostri simili”, la morte pesa di più. Dopo un simile bombardamento emotivo, il dubbio non è cinismo, è legittima difesa del pensiero.

La seconda questione, ancora più inquietante, riguarda i video. Le immagini circolate subito sui social mostrano giovani che, mentre l’incendio divampa, filmano. Riprendono il soffitto che prende fuoco, le fiamme che si allargano, il fumo che scende. Secondi preziosi sprecati non per aiutare, non per fuggire, ma per documentare. È vero: il fuoco si è propagato in modo rapidissimo, in meno di un minuto. Ma proprio quei primi istanti, quando il panico non è ancora totale, sono quelli decisivi. Dieci, venti persone in più forse avrebbero potuto salvarsi se la reazione fosse stata immediata, se qualcuno avesse pensato a scappare, a gridare, a organizzare una fuga ordinata prima del caos.

Ed è qui che la domanda diventa più scomoda. Com’è possibile che ragazzi cresciuti nella meglio borghesia europea, abituati a scuole d’élite, viaggi, esperienze, comfort, non abbiano riconosciuto un pericolo elementare? Un fuoco che divora un soffitto di plastica non è un segnale ambiguo, non è un rischio astratto. È un allarme primario, ancestrale. Eppure, davanti a quell’evidenza, il primo impulso non è stato salvarsi, ma filmare.

Crans-Montana non è un posto qualsiasi. È una stazione sciistica per pochi, per l’élite, per la crème de la crème. Skipass da cento euro al giorno, hotel da migliaia di euro a notte, ristoranti da trecento euro a cena, birre da dieci euro. Quei giovani erano privilegiati. Avevano ricevuto tutto ciò che, in teoria, dovrebbe formare individui consapevoli, pronti, capaci di reagire. Il loro cervello avrebbe dovuto funzionare diversamente. E invece no.

Perché? Non è facile rispondere, e forse non è nemmeno necessario arrivare a una spiegazione definitiva. La fatalità esiste, e a volte travolge tutto. Ma il dubbio resta, ed è un dubbio educativo. E se questi ragazzi fossero stati troppo protetti, troppo accompagnati, troppo coccolati? Se fossero cresciuti nell’idea che c’è sempre qualcuno che sistema le cose, che interviene, che mette una pezza, che nulla di veramente grave può accadere a chi è nato sotto una buona stella? In quella notte non c’era il padre a parlare con l’insegnante, con il preside, con il poliziotto. Non c’era la madre a riparare l’ennesima bischerata. La bischerata – giocare con fuochi d’artificio sotto un soffitto di plastica per divertirsi da ubriachi – stavolta non ha lasciato il tempo ai genitori di arrivare.

Forse questi rampolli, educati all’onnipotenza, alle possibilità infinite, all’assenza di conseguenze, sono stati privati proprio di ciò che serve nei momenti decisivi: la capacità di riconoscere l’urgenza, di stabilire priorità, di assumersi una responsabilità immediata. Quando tutto è sempre reversibile, quando qualcuno ti salva sempre, anche il pericolo diventa un contenuto da postare.

E allora sì, oltre al dolore e al rispetto, ci sono gli elementi per parlare di un fallimento educativo. Non individuale, ma di un modello che ha scambiato la protezione per crescita, il privilegio per competenza, l’assenza di limiti per libertà. In quella discoteca non sono morti solo cinquanta giovani. È bruciata anche l’illusione che il benessere, da solo, basti a insegnare come si sta al mondo.

Luca Costa

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