La sconfitta di Trump: quando le promesse si infrangono contro la realtà
Gli Stati Uniti presentano il conto. E il conto è salatissimo.
Le elezioni di midterm del 3 novembre 2026 segnano una disfatta politica per Donald Trump e per il Partito repubblicano. I democratici conquistano il controllo del Congresso, ribaltando gli equilibri parlamentari, e avanzano con forza nelle elezioni dei governatori. Non si tratta soltanto di una battuta d'arresto elettorale: è una bocciatura dell'indirizzo politico della Casa Bianca, un segnale di insofferenza profonda che attraversa settori decisivi dell'elettorato americano.
Trump aveva chiesto agli americani di giudicare il suo mandato. Gli americani lo hanno fatto.
E hanno cominciato dalla promessa più importante: quella di restituire agli Stati Uniti la pace, la prosperità e il controllo del proprio destino.
La promessa della pace è stata tradita.
Trump si era presentato come l'uomo capace di porre fine alle guerre, di riportare l'America a occuparsi dei propri cittadini e di sottrarla ai conflitti interminabili alimentati dalle precedenti amministrazioni.
La guerra, totalmente inspiegabile per un cittadino americano, contro l'Iran ha demolito questa narrazione. L'intervento militare ha trascinato gli Stati Uniti in una nuova crisi internazionale, con conseguenze economiche e strategiche pesanti. Il prezzo dei carburanti è aumentato, le tensioni regionali si sono aggravate e la prospettiva di una pace duratura si è allontanata.
Nel frattempo, la guerra in Ucraina non è stata risolta. La promessa di chiudere rapidamente il conflitto si è scontrata con una realtà molto più complessa. Anche su questo terreno, Trump non ha mantenuto ciò che aveva annunciato.
Gli americani si sono ritrovati davanti a una contraddizione evidente: un presidente eletto promettendo di fermare le guerre che finisce per aprire nuovi fronti, mentre quello precedente resta irrisolto.
La promessa della prosperità è stata tradita.
Per milioni di famiglie, la politica internazionale non è una questione astratta. Si misura alla pompa di benzina, al supermercato, nella rata del mutuo e nella capacità di arrivare alla fine del mese.
L'inflazione, il caro-vita e l'aumento dei costi energetici hanno eroso il consenso repubblicano. I dazi, presentati come uno strumento per proteggere l'economia americana, hanno contribuito ad alimentare i costi interni. La guerra con l'Iran ha aggravato le pressioni sui prezzi.
Il risultato è stato un paradosso politico devastante: Trump, che aveva promesso di difendere il potere d'acquisto degli americani, si è ritrovato a governare una situazione nella quale la vita quotidiana è diventata più difficile per una parte consistente della popolazione.
Non basta proclamare la grandezza nazionale se le famiglie non riescono a sentirla nella propria esistenza.
La promessa di combattere le élite è stata tradita.
Trump aveva costruito il proprio consenso denunciando il sistema politico tradizionale, le lobby di Washington, la corruzione e gli interessi economici che condizionano le decisioni pubbliche.
Ma la sua amministrazione è stata sempre più percepita come un sistema di potere nel quale gli interessi del clan presidenziale, le grandi lobby dell'energia, dell'industria militare e della finanza occupano una posizione privilegiata. In questi due anni il suo patrimonio e quello dei suoi amici e parenti è cresciuto in maniera oscena, mentre il popolo americano non riusciva più a rimepire il carrello della spesa.
La questione non è soltanto quella dei singoli scandali o delle possibili irregolarità: è il contrasto politico tra una retorica populista, che prometteva di restituire il potere al popolo, e una pratica di governo accusata di favorire i gruppi economici più influenti.
Trump aveva promesso di combattere il sistema. Agli occhi di una parte crescente dell'elettorato, è finito per incarnarlo.
La promessa della verità è stata tradita.
La campagna elettorale aveva alimentato aspettative enormi: pace immediata, prezzi più bassi, prosperità, sicurezza e una politica estera finalmente subordinata agli interessi americani.
La distanza tra quelle promesse e la realtà ha prodotto una crisi di credibilità.
Le menzogne, le dichiarazioni contraddittorie e la continua ricerca di un nemico da additare non sono bastate a nascondere i problemi concreti. Un elettorato può essere mobilitato dalla propaganda, ma non può essere convinto indefinitamente che la propria condizione economica sia un successo quando la vive come un fallimento.
Trump aveva anche promesso di fare chiarezza sulla compromissione delle élite americane con il caso Epstein, e invece, il nulla.
E poi c'è Israele.
Una parte dell'elettorato che aveva sostenuto Trump in nome dell'America First ha visto nella politica mediorientale della sua amministrazione una contraddizione sempre più difficile da accettare.
Il sostegno incondizionato al governo israeliano, la guerra contro l'Iran e il rischio di un coinvolgimento militare americano sempre più esteso hanno alimentato la percezione che Washington continui a subordinare le proprie scelte strategiche alle esigenze di un alleato diventato ormai padrone della scena.
E gli americani cominciano a capire come i loro interessi non coincidano affatto davvero con quelli del governo israeliano.
Trump aveva promesso di mettere l'America al primo posto. Per molti elettori, quella promessa è stata sacrificata sull'altare di una politica estera che non ha restituito né pace né sicurezza.
Il voto del 3 novembre è dunque molto più di una sconfitta repubblicana.
È il rifiuto di un modello politico fondato sulla personalizzazione del potere, sulla propaganda permanente, sulla promessa di soluzioni semplici a problemi complessi e sulla convinzione che il consenso possa essere mantenuto indipendentemente dai risultati.
La conquista del Congresso da parte dei democratici apre una nuova fase. Trump dovrà confrontarsi con un'opposizione parlamentare in grado di bloccare iniziative, avviare indagini e sottoporre l'amministrazione a un controllo molto più incisivo.
Ma la lezione più importante non riguarda soltanto Washington.
Questa sconfitta deve essere un monito anche per Giorgia Meloni.
La presidente del Consiglio italiana ha costruito una parte significativa della propria identità politica sulla vicinanza a Trump, sulla promessa di difendere gli interessi nazionali e sulla rappresentazione di una destra capace di rompere con le élite e restituire sicurezza e prosperità ai cittadini.
Ma nessun governo può vivere eternamente di slogan, appartenenze ideologiche e fedeltà internazionali.
Se la politica economica non migliora le condizioni materiali delle famiglie, se il costo della vita continua a pesare, se le promesse di cambiamento si trasformano in continuità con i poteri economici dominanti, se la politica estera appare subordinata ad alleanze che non producono benefici tangibili per il Paese, prima o poi gli elettori presentano il conto.
Trump ha dimostrato che neppure un consenso costruito con una straordinaria capacità di mobilitazione può resistere indefinitamente alla distanza tra ciò che si promette e ciò che si realizza.
La destra italiana farebbe bene a prendere nota.
Perché gli elettori possono perdonare molte cose, ma difficilmente perdonano chi promette di cambiare la loro vita e finisce per peggiorarla.
Il 3 novembre 2026, gli americani hanno ricordato a Trump una verità elementare della democrazia: il potere non appartiene a chi lo proclama proprio, ma a chi lo concede. E finché si vota chi lo concede può sempre riprenderselo.
Luca Costa
LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo

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