domenica 6 febbraio 2022

Céline in Italia

 Maurizio Makovec ha pubblicato un bel libro sulla fortuna letteraria di Céline in Italia. Il volume, introdotto da una illuminante prefazione di Alain de Benoist, è diviso in due parti: la prima parte è dedicata alla critica e alle interpretazioni di Céline nella cultura italiana, la seconda parte passa in rassegna le traduzioni italiane delle opere di Céline. La critica italiana si accorge presto del fenomeno Céline e già nel 1933, a un anno dalla pubblicazione del Voyage au bout de la nuit, si leggono sulle riviste italiane le prime considerazioni su quest’autore, sebbene talvolta superficiali e fuorvianti (Guglielmo Serafini vede nel romanzo una «letteratura di propaganda proletaria»!). Più acutamente, altri critici vedono nel Voyage una potente descrizione della condizione esasperata dell’uomo moderno e, comunque, il dato importante è che Céline negli anni ’30 viene letto da nomi che saranno decisivi nella letteratura italiana del XX° secolo: Bigongiari, Luzi, Betocchi, Bonsanti. Nel dopoguerra non ci sono significativi interventi in Italia riguardanti Céline fino a quando, nel 1964, esce Morte a credito, tradotto dal poeta Giorgio Caproni, con un saggio introduttivo del prestigioso critico Carlo Bo. Il libro, introdotto in Italia da questi due nomi autorevoli conosce un buon successo di pubblico e di critica, di conseguenza l’editoria italiana è indotta a pubblicare le traduzioni di altre opere, che continuano a destare un vivace interesse da parte di intellettuali come Guido Ceronetti, Giovanni Giudici, Giovanni Raboni. Nel 1981 compare la traduzione di Bagattelle per un massacro, ad opera di Giancarlo Pontiggia. La pubblicazione di questo pamphlet antisemita scatena, ovviamente, molte polemiche, e dalla cultura progressista militante si levano lamentazioni rituali fra le quali si segnala quella della poetessa Bianca Maria Frabotta, che scrive: «il famosissimo protagonista del Voyage è il coglione che scrive Bagatelles, e se qualcosa è cambiato è solo il rapporto tra autore e protagonista». In ogni caso i critici più intelligenti, come Ernesto Ferrero e Giovanni Raboni, colgono il valore dell’opera, che è caratterizzata da una notevole vis polemica, ed ha una fondamentale importanza documentaria. Importantissima, poi, è la traduzione del Voyage di Ernesto Ferrero, del 1992: questa versione, accolta con favore dai lettori, consacra definitivamente Céline presso il grande pubblico. Nella seconda parte del libro, Makovec passa in rassegna le traduzioni delle opere di Céline, mettendo a confronto i tentativi dei vari autori che si sono cimentati in quest’impresa. Com’è noto, il linguaggio di Céline ha uno spiccato carattere popolare, è infarcito di parole che provengono dall’argot, il gergo dei bassifondi parigini, e spesso riproduce il parlato di persone incolte. Forse per questo particolare impasto linguistico, nonché per lo struggente lirismo di tante sue pagine, Céline, come si è visto, ha attratto l’interesse di importanti poeti italiani. Secondo Makovec, i traduttori che hanno saputo rendere meglio Céline in italiano sono Ernesto Ferrero, Giorgio Caproni, Giovanni Raboni, Gianni Celati, Giuseppe Guglielmi. Naturalmente il gusto dei lettori cambia attraverso il tempo, e un linguaggio particolarmente vivace come quello di Céline avrebbe bisogno di costanti aggiornamenti nella traduzione. Makovec rileva inoltre come spesso i traduttori facciano ricorso a termini dialettali italiani per tradurre l’argot, ed essendo molti di questi traduttori di area padana, una parte di pubblico italiano non è sempre in grado di capire tutti i termini utilizzati. Makovec in questa parte del libro mette a confronto lo stesso brano in due traduzioni diverse, evidenziando differenze talvolta sorprendenti fra traduzioni «brutte ma fedeli» e traduzioni «belle e infedeli». Senza nulla togliere al libro di Makovec, ci sembra opportuno rilevare una imprecisione nella rassegna delle opere tradotte in italiano: Makovec afferma che non è mai stato tradotto il pamphlet antisemita L’école des cadavres. In realtà è esistita una traduzione italiana che però non è più in commercio (Céline, La Scuola dei cadaveri, Soleil, S. Lucia di Piave, 1997). In conclusione il libro di Makovec è un ottimo punto di partenza per i lettori italiani che vogliono approfondire la conoscenza di uno straordinario e controverso autore che, piaccia o meno, è stato indubbiamente uno dei grandi veggenti del XX° secolo.

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Maurizio Makovec, Céline in Italia. Traduzioni e interpretazioni, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2005, pp.240





lunedì 31 gennaio 2022

I Superiori Sconosciuti

 

Le teorie del complotto che indagano su quel male assoluto rappresentato dalla globalizzazione hanno alle spalle una lunga storia che parte dalle teorizzazioni dell’abate Barruel a fine ‘700, per arrivare agli attuali piani mondialisti.


Un punto di snodo di grande importanza nella formulazione di queste teorie è rappresentato dagli studi che René Guénon ha dedicato all’argomento pubblicando articoli sulla stampa antimassonica, articoli che i lettori moderni possono trovare agevolmente in una ristampa: AA VV, La polémique sur les “Supérieurs Inconnus”, Archè, Milano 2003, pp.208. Il volume comprende anche testi di altri autori che trattavano il tema dei “Superiori Sconosciuti”: Louis Dasté, Gustave Bord, Benjamin Fabre, Charles Nicoullaud, Papus, Paul Copin-Albancelli.


Inoltre esiste uno studio monumentale di Louis de Maistre dedicato all’argomento: L’Énigme René Guénon et les “Supérieurs Inconnus”. L’autore ha effettuato un lavoro di ricerca sulle fonti che utilizzavano gli autori coinvolti nella polemica antimassonica. Le riviste che in Francia portavano avanti questa meritoria battaglia civile erano: La Bastille, La France Antimaçonnique, Mysteria, Revue Internationale des Sociétés Secrétes. Guénon scriveva su queste pubblicazioni con lo pseudonimo di “Le Sphinx”. Il dibattito sui temi in questione era animato principalmente dal mondo cattolico conservatore, ma vi contribuivano anche esoteristi come Guénon, e perfino ex massoni e spiriti laici infastiditi dal settarismo delle logge.


Le discussioni erano spesso imperniate sul tentativo di individuare i “Superiori Sconosciuti”, ovvero i personaggi che tiravano i fili dei burattini all’interno della massoneria, eventualmente tramite “logge coperte”, e che talvolta venivano indicati in persone in carne ed ossa, come Cagliostro o il Conte di Saint Germain, oppure venivano identificati negli ebrei, o nel diavolo stesso o, più verosimilmente, nell’insieme di idee-guida che ispiravano le logiche della sovversione. Si ipotizzava anche che gli “iniziati” avessero la facoltà di riunirsi “in astrale”, ovvero in una dimensione ultraterrena e non corporea nella quale avrebbero avuto modo di coordinare la loro azione sulla società.


Lo spunto per la riflessione nasceva da uno studio di Benjamin Fabre: Franciscus, Eques a capite galeato. Si trattava di un saggio, pubblicato nel 1913, dedicato al marchese di Chefdebien, un alto iniziato che aveva cominciato la sua carriera massonica nella fase preparatoria della Rivoluzione francese per proseguirla sotto l’Impero. Lo studio di Fabre mostrava come Napoleone pensasse di controllare la massoneria introducendo i suoi ufficiali nelle logge, mentre in realtà era la massoneria che controllava l’Imperatore dei Francesi!


Le ricerche mettevano in luce i legami tra le logge francesi e gli “Illuminati di Baviera” di Weishaupt, nonché le ipotesi sul centro di potere ebraico che agiva attraverso la massoneria.


A partire da questi dati comincia la ricerca di Louis de Maistre, che indaga sul problema sempre aperto delle fonti di Guénon, che il filosofo francese lasciava volutamente nell’ombra, sia per affascinare il lettore col suo stile ermetico, sia perché era convinto di esprimere verità tradizionali il cui valore era indipendente dalla personalità di chi le esprimeva. I più ardenti sostenitori di Guénon ritengono che l’opera del pensatore di Blois sia il più importante avvenimento culturale dalla fine del medioevo, ma anche senza arrivare a sostenere questa tesi occorre riconoscere che Guénon è una guida autorevole nel terreno scivoloso della storia occulta.


Guénon negli articoli in questione attaccava la massoneria adeguandosi allo stile delle riviste su cui scriveva, tuttavia in opere successive articolò il suo giudizio sui liberi muratori, criticando le deviazioni moderne delle logge. C’è anche chi ha sostenuto che Guénon sarebbe stato una sorta di cavallo di Troia all’interno del mondo cattolico col compito di diffondere una mentalità più favorevole all’occultismo, ma secondo Louis de Maistre questo giudizio sembra discutibile poiché nel complesso la critica alla modernità di Guénon è simile a quella della cultura cattolica tradizionalista.


Nel periodo della collaborazione a La France Antimaçonnique, Guénon era in relazione con un personaggio enigmatico: Swami Narad Mani. Si trattava di un induista che avrebbe passato a Guénon della documentazione sulla teosofia che il filosofo avrebbe ampiamente utilizzato nel suo corrosivo saggio contro il sistema di pensiero di Mme Blavatsky.


I testi di Narad Mani non sono particolarmente originali, e sostanzialmente riportano dati che potevano essere attinti da altre fonti. Inoltre Narad Mani era un sostenitore dello spiritismo, che era invece avversato da Guénon. Tuttavia alcune idee dello studioso indù devono aver influenzato la cultura esoterica, in particolare la tesi dell’esistenza di 33 logge dirette da un “Comitato occulto”. Si trattava di un’idea presente anche in Taxil: le 33 logge attraverso le quali i luciferiani governavano il mondo!

Le fonti indiane menzionavano anche la Teshu Maru, un’organizzazione iniziatica degenerata che avrebbe fatto da supporto alla controiniziazione: ipotesi che eccitavano le fantasie dei cospirazionisti…


È a questo punto che l’indagine verte sulla figura di Saint-Yves d’Alveydre che fornì a Guénon lo spunto per scrivere una delle sue opere più fortunate: Il Re del Mondo. L’idea di un regno sotterraneo governato da idee utopiche non era nuova, e sarà ripresa da Ossendowski nel suo celebre saggio Bestie, uomini e dèi. Ossendowski qualificava la misteriosa figura del “Re del Mondo” come “Grande Sconosciuto”, un appellativo inquietante che quasi richiamava aspetti anticristici. Saint-Yves a sua volta si ispirava a Hardjji Scharipf Bagwandas, un indù il cui stile somigliava a quello di Narad Mani. Il rapporto fra Saint-Yves e Scharipf è documentato a partire dal 1885, l’anno in cui esplode l’affare Taxil: una singolare coincidenza…

Nell’opera di Saint-Yves fanno capolino città infernali e comitati segreti che dirigono gli avvenimenti mondiali: gli ingredienti del sistema di potere mondialista cominciavano a entrare nell’immaginario del mondo intellettuale. Inoltre Scharipf era verosimilmente un esperto della “via della mano sinistra”, la pratica tantrica che utilizzava stregoneria, negromanzia e magia sessuale come metodi per indebolire la personalità. Erano concezioni che trovavano riscontro in certe correnti della Cabala ebraica che influenzeranno notevolmente la classe dirigente massonica.


Louis de Maistre individua altre fonti che hanno alimentato la misteriosa leggenda dell’Agartha: il pittore austriaco Alfred Kubin (1877-1959) dipingeva soggetti di carattere infernale che ispiravano la visione di un mondo in via di dissoluzione e in preda alla violenza. Kubin aveva scritto anche il romanzo Die andere Seite in cui descriveva un reame misterioso situato nel Turkestan e circondato da una “Grande Muraglia”: si tratta di temi che presentano analogie con quelli trattati da Guénon e da Ossendowski. Ne Il Re del Mondo Guénon sosteneva che il satanismo consisteva proprio nella identificazione del “Re del Mondo” col princeps hujus mundi, ovvero nella confusione fra l’aspetto luminoso e l’aspetto tenebroso. Si trattava evidentemente di idee diffuse nel dibattito culturale, legate ai sentimenti di smarrimento che attanagliavano l’opinione pubblica in quell’epoca di incipienti cambiamenti sociali ed economici, oggi elevati all’ennesima potenza dalla globalizzazione.


Guénon partecipò anche alle attività di un gruppo detto dei “Polari”; si trattava di una associazione esoterica che si ispirava agli oracoli di Padre Giuliano, un eremita che viveva a Bagnaia, presso Viterbo, nei primi anni del ‘900. A questa figura si facevano risalire una serie di dati fantasiosi e non verificabili che tuttavia presentano somiglianze con quelli trattati da Saint-Yves e da Guénon.


Lo studio di Louis de Maistre cerca anche di approfondire l’eterno dilemma su cui discutevano e discutono ancor oggi i complottisti: la massoneria è nata autonomamente o è una creazione della comunità ebraica? Probabilmente la domanda è destinata a restare senza risposta: se è vero che sono testimoniate influenze ebraiche fin dal XVII secolo nell’entourage di Cromwell, tuttavia gli ebrei sono presenti in scarso numero nelle logge all’inizio del XVIII secolo, e probabilmente gli ebrei massoni di quest’epoca erano visti con sospetto dai loro stessi correligionari.


Quello che si può documentare è la diffusione delle idee nate negli ambienti ebraici ispirati alle teorie di Sabbatai Tsevi e di Jakob Frank, che indicavano una “via della mano sinistra” in cui il vizio e il peccato erano la strada per raggiungere la salvezza. I seguaci di tali teorie erano verosimilmente organizzati in strutture segrete simili a quelle massoniche, nel comune intento di offrire alle masse l’illusione della libertà, con lo scopo di asservirle a un potere assai più cinico e dispotico di quello dal quale affermavano di liberarle.


Nella Cabala il contatto con forze demoniache aveva acquisito sempre maggiore importanza nel corso del tempo: gli studiosi di questa disciplina ebraica erano esperti nella manipolazione di residui psichici, e l’applicazione di tali teorie nel mondo massonico è testimoniata dal sistema degli “Eletti Coen” fondato da Martinez de Pasqually nel 1754. Lo stesso Cagliostro a Londra ebbe contatti con Ba’al Chem, un discepolo di Tsevi.


I seguaci di Tsevi e di Frank agivano come veri e propri missionari della sovversione, infiltrandosi nelle logge massoniche in modo più o meno palese, ma condizionandone le dottrine in maniera decisiva. Jakob Frank prefigurava l’avvento di un “mondo nuovo” caratterizzato da un “Grande Fratello” e da un “messia femminile”, concezioni che sembrano avere spaventose consonanze con la realtà contemporanea…


Nella lunga marcia della sovversione ebbero grande importanza le teorie teosofiche di Mme Blavatsky: in particolare la teoria dei Mahatma richiama l’idea dei “Superiori Sconosciuti”. Il teosofismo influenzò gli ambienti risorgimentali italiani, soprattutto Mazzini e la Carboneria. Fra gli italiani che ebbero contatti con la teosofia c’erano Giacinto Bruzzesi, Adriano Lemmi, Marco Antonio Canini, tutti personaggi abili ed esperti nel condurre operazioni occulte e defilate.


Alle idee teosofiche si ispirava anche Djamal ad-Din al Afghani, che si adoperò nel mondo islamico per una riforma religiosa ispirata a concezioni protestanti e per la diffusione di idee moderniste e socialisteggianti.


Si sviluppava quindi un sotterraneo lavoro di lavaggio del cervello e di manipolazione psichica che si estendeva attraverso nazioni e continenti, un lavoro di cui la Società Teosofica era in qualche modo l’aspetto visibile e istituzionale. Il piano, accuratamente preparato, spazzava via dalle coscienze ogni traccia di ordine positivo, attuando le direttive spirituali puramente distruttive di Jakob Frank. Si creava quindi un meccanismo di automazione sociale di cui le masse non erano minimamente consapevoli, e di questo sistema sono signori gli “iniziati” che governano le nazioni come veri e propri missi dominici della controiniziazione. Nel XXI secolo l’umanità sta assistendo a ulteriori angoscianti applicazioni di questo sistema ormai ampiamente collaudato…


I cospirazionisti cercavano anche localizzazioni geografiche dei centri della controiniziazione, che spesso venivano indicati in luoghi dell’Oriente, più o meno estremo. Guénon riteneva che la Mongolia fosse uno dei centri di irradiazione privilegiati delle influenze maligne, e la diffusione del manicheismo fra alcune popolazioni orientali sembrava confermare queste tesi. Lo stesso Guénon, inoltre, aveva accennato all’esistenza di torri diaboliche, alcune delle quali situate nelle steppe della Russia centrale.


L’instaurazione del regime comunista in Russia confermava le tesi dei cospirazionisti, e la letteratura complottista individuava personaggi considerati “minori” dalla grande storia, ma che avevano avuto ruoli importanti nella diffusione delle “idee nuove”. In ambiente russo a cavallo fra ‘800 e ‘900 era attivo Agwan Dorjiev, un lama buddhista che aveva una qualche influenza nell’ambiente zarista e che forse era implicato in attività di spionaggio i cui intenti non erano ben chiari. In seguito lo stesso Dorjiev sarà vittima delle epurazioni staliniane e morirà in prigione nel 1938. Anche in questo caso sembra di poter arguire che dietro il mascheramento buddhista ci fossero idee progressiste e universaliste di tipo teosofico.


Le teorie sulla provenienza orientale degli agenti della controiniziazione trovavano terreno fertile anche in una diffusa paura per una imminente invasione asiatica in Europa: all’inizio del ‘900 esisteva una letteratura diffusa che prospettava ipotesi di questo genere.


Guénon inoltre sembra essere stato in contatto con individui che lavoravano per l’Intelligence Service britannico, e l’esoterista francese vedeva opportunamente nell’imperialismo inglese un potente mezzo di propagazione della sovversione democratica. In quel periodo personaggio di punta delle trame inglesi era Sir Basil Zaharoff, un cinico mercante d’armi che era fra i dirigenti della Vickers, colosso industriale degli armamenti; Zaharoff sembra aver avuto una qualche influenza nell’infiammare i nazionalismi balcanici che accenderanno la scintilla della Grande Guerra.


Gli anni giovanili di Zaharoff sono avvolti in un fitto mistero, e la sua improvvisa ascesa nel mondo dell’affarismo cosmopolitico fa intuire che il personaggio fosse introdotto nei più esclusivi ambienti delle forze occulte…


Lo stesso intellettuale fascista Giovanni Preziosi in un articolo del 1934 parlava di Zaharoff definendolo “l’uomo più misterioso del mondo”.


Le vicende di Zaharoff si intrecciano anche con quelle di Giuseppe Volpi, uomo d’affari veneto, famoso per essere stato l’artefice della Mostra del Cinema di Venezia. Volpi appoggiandosi alla Banca Commerciale Italiana gestiva fiorenti commerci nei Balcani, soprattutto in Serbia.


Questi personaggi sembrano aver operato secondo piani ben precisi, utilizzando alternativamente nazionalismo e internazionalismo, in modo da destabilizzare l’antico ordine sociale per far entrare l’umanità nell’era messianica del mondialismo.


Concezioni di questo genere venivano elaborate in ambienti massonici, e Louis de Maistre cita anche l’opera del calabrese Benedetto Musolino che teorizzava uno stato fondato su principi mosaici e talmudici: una vera e propria prefigurazione ante litteram del sionismo!


Infine lo studio di Louis de Maistre si sofferma sull’importanza dell’opera di Guénon nell’ambito dell’esoterismo e della storia occulta. Il Maestro del tradizionalismo non è usualmente preso sul serio in ambito accademico, e d’altra parte lo stesso Guénon detestava il mondo universitario. Tuttavia l’opera del pensatore di Blois offre ancora oggi un punto di vista originalissimo sulla storia occulta e suggerisce infiniti spunti di approfondimento: l’imponente saggio di Louis de Maistre è un ottimo contributo in questo senso.

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Louis de Maistre, L’Énigme René Guénon et les “Supérieurs Inconnus”. Contribution à l’étude de l’histoire mondiale “souterraine”, Archè, Milano 2004, pp.960



martedì 18 gennaio 2022

Il lavoro di loggia

 Per capire le trame occulte che fondano le strutture di potere del mondo contemporaneo è essenziale studiare la storia della Massoneria. Un ottimo punto di riferimento per approfondire la conoscenza di questa inquietante associazione è lo studio di Bernard Faÿ: La massoneria e la rivoluzione intellettuale del Settecento (Edizioni di Ar, Padova, 1999, pp.304).

Nel clima di rinnovamento culturale della Francia occupata dai tedeschi fu possibile un lavoro scientifico impensabile in un sistema “democratico”: Bernard Faÿ, allora direttore della Biblioteca Nazionale, fece trasferire nell’istituto che dirigeva gli archivi del Grande Oriente di Francia e li mise a disposizione degli studiosi. Faÿ aveva scritto nel 1935 la sua fondamentale opera sulla massoneria, e il suo libro era stato anche tradotto in italiano e pubblicato da Einaudi nel 1939. Naturalmente nello scenario “democratico” successivo alla seconda guerra mondiale il libro di Faÿ venne dimenticato, e lo stesso Faÿ dovette subire la via crucis delle persecuzioni che si abbatte su chi osa diffondere pensieri sgraditi ai poteri oligarchici. Oggi è nuovamente disponibile il volume del Faÿ grazie alla meritoria opera delle edizioni di Ar. Questa edizione contiene anche l’ampia recensione che Julius Evola scrisse per la rivista La Vita Italiana.

Il libro del Faÿ prende le mosse dal 1715, quando muore Luigi XIV°. Sotto il regno del Re Solela Franciaaveva raggiunto il culmine della potenza: sotto la guida sicura di questo sovrano la nazione aveva ottenuto grandi successi militari, ed era divenuta il faro culturale dell’Europa con una classe intellettuale ispirata all’ottimismo cristiano del filosofo Leibniz, che era stato chiamato a coordinare il sistema educativo francese, inoltre l’economia francese era cresciuta grazie alle misure protezionistiche del ministro delle finanze Colbert (oggi “colbertista” è considerato un insulto dagli oligarchi “democratici”). Il Re Sole, tuttavia, a causa del suo atteggiamento autoritario era mal visto da buona parte della nobiltà, e alla sua morte comincia a diffondersi in Francia un nuovo clima culturale. Il fenomeno che comincia a formarsi in Francia aveva il suo antecedente in Inghilterra, dove la nobiltà aveva dato scacco al re con la cacciata degli Stuart e l’arrivo al trono degli Hannover. Mentre nella maggior parte delle nazioni europee il sistema feudale reggeva ancora caratterizzandosi per un ruolo decisivo dei rispettivi sovrani, in Inghilterra cominciavano a delinearsi i presupposti della massificazione democratica.

Faÿ descrive alcuni personaggi che testimoniano del mutamento di mentalità che si delineava in Francia. Antoine Hamilton scrisse un libro di memorie che descriveva l’alta società dell’epoca: una nobiltà libertina e irresponsabile che stava venendo meno al suo ruolo di guida militare e sociale. Un’altra figura intellettuale che testimonia dei tempi nuovi era il conte Henri de Boulainvilliers. Costui aveva elaborato un sistema di pensiero piuttosto stravagante fondato sul determinismo astrologico e che prevedeva una posizione di preminenza della nobiltà di origine franca sulla popolazione francese di origine celtica e sullo stesso istituto della monarchia: l’opera di de Boulainvilliers piacerà agli illuministi perché minava il potere monarchico.

Sebbene la modernità abbia avuto il suo scoppio violento nella Rivoluzione Francese, è in Inghilterra che si elaborarono le idee rivoluzionarie: i philosophes illuministi francesi citano continuamente l’Inghilterra come punto di riferimento ideale. Nei paesi protestanti le idee “moderne” si trovavano la strada spianata dalla Riforma: dall’attacco alla Chiesa Cattolica si era facilmente passati a un vago deismo o a un aperto ateismo nelle classi sociali più colte, mentre fra i ceti più popolari il sentimento religioso si frammentava nella miriade di sette che caratterizza il cristianesimo protestante. Si cercava in particolare di diffondere l’idea che l’uomo è spinto dai desideri, dalle passioni, dai vizi, e da questi è spinto a lavorare e a guadagnare: si vede come si prefiguri in questo modo il mito produttivistico del pensiero liberal-marxista di cui è imbevuta la modernità. Uno specchio fedele dell’alta società inglese era il “club delle fiamme infernali”, i cui membri si proponevano di praticare il vizio come regola di vita, ostentando una particolare propensione alla sodomia… La sete di denaro diveniva dunque il valore supremo, e questa mentalità materialista totalmente avulsa da preoccupazioni di responsabilità sociale si rifletteva anche nel mondo dell’amministrazione statale dove la corruzione regnava sovrana (basti pensare che lo stesso Benjamin Franklin ebbe a dire che l’indipendenza degli Stati Uniti si sarebbe potuta ottenere corrompendo il parlamento e il governo inglesi utilizzando un quarto del denaro speso per la guerra). La società inglese del XVIII° secolo aveva realizzato quelle condizioni di corruzione morale e di degrado civile che preparano la strada alla “democrazia”. In questo clima clubs e associazioni di ogni genere propagandavano le idee nuove, e alcune di queste associazioni si richiamavano alle corporazioni dei muratori medievali. Nel 1717 quattro di questi gruppi si riunirono nella “Grande Loggia d’Inghilterra”: nasceva così la massoneria moderna, destinata a combattere la crociata alla rovescio della laicità. Fra i primi gran maestri della neonata istituzione ci fu Jean-Théophile Desaguliers, un pastore protestante di origine francese emigrato in Inghilterra. Desaguliers era un uomo di grande cultura e diede alla massoneria importanti indirizzi dottrinali, fra i quali spicca una particolare considerazione per la figura di Caino, mentre Abele viene dimenticato: vediamo ancora oggi quanto la classe dirigente delle “democrazie” conti fra le sue priorità l’apologia del crimine. Ma quel che è più importante è che si delinea il concetto di “fratellanza” massonica; i massoni infatti affermano di rispettare le leggi del luogo in cui vivono, ma riconoscono la fratellanza che li lega come un valore superiore a qualsiasi altro. Questa è l’intima radice ideologica dell’internazionalismo contemporaneo: non un rapporto di reciproco rispetto fra i popoli, ma un segreto patto fra gli “iniziati” che governano le nazioni.

Le logge massoniche, allora come oggi, si caratterizzavano per i rituali bizzarri e per i riferimenti alle più svariate mitologie e religioni che vengono gettati alla rinfusa nel ciarpame dell’esoterismo massonico. È comprensibile che all’epoca la cosa potesse avere il fascino della novità: un giovane colto e benestante di quel tempo poteva essere sedotto dall’atmosfera di mistero e dagli altisonanti titoli che venivano conferiti nelle logge. Questo spiega in parte lo straordinario successo che l’associazione ebbe nel XVIII° secolo: in Francia la massoneria conosce grande diffusione, anche perché il cattolicesimo francese era debole e diviso da controversie teologiche. In Spagna, in Portogallo e negli antichi stati italiani, invece, la massoneria trova notevoli difficoltà, sia per una maggior tenuta della società feudale, sia per la pronta reazione del papa Clemente XII° che nel 1738 lanciò la scomunica contro chi aderiva alla massoneria.

La massoneria si diffonde rapidamente anche nelle colonie inglesi del Nuovo Mondo, e qui si assiste ad una prima prova di operatività su grande scala dell’istituzione. Indubbiamente l’indipendenza delle colonie americane era scritta nella forza delle cose: l’Inghilterra non poteva pretendere di tenere sotto il suo dominio un intero continente sito dall’altra parte del globo. Tuttavia è altrettanto indubbio che la nascita degli Stati Uniti ha avuto una forte impronta massonica, infatti molti dei padri fondatori che scrissero la dichiarazione d’indipendenza erano massoni, e massoni erano i due più importanti artefici della guerra d’Indipendenza: Benjamin Franklin e George Washington (quest’ultimo si fece ritrarre più d’una volta in pose massoniche). La celebre giornata che diede inizio alla Rivoluzione Americana fu una giornata massonica: gli uomini travestiti da pellerossa che gettarono in mare le casse di tè erano i membri della Loggia di Sant’Andrea, che si riuniva alla «Taverna del Drago Verde e alle Armi della Massoneria». Gli eserciti feudali dopo una vittoria facevano cantare il Te Deum, Washington, dopo le vittorie, sfilava con i paramenti massonici. Franklin, che si occupava della parte diplomatica della Rivoluzione, era a Parigi per trovare alleati militari, e si appoggiò alla Loggia delle Nove Sorelle, la più brillante fra le logge francesi che avrà un ruolo decisivo nella diffusione delle idee illuministiche. Dunque la massoneria ha avuto una parte predominante nella Rivoluzione Americana, e c’è un episodio davvero significativo che indica fino a che punto le istituzioni americane fossero fin dal principio imbevute di spirito massonico. Infatti dopo la guerra alcuni ufficiali che si erano battuti valorosamente nella lotta di indipendenza pensarono di creare un’associazione che doveva costituire una sorta di aristocrazia militare della neonata repubblica, ma lo stesso Franklin intervenne per impedire questa eventualità. Si vede anche qui uno degli aspetti tipici del mondo moderno: le ambizioni degli elementi più capaci vengono frustrate e sacrificate al supremo valore dell’egualitarismo “democratico”, che contempla un particolare astio verso il principio di ereditarietà.

Faÿ conclude il libro conla RivoluzioneFrancese, l’evento che pone fine ufficialmente al mondo feudale e consacra di fatto la massoneria come struttura di potere della modernità. Può apparire strano come la nobiltà e il clero francesi, e anche di altri paesi, abbiano aderito in gran numero alla massoneria che si proponeva di spazzare via il mondo aristocratico (Faÿ parla, al proposito, di suicidio massonico dell’alta nobiltà). Ma probabilmente i più perspicaci e lungimiranti nobili dell’epoca capivano che il baricentro del potere si spostava sempre di più verso la classe borghese dei mercanti, dei banchieri, degli imprenditori, e quindi si apprestavano a “riconvertirsi” nella nuova scala sociale che si stava preparando. Faÿ, tuttavia, rileva anche come molti nobili, che forse avevano aderito in maniera più superficiale alla nuova istituzione, fossero rimasti sconvolti dalla violenza del moto rivoluzionario: evidentemente non pensavano che quei raffinati incontri intellettuali potessero concretizzarsi nella ghigliottina !



lunedì 3 gennaio 2022

Odi et amo

Come ben sappiamo, le oligarchie occidentali riescono a perpetuare il loro dominio reprimendo il dissenso con la legislazione volta a colpire i cosiddetti “crimini di odio”. Ovviamente questo “odio” sarebbe quello rivolto contro stranieri, immigrati, omosessuali e categorie di persone che di volta in volta vengono definite in base alle convenienze del momento.

In Italia conosciamo bene gli esiti catastrofici della legge Mancino del 1993, implementata da altri surreali reati d’opinione ispirati al linguaggio verminoso della correttezza politica. E come se non bastasse, a questa legislazione infame si aggiungono le farsesche attività di “commissioni antiodio” e di istituzioni similari che nulla hanno da invidiare al “Ministero dell’Amore” di Orwell...

È perfettamente normale, invece, utilizzare un linguaggio estremamente offensivo, violento e aggressivo contro gli avversari della sinistra, anche quando si tratta di personaggi innocui, del tutto interni all’ortodossia occidentalista e quindi complici della sinistra, come Berlusconi, Salvini, Meloni.

In un articolo dell’Espresso del 22 novembre 2021 la propagandista del femminismo Michela Murgia difende la libertà di insulto contro i politici di destra, citando la Bibbia e chiamando in causa il Salmo che invoca una sanguinosa vendetta contro Babilonia. La Murgia giustifica così questa istigazione alla violenza:

«esiste un registro di invocazione al cielo che è fatto di rabbia e di dolore, di indignazione e di senso profondo di ingiustizia, uno stato d’animo orante a cui le parole di pace e conciliazione non sono sufficienti».

Un “senso profondo di ingiustizia”: una simile dichiarazione pronunciata da chi ha il coltello dalla parte del manico suona a dir poco… irritante!

Che le ideologie progressiste siano la fabbrica dell’odio non è certo una novità, e per capire il senso che esse danno a tale sentimento è molto indicativa questa citazione:

«Il contenuto morale dell’odio dipende dall’oggetto verso il quale è rivolto e per questo può essere prezioso e nobile oppure meschino e vile. L’odio mira sempre a un’attiva contrapposizione all’avversario e non si placa limitandosi a disprezzare quest’ultimo o a evitarlo, ma è invece sempre legato al bisogno di annientarlo o danneggiarlo. L’odio è una componente essenziale e determinante del sentire čcekista, prerogativa imprescindibile per una lotta appassionata e spietata contro il nemico. Il consolidamento e approfondimento dell’odio nella pratica della lotta di classe, rivolto contro una concreta e reale immagine del nemico, rientra negli obiettivi dell’educazione di classe. L’odio è contemporaneamente un forte e fondato movente per l’azione. Pertanto, esso deve trovare consapevole applicazione nel lavoro clandestino come stimolo nello svolgimento dei più delicati compiti operativi»

si tratta di un brano tratto dal Dizionario del lavoro politico-operativo, manuale per gli agenti della STASI, la polizia politica della Germania Est (citazione tratta da: Gianluca Falanga, Labirinto Stasi, Feltrinelli 2021).

Ispirandosi più o meno consapevolmente a questo tipo di manuali dell’odio, i mass media contemporanei orchestrano imponenti campagne di disinformazione gonfie di astio e di livore contro dissidenti politici ed esponenti di culture alternative, che in realtà spesso rappresentano posizioni di avanguardia culturale in grado di offrire interessanti alternative al vicolo cieco del pensiero unico. Contro i sostenitori del pensiero non conforme viene condotta una assidua campagna di discriminazione, di vessazione, di esclusione sociale e anche di violenze vere e proprie che raramente arrivano agli onori delle cronache...

Alla luce di queste macroscopiche mistificazioni del linguaggio, vale la pena richiamare l’attenzione su episodi che illustrano evidenti disparità di trattamento nel campo giuridico.

Negli anni ‘70, in un’Italia insanguinata dal terrorismo, un terrorismo in larga prevalenza di matrice marxista, gli intellettuali progressisti gridarono alla censura e organizzarono una campagna per la libertà d’opinione volta a sdoganare l’odio di classe. La Corte Costituzionale obbediva agli ordini con una sentenza pensata per lasciare le mani libere alla propaganda falce e martello:

«Devesi pertanto dichiarare in riferimento all'art. 21 della Costituzione l'illegittimità costituzionale dell'art. 415 del codice penale nella parte in cui punisce chiunque pubblicamente istiga all'odio fra le classi sociali, in quanto il medesimo articolo non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».

(Sentenza della Corte Costituzionale n.108 del 23 aprile 1974)

Dunque in quel caso ci si richiamava all’articolo 21 della Costituzione, che oggi viene regolarmente disatteso e calpestato.

Il 13 dicembre 2009 Silvio Berlusconi venne aggredito a Milano e in quell’occasione i partiti del centrodestra avanzarono l’ipotesi di varare una norma che punisse l’istigazione all’odio per motivi politici. La sinistra allora mandò i suoi scribacchini nei mass media a spiegare che non è possibile legiferare sui sentimenti. I partiti di destra, come al solito, misero la coda fra le gambe e obbedirono alla sinistra!

E non soltanto l’odio è oggetto dell’interesse dei giuristi: anche l’amore può essere giudicato in tribunale. Mentre in nome dell’amore si giustifica il matrimonio gay, se un maschio corteggia una donna può facilmente incappare in un’accusa di molestie, al punto che oggi le relazioni fra uomini e donne sono divenute terreno privilegiato di controversie legali. D’altra parte è presumibile che la legislazione volta a tutelare gli omosessuali decreterà illegittimo sottrarsi alle eventuali “attenzioni” che un gay rivolga a un eterosessuale: probabilmente si arriverà alla legittimazione e alla legalizzazione della violenza arcobaleno!

Odi et amo, per citare Catullo, potrebbe essere il motto delle democrazie distopiche contemporanee che hanno instaurato il totalitarismo buonista dei sentimenti falsati.

Dicevano che non si può legiferare sui sentimenti, invece hanno costruito una prassi politica sui sentimenti, nella quale odio e amore, variamente manipolati, vengono strumentalizzati in senso ideologico.

In fin dei conti tutto l’apparato mediatico dell’Occidente non è altro che una continua campagna di odio contro il “maschio bianco eterosessuale”, presentato come origine dei mali del mondo.

Il fine di questo pestaggio mediatico è quello di annientare la classe media del mondo occidentale per concentrare la ricchezza nelle mani di un ristretto gruppo di oligarchi. Il relativo benessere conquistato con decenni di lavoro e di sacrifici sta andando in fumo rapidamente, sotto il ghigno soddisfatto dei potentati economici mondiali: loro sì che ci amano!

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brano tratto dall'ebook




sabato 9 ottobre 2021

Non c'è storia !

«La storia intellettuale dell’umanità si può considerare una lotta per la memoria. Non a caso la distruzione di una cultura si manifesta come distruzione della memoria, annientamento dei testi, oblio dei nessi».

Con questa citazione di Jurij M. Lotman si apre il saggio Un tempo senza storia di Adriano Prosperi.

Prosperi, paludato barone universitario al servizio del sistema, ci informa col suo libro che la società contemporanea non considera importante lo studio della storia, e che l’Europa ha dimenticato la sua grande eredità culturale. Piuttosto straniante sentire osservazioni del genere da un autore che ha sempre difeso con accanimento il regime tecnocratico mondialista e le ideologie progressiste, responsabili della Cancel Culture (il sottotitolo del volume di Prosperi è: la distruzione del passato…).

Procedendo nella lettura del libro si chiarisce che cosa significhi per Prosperi studiare la storia: la principale preoccupazione dell’autore è che venga tramandata la memoria della Shoah. Se il problema è questo Prosperi può stare tranquillo: la Shoah è un evento storico sul quale vige la verità di stato imposta per legge!

Prosperi inoltre rincara la dose esternando anche un certo fastidio per quegli intellettuali che si pongono il problema della libertà di ricerca storica...

L’eminente storico arriva ad affermare: «oggi si ha a che fare con un negazionismo strisciante come fondamento di interi partiti e movimenti politici». Evidentemente al nostro autore sono sfuggite le servili manifestazioni di sostegno a Israele alle quali aderisce massicciamente la classe politica dell’intero Occidente!

Ovviamente Prosperi vede fascisti e razzisti a ogni angolo di strada, e afferma che in Germania sta crescendo impetuosamente un partito neonazista (che sarebbe Alternative für Deutschland), anche se in realtà il paese teutonico è saldamente in mano agli strozzini europeisti (Prosperi definisce le politiche di difesa delle identità nazionali come manifestazione di “sacro egoismo patriottico”).

Il libro parla anche di una scuola in cui la storia si studia poco e male, e ci dice che i programmi scolastici sono caratterizzati da chiusure etnocentriche: eppure da un mezzo secolo abbondante la sinistra ha dato alla scuola un’impronta profonda e tutta basata su un antirazzismo ideologico e masochista che imprime nelle masse una mentalità totalmente incapace di elaborare una prospettiva storica.

Naturalmente Prosperi se la prende anche con internet, che diffonde culture alternative sfuggendo all’occhiuto controllo del conformismo istituzionale che regna nel mondo accademico. Qui Prosperi manifesta lo spocchioso atteggiamento dell’aristocratico che vede la sua rendita di posizione minacciata dalle rivendicazioni di una plebe che si permette di contestare la nobiltà della cultura rifiutandosi di obbedire alle gerarchie consolidate!

Il saggio poi si dilunga passando in rassegna le varie concezioni storiografiche che si sono avvicendate nel corso del tempo, assumendo l’aspetto di un riassunto a uso scolastico.

Al di là dell’irritante mala fede che ispira il libro, c’è da chiedersi che cos’abbia voluto comunicare Prosperi con questa pubblicazione. L’autore, famoso come esperto dell’Inquisizione, sembra essersi identificato nel suo oggetto di studio: immedesimandosi nella mentalità di Domenicani e Gesuiti interpreta il suo ruolo di intellettuale come quello di un solerte censore sempre in cerca di eretici e di deviazioni dottrinali…

Il libro si conclude con una postilla dedicata all’emergenza sanitaria che può diventare l’occasione per risanare l’ingiustizia e per rimuovere le disuguaglianze: chissà cosa intende Prosperi per “ingiustizia” e “disuguaglianza”, visto che il mondo va esattamente nella direzione di quel mondialismo che lui sostiene con zelo fanatico...

Nel tempo della globalizzazione gli studi umanistici corrono due grandi pericoli: quello di essere considerati inutili ai fini della “vita pratica”, e quello di essere censurati in quanto “cultura dei Bianchi”. In entrambi i casi la percezione del tempo storico è sentita come un fastidioso intralcio alla vita nel presente e al radioso avvenire di un’umanità di sradicati.

Lo studio della storia per sua natura richiama l’idea di una tradizione, che certamente deve essere indagata, interpretata e opportunamente interpellata, ma che è pur sempre come una luce che, dalle nostre spalle, illumina la strada che dobbiamo percorrere. La mentalità moderna, che vede l’umanità come una moltitudine di consumatori omologati, è radicalmente ostile allo sviluppo di una coscienza storica. Pertanto i sistemi scolastici occidentali hanno depotenziato il più possibile lo studio della cultura umanistica. Il risultato è la morte dello spirito critico e di quella coscienza identitaria che non è “chiusura etnocentrica”, come direbbe Prosperi, ma che è invece il punto di partenza che permette di progettare il futuro con un minimo di consapevolezza.

Lo stesso Prosperi, del resto, afferma esplicitamente che la parola “identità” ha un aspetto “losco” e “preoccupante”, ed ha auspicato che la parola venga cancellata dal vocabolario...

Un tempo senza storia è la testimonianza di un mondo culturale murato vivo nel carcere mentale della correttezza politica. La lettura del libro tuttavia può essere stimolante per chi cerca il cambio di paradigma di cui oggi abbiamo bisogno, ovvero una grande ondata libertaria che spazzi via il sapere “ufficiale”, autoritario e repressivo, per lasciare spazio a visioni del mondo capaci di demistificare la lingua del potere e di aprire la strada a narrazioni alternative!

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Adriano Prosperi, Un tempo senza storia, Einaudi 2021, p.128




domenica 22 agosto 2021

Gender: l'enigma del consenso

Il clima politico tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI è stato caratterizzato da un’incontenibile ascesa delle ideologie di sinistra che, dopo la fine del comunismo, hanno enormemente accresciuto il loro potere e la loro presa sulle coscienze puntando tutto su un armamentario culturale finalizzato alla cancellazione delle identità sessuali: un sistema di pensiero che viene generalmente denominato col termine “gender”. Con questa mossa azzeccata il potere progressista nel mondo occidentale è diventato talmente forte che ha risucchiato come un vortice anche gli avversari politici: in molti paesi l’opposizione alla sinistra è ridotta al lumicino, e talvolta non si manifesta nemmeno.

I comportamenti omosessuali sono stati elevati al rango di ideologia di stato che assume carattere normativo, eppure nella storia della sinistra abbondano elementi che oggi sono fonte di infinito imbarazzo per i suoi sostenitori. Nei regimi comunisti l’omosessualità era vista come un “vizio borghese” e spesso considerata un reato: a riprova di questo c’era anche il celebre carteggio “omofobo” tra Engels e Marx. Nei partiti di sinistra occidentali fino agli anni ‘80 il tema dell’omosessualità era marginale e non veniva utilizzato nelle campagne elettorali. Perfino il più importante ideologo omosessualista italiano, Mario Mieli, era considerato un elemento non significativo e non influenzava la retorica di partito.
Tramontato il mito del collettivismo economico, la sinistra ha trovato di meglio: il collettivismo delle identità sessuali. Nel corso degli anni ‘90 una sinistra in crisi e in cerca di nuove strade comincia a interessarsi al mondo LGBT e in men che non si dica raccoglie un consenso travolgente, probabilmente superiore alle sue stesse aspettative!

In passato la sinistra si basava sul fumoso concetto di “emancipazione” interpretandolo essenzialmente come un sistema per appianare le differenze di classe sociale, oggi “emancipazione” significa liberarsi dalla schiavitù dell’appartenenza a un genere sessuale. L’ideologia omosessualista del “gender”, efficacemente supportata dall’antirazzismo, variamente intrecciata col femminismo e mescolata nel grande calderone dei “diritti umani”, si è rivelata un eccellente anestetico per rendere l’opinione pubblica obbediente, servile, passiva e insensibile al dolore.

L’enfasi sui “diritti civili” ha offerto al padronato lo strumento perfetto per attaccare i diritti sociali: mentre i mass media celebravano i trionfi della cosiddetta “inclusione sociale”, il capitalismo globalizzato scatenava una vasta offensiva neoliberista che oggi ha ridotto il mondo del lavoro a un mercato degli schiavi. Questo spiega la valanga di finanziamenti che negli ultimi trent’anni ha inondato i partiti progressisti mettendoli in condizione di attuare martellamenti propagandistici che farebbero impallidire le grandi dittature del ‘900!
Ma la propaganda da sola può spiegare un consenso così entusiasta verso comportamenti sessuali di nicchia che l’umanità ha sempre considerato come moralmente riprovevoli, oppure ridicoli, e comunque ininfluenti sulla vita pubblica?

Guarda caso proprio nel 1994 il Wright Laboratory, un ente che progettava armi chimiche e biologiche per l’esercito americano, propose un’arma chimica basata su feromoni che avrebbero generato nei soldati nemici un irresistibile desiderio omosessuale. Ufficialmente l’arma non sarebbe stata sviluppata, ma da come vanno le cose tutto lascia pensare che tali ordigni vengano ampiamente utilizzati sulla popolazione civile…
Documenti sulla “bomba gay” si possono trovare nel seguente link:
Gay bomb - Wikipedia

Il ricercatore indipendente David Icke, poi, ha ipotizzato che gli estrogeni e gli ftalati siano intenzionalmente diffusi nei cibi e nelle bevande per femminilizzare il genere maschile.
Ma se David Icke è un paranoico complottista, perfino un documentario di RAI 3 (fonte non sospetta) ha parlato del fenomeno della sterilità maschile e delle modificazioni di identità sessuale che si verificano su giovani maschi con sempre maggiore frequenza. E proprio gli ftalati sono indicati fra le sostanze più diffuse che provocano cambiamenti di identità sessuale.
La trasmissione si trova al seguente link:
Presadiretta 2016/17 - Ciao maschio - Video - RaiPlay

C’è anche chi pensa che fattori casuali abbiano contribuito a modifiche dei caratteri sessuali, ma la virulenza della campagna mediatica che quotidianamente criminalizza la sessualità maschile lascia pochi dubbi sul carattere premeditato di questo fenomeno…
In ogni caso, che il consenso sia stato comprato o indotto con armi chimiche, occorre confrontarsi con la realtà di folle ipnotizzate dagli slogan LGBT che scendono in piazza con la bandiera arcobaleno, offrendo così la giugulare alle sanguinolente macellerie sociali attuate dai poteri forti.

Del resto il nuovo paradigma instaurato dalla confusione dei ruoli sessuali ha risvolti economici che lo rendono essenziale per il mantenimento di un’economia speculativa che non ha alcun legame con le esigenze reali della vita: la fine della famiglia tradizionalmente intesa crea una società individualista funzionale alla moltiplicazione dei consumi. Inoltre i trattamenti per il cambio di sesso alimentano un florido mercato per l’industria farmaceutica. Si aggiunge anche un ricco terreno di pascolo per le professioni giuridiche che sono chiamate a regolare situazioni che fino a questo momento le civiltà umane non avevano contemplato. Fra questi adeguamenti legislativi ci sono i grotteschi reati d’opinione che le democrazie orwelliane del XXI secolo sono riuscite a inventare per blindare i nuovi soggetti di diritto. Infine la narrazione LGBT è per sua natura perfettamente coerente con le carnevalate demenziali della società dei consumi.

Oltre a questi elementi occorre considerare l’indovinata scelta della bandiera arcobaleno, il cui impatto estetico è oggettivamente irresistibile...

Il “gender” è il dogma fondante di quel comunismo 2.0 che i mass media chiamano “globalizzazione” ed è ormai la posta in gioco ideologica attorno alla quale si combatte una nuova guerra fredda che vede la Russia e i paesi ex comunisti schierati a difesa della concezione biologica dell’identità sessuale, contro un Occidente che sostiene l’idea dell’identità sessuale come scelta psicologica. L’Unione Europea è arrivata a ricattare Polonia e Ungheria, minacciando di negare gli aiuti economici per l’emergenza covid alle due coraggiose nazioni se non aderiranno al “genderismo”.

Proprio i paesi dell’ex impero sovietico, vaccinati dall’esperienza comunista, hanno riconosciuto facilmente nel “gender” il collettivismo del XXI secolo: il presidente polacco Duda ha opportunamente osservato che l’ideologia LGBT è ancor più pericolosa del comunismo! I paesi occidentali, invece, cloroformizzati dal consumismo, si sono abbandonati all’adorazione del nuovo vitello d’oro. Quanto alle Chiese cristiane, deboli e tremebonde, spesso sui temi etici hanno semplicemente gettato la spugna o, in certi casi, hanno disertato per arruolarsi nel campo avversario!

A questo scenario geopolitico bisogna aggiungere il mondo musulmano, saldamente attaccato alla propria tradizione religiosa e del tutto refrattario a queste “novità”.
Anche il mondo dello spettacolo e della cultura sono massicciamente schierati a favore del “gender”: i cervelloni “liberal” incistati nelle università occidentali non sono nemmeno sfiorati dall’idea che la differenza sessuale in natura esista in funzione della riproduzione della specie. Eppure basta togliere le fette di salame dagli occhi per rendersi conto di quali siano le logiche più elementari della vita!

L’Occidente che, con boriosa arroganza, si sente legittimato a imporre i suoi presunti “valori” al resto del mondo, dopo aver elaborato per secoli una cultura fortemente dialettica, è giunto al brillante risultato di non saper distinguere il maschio dalla femmina! E considerando il fanatismo con cui gli occidentali sostengono il “gender” non è escluso che l’Impero del Male euroamericano sia pronto a scatenare una guerra mondiale in nome di questi “diritti umani” di nuova generazione.

Ma se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno si può anche osservare che il “gender” è ormai l’ultima trincea della sinistra. Certamente la più munita, la più fortificata, ma se le masse perdessero la fede nel “gender” davvero non si vede cos’altro la sinistra possa inventarsi per portare avanti i suoi piani di degrado antropologico. Il comunismo si è affossato su se stesso e il mondialismo, suo fratello gemello, prima o poi finirà allo stesso modo: si tratta di sistemi insostenibili dal punto di vista delle relazioni umane prima ancora che sul piano economico. Il “gender” è al vertice della piramide dei “valori occidentali” e se dovesse crollare, crollerebbe il fragile castello di carte della correttezza politica, e con esso l’allucinato sistema di potere globalista.

Dal punto di vista concettuale il “gender” si può smontare con le sue stesse contraddizioni interne. I sostenitori del “gender” affermano che i generi sessuali sono fluidi, indistinguibili e intercambiabili. Eppure proprio loro sostengono leggi speciali in favore delle donne, dalle quote rosa alle leggi contro la “violenza di genere”, riconoscendo così implicitamente l’esistenza di un genere sessuale femminile che, nello spirito di questa legislazione, è visto come antagonista del genere maschile!


Gli oppositori del mondialismo hanno di fronte il nemico più potente, ma anche l’ultimo ostacolo che li separa dalla libertà!




La gioventù francese presenta il conto

  Notre jeunesse : La gioventù francese presenta il conto a Macron *** Da alcune settimane la Francia assiste a una mobilitazione studente...