Il bombardamento del 3 gennaio 2026 su Caracas, ordinato da Donald Trump, segna l’ennesimo capitolo di un copione che gli Stati Uniti recitano da più di un secolo: la forza militare come strumento di disciplina contro uno Stato sovrano colpevole di possedere troppe risorse e troppa indipendenza. Non è un’azione difensiva, non è una risposta a una minaccia imminente, non è nemmeno una guerra “per valori”. È un atto di imperialismo nudo, che usa le bombe per ribadire chi decide del destino energetico dell’emisfero occidentale.
Il
Venezuela non è nel mirino perché autoritario o corrotto — lo
sono molti alleati di Washington — ma perché siede sulle più
grandi riserve di petrolio del pianeta e ha osato sottrarle al
controllo diretto delle compagnie statunitensi. Le sanzioni di questi
anni non sono state un errore di calcolo: erano progettate per
distruggere PDVSA, strangolare l’economia, ridurre un paese a un
giacimento in rovina, pronto a essere riaperto da capitale e
tecnologia occidentali. Il crollo della produzione, da milioni di
barili al giorno a una frazione di essi, non è un effetto
collaterale ma il risultato voluto di una guerra economica che
precede e accompagna quella militare.
Dietro la retorica
tossica del narcotraffico e della democrazia c’è una partita
geopolitica precisa: togliere il petrolio venezuelano a Cina e
Russia. Pechino aveva trasformato il greggio in garanzia strategica
per i suoi prestiti; Mosca, tramite Rosneft e reti parallele, aveva
messo piede in un’infrastruttura energetica che Washington
considera da sempre “il proprio cortile di casa”.
L’amministrazione Trump ha deciso che questo era intollerabile. Non
si trattava solo di Caracas, ma di spezzare una piattaforma
energetica anti-americana alle porte degli Stati Uniti.
C’è
poi l’aspetto meno raccontato ma più concreto: il petrolio
venezuelano è greggio pesante, perfetto per le raffinerie del Golfo
del Messico. È materia prima ideale per il sistema industriale
statunitense. Riportarlo sotto influenza USA significa rafforzare
l’industria domestica, stabilizzare i prezzi, ridurre dipendenze
esterne e vendere all’elettorato l’illusione dell’“America
First” energetica. Non a caso, anche quando il linguaggio si è
fatto più morbido, le licenze petrolifere — come quella concessa a
Chevron — sono rimaste la vera leva politica, la moneta con cui si
compra obbedienza o si concede ossigeno.
Questo
bombardamento non difende la libertà, la calpesta. Non protegge il
diritto internazionale, lo ridicolizza. È la Dottrina Monroe
riscritta in chiave petrolifera, dove la sovranità vale meno di un
barile e un paese può essere affamato, isolato e infine colpito se
rifiuta di piegarsi. Il Venezuela viene trattato non come una
nazione, ma come una risorsa ribelle da rimettere in riga. Ed è
proprio questa logica, coloniale e predatoria, che andrebbe stroncata
senza ambiguità, perché oggi tocca a Caracas, domani a qualunque
Stato osi decidere da solo cosa fare della propria ricchezza.
LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo
Luca
Costa

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