mercoledì 31 dicembre 2025

I due Tolstoj

 Tolstoj: il genio di Guerra e Pace e il pasticcio moralista post Anna Karenina

Lev Tolstoj è uno scrittore la cui grandezza non ha bisogno di presentazioni. La condizione umana è dipinta con profondità e forza straordinarie in Guerra e Pace (1867).

Contrariamente a quanto potrebbe suggerire l’immagine che abbiamo oggi di Tolstoï, Guerra e Pace non è affatto un manifesto pacifista. La borghesia russa oziosa, immersa in balli, discussioni filosofiche e mondanità, è incapace di percepire la gravità dell’invasione napoleonica; solo la sconfitta e l’orrore di Austerlitz risvegliano l’umanità dei protagonisti, permettendo loro di comprendere il senso dell’esistenza (individuale e collettiva) in una Russia minacciata dalla distruzione.

È in questo confronto con la necessità che Tolstoj è geniale: Napoleone non è un tiranno immaginario, ma un uomo in carne ed ossa; la Russia non è un semplice teatrino, è la vita, è la patria. La guerra non è un gioco, è una necessità. Azione, dolore, impegno, sacrificio. Altro che balli e ricevimenti. Qui risiede il Tolstoj che si può ammirare senza riserve: colui che coglie l’uomo nel dramma delle sue contraddizioni, che vede la vita come tragedia e non come semplice materia per lezioni morali, che non idealizza né l’individuo né la società, ma li osserva nei loro bisogni primari. Resistere, esistere, sopravvivere. Vivere.

Di fronte a questo capolavoro, comprendere il Tolstoj post-1870 appare pressoché impossibile.

La sua improvvisa conversione a un pacifismo tanto assoluto quanto astratto, la sua dottrina morale post-cristiana e il rifiuto della chiesa ortodossa sembrano estranei all’esperienza tragica che egli stesso aveva magistralmente rappresentato. È un paradosso impressionante: l’autore che aveva capito che la storia e la necessità impongono scelte talvolta terribili, l’autore che aveva mostrato l’inesorabilità del confronto con il reale, diventa un moralista che impone regole che ignorano la concretezza del mondo.

Applicato alla Russia, il pacifismo del Tolstoj di fine anni 70 del XIX secolo è assurdo: un paese a più riprese minacciato nella propria esistenza non può permettersi brodini di buoni sentimenti mascherati da ideale etico astratto. Tale atteggiamento può essere compreso solo come conseguenza di una terribile crisi spirituale: lo choc con la potenza distruttiva dell’individuo e il disagio di fronte alla violenza che esso può generare in seno alla società.

In Anna Karenina (1878) si osserva, quasi sperimentalmente, ciò che scatena questa crisi nell’anima di Tolstoj. La passione vitale e sessuale di Anna per Vronskij. A prima vista, la trama potrebbe sembrare banale: una giovane donna sposata si innamora di un altro. Capirai. Ma Tolstoj trasforma questa banalità in catastrofe esistenziale. Anna non è certo un’ingenua: è una donna intelligente che sa le conseguenze delle sue azioni, sa cosa significhi infrangere le convenzioni e vivere secondo il proprio desiderio. Eppure, la tragedia si manifesta. Anna distrugge chi le sta intorno, distrugge stessa, e la società reagisce come un sistema immunitario che impone le proprie sanzioni.

Nella sua rivoluzione morale tardiva, la passione, la forza vitale e il desiderio sessuale diventano sospetti per Tolstoj, quasi immorali. Ciò che il romanziere aveva celebrato come rivelatore della vita umana, il moralista lo condanna. Sessualità, passione, desiderio diventano fonti di caos e generano una risposta violenta a prescindere. La tragedia di Anna — il fatto che volesse semplicemente essere felice e che ciò provocasse vittime attorno a sé e dentro di sé — diventa, per Tolstoj, il simbolo del pericolo della libertà individuale. La soluzione morale proposta nei suoi scritti tardivi, in particolare ne Il regno di Dio è in voi, consiste nell’imporre un freno assoluto a questa libertà, nel subordinare l’individuo a una legge morale universale, nel negare la violenza e ciò che il desiderio vitale può generare Tolstoj nega la libertà.

Questo passaggio dal romanzesco al moralista rappresenta un rovesciamento profondo: il genio capace di percepire e rendere la complessità della vita diventa il guru che semplifica ciò che dieci anni prima aveva osservato nella sua ricchezza.

Anna Karenina diventa un laboratorio anticipatore della dottrina morale che seguirà: la passione, l’errore e la tragedia del singolo sono l’esperimento che conduce Tolstoj a voler estirpare la potenza distruttiva dell’individuo e della socie. Così il Tolstoj post-Anna Karenina perde il senso del tragico reale. La vita, prima materia di osservazione infinita e sfumata, diventa terreno di morale astratta e prescrittiva. La passione, che aveva compreso e rappresentato con acume, diventa sospetta. Il conflitto tra individuo e società, tra libertà e necessità, diventa un problema da risolvere con principi etici astratti, non più una tragedia da contemplare.

È impossibile, leggendo Tolstoj, separare l’ammirazione per il romanziere dalla critica al moralista. Guerra e Pace rimane un vertice della profondità e della complessità dell’umana condizione, un monumento alla grandezza e alla fragilità dell’uomo di fronte alla storia. Anna Karenina, pur ammirabile come romanzo, anticipa il Tolstoj che rifiuta ciò che aveva celebrato: la passione, il desiderio, la libertà irrefrenabile. Il pacifismo radicale e la morale assoluta dei suoi scritti tardivi sono la conseguenza logica di questa fuga dalla vita concreta.

Ma la caduta morale di Tolstoj non si limita al pacifismo. Le sue contraddizioni religiose — negare la divinità di Cristo, rifiutare la Trinità e trasformare la fede in un codice personale — rivelano una dissociazione pericolosa tra arte e dottrina. Egli pretende di impartire verità etiche assolute, facendo finta che il Vangelo non parli anche della risurrezione di Gesù. Pretende di fondare la sua morale su un Vangelo che non esiste che nella sua mente.

Il Tolstoj post-Anna Karenina è un moralista che sacrifica la coerenza e la ricchezza dell’esperienza umana sull’altare di una spiritualità spersonalizzata e autoreferenziale.

Tolstoj resta un autore straordinario e paradossale. Tuttavia, il Tolstoj post-Anna Karenina — pacifista radicale, moralista assoluto, post-cristiano — mostra come un genio possa perdersi, sostituendo la profondità di uno sguardo tipica del grande artista con un ideale morale piatto e astratto, perdendo cosi contatto con la complessità della vita.

Luca Costa

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