domenica 4 gennaio 2026

Venezuela: botti di Capodanno

 Il bombardamento del 3 gennaio 2026 su Caracas, ordinato da Donald Trump, segna l’ennesimo capitolo di un copione che gli Stati Uniti recitano da più di un secolo: la forza militare come strumento di disciplina contro uno Stato sovrano colpevole di possedere troppe risorse e troppa indipendenza. Non è un’azione difensiva, non è una risposta a una minaccia imminente, non è nemmeno una guerra “per valori”. È un atto di imperialismo nudo, che usa le bombe per ribadire chi decide del destino energetico dell’emisfero occidentale.


Il Venezuela non è nel mirino perché autoritario o corrotto — lo sono molti alleati di Washington — ma perché siede sulle più grandi riserve di petrolio del pianeta e ha osato sottrarle al controllo diretto delle compagnie statunitensi. Le sanzioni di questi anni non sono state un errore di calcolo: erano progettate per distruggere PDVSA, strangolare l’economia, ridurre un paese a un giacimento in rovina, pronto a essere riaperto da capitale e tecnologia occidentali. Il crollo della produzione, da milioni di barili al giorno a una frazione di essi, non è un effetto collaterale ma il risultato voluto di una guerra economica che precede e accompagna quella militare.

Dietro la retorica tossica del narcotraffico e della democrazia c’è una partita geopolitica precisa: togliere il petrolio venezuelano a Cina e Russia. Pechino aveva trasformato il greggio in garanzia strategica per i suoi prestiti; Mosca, tramite Rosneft e reti parallele, aveva messo piede in un’infrastruttura energetica che Washington considera da sempre “il proprio cortile di casa”. L’amministrazione Trump ha deciso che questo era intollerabile. Non si trattava solo di Caracas, ma di spezzare una piattaforma energetica anti-americana alle porte degli Stati Uniti.

C’è poi l’aspetto meno raccontato ma più concreto: il petrolio venezuelano è greggio pesante, perfetto per le raffinerie del Golfo del Messico. È materia prima ideale per il sistema industriale statunitense. Riportarlo sotto influenza USA significa rafforzare l’industria domestica, stabilizzare i prezzi, ridurre dipendenze esterne e vendere all’elettorato l’illusione dell’“America First” energetica. Non a caso, anche quando il linguaggio si è fatto più morbido, le licenze petrolifere — come quella concessa a Chevron — sono rimaste la vera leva politica, la moneta con cui si compra obbedienza o si concede ossigeno.

Questo bombardamento non difende la libertà, la calpesta. Non protegge il diritto internazionale, lo ridicolizza. È la Dottrina Monroe riscritta in chiave petrolifera, dove la sovranità vale meno di un barile e un paese può essere affamato, isolato e infine colpito se rifiuta di piegarsi. Il Venezuela viene trattato non come una nazione, ma come una risorsa ribelle da rimettere in riga. Ed è proprio questa logica, coloniale e predatoria, che andrebbe stroncata senza ambiguità, perché oggi tocca a Caracas, domani a qualunque Stato osi decidere da solo cosa fare della propria ricchezza.

LUCA COSTA

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Luca Costa

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